Ma già ai terribili momenti dell’allarme e del pubblico pericolo
era succeduta l’ora della calma, e della comune sicurezza. La patria
esultava, ed i giovani guerrieri copertisi di gloria erano l’oggetto
della generale ammirazione: i vecchi animati da nuovo vigore,
rallegravansi di essere vissuti cotanto; e le rispettabili madri di
quel popolo d’eroi al seno stringevansi i figli carichi delle spoglie
dei debellati aggressori. Nulla però era comparabile all’entusiasmo che
destava la vista di Demetrio. Salutato da tutti aquila della Selleide,
scudo della pallia, Genio della vittoria, le mani stesse di sua madre
tremanti per la gioja gli cingevano al crine la meritata corona; mentre
i fanciulli e le donzelle spargendo di fronde di lauro la via che
percorrer doveva il vincitore, cantavano inni di lode al trionfante
Vessillo della Redenzione.
Olimpia col vecchio suo zio trovavasi presente a questa scena
commoventissima. Nel fatale istante, in cui si videro in forse i
destini di Suli, essi pregavano piangendo nella cappella dell’eremo:
l’ottenuta vittoria era appunto lo scopo delle loro preghiere; ed
Atanasio a sè ed all’Orfana negar non volle la innocente soddisfazione
di vedere co’ proprii occhi il trionfo della Croce. — La figlia
d’Evantìa toccava allora il terzo suo lustro. Il bianco giglio e
la rosa, simboli della verginale innocenza, fiorivano sulle sue
guancia: due negre pupille che tutta l’anima appalesavano giravansi
languidamente sotto le grandi sue palpebre; mentre le turgidette labbra
tinte di viva porpora, leggiadro contrasto formavano colla candidezza
del collo e del seno.
Demetrio intanto, segno allo sguardo di tutti, vedeva per la prima
volta l’amabile Orfana, allora che una lagrima di gioja chiamatale
sul ciglio dalla tenera sua sensitività, la rendea mille volte più
bella. Vederla, ed accendersi di lei fu l’opera d’un solo momento:
quel cuore fino allora straniero alla più dolce fra le passioni,
trovava alla fine chi doveva interamente soggiogarlo. Nulla omai
più scorgendo sulla terra tranne l’amabile oggetto che lo colpiva;
dimentico della trionfale scena di cui formava gran parte, a null’altro
aspirar sembrava se non che a trasfondere tutta la passione che
investivalo nella interessante verginella di Suli. Ma già il primo
raggio dell’amore, più rapido del baleno, penetrato aveva ad un tempo
i due giovani cuori: animati questi da un medesimo sentimento, di già
intendevansi fra loro perfettamente; ed un solo sguardo per parte di
Olimpia, ma che tutto disse in quell’istante, bastò ad assicurare il
fortunato Demetrio della sua felicità.
Intanto la pubblica festa avvicinavasi poco a poco al suo termine;
ed il pomposo corteggio giunto al maggior tempio di Suli, già ne
entrava le porte fra l’universale acclamazione. Semplice, ma vasto è
l’antico edifizio: colossali pilastri in giro a doppia fila collocati
ne sostengono l’ampia volta; ad essi in mezzo nella eterna sua maestà
ergesi l’ara della Croce; ed un’aura santa, leggermente fremendo
all’intorno, annunzia al mortale la presenza della Divinità.
— Salve o glorioso Vessillo vincitore dell’averno e della Morte!
«(intuonavano i ministri del Signore.) — Inni di lode al Dio degli
eserciti! (rispondevano i guerrieri); innanzi a Lui, sole di giustizia
raggiante sull’alto delle nostre montagne, dileguaronsi gl’infedeli
come la nebbia dal piano. — A Te sian grazie, o Maria! (cantava un
coro di vergini); brilli sempre a Suli propizia il tuo lume, o fulgida
stella del mattino! difendi la patria, e perano i nemici del tuo nome!
— Lode all’Eterno! vittoria alla Croce! esclamavano battendo le palme i
fanciulli ed i vecchi.»
Ma un istante di silenzio succeduto era alle espressioni della
gratitudine e del giubilo comune: Demetrio allora circondato
dai venerandi Senatori, ed ispirato dagli ardenti affetti che
agitavanlo «a Te (disse) o Dio de’ forti, che reggesti il braccio
del Pastorello nella valle di Terebinto a danno dell’orgoglioso: a Te
sovrano reggitore dei destini di Suli: a Te, nella cui ira tremenda
annientaronsi gl’impuri Islamiti, consacra Demetrio il brando della
vittoria! Egli in voto lo appende al tuo altare: ma innanzi a Te,
Onnipotente, ed in faccia a tutti i suoi concittadini qui giura
di ripigliarlo, tostochè i nemici della religione e della patria,
tenteranno nuovamente di opprimerla!»
Replicate grida di acclamazione, e lagrime di tenerezza uscivano
dal labbro e dagli occhi di tutti: le ampie volte del santuario
n’echeggiarono; ed il cannone tuonando ad intervalli dalla rocca di S.
Veneranda, annunziava alla Selleide il giorno della pubblica gioja.
In rendimento di grazie all’Eterno cantossi quindi dai sacerdoti
il Trisagio celeste: e, finita la ceremonia, la Croce per le mani
del ministro del Signore benedisse l’accolta moltitudine, che poi,
romoreggiando come le onde del mare dopo la burrasca, si sciolse, e
dileguossi.
Invano frattanto i cupidi occhi di Demetrio ricercavano nel villaggio
l’amabile figlia d’Evantìa: dessa più non v’era; unita al vecchio suo
zio, già la via ricalcava che all’eremo mena della rupe.