CAPITOLO III

Mentre Olimpia col rispettabile vecchio pregavano nella cappella

della rupe per la prosperità de’ loro compatriotti, Alì Tebelèn,

Pascià di Giannina, si apparecchiava alla conquista di Suli. Questo

Satrapa a ragione appellato il Tiberio del secolo XVIII, che in

nome del Sultano Selim III opprimeva con iscettro di ferro i miseri

Greci dell’Epiro, trasportato da cieca ambizione aspirava a rendersi

indipendente, rinnuovar volendo così una di quelle tante ribellioni

che frequentissime furono in ogni tempo nel dispotico governo de’

Turchi. Eragli d’uopo per altro di prima aumentare la sua potenza,

tutto soggiogando l’Epiro; ma ben conosceva che impossibile ciò era

senza il possesso di Suli. Facendo leva pertanto di una ragguardevole

armata, risolse di condurla egli stesso alla conquista di questo

invitto propugnacolo della ellenica libertà, che veduto non avea

giammai sventolar sulle sue rupi l’abborrita bandiera della Mezzaluna.

Allorquando parvegli giunto il favorevole istante dell’aggressione,

riunite le sue truppe, e fatto giurar loro sul Korano di vincere o

morire, incamminossi con un esercito di quindicimila soldati contro

gl’intrepidi discendenti degli antichi Selleni.

Questi dal canto loro, dietro i militari apparecchi del Tiranno,

disponevansi con tutte le forze ad una vigorosa resistenza.

Abbandonando, come è antica loro costumanza, i villaggi all’avvicinarsi

del nemico; e radunati i loro guerrieri nel debole numero di mille e

trecento, si afforzarono nelle strette gole delle rupi, aspettando a

piè fermo di essere attaccati dai Turchi.

Primo fra gl’illustri capitani de’ montanari della Selleide

distinguevasi il giovine Demetrio. Fiorente di una maschia bellezza,

ricco delle più belle doti dell’animo, accoppiava a tanti pregi un

sorprendente valore: le più avvenenti donzelle di Suli sospirando per

lui, ne ambivano l’onore del talamo; ma geloso egli della sua libertà,

avea sempre sdegnato i lacci dell’imeneo. Pronto sempre a versare

tutto il sangue in difesa dell’altare, e della sacra patria de’ suoi

maggiori; dividendo tutti gli affetti suoi fra questa ed una madre che

sola restavagli; lusingavasi di viver sempre ribelle al dominio di una

passione, che è la delizia insieme ed il tormento della vita. — Vane

speranze! Fra poco dovea persuadersi che un anima tenera e generosa non

mai sfugge agli strali d’amore.

Frattanto l’armata del Satrapa di Giannina avanzavasi rapidamente.

Ebbri i Turchi di furore tra le orribili continuate grida che metter

sogliono sempre prima di cominciare la zuffa: animati alla strage

del fanatismo de’ loro Dervis, che’, invocando Aliali, e Maometto,

spargevano pugni d’arena incontro ai Cristiani: fatti audaci per

qualche leggero vantaggio dalla sola maggioranza del numero ottenuto

ai primi posti, e ripromettendosi una piena vittoria, attaccano su

tutti i punti i Suliotti, ed incalzandoli vivamente colla sciabla alla

mano, li respingono in mezzo all’urto generale fin sotto la rocca

di S. Veneranda. Non eransi i Maomettani mai più cotanto inoltrati.

Desolati all’aspetto di tanta sciagura che minacciava per sempre i

destini della loro patria, i Greci misero un grido di raccapriccio e

di orrore; e l’eco della Selleide, prolungandolo nelle più remote parti

delle montagne, annunziava nella rupe agli ospiti dell’eremo il comune

periglio, mentre guidava le giovani spose al soccorso dei loro mariti.

Queste valorose donne, radunatesi in considerevole numero, prendevano

parte al combattimento, rotolar facendo enormi sassi giù per la

china del monte; i quali movendo col loro urto infinite altre pietre,

giunsero a schiacciare il centro de’ vili Osmanli aggressori.

Frattanto la vanguardia composta di Maomettani Albanesi, affatto

ignorando quanto accadevale alle spalle, e sicura di essere

energicamente sostenuta dal resto dell’armata, si batteva

ostinatamente, lusingandosi di presto inalberare sulle rupi di Suli lo

stendardo del despotismo. Ma i valorosi montanari, saputa la strage che

il coraggio delle loro mogli facea de’ nemici, eransi già rianimati:

e l’intrepido Demetrio alla testa de’ suoi prodi, traendo i barbari

d’inganno: «Infedeli! (gridò loro con una voce che li arrestò), la

vostra armata perisce in massa sotto l’urto di queste nude pietre

che c’invidiate: voi siete soli, e perirete per le nostre mani!» Ciò

detto, tolta in pugno la sacra insegna della Croce, piombò su loro come

l’Angelo dello sterminio.

I Maomettani vedendosi ridotti alle sole lor forze, opponevano quella

salda resistenza che è figlia della disperazione: ma indarno: Demetrio

trionfava di tutto; tutto cadeva all’impulso del divino fuoco che

agitavalo; e tale era il suo furore, che in brevi istanti il terreno

rimase ingombro di cadaveri. Cacciandosi innanzi i pochi nemici

sottrattisi ai colpi della sua spada, incontrava egli per via la

retroguardia dell’esercito in piena ritirata. Sempre circondato dai

più ardenti guerrieri, ed audace renduto dal successo, precipitossi

sui nemici che fuggivano; e dopo aver tolto loro tutti i foraggi,

le munizioni da guerra, e molti cannoni, pienamente li sconfisse,

ripigliando quindi co’ suoi la strada delle native montagne.

Frattanto il Tiranno furibondo per l’infelice esito di una impresa

ch’egli creduto aveva sicura, ritiravasi precipitoso alla volta

di Giannina, con un migliajo di soldati a stento raccolti. Giunto

nella capitale de’ suoi dominii, affrettossi a seppellire in fondo

al serraglio il proprio dolore, e la rabbia che lo divorava: ed ivi

giurando un’eterno odio ai Cristiani di Suli, meditava a lor danno una

più felice invasione.

Olimpia; ossia, L'orfana della Selleide · 第 10 / 39 题