un vento gelato; i lampi e i tuoni si seguivano con una frequenza
spaventosa. Uno specialmente fu così fragoroso che credetti ne
sprofondasse la terra. Oh! dov'era Lui?... solo, nelle tenebre, fra
l'imperversare della bufera.... A questo pensiero il freddo che mi
rattrappiva le membra divenne fuoco ardente. Per un istante intravidi
la folle tentazione di correre sui suoi passi, di chiamarlo.... Mi
alzai, ricaddi, posi la mia testa infuocata sul gradino della scala,
invocai Dio, invocai la morte.... poi non seppi più nulla finchè mi
trovai fra le braccia di Pietro e di Orsola che mi ricondussero di
sopra, inerte e docile come una bambina e mi posero a letto.
Essi svegliandosi nella furia dell'uragano erano discesi per vedere se
tutti i vetri fossero assicurati e trovandomi svenuta ai piedi della
scala immaginarono che fossi discesa per lo stesso motivo, e che un
malore m'avesse côlta.... Poveri vecchietti cari! Poveri vecchi che mi
volevano tanto bene!
* * *
Tutta notte vegliai prestando l'orecchio al vento che non ebbe mai
posa tutta notte--e sempre con quella impressione di dolore, di colpo
portato in pieno petto. Avevo un bisogno irresistibile di piangere e
non potevo. L'incanto era rotto. Sei mesi di dolcezza, quasi di
felicità, erano dileguati, non sarebbero tornati più, distrutti da un
istante così breve. Avevo pianto tanto quando erano morti mio padre e
mia madre, eppure sapevo che dovevano morire; _ma Lui perchè aveva
fatto questo?_ Ecco, pronunciavo anch'io parole più grandi delle
altre, come certe parole che Lui pronunciava, dandomi la visione di un
mondo superiore. Egli non mi aveva creduta degna di seguirlo per
quella via. Non mi aveva amata; ah! sopratutto non mi aveva amata
mentre io fidavo tanto in lui!
A questa considerazione un fuoco violento mi salì alle guancie e un
desiderio di batterlo, di umiliarlo, di dirgli che era stato vile.
Alcune storie udite qua e là, certi apprezzamenti dei quali nella mia
assoluta ignoranza della vita non avevo compreso la portata, mi
tornavano in mente tumultuosi, maturando con una precipitazione
dolorosa tutto ciò che era rimasto incompleto nella mia piccola
esperienza di donna solitaria. È dunque così che le donne cadono ed è
di questo che insuperbiscono gli uomini? Ed Egli pure! Egli pure!!...
Strisce arroventate mi solcavano la fronte, il collo, il petto; le
tempie mi battevano disordinatamente. L'uragano era oramai una cosa
sola con me stessa; il vento che flagellava gli alberi flagellava pure
le mie membra ardenti di febbre; udivo nello scrosciare della pioggia
le mie stesse lagrime, le lagrime avare che gli occhi non volevano
darmi. Ecco, si aprivano una strada attraverso le cateratte del cielo,
scorrevano nella valle, sui monti, nelle foreste, sulle case dei
placidi dormienti, nel sonno ininterrotto dei rudi lavoratori, nella
veglia attenta e amorosa delle madri, nelle visioni alate dei bimbi,
forse in qualche insonnia pensosa di un vecchio prossimo alla
tomba.--Scorrevano le lagrime brucianti del mio cuore, insieme alle
lagrime di tutto il mondo in quell'imperversare di tutti gli
elementi.... Orrida notte durante la quale agonizzò l'anima mia fino
all'ultima resistenza del soffrire.
Neppure verso l'alba mi chetai. Orsola che non aveva voluto
abbandonarmi e che si era addormentata sopra una poltrona, venne a
toccarmi la fronte.
--Hai la febbre Myriam, bisogna chiamare il medico.
Non mi opposi e non dissi di sì, indifferente. Orsola andò subito a
svegliare Pietro perchè potesse trovare il dottore in casa prima delle
sue visite del mattino. Poi tornò al mio capezzale, mi diede da bere,
mi baciò due o tre volte le mani con una passione muta e concentrata.
--E Alessio?--disse improvvisamente--il caro piccino non s'è accorto
di nulla. Guarda come dorme!
Sollevò leggermente il velo sulla culla di mio figlio e me lo mostrò
tutto roseo nel sonno. Provai allora un impeto tale di tenerezza che
balzando fuori dal letto corsi alla culla e mi lasciai cadere in
ginocchio lagrimando. Orsola, spaventata, temeva che fossi in preda al
delirio della febbre. Per tranquillizzarla tornai a coricarmi,
lasciandomi rinvoltare da lei nelle coperte con quella docilità che le
faceva tanto piacere, e mettendomi colla faccia verso il muro
continuai a piangere adagio adagio.
Quando venne il dottore non mi trovò una vera febbre, ma solo uno
stato di grande eccitamento per il quale mi consigliò il riposo.
Non durai fatica a stare a letto tutto il giorno perchè ero desiderosa
di solitudine, di silenzio, di una libertà piena e completa che mi
permettesse di ritrovarmi colla mia coscienza. Volevo indagare la
folla di pensieri contradditori che mi agitavano commisti a
irritazione, a sdegno, a tristezza e a non so quale recondita oscura
soddisfazione che non sapevo decifrare.
Anche una curiosità mi venne e insieme un timore. Quale contegno
avrebbe Egli tenuto d'ora in avanti? Mi avrebbe chiesto scusa? Questo
lo giudicavo indispensabile. Egli aveva mancato verso di me in tutti i
modi, abusando della mia inesperienza, della mia solitudine e della
mia fiducia in Lui. Era stato vile, era stato vile. Ma dovendo
riconoscere questa terribile verità vedevo aprirmisi davanti un
abisso. A chi avrei creduto d'ora in poi? Pensavo la mia umiltà
ardente e mi vergognavo di averlo ammirato tanto, di averlo collocato
nel mio pensiero al di sopra degli altri uomini. Era forse Egli niente
più che un ipocrita?
Appena tale sospetto si venne formando dentro di me, appena il suono
delle sillabe mormorate a fior di labbro si ripercossero contro le
pareti del mio cervello, un urto di protesta mi scosse il petto, come
se qualcuno conscio e vigile avesse gridato: No!--E per un po' di
tempo ogni idea mi rimase sospesa, paralizzata.
La furia dell'uragano erasi intanto domata, non vinta interamente. Io
vedevo il cielo e un lembo di collina attraverso le tende di velo
della mia finestra. Il vento soffiava ancora ma meno impetuoso, gli
alberi resistevano, alcuni sprazzi di azzurro apparivano qua e là
vincendo la collera delle nubi.
Alessio era venuto allora a salutarmi; avevo nelle mani la freschezza
delle sue manine e sulle guancie il suo bacio un po' umido odorante di
uva spina. Nel seguire cogli occhi la sua piccola persona che si
allontanava pensai: Ecco un uomo! Così le idee ritornavano a pulsare
nel mio cervello e mi parve di vedere mio cugino fanciulletto, a
correre su e giù per le stanze della Querciaia.
No!--disse ancora la voce dentro di me.
Prendendo a esaminare la condotta di mio cugino da quel luminoso
giorno di febbraio in cui mi venne davanti (lo rammentavo nella luce
vampante delle cortine rosse) che cosa potevo io rimproverargli? Non
era stato leale sempre? Sincero sempre? Per sei mesi continui Egli
aveva portato l'elevazione nella mia anima. Sei mesi potevano bene
bilanciare un'ora. Un sentimento nuovo, quasi di compassione tenera e
materna sorgeva in me per quel torbido istinto maschile che fa
vacillare i più forti--e insieme una gioia di essergli stata accanto
nella prova, di sentire che potevo perdonargli. Innanzi a questo
pensiero sbolliva l'ira.
Ciò che vi era di generoso nella mia risoluzione mi rialzò a' miei
propri occhi e non dubitai che avrebbe ottenuto presso di Lui lo
stesso effetto.
Le mie lagrime rincominciarono a scorrere, ma così dolci! Intravedevo
già la sua confusione, il suo pentimento e la soavità di quell'istante
in cui tutto sarebbe stato cancellato. Mi fermai a questo pensiero,
perchè la mia piccola testa non reggeva a un lavorio così nuovo per
essa. Avendo trovato un punto di sostegno e di consolazione mi vi
abbandonai riposando per un po' di tempo in una specie di torpore
benefico che somigliava al sonno.
Apersi gli occhi che già le ombre della sera invadevano la camera e mi
prese il terrore che Egli venendo mi trovasse a letto. Saltai giù, mi
vestii rapidamente, passai appena il pettine nei capelli, entrai nel
salotto.
--Signore Iddio!--fece l'Orsola.
Alessio tutto contento corse ad abbracciarmi; Pietro udendo la mia
voce, venne a darmi il buon giorno. Io li persuasi tutti che mi
sentivo bene, che dal momento che non avevo febbre era inutile stare a
letto. Volli pranzare e fui molto allegra, di un'allegria artificiale,
come se avessi bevuto dello sciampagna. Però via via che il tempo
passava, mi cadevano le parole. Ad ogni stridere di ghiaia in
giardino, al più piccolo rumore indistinto trasalivo e mi prendeva una
inquietudine che non mi fu possibile nascondere a lungo.
--Penso, signora (l'Orsola in presenza di altri, fosse pure solamente
Alessio, non usava mai il tu) che avrebbe fatto meglio a non muoversi.
--Forse hai ragione.
--Vuol tornare a letto?
--Aspettiamo ancora un momento...
Tenevo Alessio contro i miei ginocchi mostrandogli le figure di un
libro di storia naturale, ma ero agitata per modo che non riuscivo a
voltare i fogli: a un tratto dissi:
--Deve essere ben tardi!
--Sicuro che è tardi--replicò la mia buona Orsola, insistendo nella
sua idea--appunto per questo deve coricarsi.
Mi alzai, inquieta, senza rispondere e andai ad appoggiarmi al
davanzale della finestra dalla quale si scorgeva il viale in tutta la
sua lunghezza e le aiuole del giardino peste e malconce.
--Poveri alberi, poveri fiori, come sono ridotti!--esclamai
compassionando essi e il mio cuore insieme.
--Il temporale di questa notte è stato una rovina. Due alberi furono
sradicati a poca distanza di qui e il figlio dello scaccino che si
trovava in istrada venne buttato a terra dalla furia del vento.
Queste notizie non erano fatte per calmarmi. Egli pure si trovava in
istrada sotto la bufera; io stessa ve lo avevo cacciato! Una specie di
rimorso si aggiunse alla mia inquietudine e rimasi cogli occhi fissi
sul viale, incantata da una nuova visione di dolore.
Entrò Pietro colla lucerna accesa. Io dissi ancora:
--Ma è dunque ben tardi!
Dietro l'inquietudine, dietro il rimorso, ecco sorgere una malinconia
acuta che mi dava al cuore delle strette di morsa. Perchè non
veniva?... Vi fu un momento in cui Alessio seguì l'Orsola in cucina ed
io tornai a precipitarmi col busto fuori della finestra come se avessi
potuto attirarlo col desiderio. Perchè non veniva?
Il cielo era buio con poche stelle. Un'aria purissima, frizzante,
tutta imbevuta dei fiori e dei rami recisi palpitava al di sopra degli
alberi, sembrava il respiro stesso della notte adagiata ne' suoi umidi
veli. Dopo tanti giorni di caldura opprimente quella freschezza
appariva una benedizione. Ma perchè Egli non veniva?
A un tratto l'Orsola si presentò sulla soglia colla determinatezza di
una risoluzione invincibile:
--Cara signora il letto è pronto.
Risposi opponendo una fiacca resistenza, mormorando: Sì, sì.... E mi
indugiai a guardare i quadri appesi alle pareti, a raddrizzare un
fiore nella giardiniera, a stendere sulle poltrone un ricamo gualcito.
Feci una sosta esterefatta innanzi alla pendola del caminetto; la
sfera segnava nove ore. Nessuna illusione era più possibile.
--Andiamo--sospirai con un accento così debole che Orsola dovette
indovinarlo più che sentirlo.
Poco dopo tutta la casa era buia, tutti gli usci e le finestre chiuse,
il silenzio profondo. Cogli occhi sbarrati nella oscurità io mi
domandavo ancora: Perchè non è venuto? e di tutti i sentimenti provati
in quelle ventiquattr'ore; lo sdegno, la vergogna, la pietà, il
perdono, il rimorso, la tristezza, quest'ultima sola rimase dilagante,
sconfinata.
Che cosa era dunque accaduto che io non potevo indovinare? e d'onde mi
veniva tanto dolore per un fatto che avrebbe dovuto offendermi anzi
che rattristarmi? Avevo paura de' miei pensieri, avevo paura
d'indagarli. Volli dormire ma non vi riuscii, quantunque il sonno mi
gravasse le palpebre. Un'idea mi stava fissa nel cervello
tormentandolo: Ieri a quest'ora Egli era qui!
Con una incoscienza di sonnambula scivolai fuori dal letto, riaccesi
il lume, tornai nel salotto. Là mi fermai immobile. Quello era il
posto, quella l'ora. La medesima sedia sulla quale ero stata seduta
quando Egli mi si inginocchiò davanti era ancora vicino alla tavola,
un po' di traverso, come aspettando. Che ansia mi prese nel rifare a
memoria il piccolo colpo che mi era parso di udire contro i vetri....
Non osai aprirli, non osai! Mi posi sulla sedia e mi sembrò che
ardesse. Una allucinazione strana mi faceva sentire il calore del suo
respiro, la sua testa appoggiata a' miei ginocchi, le sue mani alzate
a implorarmi--e non era più una sensazione di spavento, era una
sensazione di ebbrezza.... Dio! Dio! ma dunque lo amavo!
Quale nuovo abisso di pensieri e di dolore! Mi chiusi la fronte
coll'istintivo bisogno di sfuggire a tutto quello che mi circondava, a
me stessa se avessi potuto. Pensare non era più possibile; nessuna
idea, nessun concetto, nessuna parola riusciva a rompere la pesantezza
del mio cervello che avrei potuto credere paralizzato se una specie di
chiodo martellante sul cranio non mi avesse dato colla sensazione di
una orribile sofferenza anche quella della vita.
Chi sa quanto tempo rimasi là, sola! La candela si accorciava a poco a
poco e le ombre crescevano nella stanza disegnando sul pavimento delle
lunghe striscie mobili che mi facevano trasalire. Un gran freddo che
mi prese prima alle braccia e poi in tutto il corpo mi ricondusse nel
mio letto, dove appena giunta spensi il lume e mi gettai colla faccia
in giù, sprofondata, annientata.
Ebbi veramente la febbre, così che rimasi alcuni giorni in preda a un
torpore continuo. Solamente verso sera mi prendeva un po' di
inquietudine e spiavo i rumori di fuori, ma nessuno e nulla entrò
dalla porta invincibilmente muta; non una persona, non una lettera.
L'agonia della aspettativa si prolungava nel modo più straziante; io
non avrei mai creduto che il silenzio potesse torturare con tanta
raffinatezza.
Una sera, sentendomi un po' meglio, Alessio giuocava seduto sul mio
letto. A un tratto esclamò:
--Ma perchè nostro cugino non viene più?
Chinai il capo con una confusione di colpevole e Pietro che era
entrato colle medicine mi disse di aver visto il suo servitore e
saputo da esso che il signore si trovava assente. Fu un momentaneo
sollievo; Pietro soggiunse di avergli a sua volta comunicato la
notizia della mia malattia e questo mi turbò. Che cosa ne avrebbe
pensato Egli? E dove si trovava? E perchè era partito? E quando
sarebbe ritornato?
Nuovi pensieri, nuove congetture, nuovi dubbi e terrori; nuova
angosciosa aspettativa.
Altri eterni giorni passarono ancora. Mi ero ristabilita in salute, ma
vagavo per la casa come un'anima in pena, o piuttosto come un corpo
che ha perduta la sua anima. Una mattina l'Orsola venendo in camera a
portarmi il caffè disse che c'era stato un uomo della Querciaia a
domandare mie notizie in nome del suo padrone che era ritornato. Mi
balzò il cuore per la gran gioia. In tutti quei giorni di sofferenze
avevo quasi dimenticata l'offesa, solo sentivo il vuoto della sua
lontananza. E ricominciai ad aspettare un giorno, due giorni....
Mi trovavo con mio figlio presso il cancello del giardino--era un bel
pomeriggio di settembre--Alessio stava scuotendo un alberello di
piccole mele rosse quando si pose a gridare battendo le mani:
--Eccolo, eccolo!
Come può reggere il cuore a simili commozioni? il fragile cuore che si
spezza così facilmente, che per un lieve urto sospende tante volte per
sempre il suo battito? È una cosa che non ho mai potuto capire. Il mio
cuore in quel momento parve voler scoppiare e subito dopo, quando Lo
vidi ritto innanzi al cancello, si strinse improvvisamente, impietrò.
Sentivo che una maschera di gelo copriva la mia faccia.
Alessio che aperse il cancello e gli corse fra i ginocchi
tempestandolo di domande mi lasciò il tempo di trovare un contegno
indifferente, il solo dietro cui potessi riparare in quel subito
assalto.
Veniva Egli coll'intenzione di farmi visita, o passava per caso e per
curiosità? Non lo seppi mai.
Egli ad onta della grande disinvoltura, evitò nei primi momenti di
parlarmi direttamente e dopo di avermi salutata si rifece con Alessio
rispondendo con una certa agitazione alle sue domande infantili. Solo
più tardi mi chiese:
--E la vostra salute?
--Io sto benissimo, sono sempre stata bene; sapete, i miei vecchi mi
amano tanto che trasformano in una malattia ogni mia emicrania.
Mentii così, con piacere, per un bisogno pudico di nascondergli le mie
sofferenze. Egli mi prese alla lettera, sbozzò un sorriso e raccattato
un sasso sul viale invitò Alessio a una sfida di tiro contro un punto
lontano. Chiacchierò poi del più e del meno con volubilità, senza
approfondire nessun argomento. Mezz'ora prima del pranzo prese
commiato.
Questa visita mi lasciò un lungo strascico di amarezza, un
malcontento, una inquietudine. Tornò due giorni dopo alla stessa ora,
col medesimo contegno distratto e superficiale. Alla terza o alla
quarta visita compresi che la spiegazione non sarebbe più venuta.
Tutto era finito nel modo più impreveduto e più volgare.
Ma se tutto era finito esternamente, le dolci sere passate insieme, i
lunghi colloquii, le confidenze, le trepide attese e la irrompente
gioia di sentirmi vicina un'anima come la sua, non era finita, no, la
trasformazione della mia anima.
Egli mi aveva presa su di un piccolo romito sentiero e sollevandomi in
alto colle sue ali poderose mi aveva mostrato gli orizzonti della
vita. Ora toccava a me a salire colle mie proprie ali. Era il momento
di mostrarmi degna di Lui.
Io avevo bene letto (poichè leggevo ora) che si inghirlandano i
battelli e le leggere navicelle prima di lanciarli sulle onde in preda
ai turbini e alle tempeste. Avevo avuta io pure la mia ghirlanda,
basta. Può un fiore durare più di un fiore?
Ma mentre mi rendevo così ragione di tutto non ritrovavo la calma.
L'amo! l'amo! l'amo! Questo grido disperato echeggiava per tutti gli
angoli della mia casa, nel salotto austero che prendeva sotto il sole
un ardore di fiamma, nel giardino tante volte percorso insieme, nel
bosco delle acacie dove una sera mi ero sentita invasa dai suoi
ideali, alla finestra che sembrava aver ritenuto l'eco della sua voce
prorompente nel silenzio della notte, sul guanciale in cui avevo
soffocati i primi singulti del mio amore. Strana e dolorosa ironia,
finchè Egli mi era vicino e fedele non mi ero accorta di amarlo; ora,
ora divampava l'incendio, ora che lo perdevo!
Un acuto martirio diventarono da allora in poi i nostri colloqui, dove
al simpatico abbandono subentrava la diffidenza e l'osservazione
continua. Il non venir più alla sera, in quell'ora che sembra
stringere più dolcemente gli affetti, mi dava una vera e profonda
malinconia. Sembrava una tacita conferma della sua minaccia: _Non mi
avrete mai più così, mai più!_
Soffrivo e non volevo mostrarglielo; piangevo in segreto e mi
presentavo a Lui sorridente e gaia; ma a tutto il mio lavorio di
indifferenza Egli ne opponeva un altro egualmente tenace di durezza,
quasi di sprezzo. Il maggior punto della sua difesa in questo senso
era di non intrattenermi più de' suoi pensieri, de' suoi progetti, de'
suoi sogni. Se tentavo di ricondurlo su questa via, se gli chiedevo di
Lui, rispondeva: "Oh! che volete mai che vi dica!" e vi era tutto un
sottinteso di allontanamento e di freddezza che mi feriva nel più
profondo del cuore.
A volte la sua crudeltà mi suggeriva una fiera ribellione. Avrei
voluto dirgli che se uno di noi era l'offeso, uno di noi l'ingannato,
uno solo era anche in diritto di freddezza e di sprezzo e quell'uno
era io. Ma appena queste parole sorgevano dall'intimo mio sdegno al
varco delle labbra un gran rossore mi invadeva tutta; mi pareva che
avrei sopportato qualunque cosa piuttosto che ritornare io stessa alla
memoria di quella terribile sera. E ancora dicevami la voce intima
della coscienza: Sei tu sicura che Egli sia il solo colpevole? Questo
amore così tardi rivelato al tuo debole spirito non s'era già tradito
agli sguardi veggenti di Lui? Puoi giurare che un gesto, un motto, un
improvviso colorirsi e scolorirsi del volto, una stretta di mano più
intensa, un solo lungo attendere della pupilla non gli abbiano fatto
palese ciò che tu ignoravi? Non ha tremato la tua mano in quella sera
stessa prendendo da Lui il piccolo velo che doveva avvolgerti il
collo? E allora, e allora, perchè accusarlo solo? È Egli il solo
colpevole?
Alla fine di queste lotte violenti con me stessa chiedevo: Che cosa
farò? Cessare di amarlo mi pareva impossibile. Il resto era mistero.
Pensavo qualche volta alle persone saggie che in ogni circostanza
della vita si tracciano una linea di condotta; per parte mia non
riuscivo nemmeno a capire che cosa possa essere una linea di condotta.
Volevo fare ciò che è bene e compiere il mio dovere sempre, ma quale
era in quel momento il bene e quale il mio dovere? La mia coscienza
era troppo vicina al mio cuore forse, e non mi trovavo altri
consiglieri accanto. Nel caos di queste idee una sola emergeva chiara
e sicura: la necessità di nascondere a Lui lo stato dell'anima mia e
non saprei nemmeno se tale sicurezza mi veniva direttamente dal mio
dovere o se molta parte vi avessero l'orgoglio, la dignità e il
desiderio di vincerlo in questa battaglia.
Passò in tal modo tutto settembre; venne l'ottobre co' suoi cieli di
madreperla. Il viale del mio giardino si coperse di foglie rosse e
gialle: le acacie si facevano esili di giorno in giorno rarificando
il bosco, quasi tutte le rose erano morte. Compresi per la prima
volta e penetrai a fondo la grande tristezza dell'autunno.--E
tuttavia--pensavo--rifioriranno le rose, il bosco rinverdirà--io
sola non avrò più nè fronde nè fiori!
Il tempo piovoso mi tenne chiusa in seguito nel mio appartamento dove
lessi molto. Chiesi a mio cugino se non avesse altri libri da darmi ed
Egli rispose che non credeva averne di _addatti per me_. Un
sorriso ironico accompagnò queste parole. Andavo abituandomi a quella
ostentazione di disprezzo; non era, non poteva essere sincera e avendo
coscienza di non meritarla restavo impassibile sotto i colpi, gemendo
nel mio interno e struggendomi in una malinconia senza nome. Egli
avrebbe forse desiderato di vedermela questa malinconia, sul volto, ma
la nascondevo invece come il mio più geloso segreto.
Una volta restammo soli. Cadeva il giorno abbreviato da una nebbia
umida e densa. Non reggendo più a ricamare nella luce incerta della
finestra mi alzai per mettere a posto il lavoro e trovandomi accanto
al cembalo mi posi a riordinare la musica, così, automaticamente,
forse per sfuggire un'intima sensazione di imbarazzo. Egli aveva certo
un progetto nella sua mente perchè mi si avvicinò col volto torbido e
chiuso.
Ponevo allora la mano sulla canzone antica. I ricordi della sera
felice in cui l'avevo cantata per Lui mi diedero una stretta al cuore
così violenta che sentii il bisogno di padroneggiarmi. Feci scorrere
le dita sulla tastiera e ne trassi il motivo più allegro e più comune,
insistendovi, colla tenacia aperta di chi vuole ubbriacarsi a
qualunque costo. Colla coda dell'occhio vedevo il suo volto
contrariato e pensavo:--Oh! se parlasse adesso! Ma nello stesso tempo
ero presa da un terrore folle che mi faceva precipitare le note in una
ridda vertiginosa di un effetto violento. Aveva Egli detto qualche
cosa? mi pareva poichè per un istante il suo respiro era venuto verso
di me recando un suono; ma che cosa aveva detto? Temevo troppo di
saperlo. No, no, quello non era il momento. Lo avevo aspettato per
tanto tempo; ora non più. Non ero preparata... non ne avevo la
forza.--Lo... lo... ma la fatale parola che echeggiava tutto intorno a
me non dovevo nemmeno in quel momento pensarla. Ah! Se invece di
parlare Lui, avessi parlato io? aah! aah!... se mi avesse indovinato?
mai, mai, questo mai!
Rovesciai la testa indietro come trascinata dalla musica, presa da un
accesso di ilarità convulsa e prolungata. Egli stava in piedi e teneva
fra le mani un piccolo regolo che aveva levato in quel momento dal
tavolino. I nostri occhi si incontrarono con un incrociamento acuto,
quasi feroce da parte sua. "Vi batterei" disse. Se non fosse stato
quello sguardo avrei potuto credere che si trattasse di uno scherzo,
ma in quello sguardo avevo veramente sentita la percossa.
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