Allorquando Olimpia entrò sbigottita nel sacro loco dell’orazione,
vi rinvenne il vecchio Eremita prostrato a piè del simulacro della
Vergine. — Egli è desso... (furono queste le sole parole ch’ella
pronunciò tremante, additando la porta, e non accorgendosi che suo
zio era quegli a cui dirigevasi:)... egli è desso... — e cadde
semiviva sulla gradinata dell’altare. Spaventato Atanasio per
l’estremo turbamento che leggevasi nel volto della nipote, fra mille
incerti dubbj ondeggiando, e temendo lo scoprimento di una terribile
verità, uscì, esitante, la soglia della cappella. Guardò attentamente
all’intorno, ma nessuno scoperse. Ritornatovi finalmente onde assistere
al sventurata, sorreggendola sul suo braccio, giunse a ricondurla nelle
celle dell’eremo.
«Ah, mio zio! quanto sono colpevole agli occhi vostri!» — A queste
prime voci che Olimpia proferì languidamente, e che nascondevano al
certo un profondo mistero, il Vecchio rabbrividì: fissò gli occhi
immobili sul terreno, e senza rimuoversi da situazione così dolorosa...
«ebbene, che hai tu fatto?» le disse con voce soffocata. — «Costretta a
svelarvi un segreto che fino ad ora avrei voluto nascosto a me stessa,
veggo quanto mal feci a non palesarvele prima... ma voi fremete: giusto
Cielo! sarei forse cotanto infelice, che poteste voi credermi un solo
istante capace di colpa? — Scosso da questo rimprovero «no, mia figlia»
rispose il vecchio sorridendo placidamente, ed intanto l’ombra del
sospetto dileguavasi dalla fronte di lui, come dileguasi la nebbia al
primo raggio di Sole.
Giustificata Olimpia agli occhi dello zio, e vedendolo pienamente
disposto ad ascoltarla, tutta narragli la commovente storia delle
proprie pene. Non si valse di ricercate maniere per trasfondere l’anima
sua in quella del vecchio generoso. La nuda verità esposta coi modi
più ingenui splendè sola in quel patetico racconto; e tale eloquenza,
che sempre è quella di una grande passione, giunse perfino a strappar
delle lagrime dal ciglio di un uomo, il quale fino allora creduto
aveane già inaridita la vena. Consapevole Atanasio delle grandi virtù
che adornavano il giovine valoroso, e dell’alta stima che questi
godea presso i suoi compatrioti, assentì ad un amore così innocente,
e si dolse soltanto che Demetrio si fosse allontanato dall’eremo, —
«Semplice che fosti: (disse ad Olimpia) colla fuga tua precipitosa
non ti avvedesti che reo il supponevi di colpevoli intenzioni: l’onor
suo fu punto da questo dubbio insultante; ed egli, a pienamente
giustificarsi, rapido allontanossi da te... Se ti ama peraltro non
andrà a lungo che tu lo rivedrai: ed io, anzichè oppormi ad unione sì
bella, stringerò colle mie mani medesime l’indissolubile nodo.»
Queste soavi parole piovvero sul tenero cuore della figliuola
d’Evantìa, siccome fresca rugiada in grembo a vergine rosa.
Sopraggiunta la notte, coricossi ella nell’umile letticciuolo; ma brevi
ed interrotti essendo stati i suoi sonni, ne sorse coll’alba, e ad
aspettar si pose impaziente l’ora in cui portar solevasi ordinariamente
alla foresta. Arrivò questa alla fine, ed ambidue vi s’incamminarono.
Nel più leggero stormir di fronda, nel più piccolo moto all’intorno,
credeva dessa anuunziarlesi l’arrivo di Demetrio; ma egli non appariva
giammai. Indarno sforzavasi il vecchio di rassicurarla: l’ardente animo
di lei, tutta a sè attribuendo la infausta cagione di tale tardanza, e
forse di un totale allontanamento, abbandonavasi in preda al dolore.
Finalmente dopo più ore d’inutile attenzione, disperando omai di più
rivederlo, a lenti passi e pensosa riconducevasi collo zio alle celle
dell’eremo, allorchè questi, rivolgendo a caso lo sguardo sopra una
gran pietra che serviva di sedile presso la cascata della sorgente
«ecco qui un foglio: (esclamò,) «Demetrio ve l’ha posto senza dubbio.»
— Rapidissima Olimpia glie lo strappò dalle mani; e leggendolo con
tremante voce, trovollo concepito così — «Amabile creatura! — A voi che
nel villaggio foste testimone del mio turbamento, e della impressione
che in me fecero le amabili vostre attrattive, a voi in mia vece
manifesta questo foglio i teneri sensi ch’io nutro. Dopo avervi amato
finora con tutta la forza dell’anima, dopochè udii dal labbro vostro
medesimo le pietose querele dell’amore, io pensai che potessero a me
riferirsi, e mi credetti felice... ma voi fuggiste; inorridiste quasi
al vedermi, ed il disinganno succedette alla soave illusione. Pure
un raggio di speranza mi resta tuttora, nè io ho cuore di spegnerlo:
pronunciate voi stessa sulla mia sorte, ed un vostro foglio si trovi
qui domani all’ora medesima. Questa grazia io chieggo vivamente: e
questa spero ottenere da quell’adorabile oggetto, ch’io credei nato per
la mia felicità.
Atanasio frattanto vivamente commosso, «Giovine valoroso! (sclamò) se
tutto tu sapessi, ah, non diresti così!» — Olimpia nulla soggiunse:
dalle labbra al cuore portò rapidamente i caratteri dell’amante; e
fissandosi immobile alcun poco, misurar parve col pensiero la forza di
quella passione, e confrontarla quindi colla propria.