se allora me ne faceva qualcuno era nella qualità di padrone di casa
educato; pure gliene fui molto grata e lo ricambiai assicurandolo che
la sua casa era interessante; nè mi parve di aggiunger nulla alla
verità.
Una soddisfazione tutta intima l'avevo poi nel percorrere passo a
passo le stanze che Egli abitava, che lo avevano visto nascere, che
Egli doveva certamente amare. La vecchia sala mi parve assolutamente
bella, colle sue dorature rimaste intatte accanto al broccatello
stinto e col gran numero di ritratti che coprivano le pareti. Mi
ricordai a questo proposito che l'ordinamento dei ritratti era stata
una delle sue grandi occupazioni appena giunto alla Querciaia e volli
che mi mostrasse la leggiadra bisavola alla quale i topi avevano
portato via il fazzoletto.
--Oh! eccola, eccola--Egli disse tutto lieto--l'ho collocata al posto
d'onore perchè veramente è la bellezza della famiglia. Procurate di
trovarle qualche somiglianza con me... Ma non guardatela così da
vicino, vi prego, non avete la luce giusta.
Mi prese dolcemente per un braccio e mi collocò nella visuale che gli
sembrava più opportuna perchè il quadro potesse ottenere tutto il suo
risalto e, tuttochè allentando la mano, Egli la tenne ancora sul mio
braccio finchè mi ebbe spiegate le finezze del dipinto che mi parve
veramente delizioso. Era, sopra un fondo giallo, una signora vestita
di nero, col bel collo e colle braccia nude circondate da una trina
vaporosa di una esecuzione e di un effetto sorprendenti. La testa
acconciata a _toupet_, colla cipria, nascondeva il colore dei
capelli, ma l'arco fino delle sopraciglia era nero e di un nero più
pallido un po' dorato, gli occhi, pieni di una grazia altera. Un
sorrisetto impercettibile errava tra le labbra serrate e nella posa di
tutto il busto trapelava una leggera aria di sfida che le conferiva
una seduzione acuta e rara. Le mani della bella creatura, attaccate al
braccio con un polso di una delicatezza aristocratica si prolungavano
sottili, quasi diafane, a sostenere una rosa carnicina.
--Vedete, lì c'era il famoso fazzoletto di trine che i topi si sono
portato via ed io accomodai la rottura quasi in ginocchio, come un
celebre frate del quattrocento dipingeva le sue Madonne. Ma accanto a
quelle trine lì non mi arrischiai di metterne nessun'altra, capite,
nevvero? E allora ricorsi ad una rosa.
--L'avete dipinta voi questa?
--Certo. Le rose sono tradizionali nella nostra famiglia, non lo
sapete? Il nostro stemma porta una rosa al di sopra di due spade
incrociate e mio nonno fece piantare i famosi rosai che coprono queste
vecchie muraglie; li vedrete meglio quando scenderemo in giardino. Io
amo molto le rose. Ma prima di staccarci da questo ritratto,
osservate, vi prego, l'espressione interna che il pittore ha saputo
rendere. Un bel profilo, una bella bocca, due begli occhi, due
candide, sottili e rotonde braccia non sarebbero alla fine gran cosa
se dietro e dentro a tutto ciò non si vedesse la molla segreta che
agisce, l'anima. Ciò che forma il fascino di questo ritratto è la sua
personalità. In quella vitina nera, noi vediamo rizzarsi una volontà
imperiosa ed energica, vediamo la malizia intelligente di quel
sorriso; quelle pupille brune che hanno del falco e della colomba
insieme ci rivelano un temperamento di squisita e superiore
femminilità. La donna che ha ispirato una simile tela doveva essere
forte e soave. è per questo che io l'amo. Oh! ma dite se non è un
dolore a pensare che quelle mani nate per guidare alla luce si sono
disfatte sotterra in preda ai vermi!
--Non si saranno rinnovate esse?
Così mormorai timidamente--e poiche vidi lo sguardo di Lui fisso sulle
mie mani mi sentii presa da un grande turbamento. Per qualche minuto
non osservai più nulla di quello che seguì.
Attraversammo due o tre altre stanze, finchè, davanti a un uscio
semichiuso, mio cugino disse:
--È la mia camera.
Intravidi confusamente il biancheggiare di un letto in mezzo a due
alte librerie di stile severo. Lì accanto si apriva una specie di
terrazzo coperto dove stavano riunite le memorie dei suoi viaggi:
curiosità levantine, oggetti artistici dell'Italia, manifatture
inglesi, gingilli francesi, armi spagnuole.
--Non vi riposerete un momento?--disse Lui.
Sedemmo in ampie e comode poltrone coperte di cuoio davanti a una
tavola tutta ingombra di carte geografiche, di disegni, di atlanti.
Egli prese un Album e aprendolo:
--Volete vedere i miei schizzi a matita?
Un centinaio di disegni sfilarono sotto i miei occhi colle linee vive
dell'impressione côlta dal vero. Qualcuno sembrava appena abbozzato,
qualche altro più attentamente condotto aveva finezze di artista.
--Siete stato in tutti questi luoghi?--domandai meravigliata e quasi
invidiosa di tante memorie.--Quante cose sapete!
Mio cugino, poi che Alessio e Orsola si estasiavano innanzi a un
gruppo di ouistiti impagliati, prese a voltarmi i fogli dell'Album
attirando la mia attenzione sui punti che lo avevano maggiormente
interessato, facendomi passare dal Bosforo al Tamigi, da Pompei a
Trianon, da Saragozza a Norimberga. A un tratto disse:
--Questa è una vecchia strada di Parigi.
--Parigi!--esclamò Alessio correndo verso di noi--dove sta il babbo.
Anche l'Orsola colpita da quel nome, volle venire a guardare dietro la
spalliera della mia poltrona e la udii che mormorava tornando al
gruppo degli ouistiti: "Non vale proprio la pena di lasciare il
proprio paese." Io arrossii lievemente ponendo la mano distesa sotto
la fronte a schermo degli occhi. Egli vide e con grande delicatezza
cambiò la corrente delle idee, sorvolando sul mio imbarazzo sì che
l'antica tristezza, per un momento risorta, tornava a quietarsi
nell'onda di letizia che mio cugino sapeva diffondere intorno a sè;
una letizia profonda e serena di spirito superiore, di chi sa elevarsi
al disopra di ogni miseria umana e dominarla. Era precisamente questa
impressione di sentirmi sorretta e portata che mi faceva stare tanto
bene accanto a Lui, che mi metteva nel cuore una fiducia più dolce di
qualsiasi sentimento, che mi faceva trovare qualche cosa della
indulgenza di un maestro buono anche nelle sue violenze. E là nella
sua casa, nella casa piena di Lui, sentivo l'orgoglio e la soavità
insieme d'essergli parente.
Una scaletta esterna mascherata sotto le rose ci condusse nel giardino
ampio e riccamente ombreggiato.
--Dovete dimenticare--disse mio cugino--il viale così ben tenuto della
vostra villa per trovare qualche vaghezza in questa boscaglia.
Non ero di tale opinione. Qualsiasi altro giardino non avrebbe vestito
meglio la casa bizzarra alle cui muraglie nere salivano i tralci dei
rosai con una violenza di fioritura che nessun artificio frenava. Era
un irrompere di rose di tutti i toni, di tutti i colori, bianche,
scarlatte, gialle, che si aggrovigliavano in libera scelta, ottenendo
effetti impreveduti di contrasto e sinfonie armoniche che l'arte più
sottile non avrebbe neppure immaginato e dietro a queste rose le alte
querce si profilavano sulla trasparenza del ciclo, solenni e austere.
La mia ammirazione restava muta, mentre l'Orsola si diffondeva in
esclamazioni e Alessio faceva dieci domande ad ogni minuto. Mi
scendeva sopratutto intimo e inebbriante al cuore il piacere che
trapelava dagli occhi e dalla voce di mio cugino; quantunque Egli non
abbandonasse il contegno riserbato che era in lui duplice effetto di
educazione e di natura, sentivo nella mia dolcezza la dolcezza sua.
Non so fino a quando sarebbe durata l'estasi di quella visita se
l'orologio suonando non ci avesse ammoniti che il tempo passava.
--Signore Iddio--fece Orsola--come è tardi!
Ci accomiatammo sorridendo, un po' trasognati, come presi da un
incanto. Prima di uscire dal giardino Egli si accostò a un cespo di
rose carnicine e staccandone un fiore me lo porse.
--È la rosa della mia bisavola--disse.
Non vidi la strada del ritorno. Pietro ci aspettava dieci passi fuori
della porta, guardando ora a destra ed ora a sinistra con una mano sul
fianco, perchè non era mai capitato un ritardo simile. Quando ci vide
tutti e tre, mise fuori un gran sospiro di sollievo.
--Di che cosa temevi, buon Pietro? l'orco non c'è più.
--Temere bisogna sempre.
Così rispose Pietro che rappresentava in casa mia il senno e la
prudenza e forse per non lasciar svanire l'effetto del consiglio,
durante gli ozî del pomeriggio festivo, raccontò ad Alessio la favola
del lupo che si era messo una pelle di pecora per poter penetrare
nell'ovile.
--Pietro--gli dissi ridendo--tu sei pessimista. A udirti bisognerebbe
diffidare del mondo intero.
--Gli uomini sono cattivi, signora.
--Tutti?
--Tutti un poco e a certe ore.
Mi affrettai a togliere dalla testina di Alessio questa affermazione
recisa dicendogli che gli uomini sono sempre buoni purchè il vogliano.
Io ne ero tanto persuasa! Parlai, giuocai e risi con Alessio durante
il resto del giorno. Verso sera caddero quattro goccioline di pioggia
che ci impedirono di scendere in giardino. Alessio allora andò in
cucina dove l'Orsola stava preparando certe conserve di suo gusto ed
io mi posi al cembalo. Da quanto tempo non me ne occupavo più! Le
cartelle di musica si trovavano in un grande disordine. Non sono mai
stata una esecutrice di molto valore, avendo piuttosto disposizione
per il canto che per la musica, ma conoscevo abbastanza bene gli
spartiti di Porpora e di Scarlatti. Cercando così in mezzo alla
vecchia musica, trovai una canzone che avevo dimenticata e mi venne
voglia di provarla. Mi posi a leggerla con tanto ardore che non udii
il passo di mio cugino; quando me ne accorsi smisi subito.
--Perchè?--Egli disse--ve ne prego, continuate.
--Oh! non merito un pubblico.
--Vi ho consigliato altre volte di non abusare della modestia, è una
virtù deprimente. Scommetto che avete fra le mani un gioiello;
lasciatemi almeno vedere.
--È una canzone antica.
--Che fa? Sono spesso così graziose queste canzoni. Incominciamo a
leggerla.
"Un grido sconsolato
"cade del mondo ai piè;
"l'Amore s'è involato,
"l'Amor, l'Amor dov'è?"
--Ebbene, dove volete trovare una spontaneità più fresca e più
giovanile?
"Spente son le tede,
"Solo nascosto egli è...
"cercatelo con fede,
"l'Amor, l'Amore c'è!
"Chiuso nel breve volo
"è forse d'un pensier
"o in uno sguardo solo
"o in un lungo tacer.
"o nella stretta altera
"d'una mano di gel,
"o dentro una chimera
"o in un sogno di ciel.
"o nell'odio o nell'ira
"o nella cieca fè...
"Se ride o se sospira
"s'anche è nascosto c'è!"
--Non è bella? non è bella? Ah! possibile!
Trasse una sedia accanto e si pose a cercare le note. Io allora lo
aiutai, meravigliata dell'accento che Egli dava alla sua
interpretazione.
--Anche musicista siete?
--Sicuro, sicuro. Tutto. Ma sapete che è carina la canzone? Via,
fatemela sentire colla vostra bella voce. È appunto per soprano.
Non c'era garbo a rifiutare e cantai. Egli mi ascoltò con quella
passione interna colla quale faceva ogni cosa, tenendo gli occhi non
su di me e non abbassati a terra ma fissi innanzi nel vuoto dove certo
vi era un mondo visibile per Lui solo: ma egli doveva pure vedermi in
quel mondo e tale pensiero mi metteva un calore nelle vene di cui la
mia voce doveva risentirsi.
Quando ebbi finito non disse brava, ma vidi che stringeva le labbra in
quel modo che io conoscevo e me ne venne al cuore una improvvisa onda
di dolcezza. Allora anche, non so come nè perchè, una ignota voce
d'istinto mi suggerì: Fuggi! Ma in qual maniera avrei potuto fuggire?
E dove? Senza mostrare di accorgersi del mio turbamento, Egli riprese
la canzone alla terza strofa:
"Chiuso nel breve volo
"è forse d'un pensier,
"o in uno sguardo solo
"o in un lungo tacer."
Quelle parole dette da Lui, mi producevano un turbamento nuovo che io
credetti di poter dissimulare andandomi a sedere lontano e prendendo
fra le mani un lavoro.
Il giorno dopo, quando Egli mi disse: Non vorreste cantare
oggi?--risposi di no ed Egli non insistette; tuttavia il motivo di
quella canzone risuonava intorno a noi così morbido ed insistente e
tacitamente inteso che pareva una carezza sospesa nell'aria. E ancora
nelle sere seguenti, nè io cantai nè Egli me ne richiese, ma la
canzone stava in mezzo a noi calda e palpitante come persona viva.
Intanto si era giunti all'agosto; la temperatura continuava a
crescere, benchè le giornate fossero più brevi e il malessere prodotto
dall'afa sembrava giustificare una sensazione di languore che mi
prendeva spesso in mezzo alla gioia rinascente della mia vita.
Passavano i giorni e le settimane in una grevezza di piombo fuso; io
perdevo ogni energia. L'Orsola scrutando il cielo sentenziava: Questo
tempo non cambia fino alla luna nuova.
L'alba del 26 agosto mi schiuse le palpebre dopo una notte agitata e
piena di sogni. Mi alzai rapidamente e assicuratami che Alessio
dormiva tranquillo scesi in giardino e mi posi a passeggiare; ma ben
presto il giardino mi parve angusto, escii nella campagna, presi i
viottoli, costeggiai i ruscelli, entrai nei boschi, respirando con
delizia l'aria del mattino ed esponendo il volto alla carezza dei rami
che mi sprizzavano sulle gote accese una pioggerella di rugiada. Pei
meandri intricati della selva i miei capelli si sciolsero e piovvero
su di essi fogliuzze di robinie e profumati fiori di calicanto.
Nell'erba umida le mie scarpe leggere perdettero ogni consistenza ed
io sentivo il terreno molle sotto le piante dei piedi. Mi avanzavo
nella luce del sole nascente, nell'umidore dei prati e i calici
bianchi dei convolvoli e gli occhi azzurri delle pervinche si aprivano
intorno a me come mani tese di amici, come sguardi di sorelle. Tutti i
rumori del bosco erano canzoni, i pigolii dei nidi erano tutte
preghiere ed io pure cadendo in ginocchio pregai in mezzo alla natura
in festa come dinanzi all'altare di Dio.
....................................................................
Quando feci ritorno nella mia camera Alessio si svegliava allora
chiamando mamma.
Il resto della mattina dovetti impiegarlo nel regolare con Pietro i
conti di casa; poi venne il dottore a visitare l'Orsola che aveva la
tosse e più tardi due suore della carità a cercare l'elemosina per i
fanciulli abbandonati. Le ore terribilmente lunghe del pomeriggio le
passai coricata sul divano del salotto dove dormii e sognai di essere
sospesa sopra un'onda in mezzo a un mare burrascoso e quanto più
cresceva la burrasca l'onda si alzava portandomi in alto. Prima di
pranzo scrissi una lettera d'affari e lessi per una mezz'ora Pascal,
ma mi parve freddo. Il suo ritratto sul frontispizio del libro
allontanava la mia simpatia; non è così che m'immagino un pensatore,
un uomo fatto per trascinare le anime. Non dovrebbe egli avere una
gran luce negli occhi?
Verso il tramonto l'afa crebbe a dismisura, il cielo andava coprendosi
di nubi; io ero spossata fino all'esaurimento. Quando venne mio cugino
mi trovò seduta sotto i rosai accanto alla casa, non avendo nemmeno
avuto lena di percorrere il sentiero.
Era forse un po' prima dell'ora solita. Insensibilmente Egli allungava
il tempo di stare con me; eravamo entrambi sempre più desiderosi di
vicinanza, di comunione, ed era in entrambi una gran voglia di dirci
tutto, tutto, fino i pensieri fuggevoli di un istante. Da me a Lui le
più semplici parole si vestivano di un fascino misterioso che subivamo
insieme, sì che eravamo giunti a intenderci con uno sguardo, con un
piccolo movimento del capo. Qualche volta si diceva nello stesso tempo
la medesima cosa.
--Soffrite?--domandò prendendomi il polso.
--Siete anche medico?--domandai alla mia volta sorridendo e senza
aspettare la sua risposta soggiunsi--No, sto bene.
Stavo in quel momento veramente bene, con una dolcezza che mi
allacciava tutta, per cui anche lo spossamento prodotto dal caldo si
mutava in un simpatico languore.
--Che cosa avete fatto oggi? tornò a chiedere Egli, riconducendo
delicatamente il mio polso sovra i miei ginocchi.
Dovetti rispondere anche questa volta, come tante altre, _nulla_,
quantunque fosse così vivo in me il desiderio di potergli raccontare
cose grandi e belle. E cademmo nel silenzio, strano silenzio che
sembrava crescere in proporzione del desiderio di parlare ma che era
tanto dolce, dolce come non saprei dire.
In quello stesso posto, accanto ai rosai, vedevo sorgere lentamente la
mia immagine piccoletta in un giorno in cui me ne stavo fra il babbo e
la mamma, tutta festosa per un abitino che portavo per la prima volta,
chiaro, a piccoli mazzi di ciliegie. Cogliele! cogliele! mi diceva
Pietro che passava innanzi e indietro annacquando i fiori. Se mio
cugino mi avesse vista allora! E se mi avesse vista quando caddi nel
serbatoio dell'acqua per pigliare una farfalla che vi si era posata
sopra! E quando trovandomi accanto al cancello col grembialino pieno
di nocciuole le diedi tutte a un vecchio mendicante che aveva fame e
che intascò le nocciole gettandovi sopra uno sguardo desolato! Il
giardino conosceva la mia vita, anno per anno, giorno per giorno, mi
aveva vista a ridere, mi aveva vista a piangere, mi vedeva ora immersa
in quei pensieri; poveri pensieri senza dubbio, pensieri di donna....
Voltai la faccia per vedere che cosa faceva intanto mio cugino. Egli
aveva preso un velo bianco che mi ero levata dal collo nei momenti
della maggior caldura e lo teneva fra le mani brancicandolo, mi parve,
con una nervosità insolita.
Temetti di averlo annoiato col mio silenzio e gli rivolsi la parola.
Egli non mi rispose che con un monosillabo inconcludente. Allora,
poichè una corrente fresca aveva rotto improvvisamente l'aria, volli
riprendere il mio velo ed Egli me lo cedette a stento, sempre senza
parlare, con uno sguardo smarrito che non gli avevo mai visto. L'aria
doveva essere molto mutata se, annodandomi intorno al collo il piccolo
velo avvertii una sensazione assolutamente piacevole, tanto che lo
strinsi e strinsi vieppiù per sentirmelo meglio contro la pelle.
--Il tempo muta, dissi poi, incominciando a provare l'inquietudine di
un silenzio troppo prolungato.
Mio cugino sollevò gli occhi, guardò il cielo qua e là, rispose: Può
darsi. E per quanto io cercassi alcuna cosa da aggiungere non trovai
altro.
Sorgevano intanto i lievi rumori della sera, gli insetti che si
ritiravano nelle loro tane, qualche cane che abbaiava in lontananza,
qualche foglia che cadeva nella grevezza dell'ora quasi gemendo di
avere resistito tutto il giorno invano. Nella casa, il lume portato a
mano dall'Orsola vagolava di camera in camera presiedendo i
preparativi per la notte.
--Mamma--gridò Alessio dalla soglia dove era stato fino allora a
trastullarsi con Pietro--ho sonno.
--Vengo, amor mio.
--Non allontanatevi--disse Lui; e la sua voce era di chi abituato a
comandare, prega a fatica.
--Ma è l'ora.
--No, non è l'ora.
--Guardate come è buio.
--È il temporale che si prepara.
--è vero. Che cielo minaccioso!
Restammo cosi qualche istante, incerti, quasi cercando una parola
suprema per spiegare una sensazione ignota. Alessio tornò a gridare:
Mamma, ho sonno!
--Addio--pronunciai rapidamente levandomi in piedi.
Egli ripetè con una dolcezza penetrante:
--Non allontanatevi.
--Il bimbo ha sonno, siate ragionevole, amico mio.
Dissi _amico mio_, come non dicevo mai, perchè mi parve che in
quel momento Egli avesse bisogno di una parola gentile.
Rispose rassegnato: Addio. Io raggiunsi la scala senza voltarmi
indietro, seguendo Pietro che portava il piccino già mezzo
addormentato.
Quando Alessio fu disteso nel suo lettuccio, quando l'ebbi baciato e
ribaciato, tornai in anticamera a domandare a Pietro se aveva
accompagnato mio cugino per fargli lume in quella sera tanto buia. Il
mio domestico rispose che il signore era già partito e che egli era
arrivato appena in tempo a chiudere il cancello.
--Bene--gli risposi--andate pure a coricarvi.
Era veramente ancora presto, non avevo sonno. Pensai di finire la
serata leggendo quietamente, ma non trovai subito il libro che cercavo
e mi indugiai un poco intorno alla musica, decisa tuttavia a non
suonare per non svegliare Alessio. Volli continuare il mio ricamo ma
sul gomitolo non c'era quasi più seta. Allora rimasi a lungo ritta nel
mezzo della stanza, colle dita intrecciate dietro il dorso, immobile.
Non so se mi parve solamente o se davvero qualche cosa di lieve battè
intanto contro i vetri. Mi avvicinai alla finestra e l'apersi. Il
tempo era sempre minaccioso; mi sporsi fuori sul davanzale guardando
giù nel giardino. Dovessi vivere mille anni non dimenticherò mai più
la voce che intesi:
--Myriam, sono io, ho bisogno di parlarvi.
--Quale follia--dissi procurando di conservare un tono basso e
calmo--che cosa fate ancora lì? Chiamo Pietro; egli non s'è accorto
che eravate in casa.
--Non chiamate alcuno; ho bisogno di parlarvi, ve l'ho detto.
Accorgendosi che esitavo, imbarazzata, Egli soggiunse:
--Apritemi, ve ne prego.
Accesi un lume e discesi. Nello schiudere la porta un soffio di vento
mi spense la candela così che non potei frenare un piccolo grido. Egli
tirò il catenaccio perchè l'imposta non sbattesse e prendendomi la
mano mi trasse sulla scala semibuia senza pronunciare una sola parola,
guidandosi al raggio della lucerna che usciva dal salotto. Non avevo
paura, non potevo aver paura di Lui e tuttavia tremavo. Appena giunti
nel salotto mi lasciai cadere sopra una sedia e gli chiesi
angosciosamente:
--Che cosa volete?
Oh! ma come avrebbe potuto rispondere? Era pallido, di un pallore
azzurrognolo, e i suoi occhi avevano una tale espressione di
smarrimento che indietreggiai sbigottita. Egli si pose in ginocchio e
nascondendo il volto nel mio abito vi soffocò una parola che non
intesi.
Mi sentivo diventar di gelo, colla sensazione di una sofferenza
diffusa in tutto il mio essere e poichè la sua testa stava sempre sui
miei ginocchi e le sue braccia si alzavano verso di me implorando, mi
gettai indietro col busto, irrigidita dal terrore, cercando di
sfuggire il suo contatto.
--Vi ispiro tanta ripulsione?--mormorò ancora la sua voce stranamente
alterata.
--No, no, ma lasciatemi!--gridai in un impeto di paura, di dolore, di
avvilimento.
--Myriam, vi amo.
--Non è vero.
Pronunciai queste parole con una amarezza che lo colpì. Si rizzò in
piedi, col volto disfatto, cogli occhi torvi.
--Badate, quest'ora era vostra. Non mi avrete mai più così, mai più!
Chinai il capo sotto la misteriosa minaccia, stringendomi le braccia
contro la vita con dei brividi di freddo; nè so quanto tempo passasse.
Un lampo venne d'improvviso a rischiarare il buio vano della finestra;
allora lo pregai dolcemente di andare a casa.
Ritto e fiero nel mezzo della stanza, sembrava che Egli combattesse
internamente una dura battaglia e già piegava ancora verso di me, già
aveva una supplica negli occhi.
--Andate, andate, andate.
Io ridissi questa preghiera, cercando l'accento più persuasivo, più
fermo e più dolce insieme.
Uscì senza far motto. Lo seguii fino ai piedi della scala, disfatta,
reggendomi a stento, udendo con terrore la pioggia che incominciava a
cadere.
Aperse la porta mentre uno scoppio di tuono scosse tutta la casa; la
sua alta persona balenò per un istante sulla soglia, si curvò,
disparve. Io mi accosciai a terra, singhiozzando, in preda a una
convulsione di lagrime.
L'uragano intanto si avanzava con una furia terribile, rombava
nell'aria, muggiva nelle gole dei camini, ululava svettando gli
alberi, schiantandone i rami con lunghi gemiti che parevano di persona
viva.--Mio Dio, mio Dio--mormorai colla faccia contro il
suolo--abbiate pietà di Lui!