Ritornava Olimpia trilustre al dolce asilo dell’innocenza... ma quanto
diversa da quando il fece, la prima volta, decenne! Non più quella
trista apatìa che accompagnava allora i lenti suoi passi; un solo
oggetto, ma con tutta la energia, ora le occupa l’anima, mentre una
forza soprannaturale sembra costantemente richiamarla al villaggio.
— Loco fatale! per te l’Orfana perdendo una pace a stento ornai
racquistata, sente pur troppo di non esser nata che a soffrire. —
Quella sacra solitudine che tanto un tempo contribuiva a raddolcirle
l’amara impressione del dolore, non ha più forza sul suo spirito: una
diversa cagione ne forma ora la inquietudine, ed anche il dolore è
insanabile, quando insanabile è la ferita che lo produce.
Sonovi sulla terra degli esseri di sì delicata natura pe’ quali lo
stesso amare è una pena. Questa passione infatti sconosciuta finora ad
Olimpia, agiva su lei per la prima volta con una veemenza, e con un
impeto che la straziavano. Lontana da colui che adorava; priva della
speranza di rivederlo nelle selvaggie balze dell’eremo, delle quali non
era supponibile ch’egli la credesse abitatrice; ignorando affatto di
essere corrisposta; la fredda ragione avria potuto svellerle certamente
questo affetto dal seno, se troppo profonde state non ne fossero le
radici. Benchè una vana rimembranza non potesse che vieppiù inasprire
il suo male, riandava sovente col pensiero gl’incantati istanti
trascorsi nel villaggio innanzi al valoroso. Allora fissavasi immobile:
lampeggiavano alla sua fantasia quegli sguardi di fuoco che Demetrio
le dirigeva: penetrandone tutto il sentimento, lasciavasi cadere delle
lagrime sulle guancie... nulla più udiva; anzi nulla più esisteva per
lei immersa nella contemplazione di un oggetto che occupava tutte le
sue facoltà, e ch’essa chiamava Demetrio... sventurata! non era questo
talora che un tronco, od un sasso.
Intanto il figliuolo di Eutimia non era meno infelice dal canto suo.
In braccio alla più violenta delle passioni, dopo mille infruttuose
ricerche onde rivederne l’oggetto, mal sopportando la vita senza colei
che sola potea fargliela amare, e perduto il fiorente vigore della
gioventù, giacevasi infermo nel letto del dolore, gravemente dubitar
facendo di sua vita. Un’ardente febre unitasi all’eccessivo calore
della stagione lo manteneva quasi sempre in uno stato di delirio, che
interrompendosi soltanto per dar luogo ad una quiete sovente foriera di
mortali svenimenti, era anche più pernicioso. Negli accessi più forti
le rotte parole ch’ei pronunziava, analoghe ad una folla d’idee vaghe e
disperate, null’altro a travedere lasciavano che l’impeto del male: ma
nei meno veementi, allorquando un più mite delirio traevalo a parlare,
l’amabile donzella era sempre l’oggetto delle sue querele.
«Adorabile fanciulla! (esclamava passionatamente). Bella come il primo
raggio del mattino.... piegossi nel tempo ch’io lo feci al sentimento
dell’amore... ah! quello sguardo... quel fatale sguardo me ne convinse,
e... non mai partirà dalla mia mente.» Un breve silenzio succedendo a
questi detti, con languida voce ripigliava: «Ma se tanto buona, perchè
abbandonarmi?... perchè fuggire per sempre da me?... Ah! lo conosco:
io non era degno di lei. La celeste creatura quaggiù discesa per beare
un istante i mortali, non poteva rimanervi lungamente: il cielo la
richiamava... ed essa, come il baleno, dileguossi da’ suoi... Ma fra
poco io spero raggiungerti... sgombro allora dai lacci terreni... sì...
potrò amarti senza arrossire!» Qui un sospiro tratto dal profondo del
cuore sembrava spingere leggermente all’alto il suo voto; mentre le
negre pupille umide di pianto, elevandosi languidamente, tentavano
accompagnarlo.
La lebbre intanto aumentando sempre più, era per giungere al colmo;
e l’infermo spossato per lunghe vigilie, annunziava co’ sintomi più
funesti la terribile crisi che si avvicinava. Ma le tenere indefesse
cure di sua madre, e più il vigore della gioventù, che sebbene
oppresso non era per anco spento del tutto, fecero sì che Demetrio,
dopo aver lungamente lottato colla morte, superasse il pericolo, e si
avviasse quindi a gran passi ad una totale guarigione. Restituito dopo
qualche tempo alla primiera salute, non respirava però la primiera
tranquillità: e siccome senza il prezioso dono di questa non può l’uomo
viver lieto fra i suoi simili, così il figliuolo d’Eutimia, di allegro
e sommamente vivace ch’egli era, cangiossi tosto in melanconico e
taciturno. Quella dolce mestizia che sparge su tutti gli oggetti la
lugubre tinta del dolore, signoreggiava il suo spirito; e nulla, in
mancanza di lei che adorava, facevagli amar più della solitudine e del
silenzio.
Spinto da queste inclinazioni dell’animo, considerandosi come
adatto solo sulla terra, invano sua madre e colle ragioni e colle
preghiere tentava ricondurlo al primiero tenore di vita: Demetrio a
tutto indifferente, non trovava interesse se non che in que’ luoghi
solitarii che soli addir si poteano al suo stato. Un folto bosco non
mai penetrato dai raggi del sole, una roccia impraticabile, un profondo
burrone, una folta quercia che scorrer vide più secoli, erano i soli
oggetti che fermar potessero la sua attenzione. Frattanto in queste
solinghe passeggiate, in mezzo ad una selvaggia natura, l’immagine
dell’amabile verginella offrivasi sempre al suo pensiero: figlie della
tenerezza, e di quel soave sentimento che può ben provarsi da alcune
anime gentili, ma non adequatamente descriversi, spargeva allora in
copia delle lagrime; queste peraltro non avevano l’amarezza del pianto:
procurando sovente uno sfogo ben necessario al suo cuore, cadevano
dolcemente senza ch’egli sapesse di versarle.