Ad una lega di distanza dal villaggio che vide nascere Olimpia, dopo
il Picco Kunghi, la cui cima è coperta di eterne nubi, sorge la più
sublime delle rupi della Selleide. Direbbesi dall’Onnipotente creata
per sollevare altamente lo spirito del mortale che la contempla,
e portarlo infino a Lui. Un enorme ammasso di pietre gittate alla
rinfusa dalle divine sue mani, pendendo minacciose sulla sottoposta
vallata, sfidano da più secoli la ingiuria delle stagioni: il solo
musco germoglia in copia sulla cima di quelle balze scoscese; e le sole
capre silvestri ardirono finora d’inerpicarvisi. Sotto quest’orribile
padiglione, alla metà della rupe, ove la natura si mostra in aspetto
più mite, ergesi sopra uno scoglio l’eremo di Atanasio: è questo il
loco della penitenza e della pace, dove il servo del Signore prega per
la prosperità della Selleide, e questo sarà d’ora innanzi l’asilo della
sventurata Orfanella.
Dessa intanto, non ancora bilustre, vi giungeva col vecchio suo
zio. Prima di porvi piede, egli la prese per mano; e con la destra
in lontano additando, le disse: «Vedi tu quella Croce che s’innalza
fitta sul terreno!.... Rallegrati, povera Olimpia! sotto l’ombra sua
protettrice si allevieranno i tuoi mali. Ad essa innanzi prostrati,
noi pregherem pace alle ossa de’ tuoi genitori: mentre il favore del
Cielo scendendo sull’innocente tuo capo, farà forse obliarti d’esser
nata infelice!» L’Orfana non rispose: fise le ciglia sull’augusto Segno
della Redenzione, un raggio di gioja penetrandole per la prima volta
nel fondo del cuore, ne sopiva gli affanni, e ne ravvivava la dolce
fisonomia.
L’interno dell’eremo perfettamente corrispondeva alla esteriore
sua forma. Angusto, ma fabbricato della bianca pietra della rupe,
offriva l’idea stessa della solidità: due piccole camerette servivano
comodamente ai domestici bisogni dei suoi abitatori, mentre la
vicina cappella destinata ne era alle fervide preci, posta sotto la
invocazione della _Vergine Coronata_. Sopra un’altare di marmo ne
sorgeva il Simulacro; e ad esso innanzi una lampada, alimentata dalla
pietà dei fedeli, diffondeva e costantemente il suo lume. Una selva
di abeti che fiancheggiava la cappella, levando al cielo le superbe
sue cime, avriasi creduto toccare le nubi, se le bianche pietre della
rupe che più elevate si mostravano scoperto non avessero l’inganno de’
sensi. Una sorgente di dolce acqua cadendo dall’alto della roccia in un
capriccioso bacino di sassi, formava una fonte necessaria ai bisogni
dell’eremo; e perdendosi quindi nella foresta, univa il grato suo
mormorio al monotono frascheggiare degli alberi.
— È verità incontrastabile che l’uomo sempre pago ritrovasi di quello
stato, qualunque esso sia, che più si conforma alle naturali sue
disposizioni. Visitando per la prima volta il loco che servirle doveva
d’asilo, il tenero animo della giovinetta temprato alle più nobili
affezioni, sentì in tutta la sua forza quel sacro misterioso orrore
che sempre nasce in uno spirito estremamente dilicato alla vista della
solitudine consacrata alla Divinità: la scosse da principio, ma non le
dispiacque; giacchè quella continua impressione, che dovea peraltro
rendersi più debole col tempo, era perfettamente all’unisono colla
dolce sua melanconia.
Presso l’umile cello, esposto ai piacevoli aliti di Favonio, giaceva
l’orticello dell’eremo; che oggetto addivenuto delle indefesse cure
dell’Orfana, ne formava la delizia più bella. La rosa silvestre,
il lauro sempre verde, ed il bianco fiore dello spino coltivati
dalle tenere sue mani, fornivano ne’ giorni festivi l’ornamento
della cappella; mentre il buon vecchio soltanto occupavasi della
cultura dell’erbe, e delle piante destinate a provvedere la mensa.
Disimpegnando con somma attività le donnesche incombenze, vi univa
talora la penetrante armonia della pieghevole sua voce, o ripetendo le
popolari canzoni udite al villaggio nella casa di Sofia, o cantando
la pietà di lei che la nudrì del suo latte, o narrando coll’accento
del dolore agli inanimati esseri che la circondavano la morte di sua
madre. — Ahimè! (esclamava) dessa non è più. La vedova infelice non
sopravvisse alla perdita del suo diletto: come raggio di Sole che
tramonta, dileguossi per sempre alla vista degli uomini... Salve, o
colomba della Selleide! sia leggera la terra che ti ricopre!! — Dotata
di raro ingegno, familiarizzata colla sventura, Olimpia formato erasi
un discernimento ben raro nella sua ancor tenera età. Aveva più volte
riflettuto che sua madre era morta nel darle la vita: ed in seguito di
queste dolorose considerazioni, che bene spesso reiterava, perchè anche
il dolore ha talvolta la sua voluttà, avea concepito un tale affetto
per la memoria d’Evantìa, che giammai non ricordavala senza lagrime.
Non appena il primo albòre che precede l’aurora ad imbiancar
cominciava le cime della rupe dell’eremo, che le aquile uscite dai
loro nidi udivansi stridere dall’alto sul capo della giovinetta,
allora essa levavasi dall’umile letticciuolo, onde dar principio alle
domestiche occupazioni. Una greggia di capre, dopo aver somministrato
in abbondante copia di latte il giornaliero tributo all’amabile sua
governatrice, usciva dell’ovile per ritornarvi poi spontaneamente
all’imbrunir della sera. A lei affidata era la cura dell’ordine
nell’interno del romitaggio; e l’attiva sua vigilanza provveder
sapeva al durevole mantenimento di una metodica vita. Quella elegante
semplicità che ammiravasi in tutto che usciva dalle sue mani, modellava
pure le sue vestimenta; ed una corona di silvestri rose da lei stessa
educate, intrecciata a’ suoi biondi capelli, era l’unico ornamento che
permetteasi. Allorquando il Sole, compiuto il diurno suo corso, era
vicino a nascondersi fra le rupi di Suli, la vide sempre col Solitario
nell’eremo prostrata innanzi al Simulacro della Vergine nel silenzio
della cappella: era quello il momento ch’essi, colla innocenza del
giusto, porgevano voti per la salute della dolce lor patria; mentre le
loro preghiere, siccome fumo di purissimo incenso, salivano sull’ale
degli Angeli al trono dell’Eterno. Frattanto Atanasio mai non levavasi
dal nudo terreno se non dopo versate molte lagrime sulla memoria
dell’amato fratello, laddove Olimpia non cessava di pregar pace alle
ossa di sua madre. Stretti per mano uscivano quindi ambedue dal sacro
asilo della Divinità, per restituirsi a quello della innocenza. Quivi
dopo gustato il necessario alimento, prima di coricarsi, il fratello
di Alessio trattenevasi a coltivare lo spirito di sua nipote, colla
pratica di quelle morali istruzioni che formano i giovinetti cuori alla
virtù, e nel possesso ne rafforzano gli adulti: abituata ad udirne ogni
giorno le lodi, la figliuola d’Evantìa tenevala costantemente a norma
delle proprie azioni: tanto può una educazione saggia e religiosa in un
docile animo disposto ad apprenderla!
Il puro acre che respirava, ed il metodico tenore di vita condotto
avendo la pace nel cuore di Olimpia, crescere ne faceva le giovani
membra in bellezza, ed in florida salute. Mirando sempre al bene de’
suoi simili, non appena sapeva che qualche montanaro nelle vicinanze
dell’eremo caduto era infermo, o di soccorso abbisognava nello
squallore della indigenza, che all’istante portavasi dall’infelice:
e premurose attenzioni usate senza affettazione, ed una elemosina
largita senza fare apparire il beneficio, restituivano la salute e
la tranquillità della vita a coloro che poco fa disperavano di più
riacquistarla. Il sollievo de’ miseri era per l’Orfana un vero bisogno:
poichè, chiamata da una interna forza a quegli atti generosi che
onorano la umanità, poteva naturalmente dirsi come fuori del suo centro
quando mancavale occasione di praticarli.
Adorata pertanto da tutti i poveri da lei beneficati, giammai non
offrivasi al loro sguardo ch’essi non la incontrassero colle più
energiche espressioni della riconoscenza e della gioia: chiamata il
Sorriso della provvidenza, il Genio tutelare dell’eremo, l’Angelo
della Selleide: superba di poter formare nella vigorosa sua giovinezza
l’appoggio del vecchio suo benefattore, nulla più ormai sembrava dovere
attristarla tranne la memoria di sua madre. Ma il tempo che cangia
d’aspetto a tutte le cose, scemato avea pure nel cuore di Olimpia la
energia di quegli affetti che la rimembranza di Evantìa vi destava
una volta. Ora, cresciuta in età, conosceva pur troppo che per forza
di lagrime non rivivono dal sepolcro gli estinti: pensava che la
sposa di Alessio guardavala forse dall’alto delle sfere; mentre lunge
dall’attristarsene consolavasi invece, ponendo piuttosto ogni cura nel
rendersi degna di lei.
Era dunque profeta il vecchio Eremita quando all’Orfana predisse
che all’ombra della Croce, nel sacro asilo della rupe, dimenticato
avrebbe d’esser nata infelice? Sì certamente: collocata in uno stato
che perfettamente le si addiceva, essa non sentiva il peso della
propria sventura, e respirar credette una vita novella... sventurata! I
giorni della pace e del contento sparir dovevano fra breve, e succeder
nuovamente quelli dell’affanno e del dolore.