avrebbe saputo trovare la parola efficace nel momento opportuno per
finire una situazione equivoca e penosa. Io no. Riconoscevo la mia
pochezza, la mia assoluta inettitudine. Amare e soffrire; non potevo
far altro. Era forse per questo che Egli mi disprezzava? Non sapeva
dunque che cosa vuol dire amare? Le altezze sublimi del suo spirito
non lo avevano ancora portato su quella vetta dove l'universo
scompare, dove senza pompa e senza riti si compie nel mistero della
natura l'olocausto di un essere a un altro essere. Egli che aveva
creduto di vincermi in un amore piccolo e volgare non sapeva di quale
fiamma ardevo io. Non sapeva, non sapeva, Lui che sapeva pure tanto
della vita!
Questo pensiero era il mio unico conforto, il mio rifugio, il mio
orgoglio.
Ma il contegno di mio cugino doveva mutare ancora. Non più iroso nè
sdegnoso, non più l'intenzione visibile di offendermi che era pure un
modo di occuparsi di me; egli trovò un sistema di spensieratezza, di
giocondità impudente che mi feriva molto di più e che mi disorientava.
C'era in esso questo sottinteso: Povera donnicciuola che ti lusingasti
per un istante di avermi allettato colla tua giovinezza appassita, la
tua triste casa, il tuo piccolo cuore--vedi il volo della mia forte
gioventù e fatti da parte. Nulla abbiamo di comune, io non mi curo di
te.
Così ad ogni nuovo colloquio, contrariamente ai primi che tanta gioia
e tanta ricchezza mi portavano, mi sentivo sempre più povera e
meschina. L'evidente suo desiderio di ritogliermi tutto quello che mi
aveva dato di simpatia, di stima, di confidenza, di devozione, di
elevazione sembrava veramente farmi il vuoto d'intorno. Il filo che ci
teneva uniti si assottigliava di volta in volta spaventosamente e il
timore che si spezzasse mi faceva trascorrere fra un'ansia indicibile
i giorni in cui non si lasciava vedere. Io volevo riconquistarlo a
qualunque costo.
Oh! le malinconiche serate dell'inverno, con Alessio che si annoiava
sui suoi libri dipinti, con Orsola e Pietro che mi guardavano in
silenzio dal fondo dei loro occhi semplici e buoni, forse indovinando!
Che tenerezza mi prendeva per quei cari vecchi il cui affetto si
chiamava vita!
Ero, in certi istanti, vile. Quando l'angoscia mi stringeva più
terribile mi veniva la pazza tentazione di domandargli una tregua, di
muoverlo a pietà per il mio cuore che sanguinava. Mi pareva che gli
avrei io chiesto scusa pur di rivedere il suo bel sorriso di un tempo
e sentirmelo vicino con quella muta palpitazione delle fibre che
tradisce la simpatia. Pure, quando Egli veniva a trovarmi, appena il
suo passo ne rivelava la presenza anticipandomela, ogni sogno folle
precipitava in fondo al cuore. Lo salutavo senza una alterazione nella
voce, gli porgevo una mano di marmo; la mia freddezza sembrava
crescere per una violenta reazione quanto più lo avevo desiderato e
invocato, ma non era forse qualche volta eccessiva?
Un giorno temetti di essermi rivelata. Egli era entrato ilare e
giulivo secondo il solito, forse con una punta di cattiveria nelle
pupille della quale non mi accorsi che più tardi ripensandovi. Dopo i
primi discorsi superficiali esclamò:
--Finalmente non sono più solo alla Querciaia. Rammentate il
padiglioncino a destra, quello che fece fabbricare mio padre per
disporvi le sue raccolte botaniche? Ebbene, l'ho affittato a due
signore, madre e figlia, che avendo subìto dei rovesci di fortuna
dovettero ritirarsi in campagna. È una buona notizia, nevvero? molto
più che la figlia è un angelo di bellezza.
Centinaia di lucciole mi passarono davanti agli occhi. Egli mi
domandò: "Vi sentite male?" con un tale accento che se avessi dubitato
delle sue intenzioni me ne doveva rendere certa. Risposi che soffrivo
da qualche tempo di capogiri, che li attribuivo alla mia vita troppo
rinchiusa. Ardevo di chiedergli dei particolari su quelle signore, ma
me ne guardai bene. Egli che aveva tanto desiderio di darmeli quanto
io di saperli me li lasciò cadere dall'alto con preziosità ostentata.
Disse che la signora era vedova di un colonnello, che era molto
distinta, che sembrava assai delicata di salute; che la figlia le
usava i più teneri riguardi, che era un piacere vederle insieme
strette dal più soave degli affetti e così dignitose nella loro
solitudine.
Feci subito la riflessione che amavo tanto anch'io il mio piccolo
Alessio, che eravamo noi pure ben soli, peggio ancora che soli,
abbandonati: e un gruppo di lagrime mi costrinse a sbattere le
palpebre, tossendo, soffiando forte come presa da una infreddatura.
Di lì a poco, mentre si parlava d'altro, mio cugino soggiunse
improvvisamente che la fanciulla era molto alta di statura, elegante e
che somigliava un poco al ritratto della sua leggiadra bisavola. Oh!
questo poi! Perchè doveva somigliare alla sua bisavola, proprio lei!
La strana affermazione prendendomi alla sprovvista non mi permise di
trattenere una esclamazione di protesta assai vivace.
--Ebbene, che c'è? Perchè vi riscaldate?
--Non è possibile!
--Perchè non è possibile? Credete che il volto di Elena abbia beato
solamente i suoi contemporanei? Tutto si rinnova nella natura.
Qualche idea se non assolutamente simile certo molto vicina, era già
stata scambiata fra noi in occasione della mia visita alla Querciaia.
Ero stata io a parlarne per la prima, ed Egli aveva allora guardate le
mie mani e gli era sembrato forse che somigliassero a quelle della sua
bisavola....
Come tutto ciò era lontano benchè due soli mesi fossero passati!
Il morire di quel giorno mi parve ancora più triste dell'usato.
Riprendendo a poco a poco le vecchie abitudini, dacchè mi trovavo
sola, Orsola e Pietro davano delle capatine nel mio salotto offrendo
alla mia mestizia l'ingenuo conforto delle celie che conoscevo da un
quarto di secolo e che non bastavano più a distrarmi. Ero presa da una
specie di sgomento davanti a quei due esseri che erano invecchiati
così placidamente nella mia casa, vicini e calmi come i due vasi dalla
fioritura di zinco che ornavano i pilastri del cancello. Quante volte
le brine erano cadute davanti a loro ed erano fioriti i mandorli e gli
uccelli avevano cantato e le farfalle si erano inseguite lungo le
siepi ed aveva odorato cupamente il bosso in fondo alla selva senza
che essi avessero chiesto di più alla vita! La giovinezza non li
toccò, la vecchiaia li raggiunse sfiorandoli appena, la morte li
attendeva con braccia di madre. Domandai loro in un momento di
tenerezza se non avessero mai amato. La donna mi rispose di no, l'uomo
sorrise. Chi di essi aveva ragione?
Io venivo frattanto a conoscere sempre più la inenarrabile malinconia
delle cose. Somigliava il mio salotto a un cimitero sparso di croci;
vi piangevo nel vano della finestra le illusioni fuggite sui fili
azzurri e rosei delle mie sete da ricamo e accanto al cembalo le note
appassionate della canzone che non avevo più avuto il coraggio di
cantare. Un parafuoco che Egli soleva prendere in mano per gingillarsi
durante le nostre discussioni, una coppa di bronzo che Egli ammirava,
il posto dove aveva l'abitudine di mettersi, la sedia che preferiva e
la luce che gli era più cara rappresentavano a' miei occhi i termini
del sentiero che avevamo percorso insieme. Mi dicevano: è finito, di
qui non passerai più. Sì, lo sentivo, tutto era irrimediabilmente
finito senza ebbrezza e senza colpa, quasi senza lotta, così--finito!
La regolarità della gradazione che mio cugino poneva nel rendere le
sue visite più rare e più brevi mi dimostrava la freddezza del suo
calcolo e mi faceva perdere anche l'ultima speranza che avessi potuto
avere in una amichevole spiegazione. C'era qualche volta tanta ferocia
nella sua indifferenza, tanta durezza nel suo disdegno, lanciava con
tanta voluttà le parole più atte a ferirmi che mi riusciva di sollievo
la fine della sua visita e lo salutavo anch'io con freddezza e con
indifferenza. È ben vero che mi struggevo internamente in un folle
desiderio di abbracciare i suoi ginocchi che mi faceva prendere in
orrore me stessa, per ricominciare poche ore dopo la sua partenza a
desiderarne il ritorno.--Questo lavoro di sdoppiamento continuamente
rinnovato, queste violenti repressioni che non impedivano la reazione
di inauditi ardori abbattevano la mia salute, non potei
nasconderglielo, e anche questo gli servì per pungermi. Disse che mio
marito aveva ragione di lasciarmi in campagna, che la donna è una
creatura imperfetta, di ostacolo e d'impaccio sempre alle forti lotte
maschili, salvo--Egli soggiunse con un raddoppiamento di
crudeltà--qualche rara eccezione di florida giovinezza che bisognava
tanto più ammirare ed amare.
Mi trovò in un pallido pomeriggio della fine d'autunno semi-sdraiata
sul divano. Vedendolo tentai subito di alzarmi, respingendo una
pelliccia che mi copriva le gambe.
--Restate, restate--disse--sono avvezzo a tali cose oramai; la mia
vicina è sempre ammalata. Questa è anche una ragione per cui mi vedete
di rado, le dedico tutto il tempo disponibile; faccio bene nevvero?
C'era nel suo accento una nota di durezza che non volli rilevare.
--Io lo penso--risposi.
--Mi sembrate accesa in volto.
--Deve essere una fiamma momentanea, ho freddo invece. L'inverno si
annuncia rigido quest'anno.
--Tutt'altro. È un tempo splendido per passeggiare; sicuro bisogna
essere sani. La signorina Emma... ve l'ho detto che la signorina si
chiama Emma...
--Non so, non ricordo...
--Emma! il più bel nome che io conosca. Non è vero che è un bel nome?
Mi trovavo del parere contrario; tuttavia un sentimento di fierezza mi
impedì di contraddirlo apertamente. Frattanto Egli insistette:
--Non è vero? Non è vero? Dite che è bello.
Allora soggiunsi con indifferenza:
--Se vi fa piacere! Sapete, è questione di gusti.
--Lei che è la viva immagine della primavera--soggiunse mio cugino con
fuoco--non sente punto l'inverno; ha bisogno di muoversi, di
camminare. Sua madre mi permette di accompagnarla qualche volta in
fondo ai prati--non più in là, si capisce--ma sono passeggiate
deliziose. Ora Ella mi precede colla sua bella figura onduleggiante,
ora mi sta a lato inebbriandomi della sua vicinanza, di quel fresco
odore di mammola che hanno certe fanciulle... è curioso, a guardarvi
adesso mi sembrate pallida.
--Non vi badate.
--Scherzi nervosi senza dubbio.
--Può darsi.
Fin qui arrivai a rispondere; dopo, un tintinnio nelle orecchie e un
velo davanti agli occhi mi impedirono di seguire il filo del discorso,
senza però che Egli se ne accorgesse, essendomi celate le mani e mezzo
il volto sotto la pelliccia. Ma forse Egli ebbe allora un impeto di
compassione; mi accomodò delicatamente la pelliccia intorno alle
braccia e vidi nei suoi occhi un raggio dell'antica luce. Tremai tutta
ed ebbi paura di me. Come lo amavo, come lo amavo, se il solo tocco
della sua mano mi faceva beata in mezzo a tanta umiliazione!
--Myriam--così Egli disse per tentarmi, già pentito della sua
bontà--non vi dispiace che vi prenda per mia confidente?
--Perchè dovrebbe dispiacermi? Io sono sempre quella che conosceste.
--Quella, quale?
--Colei che vi accolse or fa un anno unico suo parente e che da voi
apprese la via delle verità superiori.
Un lungo silenzio seguì le mie parole. Potei credere per un istante di
essere tornata ai dolci e profondi colloqui di un tempo. A un tratto
Egli esclamò:
--Non conoscete la vita, non sapete nulla, non comprendete nulla.
--Ohimè--feci quasi involontariamente--lo temo.
Egli proseguì con violenza.
--Avete voi solamente un concetto dei diritti dell'uomo, del suo posto
di fronte all'esistenza? Sapete di quali lotte, di quali combattimenti
noi abbiamo bisogno? Sapete che ardente focolare d'amore sia il nostro
cuore?... Oh! non interrompetemi. Non mi parlate dei vostri amori di
femminuccia fatti di lagrime e di rinuncie. Noi nell'amore vogliamo il
trionfo sempre, la vittoria sempre e quando non ci riesce di ottenerli
il nostro cuore è così vasto che accogliamo in esso l'odio e la
vendetta. Misere, misere animuccie che ci venite a parlare di perdono
nello stesso modo che rechereste colle vostre piccole e bianche mani
inermi un secchiolino d'acqua per spegnere un incendio!
Pronunciando le ultime parole si era alzato. Il suo volto aveva una
fierezza dolorosa, le labbra erano contratte, gli occhi scintillarono
tutti invasi dalla sua anima. Io credo di non averlo mai amato tanto
come in quel momento. Vidi allora ed abbracciai i suoi più intimi
pensieri, li accolsi in me, li strinsi dentro di me, compresi le sue
lotte, i suoi dolori, le sue intime tristezze; fui sua in uno slancio
irresistibile quanto occulto. Volli parlare, ma nessun accento uscì
dalla mia bocca.
--Mi accorgo di stancarvi, vi lascio--disse Egli con una dolcezza
protettrice e benigna, come se lo sfogo precedente lo avesse
calmato.--Guarite!
Gli stesi la mano in silenzio. Egli la prese senza stringerla. Disse:
Avete freddo ancora? ed avendo io risposto di no, col capo, si avviò
per uscire; ma dopo pochi passi riprese voltandosi indietro:
--Vi mando l'Orsola?
Feci uno sforzo per sorridere.
--Grazie, sto bene.
Non era precisamente quello che volevo dire; non era, ad ogni modo,
tutto. Mi rizzai sul gomito seguendo ansiosamente collo sguardo la sua
persona che stava per scomparire. Apersi le labbra, sospirai, ricaddi.
No, non poteva ancora comprendere.
Però dopo quel colloquio mi sentii più forte. La mia strada si
veniva delineando retta e sicura; perseverare doveva essere il mio
motto, non importa a quale prezzo. Sarebbe stato assurdo se avessi
preteso di lesinare sul prezzo di un premio così ardentemente
agognato come il suo amore--oh! non il volubile e basso amore
ch'Egli m'aveva offerto, ma l'amore nuovo, peregrino che Egli stesso
vagheggiava senza potervi credere, a cui aveva accennato una volta
chiamandolo _una cosa grande_ e del quale senza dubbio non mi
giudicava degna--dimenticando che ero della sua famiglia e che in me
pure ferveva un desiderio di emulazione, quasi un bisogno di lotta e
di conquista.
Era precisamente dinanzi alla sua forza che si era risvegliata la mia;
era dinanzi al suo piccolo orgoglio d'uomo che la mia coscienza mi
apriva la via ad un orgoglio superiore, dal quale mi veniva tanto
coraggio e tanta fede insieme. Dare, dare ancora, dare più di quanto
si ottiene e di quanto si può sperare, non è questo il divino segreto
dell'amore? Dare tutto è molto, ma dare il meglio è più che dare,
poichè implica la scelta e l'innalzamento.
La principessa che amando sotto spoglie bestiali un principe degno di
lei gli fece il dono della sua gioventù e della sua bellezza, non
avrebbe amato che a metà se il principe non doveva per forza del di
lei amore riprendere i caratteri di creatura spirituale. Nella favola
tutto procede per la completa felicità--il principe e la principessa
si sposano--ma la vita offre di rado la felicità completa. Bisogna
scegliere. Io non dubitavo di avere scelta la parte più preziosa,
quella che il tempo non può distruggere, che gli uomini non invidiano
e non insidiano, che non mi avrebbe data nessuna gioia esterna, ma che
doveva essere il tabernacolo delle mie più segrete compiacenze.
Fu in uno di quei giorni che Orsola venne a farmi la confidenza delle
relazioni che passavano fra mio cugino e le pigionali della Querciaia,
concludendo:
--È evidente che la vecchia signora tende le reti per procurare un
marito a sua figlia.
--Non è forse un giudizio temerario?--mi arrischiai a dire, con calma,
quantunque il mio cuore palpitasse d'ansia.
--Tutto il paese ne parla. Parlerebbe se non ci fosse niente?
--Sai bene che la malignità è sempre pronta. È così facile pensar
male!
--Ma si tratta di fatti e non di pensieri. Egli passa la giornata da
quelle signore e come non bastasse esce per i prati insieme alla
signorina.... Io, se fossi madre, non lo permetterei, ma quella
signora le dico ha il suo fine.
--Dopo tutto è un fine onesto.
Pronunciai certamente queste parole con un fil di voce, perchè
l'Orsola non vi badò e stava per continuare le sue indiscrezioni, se
io non avessi provato una crescente vergogna dello stare ad ascoltarla
e non le avessi imposto recisamente il silenzio.
Con queste piccole vittorie mi abituavo al dominio di me stessa; quasi
ogni giorno rinunciavo a una gioia, a una curiosità, a una lieve
soddisfazione, tendendo tutte le mie forze a raggiungere ciò che era
oramai il mio unico scopo, che doveva tenermi luogo di felicità:
mostrarmi degna di Lui. E mi abituavo pure a pensare la mia vita priva
di Lui, a sostituire a Lui i suoi ideali, spiritualizzando la mia
passione, elevandola alla dolce religiosità di un culto. Mettevo un
ardore tenace a cancellare dalla mia memoria ciò che avrebbe potuto
rimpicciolirlo per ricordarmi solo della benefica influenza che aveva
esercitata sopra di me colle qualità del suo ingegno e del suo animo
così nobilmente virile. è questo che dobbiamo fare noi donne: emulare
l'uomo nelle forze spirituali, non per contendergliele, ma per
aggiungervi le nostre idealità. La sfida che Egli m'aveva lanciata una
sera nel viale del mio giardino, si svolgeva ora cogli inevitabili
particolari cruenti. Oh! Dio, non somigliava al terribile
combattimento narrato nella sacra scrittura di Giacobbe lottante una
notte intera nella oscurità con un angelo? Lo stesso mistero dolente
ci avvolgeva, i nostri colpi cadevano ciechi nel buio, ma al pari di
Giacobbe io sentivo che avrei vinto. Che importano allora le ferite?
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La chiesa del nostro villaggio era piccolina e molto antica. Collocata
sopra una altura, vi si accedeva per uno di quei sentieri scaglionati
nella montagna, dove l'erba cresce tra sasso e sasso, che è così dolce
salire lentamente nelle mattine bianche o nei pomeriggi soleggiati,
colla pace nello spirito e la fede nel cuore. Io l'amava
particolarmente, la chiesetta. I miei genitori vi si erano sposati; vi
ero stata battezzata e sposata io pure e molti sogni, molte
aspirazioni indefinite vi avevano preso il volo insieme alle nuvole
d'incenso e alle rose offerte alla Madonna. La conoscevo palmo per
palmo, dalle pareti grigie al soffitto di legno e all'unico altare di
stucco verdastro colle statue dei quattro apostoli. Sapevo che non era
bella, me lo avevano detto; ma a me, poichè l'amava, sembrava anche
bella.
Tutte le domeniche prendevo il mio posto nel banco di famiglia con
Orsola e con Alessio ed era un'ora ben soave quella che passavo così,
tranquilla, nella dolce religiosità del culto cattolico, in mezzo alle
umili e buone donne del villaggio. Le distinguevo una per una; elle
sorridevano dai loro posti al mio bambino e facevano all'Orsola dei
cenni amichevoli. Ma una domenica--Alessio era leggermente
indisposto--andai sola.
Volgeva la fine di novembre, un novembre grigio e freddo che vestiva
di tristezza tutte le cose; eppure, camminando sotto gli alberi mezzo
sfrondati, nella reliquia delle foglie che già da lungo tempo cadute
stendevano sul terreno un tappeto bruno chiazzato di giallo, era in me
una insolita energia che mi faceva tenere la testa alta e aspirare con
avidità la brezza pungente, già quasi invernale. Mi stringevo nel mio
abito un po' troppo leggero con una intima sensazione di resistenza
fisica in perfetta armonia colle mie lotte interne. La salita la feci
leggerissimamente, portata da una forza occulta su per il declivio
erboso fino alla porta della chiesa. Un vecchio cieco che da vent'anni
vi tiene dimora vendendo le immagini mi riconobbe non so se al passo o
al fruscìo del mio abito.--La pace sia con voi--disse e l'augurio mi
scese al cuore, dolcissimo.
Trovai la chiesa piena di gente, le sacre funzioni già incominciate.
Avviandomi al mio posto fra il gruppo delle donne inginocchiate che si
stringevano per lasciarmi passare, vidi accanto alla pila dell'acqua
santa due signore; una attempata, l'altra giovanissima. Non ebbi
bisogno di chiedere chi fossero. Un tuffo nel sangue me lo disse.
Raggiunsi il banco a tentoni e mi inginocchiai o piuttosto caddi
nascondendo il volto fra le mani.
Venivano certo per la prima volta in chiesa perchè io non ve le avevo
mai scorte. La persona cadente della vecchia signora, la sue guancie
profondamente emaciate, serbavano traccie di una nobile bellezza sulla
quale la malattia lenta e implacabile aveva già posto il suggello
sacro della morte. Fu una apparizione che mi impressionò oltre ogni
credere. Della figlia non mi fu dato vedere che l'alta figura elegante
e snella come l'aveva descritta mio cugino; girò la testa al mio
passaggio, ma io l'avevo già oltrepassata e nulla potei afferrare
della sua fisionomia. Però, durante la messa, sentii la loro presenza
ossessionante e quella vaga specialissima sensazione di malessere da
cui siamo presi quando abbiamo qualcuno alle spalle che ci osserva e
che noi non possiamo osservare.
Appena terminati i divini uffici uscii. Nel ripassare nuovamente
davanti alle due signore speravo di poterle vedere meglio; non fu
così, perchè al momento opportuno, invece di sollevare gli occhi, fui
presa da uno scrupolo bizzarro e chinai il capo affrettando il passo.
Fuori, sulla spianata deserta, mi fermai a respirare fortemente
l'aria che così frizzante e cruda mi entrava con un grande
refrigerio nel petto. Anche quella prova era venuta! Tutto arriva,
fatalmente, inesorabilmente, di ciò che deve arrivare.--Oh! mio
Dio!--pensai--datemi forza fino alla fine.--E poichè i fedeli già
uscivano in folla dalla chiesa mi allontanai con maggiore rapidità,
dileguandomi sotto gli alberi, con fermezza sì, ma non senza
affanno; lo conosceva questo affanno il mio cuore che sembrava
essersi fatto piccino piccino e non battere più che colla lentezza
di una agonia.....................................................
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Nevicava da tre giorni senza interruzione; un deserto bianco mi
separava da ogni essere vivente. Sapevo da Pietro che le strade erano
quasi impraticabili e mi parve una giustificazione sufficiente per mio
cugino che non vedevo da due settimane, motivo per cui restai molto
sorpresa una mattina, al trovarmelo innanzi.
--Sono qui per combinazione--disse subito Lui--andai d'urgenza a
chiamare il medico per la mia vicina che si trova agli estremi e
pensai di entrare a salutarvi perchè chi sa quando potrò tornare.
--Vi ringrazio, ma vi prego non datevi pena per me.
--Le donne sono spesso puntigliose...
Interruppi tranquillamente:
--Non credo di avervi mai dato motivo di pensar questo. In ogni modo
sappiate che vi giudico assoluto padrone del vostro tempo.
Egli non rispose. Dominato da una eccitazione nervosa seguì il corso
dei propri pensieri a voce alta dicendo:
--Fanno veramente pietà.
Vidi che era molto impressionato dalla malattia della sua vicina e
gliene chiesi notizie.
--Vi preme dunque di saperle? Credevo che non aveste simpatia per
loro.
--Io non le conosco e non le giudico. So che vi sono care e tanto
basta per interessarmi ai loro dolori.
Mi guardò intensamente per la durata di un secondo; abbassando poi gli
occhi sul suo cappello dove stavano rapprese alcune falde di neve,
disse:
--La madre ha pochi giorni da vivere, la figlia resta sola al mondo.
--Dio vegli su di loro!--esclamai con una commozione
sincera.--Pregherò con tutto il mio cuore.
Ancora un lampo de' suoi occhi, ancora un silenzio; indi:
--Addio.
--Arrivederci--mormorai con infinito dolore e tenerezza insieme.
--Sì, arrivederci.
Pentito di questa parola che gli parve troppo dolce soggiunse:
--Non sarà tanto presto.
Restai agitata per tutto il giorno in preda a una folla di sentimenti
contradditorî. La mia immaginazione fatta all'improvviso veggente lo
seguiva nel padiglione abitato dalle due straniere; scorgeva la madre
abbattuta nel suo letto; la figlia desolata, smarrita--e Lui dividersi
fra l'una e l'altra. Oh! certo, esse dovevano amarlo. Una stretta al
cuore mi avvertiva che il sacrificio non era ancora consumato, che
avrei dovuto spargere ancora molte lagrime segrete e soffocare molti
desideri ribelli.
L'indomani mandai Pietro a chiedere nuove dell'inferma. Stava male.
Allora ci unimmo tutti, io, Pietro, Orsola e il mio piccolo Alessio e
recitammo la preghiera degli agonizzanti. Quando l'ebbimo finita io
dissi: Preghiamo ancora perchè questa madre, se Dio lo permette, sia
conservata alla sua creatura.