CAPITOLO II

Ad una lega di distanza dal villaggio che vide nascere Olimpia, dopo

il Picco Kunghi, la cui cima è coperta di eterne nubi, sorge la più

sublime delle rupi della Selleide. Direbbesi dall’Onnipotente creata

per sollevare altamente lo spirito del mortale che la contempla,

e portarlo infino a Lui. Un enorme ammasso di pietre gittate alla

rinfusa dalle divine sue mani, pendendo minacciose sulla sottoposta

vallata, sfidano da più secoli la ingiuria delle stagioni: il solo

musco germoglia in copia sulla cima di quelle balze scoscese; e le sole

capre silvestri ardirono finora d’inerpicarvisi. Sotto quest’orribile

padiglione, alla metà della rupe, ove la natura si mostra in aspetto

più mite, ergesi sopra uno scoglio l’eremo di Atanasio: è questo il

loco della penitenza e della pace, dove il servo del Signore prega per

la prosperità della Selleide, e questo sarà d’ora innanzi l’asilo della

sventurata Orfanella.

Dessa intanto, non ancora bilustre, vi giungeva col vecchio suo

zio. Prima di porvi piede, egli la prese per mano; e con la destra

in lontano additando, le disse: «Vedi tu quella Croce che s’innalza

fitta sul terreno!.... Rallegrati, povera Olimpia! sotto l’ombra sua

protettrice si allevieranno i tuoi mali. Ad essa innanzi prostrati,

noi pregherem pace alle ossa de’ tuoi genitori: mentre il favore del

Cielo scendendo sull’innocente tuo capo, farà forse obliarti d’esser

nata infelice!» L’Orfana non rispose: fise le ciglia sull’augusto Segno

della Redenzione, un raggio di gioja penetrandole per la prima volta

nel fondo del cuore, ne sopiva gli affanni, e ne ravvivava la dolce

fisonomia.

L’interno dell’eremo perfettamente corrispondeva alla esteriore

sua forma. Angusto, ma fabbricato della bianca pietra della rupe,

offriva l’idea stessa della solidità: due piccole camerette servivano

comodamente ai domestici bisogni dei suoi abitatori, mentre la

vicina cappella destinata ne era alle fervide preci, posta sotto la

invocazione della _Vergine Coronata_. Sopra un’altare di marmo ne

sorgeva il Simulacro; e ad esso innanzi una lampada, alimentata dalla

pietà dei fedeli, diffondeva e costantemente il suo lume. Una selva

di abeti che fiancheggiava la cappella, levando al cielo le superbe

sue cime, avriasi creduto toccare le nubi, se le bianche pietre della

rupe che più elevate si mostravano scoperto non avessero l’inganno de’

sensi. Una sorgente di dolce acqua cadendo dall’alto della roccia in un

capriccioso bacino di sassi, formava una fonte necessaria ai bisogni

dell’eremo; e perdendosi quindi nella foresta, univa il grato suo

mormorio al monotono frascheggiare degli alberi.

— È verità incontrastabile che l’uomo sempre pago ritrovasi di quello

stato, qualunque esso sia, che più si conforma alle naturali sue

disposizioni. Visitando per la prima volta il loco che servirle doveva

d’asilo, il tenero animo della giovinetta temprato alle più nobili

affezioni, sentì in tutta la sua forza quel sacro misterioso orrore

che sempre nasce in uno spirito estremamente dilicato alla vista della

solitudine consacrata alla Divinità: la scosse da principio, ma non le

dispiacque; giacchè quella continua impressione, che dovea peraltro

rendersi più debole col tempo, era perfettamente all’unisono colla

dolce sua melanconia.

Presso l’umile cello, esposto ai piacevoli aliti di Favonio, giaceva

l’orticello dell’eremo; che oggetto addivenuto delle indefesse cure

dell’Orfana, ne formava la delizia più bella. La rosa silvestre,

il lauro sempre verde, ed il bianco fiore dello spino coltivati

dalle tenere sue mani, fornivano ne’ giorni festivi l’ornamento

della cappella; mentre il buon vecchio soltanto occupavasi della

cultura dell’erbe, e delle piante destinate a provvedere la mensa.

Disimpegnando con somma attività le donnesche incombenze, vi univa

talora la penetrante armonia della pieghevole sua voce, o ripetendo le

popolari canzoni udite al villaggio nella casa di Sofia, o cantando

la pietà di lei che la nudrì del suo latte, o narrando coll’accento

del dolore agli inanimati esseri che la circondavano la morte di sua

madre. — Ahimè! (esclamava) dessa non è più. La vedova infelice non

sopravvisse alla perdita del suo diletto: come raggio di Sole che

tramonta, dileguossi per sempre alla vista degli uomini... Salve, o

colomba della Selleide! sia leggera la terra che ti ricopre!! — Dotata

di raro ingegno, familiarizzata colla sventura, Olimpia formato erasi

un discernimento ben raro nella sua ancor tenera età. Aveva più volte

riflettuto che sua madre era morta nel darle la vita: ed in seguito di

queste dolorose considerazioni, che bene spesso reiterava, perchè anche

il dolore ha talvolta la sua voluttà, avea concepito un tale affetto

per la memoria d’Evantìa, che giammai non ricordavala senza lagrime.

Non appena il primo albòre che precede l’aurora ad imbiancar

cominciava le cime della rupe dell’eremo, che le aquile uscite dai

loro nidi udivansi stridere dall’alto sul capo della giovinetta,

allora essa levavasi dall’umile letticciuolo, onde dar principio alle

domestiche occupazioni. Una greggia di capre, dopo aver somministrato

in abbondante copia di latte il giornaliero tributo all’amabile sua

governatrice, usciva dell’ovile per ritornarvi poi spontaneamente

all’imbrunir della sera. A lei affidata era la cura dell’ordine

nell’interno del romitaggio; e l’attiva sua vigilanza provveder

sapeva al durevole mantenimento di una metodica vita. Quella elegante

semplicità che ammiravasi in tutto che usciva dalle sue mani, modellava

pure le sue vestimenta; ed una corona di silvestri rose da lei stessa

educate, intrecciata a’ suoi biondi capelli, era l’unico ornamento che

permetteasi. Allorquando il Sole, compiuto il diurno suo corso, era

vicino a nascondersi fra le rupi di Suli, la vide sempre col Solitario

nell’eremo prostrata innanzi al Simulacro della Vergine nel silenzio

della cappella: era quello il momento ch’essi, colla innocenza del

giusto, porgevano voti per la salute della dolce lor patria; mentre le

loro preghiere, siccome fumo di purissimo incenso, salivano sull’ale

degli Angeli al trono dell’Eterno. Frattanto Atanasio mai non levavasi

dal nudo terreno se non dopo versate molte lagrime sulla memoria

dell’amato fratello, laddove Olimpia non cessava di pregar pace alle

ossa di sua madre. Stretti per mano uscivano quindi ambedue dal sacro

asilo della Divinità, per restituirsi a quello della innocenza. Quivi

dopo gustato il necessario alimento, prima di coricarsi, il fratello

di Alessio trattenevasi a coltivare lo spirito di sua nipote, colla

pratica di quelle morali istruzioni che formano i giovinetti cuori alla

virtù, e nel possesso ne rafforzano gli adulti: abituata ad udirne ogni

giorno le lodi, la figliuola d’Evantìa tenevala costantemente a norma

delle proprie azioni: tanto può una educazione saggia e religiosa in un

docile animo disposto ad apprenderla!

Il puro acre che respirava, ed il metodico tenore di vita condotto

avendo la pace nel cuore di Olimpia, crescere ne faceva le giovani

membra in bellezza, ed in florida salute. Mirando sempre al bene de’

suoi simili, non appena sapeva che qualche montanaro nelle vicinanze

dell’eremo caduto era infermo, o di soccorso abbisognava nello

squallore della indigenza, che all’istante portavasi dall’infelice:

e premurose attenzioni usate senza affettazione, ed una elemosina

largita senza fare apparire il beneficio, restituivano la salute e

la tranquillità della vita a coloro che poco fa disperavano di più

riacquistarla. Il sollievo de’ miseri era per l’Orfana un vero bisogno:

poichè, chiamata da una interna forza a quegli atti generosi che

onorano la umanità, poteva naturalmente dirsi come fuori del suo centro

quando mancavale occasione di praticarli.

Adorata pertanto da tutti i poveri da lei beneficati, giammai non

offrivasi al loro sguardo ch’essi non la incontrassero colle più

energiche espressioni della riconoscenza e della gioia: chiamata il

Sorriso della provvidenza, il Genio tutelare dell’eremo, l’Angelo

della Selleide: superba di poter formare nella vigorosa sua giovinezza

l’appoggio del vecchio suo benefattore, nulla più ormai sembrava dovere

attristarla tranne la memoria di sua madre. Ma il tempo che cangia

d’aspetto a tutte le cose, scemato avea pure nel cuore di Olimpia la

energia di quegli affetti che la rimembranza di Evantìa vi destava

una volta. Ora, cresciuta in età, conosceva pur troppo che per forza

di lagrime non rivivono dal sepolcro gli estinti: pensava che la

sposa di Alessio guardavala forse dall’alto delle sfere; mentre lunge

dall’attristarsene consolavasi invece, ponendo piuttosto ogni cura nel

rendersi degna di lei.

Era dunque profeta il vecchio Eremita quando all’Orfana predisse

che all’ombra della Croce, nel sacro asilo della rupe, dimenticato

avrebbe d’esser nata infelice? Sì certamente: collocata in uno stato

che perfettamente le si addiceva, essa non sentiva il peso della

propria sventura, e respirar credette una vita novella... sventurata! I

giorni della pace e del contento sparir dovevano fra breve, e succeder

nuovamente quelli dell’affanno e del dolore.

Olimpia; ossia, L'orfana della Selleide · 第 9 / 39 题