Non molto lungi di Margariti, a quasi dieci leghe da Giannina, sul
confine dell’Epiro sorgono le montagne della Selleide nella Grecia
occidentale. Quel sentimento che abborre la schiavitù, e che fu
sempre connaturale al classico terreno abitato dai figli degli
Elleni, represso a forza nelle pianure e nelle città dalle numerose
orde ottomane, rifugiato erasi più energico sulle altere cime delle
montagne dell’Ellade, dove una selvaggia natura univasi coi magnanimi
abitatori a sdegnare costantemente il tirannico giogo del Successore
dei Califfi. Questa dolce libertà col puro aere che li nudriva
respiravano i generosi montanari della Selleide, d’Agrafa, dell’Etolia,
dell’Olimpo, e del Pindo: altrove la Grecia esposta da ogni banda
alle incursioni de’ barbari, ed oppressa dal numero, curvata erasi,
benchè fremendo, sotto il ferreo scettro de’ suoi oppressori. Così
nella schiavitù dell’Epiro, gli intrepidi Suliotti mai non deposero
le armi in faccia ai desolatori della bella lor patria; ma con quella
energia che è propria del loro carattere, difesero sempre l’assoluta
loro indipendenza. Possessori di alcuni villaggi alle falde delle
loro montagne, li abbandonano in caso di attacco per ripararsi sugli
alti piani ad essi soltanto accessibili: quivi aspettano i Turchi che
vengono lor sopra per soggiogarli: e quivi è da più secoli che i Turchi
sono pienamente battuti e respinti con gravi perdite fino alle loro
città. Un Senato composto di vecchi padri della patria regge il governo
de’ bellicosi figli di Suli: sacri alla Croce fumano gl’incensi sui
loro altari; mentre alcuni eremiti che posero le loro celle su taluna
di quelle aeree rupi, pregano per la prosperità dei loro compatriotti,
e per la conservazione della loro indipendenza.
Alessio capitano di una compagnia di dugento Suliotti era stato spedito
dal Senato di Suli contro un corpo di Turchi, che occupar tentavano in
una delle loro escursioni la inespugnabile rocca di S. Veneranda, primo
baluardo della Selleide. I Maomettani erano in numero ragguardevole;
ed i pochi prodi guidati da Alessio sarebbero certamente periti sotto
il fuoco delle artiglierie, quando venuti fossero ad aperta campagna
col nemico: oltredichè avendo già trovato i Turchi trincerati al loro
arrivo, aveano pure lo svantaggio del terreno. Alessio pertanto, dopo
pochi colpi di fucile tratti ad intervalli e con poco effetto, temendo
di compromettere la patria quando ostinato si fosse a perire alla
spicciolata co’ suoi, comandò loro la ritirata, onde serbare il valore
e le braccia a momenti più opportuni.
Frattanto il Governo di Suli meglio informato delle forze nemiche,
spediva in ajuto di Alessio un corpo di quattrocento Suliotti: questi
seco loro ricondussero al nemico molti di quelli che già marciavano
in ritirata: coll’ajuto di alcuni pezzi di artiglieria fulminando
il centro de’ Turchi, portato aveano il terrore in mezzo alle loro
file, che aprendosi in disordine, e penetrar lasciandovi gl’intrepidi
montanari, si dispersero, o caddero sotto i lor colpi. La fortuna
delle battaglie si dichiarò per la Croce, ed i Suliotti si coprirono di
gloria: ma Alessio che disperando del felice esito del combattimento
non avea voluto prendervi parte, ritornando con alcuni dei suoi fra
le native montagne, sembrò vile agli occhi de’ Suliotti avvezzi da più
secoli a non mai ritirarsi in faccia al nemico. Vile adunque dichiarato
dai suoi compatriotti, ai quali antica costumanza prescriveva il
fuggire il commercio di coloro che tali pubblicamente si rendevano,
Alessio, perduta la comune estimazione, ed oscurata quella fama che è
l’anima del soldato, viveva una vita peggiore di morte.
Sua moglie Evantìa, la bella Evantìa ch’egli amava teneramente, e
dalla quale era con pari amore corrisposto, portava già nel seno da
alcuni mesi il dolce pegno dell’imeneo. Costretta per le leggi di
Suli ad esser l’ultima ad attinger l’acqua alle pubbliche fonti, e
ad occupar nelle chiese gli ultimi posti, struggevasi in lagrime.
Esposta alle amare derisioni delle spose de’ valorosi, le quali
pubblicamente cantavano le lodi de’ loro mariti, per colmo di sciagura
veder dovea l’infelice Alessio languire di giorno in giorno, e sorbir
lentamente l’acerbo calice del dolore e della disperazione; poichè,
morto lo sventurato alla vita civile, poteva affatto contarsi fra gli
estinti, in mezzo ad un popolo che nell’onore e nel coraggio trova la
propria esistenza. Attaccato da una lenta febre che condurlo doveva
al sepolcro, privo d’amici, abbandonato da tutti, la sola Evantìa
vegliava le notti al suo fianco, e tutte quelle cure prodigavagli di
che l’amor conjugale è capace in una tenera sposa: ma invano. Scritta
era nel libro dei destini la morte dello sventurato, ed il potere degli
uomini non è tale da cambiare i decreti del cielo: Alessio spirò fra
le braccia di sua moglie, ed essa sentì di non potergli lungamente
sopravvivere. La perdita di un uomo che adorava, e che forse più caro
le si rendè nella sventura, giacchè sempre questa avvicina maggiormente
fra loro le anime virtuose, talmente influì sulla vedova d’Alessio, che
dopo averla esausta affatto di forze, ne provocò il parto non per anco
maturo.
In una di quelle notti autunnali in cui rovesci di pioggia precipitano
sulle rupi di Suli, ed in cui minacciosi venti contro spingendosi
le addensate nubi annunziar sembrano la sovversione dell’universo,
aprì gli occhi alla vita la fanciulletta Olimpia, mentre sua madre li
chiudeva per sempre nel sonno della morte. — Sventurata creatura! tua
madre perisce, e tu rimani pressochè sola sulla terra!
Alcune pietose donne, che, compassionando la misera Evantìa, accorse
erano onde assisterne al parto, piansero sulla sorte della sventurata
Orfanella: una di esse cui la recente perdita di un figlio appena nato
più commovente rendea la situazione della fanciulla, stringendola al
seno, si offrì a nutrirla del proprio latte; ed ecco che la povera
Olimpia da una madre non sua riconoscer dovette la seconda sua vita.
Ah, guai a colui che perde bambino i suoi genitori!.... egli è l’essere
il più infelice della terra! — Sofia, che tale era il nome della
generosa donna, oggetto facea l’Orfanella di tutte quelle cure amorose
che la pietà più tenera suggerisce. Olimpia dunque accorgersi non dovea
d’aver perduta una madre: ma chi non sa che la sola pietà, per quanto
grande esser possa, non porta seco i vincoli di natura e di sangue, ed
è sempre più debole dell’affetto materno?
Non peranco a spuntar cominciava sulle labbra di Olimpia il primo
sorriso della infanzia, che i dolci suoi lineamenti, l’amabile sua
fisonomia attraevano gli sguardi d’ognuno. Mirar non poteasi senza
amarla: e tale per lei cresciuto era col tempo l’affetto dell’ottima
Sofia, che già stabilito avea di adottarla per figlia, quando un
vecchio di veneranda maestà, vantando dei diritti sull’orfana, venne
a reclamarli. Era questi Atanasio, fratello dell’estinto padre di
Olimpia, ed abitatore di un eremo già eretto dagli antenati di sua
famiglia in una delle rupi di Suli; il quale ritornando dopo lunga
assenza da devoto pellegrinaggio, e saputo il funesto avvenimento
che portato avea la desolazione nella infelice casa d’Alessio, unir
voleva al suo, qualunque fosse per essere, il destino della nipote.
Non era Atanasio uno di quegli uomini, che, disgustati di una società
che li disprezza, ritiransi sdegnosi nelle solitudini, declamando
poi altamente contro di essa: ma impiegata avendo nell’utile de’ suoi
simili la vigorosa gioventù, dedicava a Dio solo il resto di una vita
virtuosa.
Olimpia, benchè questo incidente separarla dovesse da Sofia che
amava teneramente, si volse pure con gioia alla conoscenza dello zio:
sentì i moti del sangue: udì imperioso il linguaggio della natura,
e si abbandonò piangendo fra le braccia del vecchio eremita. Folta e
candida barba scendeva a questi sul petto, lambendo l’azzurra clamide
che gli si avvolgeva sugli omeri: i suoi occhi, placidi come la calma
del cuore, s’inumidirono dolcemente; ed il soave sorriso del conforto
apparendo sulle sue labbra, sparse su tutto il volto di lui un’aria di
celeste bellezza.
— Creatura infelice! egli disse stringendo infra le sue le tenere mani
d’Olimpia; la tua sorte sarà d’ora innanzi la mia, ed in me troverai
l’amore di quel padre che non hai conosciuto. Quanto a voi, eccellente
Sofia, io non vi renderò grazie di quanto faceste per mia nipote: mi
sembrerebbe così togliervi la più bella di tutte le ricompense; ma la
gratitudine nostra non avrà fine che dopo la tomba.
Così disse: e la scena intanto faceasi sempre più commovente; poichè
la buona Sofia, che fino allora stata era in silenzio, non potè più
resistere alla piena degli affetti, e diè in un pianto dirotto. A sè
trasse l’amabile oggetto del suo dolore; e come se più non volesse
distaccarsi da lei, al seno avvinsela fortemente: quindi ad un tratto
respingendola, baciolla in fronte: poscia nuovamente fra le braccia del
vecchio, e con voce soffocata dai singulti rapidamente le disse:
— Addio, caro oggetto da me amato siccome mia figlia! il Cielo protegga
la tua innocenza, e ti renda felice quanto io lo desidero! Nel sacro
orrore de’ solitarii luoghi che t’attendono ricorda sovente il mio
nome, dicendo che da questo seno suggesti un giorno il nutrimento della
vita.
Ciò detto, baciolla nuovamente; e per non più prolungare così dolorosa
separazione, prontamente si ritirò. Il vecchio Eremita stendeva intanto
la mano all’Orfanella di Suli, invitandola a partire: ed Olimpia col
ciglio ancor molle di pianto, seguiva nella solitudine l’unico appoggio
della sua giovinezza, il fratello di suo padre.