Allorquando una profonda tristezza ha lungamente signoreggiato il
cuore dell’uomo, e l’animo di lui si è poco a poco abituato ad una
costante melanconia, può ben questa rendersi più mite per la improvvisa
sopravvenienza della gioja; ma non è già che dileguisi del tutto. Di
fatto, benchè il fausto avvenimento contribuir dovesse a far rivivere
in Demetrio la primiera vivacità (quel dolce invidiabile sentimento
che devesi quasi sempre alla perfetta inesperienza de’ grandi mali)
pure egli non anco aveala racquistata; e la lugubre tinta dell’antico
dolore, benchè più leggera al presente, ottenebrava pure il cuor suo,
— Non si dia in braccio ad una passione, chi brama conservarsi nella
gioconda serenità dello spirito; perduta che sia questa una volta, non
mai si ricupera interamente.
Era già il sole pervenuto alla metà del diurno suo corso, diretti
raggi vibrando sulle rupi di Suli, quando l’amabile figlia d’Evantìa
alle fresche ombre si ricondusse della foresta dell’eremo. L’ardente
luglio percuoteva con una sferza di fuoco la terra: l’erbe ed i fiori
languivano sui campi; cercavano gli augelli nella verdura dei boschi un
più gradevole asilo; mentre le importune cicale, sotto un cielo privo
di nubi, faticavano nel canto.
È ben vero che nella sventura è per l’uman cuore assai consolante
soddisfazione il narrare le proprie pene anche agli inanimati oggetti
che ne circondano; queste allora, se non meno amare, rendonsi pure più
facilmente sopportabili, ed a ragione: poichè l’anima sovente al vivo
dipingendo colle parole la terribile passione da cui trovasi agitata,
col sovente ricopiarla viene a rendersi meno odiosa la immagine
dell’originale. Assisa pertanto sulla fresca sponda del ruscello,
ripigliava Olimpia il flebile suo canto.
Sacro bosco, ermo, e segreto,
Aura pia, chiaro ruscel,
Mie querele a voi ripeto
Che ne foste eco fedel.
Ah! qual suol lampo fugace...
— Ma donde questa dolce armonia che i sensi rapisce? essa accompagnasi
soavemente alla mia voce.
Così Olimpia esclamava, tendendo acutamente l’orecchio; e guardandosi
stupefatta all’intorno: ma di nulla accorgendosi, e punto non dubitando
di essersi ingannata, già a riprender faceasi la usata canzone,
allorquando una grata melodia interruppe nuovamente il silenzio della
selva.
Demetrio ritornato al loco dell’amoroso incanto, attendeva tacitamente
dietro il folto cespuglio l’arrivo della giovinetta: quando questa
comparve, e la flebile cantilena riprese, le dolci note di un flauto
univa egli alle pieghevoli modulazioni della sua voce. — Attonita
Olimpia, e come in dolce estasi rapita, pendeva intanto dagli amorosi
concenti che uscir sembravano dal folto degli alberi. Ma svanita
appena la prima illusione della sorpresa, ed accortasi che un ente
umano era non lunge da lei, in un loco ove dessa erasi sempre creduta
perfettamente sola, non curando di conoscerlo, fuggiva atterrita alla
volta dell’eremo.
Demetrio perder non volendo sì bella occasione per manifestarlesi,
confidando interamente sul proprio onore, e null’altro scorgendo in
quella fuga precipitosa se non che gli effetti di un mal concepito
terrore, o di troppo selvaggia educazione, sperando disingannarla,
seguìa velocemente i suoi passi. Sentendosi inseguita, la innocente
fanciulla ebbe appena il coraggio di rivolger lo sguardo sulle proprie
orme: ma quale non fu il suo sbigottimento, quando in lui che teneale
dietro riconobbe Demetrio! Proruppe in un grido che le morì sulle
fauci: coprì gli occhi con ambe le mani; ed ignorando ella stessa
quanto faceva, entrò barcollando la soglia della vicina cappella.
Colpito come dal fulmine a scena così inaspettata, tutte le circostanze
della quale sembravano dirgli ch’erasi egli ingannato, e che la
giovinetta non avealo amato giammai, Demetrio era rimasto immobile, e
quasi fuori di sè. Rispettando la santità del loco in cui trovavasi,
non ardì penetrare nella cappella: ricalcò rapidamente la strada
percorsa; e si allontanò dalla foresta, pensando ai più espedienti
mezzi onde meglio assicurarsi del vero.