Mentre Olimpia col rispettabile vecchio pregavano nella cappella
della rupe per la prosperità de’ loro compatriotti, Alì Tebelèn,
Pascià di Giannina, si apparecchiava alla conquista di Suli. Questo
Satrapa a ragione appellato il Tiberio del secolo XVIII, che in
nome del Sultano Selim III opprimeva con iscettro di ferro i miseri
Greci dell’Epiro, trasportato da cieca ambizione aspirava a rendersi
indipendente, rinnuovar volendo così una di quelle tante ribellioni
che frequentissime furono in ogni tempo nel dispotico governo de’
Turchi. Eragli d’uopo per altro di prima aumentare la sua potenza,
tutto soggiogando l’Epiro; ma ben conosceva che impossibile ciò era
senza il possesso di Suli. Facendo leva pertanto di una ragguardevole
armata, risolse di condurla egli stesso alla conquista di questo
invitto propugnacolo della ellenica libertà, che veduto non avea
giammai sventolar sulle sue rupi l’abborrita bandiera della Mezzaluna.
Allorquando parvegli giunto il favorevole istante dell’aggressione,
riunite le sue truppe, e fatto giurar loro sul Korano di vincere o
morire, incamminossi con un esercito di quindicimila soldati contro
gl’intrepidi discendenti degli antichi Selleni.
Questi dal canto loro, dietro i militari apparecchi del Tiranno,
disponevansi con tutte le forze ad una vigorosa resistenza.
Abbandonando, come è antica loro costumanza, i villaggi all’avvicinarsi
del nemico; e radunati i loro guerrieri nel debole numero di mille e
trecento, si afforzarono nelle strette gole delle rupi, aspettando a
piè fermo di essere attaccati dai Turchi.
Primo fra gl’illustri capitani de’ montanari della Selleide
distinguevasi il giovine Demetrio. Fiorente di una maschia bellezza,
ricco delle più belle doti dell’animo, accoppiava a tanti pregi un
sorprendente valore: le più avvenenti donzelle di Suli sospirando per
lui, ne ambivano l’onore del talamo; ma geloso egli della sua libertà,
avea sempre sdegnato i lacci dell’imeneo. Pronto sempre a versare
tutto il sangue in difesa dell’altare, e della sacra patria de’ suoi
maggiori; dividendo tutti gli affetti suoi fra questa ed una madre che
sola restavagli; lusingavasi di viver sempre ribelle al dominio di una
passione, che è la delizia insieme ed il tormento della vita. — Vane
speranze! Fra poco dovea persuadersi che un anima tenera e generosa non
mai sfugge agli strali d’amore.
Frattanto l’armata del Satrapa di Giannina avanzavasi rapidamente.
Ebbri i Turchi di furore tra le orribili continuate grida che metter
sogliono sempre prima di cominciare la zuffa: animati alla strage
del fanatismo de’ loro Dervis, che’, invocando Aliali, e Maometto,
spargevano pugni d’arena incontro ai Cristiani: fatti audaci per
qualche leggero vantaggio dalla sola maggioranza del numero ottenuto
ai primi posti, e ripromettendosi una piena vittoria, attaccano su
tutti i punti i Suliotti, ed incalzandoli vivamente colla sciabla alla
mano, li respingono in mezzo all’urto generale fin sotto la rocca
di S. Veneranda. Non eransi i Maomettani mai più cotanto inoltrati.
Desolati all’aspetto di tanta sciagura che minacciava per sempre i
destini della loro patria, i Greci misero un grido di raccapriccio e
di orrore; e l’eco della Selleide, prolungandolo nelle più remote parti
delle montagne, annunziava nella rupe agli ospiti dell’eremo il comune
periglio, mentre guidava le giovani spose al soccorso dei loro mariti.
Queste valorose donne, radunatesi in considerevole numero, prendevano
parte al combattimento, rotolar facendo enormi sassi giù per la
china del monte; i quali movendo col loro urto infinite altre pietre,
giunsero a schiacciare il centro de’ vili Osmanli aggressori.
Frattanto la vanguardia composta di Maomettani Albanesi, affatto
ignorando quanto accadevale alle spalle, e sicura di essere
energicamente sostenuta dal resto dell’armata, si batteva
ostinatamente, lusingandosi di presto inalberare sulle rupi di Suli lo
stendardo del despotismo. Ma i valorosi montanari, saputa la strage che
il coraggio delle loro mogli facea de’ nemici, eransi già rianimati:
e l’intrepido Demetrio alla testa de’ suoi prodi, traendo i barbari
d’inganno: «Infedeli! (gridò loro con una voce che li arrestò), la
vostra armata perisce in massa sotto l’urto di queste nude pietre
che c’invidiate: voi siete soli, e perirete per le nostre mani!» Ciò
detto, tolta in pugno la sacra insegna della Croce, piombò su loro come
l’Angelo dello sterminio.
I Maomettani vedendosi ridotti alle sole lor forze, opponevano quella
salda resistenza che è figlia della disperazione: ma indarno: Demetrio
trionfava di tutto; tutto cadeva all’impulso del divino fuoco che
agitavalo; e tale era il suo furore, che in brevi istanti il terreno
rimase ingombro di cadaveri. Cacciandosi innanzi i pochi nemici
sottrattisi ai colpi della sua spada, incontrava egli per via la
retroguardia dell’esercito in piena ritirata. Sempre circondato dai
più ardenti guerrieri, ed audace renduto dal successo, precipitossi
sui nemici che fuggivano; e dopo aver tolto loro tutti i foraggi,
le munizioni da guerra, e molti cannoni, pienamente li sconfisse,
ripigliando quindi co’ suoi la strada delle native montagne.
Frattanto il Tiranno furibondo per l’infelice esito di una impresa
ch’egli creduto aveva sicura, ritiravasi precipitoso alla volta
di Giannina, con un migliajo di soldati a stento raccolti. Giunto
nella capitale de’ suoi dominii, affrettossi a seppellire in fondo
al serraglio il proprio dolore, e la rabbia che lo divorava: ed ivi
giurando un’eterno odio ai Cristiani di Suli, meditava a lor danno una
più felice invasione.