tremanti sussurrò:
--Sarai benedetta, Myriam.
--Oh! perchè?--feci io turbata, sentendomi salire al volto un rossore
improvviso.
La mia buona vecchia non rispose, e siccome la vidi chinare la fronte
sulle palme congiunte pensai ch'ella pregasse per me.
Verso il tramonto un merciaiuolo ambulante al quale Pietro aveva
consegnato delle stoviglie da accomodare ci avvertì che la signora
forestiera era morta e che la figlia abbandonata sul cadavere pareva
volesse seguirla, tanto era l'eccesso della sua disperazione.
--Non c'è nessuno che la conforta?--chiesi.
--Chi vuol mai! La Querciaia è affatto isolata e quelle signore non le
conosce anima viva. Io lo so perchè passo di là colla mia merce.
Mi guardai attorno, guardai fuori dalla finestra nel deserto di neve,
guardai in alto il cielo quasi bianco. Povera fanciulla!
Il merciaiuolo intanto si disponeva a continuare il suo viaggio e già
si era posto sulle spalle il suo carico quando io gli chiesi se
avrebbe potuto mandarmi prima di notte una carrozza. Mi rispose di sì
e in mezzo alla stupefazione di Orsola e di Pietro gli ordinai di
condurmela subito senza perder tempo. Baciai Alessio che si era
aggrappato alle mie gonne e che si pose a gridare:
--Mamma, perchè piangi?
Io non lo sapevo; non mi ero accorta di piangere.
Feci i miei preparativi con una grande commozione, avvertendo che
avrei condotto a casa l'orfanella per quella notte e raccomandando
all'Orsola di apparecchiarle una camera.
Quando giunse la carrozza vi salii, seguita dai consigli dei miei
buoni vecchi che mi esortavano a ripararmi bene e a tenere chiusi i
vetri. Poco più di mezz'ora ci separava dalla Querciaia ma ne
impiegammo quasi il doppio a rompere una via in mezzo alla neve che il
freddo intenso aveva congelata e sulla quale volavano affamati e
rattristanti i pochi superstiti di una tribù di corvi.
In quel paesaggio squallido, non più velato dalle folte piante e dai
rosai, la Querciaia mi apparve colla sua strana architettura
multiforme di rôcca e di convento insieme. Feci fermare dinanzi alla
porticina del padiglione che mi venne aperta da mio cugino in persona.
--Voi!--esclamò, e nessuna parola potrebbe esprimere ciò che vi era di
sovrumano nel suo accento e nel suo sguardo.
In piedi, sulla soglia, circondata da un fitto nuvolo di neve, io non
sapevo come spiegare la mia presenza. Fu Lui che mi prese per la mano
con dolce impero e rapidamente, in poche parole, ci intendemmo.
Mi guidò presso la fanciulla che si trovava in uno stato
compassionevole e che mi guardò senza stupore ricevendo le mie prime
parole con una atonia di persona che il dolore rende quasi demente.
La camera dove si trovava era nuda, gelida; vi era stato acceso il
fuoco evidentemente ma nessuno lo aveva alimentato. Osservandola non
mi parve più quella elegante figura che avevo intravista un giorno in
chiesa. Aveva le treccie sciolte e scomposte, le mani pavonazze per il
freddo; un tutto insieme di abbandonato, di scorato, di fuori di sè,
che trovò subito la via della mia pietà. Se qualche sentimento poco
nobile e poco puro mi aveva altre volte turbata cessò in quel punto,
davanti a quella vera tristezza.
Mio cugino che mi guardava intensamente si accorse di ciò che si
svolgeva nel mio interno. Prese una mano della fanciulla e ponendola
nelle mie mani le disse con calore:
--Fidatevi di lei! È un'amica.
Non si era potuto piegarla nè al riposo, nè al cibo; non c'era lì
accanto una sola famiglia che potesse ospitarla, non una sola donna
che la accarezzasse. La notte si avanzava terribile e paurosa in
queste condizioni. Mi chinai sulla poveretta mormorando con quanta
maggior dolcezza mi fu possibile:
--Volete venire con me?
Ella fece un balzo e mi guardò sbigottita.
--Non temete--soggiunsi--sono madre.
A queste parole ruppe in un gran pianto e mi nascose la testa in seno.
A poco a poco riuscimmo a persuaderla. Mio cugino le promise che non
avrebbe abbandonata la casa, che la salma sarebbe stata vegliata
religiosamente. Così cedette e ripartii insieme alla fanciulla, nella
carrozza chiusa, attraverso il deserto di neve che formava una ben
degna cornice ai nostri due dolori. Mio cugino restò sulla soglia
finchè la carrozza scomparve. L'ultima espressione che mi restò della
sua fisionomia fu quella di una serietà infinitamente dolce.
L'Orsola aveva preparato un buon fuoco e dei cordiali. Ella mi aiutò
efficacemente a sostenere e a confortare la derelitta al primo arrivo.
Più tardi, quando l'ebbi condotta nella sua camera e che il sonno
venne finalmente a calmarla, quando la vidi riposante e sicura sotto
il mio tetto, affidata a me, protetta da me, una larga onda di
dolcezza mi invase e pensai che Lui in quello stesso momento doveva
essermi vicino coll'anima.
Vegliai tardi quella sera, rileggendo una lettera di mio marito lunga
e complicata nella quale mi diceva che era deciso a stabilirsi
definitivamente a Parigi in vista di un posto all'ambasciata e che gli
gioverebbe avere con sè la famiglia, che Alessio trovavasi oramai
nell'età propizia per incominciare la sua educazione e che se io non
avessi nulla in contrario potrei raggiungerlo a Parigi col bambino. Le
riflessioni suggeritemi da questa proposta erano tali da tenermi
sveglia, venendo a incrociarsi in un momento così solenne con altre
preoccupazioni ed altri pensieri egualmente gravi.
La mia vita cambiava; vedevo necessariamente in essa un nuovo
indirizzo, nuovi doveri, nuove lotte forse.
L'orfanella stava ancora vestendosi nella sua camera quando venne mio
cugino a prendere le disposizioni per il funerale. Mi trovò sul
pianerottolo della scala con un fascio di semprevivi sulle braccia.
Indovinandone la destinazione arrossì come per eccesso di piacere, poi
facendosi subito pallido mormorò con nobile semplicità:
--Non vi conoscevo, Myriam, ora sì. Come siete buona!
Nessuna parola poteva riuscirmi più cara di quella--tanto invocata,
tanto desiderata--epperò un grande turbamento e una commozione
vivissima mi obbligarono ad appoggiarmi contro la parete.
Egli soggiunse:
--Mi perdonate?
Dio, che gioie vi sono al mondo!
Le mie mani sotto i semprevivi tremarono; abbassai il capo per
invitarlo tacitamente a seguirmi ed anche per dirgli di sì. Avrà Egli
compreso il mio silenzio?
Le occupazioni serie e penose di quella giornata non mi lasciarono più
sola con Lui nè con me stessa, ma io avevo una gioia così profonda nel
cuore che mi sentivo le ali.
Decisi di tenere la fanciulla presso di me finchè non fosse venuta una
vecchia amica di sua madre che si era offerta per ricoverarla, in
attesa di provvedere meglio al suo avvenire. Intanto le fui compagna
nella triste cerimonia del distacco, la sorressi e asciugai le sue
lagrime. Scoprivo in me delle energie insospettate e un coraggio che
non avrei mai creduto di avere. La poveretta mi dimostrava la sua
riconoscenza in modo toccante. Furono giornate calme insomma, piene di
intima e malinconica dolcezza, quali non avrei credute possibili.
Un segreto istinto mi trattenne dall'interrogare mio cugino sui suoi
progetti per l'avvenire dal momento che Egli non vi faceva nessuna
allusione e quando la fanciulla fu partita e che Egli riprese le sue
visite assiduo, affettuoso, sembrò che nulla fosse cambiato intorno a
noi. Meglio ancora, era come se avessi fatto un cattivo sogno e
provavo la gioia ingenua del risveglio.
Una sera--veniva ancora qualche volta alla sera--gli comunicai la
risoluzione di raggiungere mio marito a Parigi. L'improvvisa notizia
lo scosse ma in fondo conservava forse una certa incredulità. Mi
guardò intensamente come per vedere se avevo un secondo fine e la
diffidenza tornò a sfiorarlo.
--Perchè andreste a Parigi proprio ora?...
Presi la lettera di mio marito e gliela lessi tutta, facendogli notare
che Alessio entrava nel suo settimo anno e che se suo padre cominciava
ad occuparsene il mio dovere era di secondarlo.
--In fondo non vi dispiace a andare a Parigi. Deve essere così.
Ignoro quale espressione di intima tristezza salì in quel momento dal
mio cuore al mio volto perchè Egli soggiunse con una pronta effusione
di simpatia:
--No, no, Parigi non è fatto per voi. Vi troverete peggio che in un
deserto e vi tornerà spesso in mente questa casa e queste campagne.
--Sì, lo credo.
--E tutto quello che lasciate qui.
--Anche.
Sopra queste parole ci fermammo. Avevo l'impressione che qualcuno nel
salotto ci stesse a guardare. Erano forse le ore dell'anno trascorso,
le ore piene di luce e di tenebre che non dovevano tornare mai più.
--Che cosa faranno--disse Egli, colla intonazione scherzosa che gli
serviva quasi sempre per nascondere un sentimento profondo--queste
sedie, queste poltrone, questo tavolino da lavoro così pieni della
vostra fisionomia e del vostro profumo?
--Riposeranno sotto le loro coperte di tela greggia.
--E i vostri due vecchi?
--Poveri vecchi!
--Ed io?.....
--Ah! voi...
Qualcuna delle ore che ci stavano ascoltando dovette fremere nel suo
involucro di larva; mi parve che un velo sbattesse nell'aria; mi
sentivo presa da mani invisibili. Egli ripetè a voce bassa:
--Che farò io?
--Voi--(era appena un soffio la mia voce) prenderete una compagna.
--E se non volessi prenderla?
Tacqui. Egli ripetè con grande ardore:
--Se non volessi prenderla, dite?...
Non aveva fatto un sol passo verso di me, il suo corpo era rigidamente
immobile, ma negli occhi gli bruciava una fiamma.
Misurai tutti i confini della tentazione, ne vidi la profonda
dolcezza, sentii salire a me da oscurità ancora inesplorate inauditi
fantasmi di ebbrezza e di passione. Una sola parola che pronunciassi
ed Egli era mio--lo sentivo--tutto mio in quella solitudine beata,
lungi dal mondo, nella primavera che rinasceva, nel mio cuore che si
era aperto all'amore, che tremava e palpitava sotto il suo sguardo e
nella visione della sua carezza. Tutto si sarebbe rinnovato; le soavi
sere, i colloqui confidenti, l'abbandono dell'anima, la gioia di
vivere insieme... Era così violento il desiderio che ne tremavo. Ma
che cosa ne vedeva Egli? Col capo chino sul mio ricamo tentavo di
contarne i punti e solo dopo averli contati risposi:
--Fareste male. Le vie del sogno sono molte, quella della vita è una
sola. Dovete ammogliarvi.
--Siete sincera?--domandò, figgendomi gli occhi in volto.
Pensai che un momento di debolezza mi avrebbe perduta
irremissibilmente.
--Lo sono--risposi.
Egli mi lanciò uno sguardo acuto e chinò la fronte.
Fu quello uno dei nostri ultimi colloqui. Avendo scritto a mio marito
che acconsentivo a andare a Parigi col bambino, mi rispose invitandomi
ad affrettare la partenza perchè avrebbe potuto venirmi incontro a
mezza strada. Il destino aiutava così il mio coraggio.
L'inverno era quasi finito, la temperatura non era più rigida e qua e
là si squagliava la neve; il mio giardino esposto al sole non ne
serbava più traccia. Guardando i rami nudi delle acacie pensavo con
malinconia che non li avrei visti fiorire.--Oh! mia diletta signora,
aveva esclamato l'Orsola piangendo--quando ritornerai io sarò morta.
Dovetti nascondere anche a lei la mia angoscia, mentre salutavo in
silenzio tutte le piante, tutti i sassi, tutti i muri. Andando in
chiesa una domenica--l'ultima domenica--salutai pure da lontano la
Querciaia ricordando il giorno sereno in cui l'avevo visitata con
altri occhi e con un altro cuore.
--Io so--dissi a mio cugino la vigilia della partenza avendomi
sorpresa dinanzi al cembalo occupata a riunire la musica--che dovrò
pur rivedere questi cari luoghi e questi cari oggetti, ma li rivedrò
io _come sono ora_?
--Siatene certa. Che mai si perde lungo la vita se non la materialità
del fatto? Lo spirito delle cose è immortale. è questo in fondo ciò
che noi amiamo.
Egli sapeva dire, come sempre, al momento opportuno le parole più
penetranti. A un tratto mi chiese:
--Fate conto di portare questa musica a Parigi?
Ebbi un momento di confusione durante il quale dai tasti del cembalo
gemettero le patetiche battute della canzone antica, ma ripresi
subito:
--Occorre forse?
Una segreta involontaria espressione dovette trapelare dalla mia voce
perchè Egli non diede alcuna importanza al suono di quelle tre parole
e subito ne penetrò il significato di profonda tenerezza. Vidi allora
il suo bel volto rischiararsi e l'anima sua venire a me fiduciosa ed
intera. Era questo che Egli aveva sognato nelle prime aurore del suo
affetto, prima, assai prima che l'oscuro mistero dei sensi lo
acciecasse? Era a questo che Egli pensava la sera memorabile in cui mi
aveva detto: "Non vi immaginate il bene che potrebbero fare le donne
riconducendo la fede nel cuore degli scettici?" E comprendeva anche
questo--questo sopratutto--che solo da una ispirazione alta poteva
nascere un amore come il mio? Io lo credo; altrimenti non avrebbe
avuto il suo sguardo tanta serenità e tanta dolcezza.
Ogni dubbio era scomparso oramai. Dalla penombra del cembalo dove si
era posto vidi sorgere in Lui un desiderio soave di comunione che
aveva qualche cosa di toccante nella maschia fierezza di quell'anima.
Pensai allora: Una donna--Emma od un'altra--verrà a prendere un posto
nella sua casa vuota, nel suo cuore appassionato. Molti cambiamenti
troverò certo ritornando di qui ad alcuni anni, molti fiori morti,
molte cose morte e qualche sepolcro sarà pure dentro di me.... ma chi
mi potrà togliere questa suprema gioia di avergli dato, io, una fede?
Ero presso alla finestra. Sollevai la cortina color di fiamma
guardando giù nel giardino. Nei primi tempi della nostra relazione mio
cugino aveva osservato che esso era troppo ben tenuto, troppo
regolare, che gli mancava la poesia e il mistero dei luoghi
abbandonati. Ecco--pensai--ora si vestirà della poesia che gli manca;
verrà l'abbandono a tessere le sue fitte ragne intorno alle aiuole,
verrà la tristezza, verrà il mistero ad oscurare l'ombra degli alberi
e verrà mai l'ala dei nostri spiriti a battere insieme su questo
sentiero dove pur senza confessarlo ci amammo?
Egli mi si pose accanto, mi prese la mano. Io continuai tuttavia i
miei pensieri e accarezzando cogli occhi i dolci rosai che nella
brezza di marzo si preparavano alla rinascenza udii la sua voce
profonda che mormorava:
--Dunque addio, Myriam. Ci rivedremo?
Gli strinsi la mano con un leggero indugio, senza voltare la testa,
senza guardarlo, senza parlare; ma Egli ben comprese questa volta ciò
che nascondeva di malinconico e di ardente il mio silenzio.
FINE.