fabbricarmi una felicità sollevando a più alta cima i miei affetti?
Escire dal mio piccolo io e comprendere ed amare le cose superiori non
era ancora una salvezza, un porto in vista? Tanti anni sciupati in una
vita meschina e senza scopo si potevano alla fine redimere. è
sopratutto la fine (avevo letto in uno dei libri di mio cugino) che
nobilita una esistenza, come la conclusione dà il valore di un'opera.
Adoperandomi a migliorare me stessa preparavo senza dubbio un bene per
mio figlio. Senz'ombra di rimprovero, ma con una certa tristezza
pensavo al modo col quale ero stata allevata io. I miei genitori erano
pur buoni; mi avevano amata, si erano presa cura della mia salute; da
piccina mi sorvegliavano perchè non avessi a cadere e fatta
grandicella consultavano attentamente il colorito delle mie guancie,
mi pesavano e conchiudevano che crescevo come un melo. Ma avevano mai
posto mente, le care creature che non vorrei offendere neppure con un
sospetto, allo svolgersi della mia piccola anima? Ero buona come loro
e tanto bastava a quelle coscienze semplici. Comprendevo adesso che i
genitori devono fare di più e questo compito riguardo al mio Alessio
mi spronava, dandomi un ardore e una forza che non supponevo di avere.
Come fanno le persone che non cambiano mai, che sono ancora a
cinquanta e a sessant'anni quel che erano a venti e a trenta? Io
conosco un mercante girovago che quando viene ad offrirmi la sua
mercanzia la svolge tutt'ad un tratto, sì che con una semplice
occhiata si fa il giro della sua cassetta; e un altro ne conosco che
slega i suoi batufoli gradatamente, apre ad uno ad uno i suoi cartocci
e quando si crede che abbia finito tira fuori ancora qualche sorpresa.
Non riesco a trovare un paragone più nobile; in fondo però non
arrossisco di eguagliarmi a così umili creature e questo confronto coi
merciaioli mi fa sorridere. È uno strascico delle mie abitudini
semplici, de' miei gusti modesti che non intendo di cambiare, anche
ora che la mia mente si affaccia ad orizzonti più vasti. Ho trovato in
me un'altra donna, è vero, ma questa non rinnega la donna primitiva.
Noi andiamo a pari, da buone sorelle.
Il mutamento o meglio l'accrescimento della mia anima avvenne per
gradi. Mi ricordo benissimo; io andavo aggiungendo tutti i giorni
qualche trama a' miei sentimenti e nuove scoperte facevo sempre; ora
dei punti oscuri che si illuminavano poco a poco, ora dei piccoli
pertugi che si allargavano sopra vedute impreviste, ora un debole filo
di luce che si faceva intenso, a cui si aggiungevano altri fili e
diventava un fascio di raggi.
Mio cugino veniva regolarmente a trovarmi, sereno, calmo; mi portava i
suoi libri, li discuteva con me, voleva assolutamente che gliene
dicessi il mio parere. Io sbagliavo spesso ed Egli si accingeva a
correggere le mie idee con pazienza, con una tenacia amorevole di uomo
convinto, penetrato della sua missione. Nei giorni migliori, quando lo
capivo bene, gli si manifestava in volto una gran gioia e una luce
spirituale raggiava nel sorriso che si schiudeva sulla sua bocca come
un fiore al sole.
Avanzandosi la bella stagione eravamo sempre fuori; o in giardino
accanto ai rosai, o sotto le acacie, o nei piccoli sentieri adiacenti
dove Alessio correva con una reticella in mano a caccia di farfalle.
--Avete cacciato anche voi le farfalle nella vostra infanzia?--chiesi
una volta a mio cugino.
--Come no? L'uomo nasce con questo istinto e le farfalle, i
coleotteri, i cervi volanti sono le sue prime vittime.
--Non le sole?
--Certo, non le sole. Che cos'è la vita se non un continuo
avvicendarsi di vincitori e di vinti?
Ecco, ci succedeva così. Non si tenevano sempre dei lunghi discorsi o
delle dissertazioni, ma Egli gettava là una di queste frasi incisive
ed io la raccoglievo ed Egli lo sapeva; e tutto ciò fluttuava intorno
a noi quasi il filo misterioso di una tela che si stesse ordendo, come
pagliuzze che posate a caso fra due rami si venissero a restringere
poco a poco formando un nido. Sentivo del nido la protezione,
l'appoggio ed anche il tepore dolcemente soffuso, che prendeva in
certi momenti una strana consistenza di realtà.
Questo lo osservavo principalmente quando Egli mi guardava, con quei
suoi occhi profondi e seri ove l'anima saliva con un ardore di fiamma
compressa. Mi sentivo allora vicina a _qualcuno_, ad uno più
forte di me, padre e fratello insieme.
E questo padre, questo fratello, questo maestro saggio e severo di cui
ammiravo il sapere e l'alta intelligenza era allegro come un bambino,
era semplice, era ingenuo quando rincorreva Alessio per i viali e il
suo riso fresco e sonoro si mesceva al riso di mio figlio. La vita
entrava finalmente nella vecchia casa abbandonata!
* * *
--Sei molto mutata bambina, molto mutata.
Quando eravamo sole l'Orsola mi dava ancora del tu; e quel giorno
eravamo sole nella mia camera davanti alla finestra aperta, lei con
una spugna in mano imbevuta d'acqua e sapone, io coi capelli sciolti
al sole di luglio.
--Perchè dici che sono cambiata? In che cosa ti pare che lo
sia?--diedi intanto un'occhiata allo specchio e l'Orsola si affrettò a
soggiungere:
--Oh! non nel volto, no, Dio ti benedica, mi pare che abbi ancora
diciotto anni. Sei più giovane adesso di qualche mese fa. Io dico
dentro di te.
--E che cosa vedi dentro di me?
--Tante cose che non capisco.
--Ti sembrano belle o brutte queste cose?
Orsola tacque.
--Non ti voglio più bene forse?
--No, non è questo.
--Dimentico qualcuno de' miei doveri di padrona di casa?
--Non è questo.
--Non sono una buona mamma?
--Non è questo, non è questo.
--Oh! se vuoi farmi giuocare a mosca cieca è passato il tempo.
--Ecco!--fece l'Orsola con profondo sconforto--l'hai detto.
Mi voltai tutta d'un pezzo a guardare la mia vecchia domestica.
--Mi pare--ella continuò con una specie di allarme:--che mentre il
volto ti è rimasto giovane il tuo cuore abbia maturato assai. Non ridi
più come una volta alle facezie di Pietro e quando io ti narro quello
che so, fingi di ascoltarmi ma io vedo bene che non t'interessa.
Appena l'anno scorso, guarda, avresti giuocato ancora a mosca cieca!
--Cara Orsola, dobbiamo restare bambini tutta la vita?
--E perchè no, Myriam?
La buona vecchia aveva pronunciate queste parole e il mio nome con una
così ingenua convinzione che mi posi a ridere e la calmai con una
carezza. Guardandola, pensai ch'ella doveva essere vicina ai
settant'anni e per la prima volta mi posi a misurare la distanza che
ci separava. Povera Orsola! La sua persona secca ed attillata di
vecchietta pulita era scossa da un lieve tremito, il capo grigio si
inclinava quasi a indagare la terra che fra non molto doveva
accoglierla, la luce smorta delle pupille sembrava ritirarsi poco a
poco nel mistero dove si decompongono le vite.
--Orsola--le dissi--tu però credi che vi è in me qualche cosa che non
cambierà mai?
Ella sollevò lo sguardo tremulo e mi fissò intensamente. Molte parole
non sarebbero riuscite ad allacciare i nostri pensieri; quello sguardo
sì. Mi prese la mano e la baciò mentre io le rendevo il bacio sui suoi
capelli grigi.
In quel mese di luglio, mio cugino si lasciò vedere poco, ma la casa
restava anche in sua assenza piena di lui. Per il solo fatto di
esserci stato Egli vi era. Me lo sentivo vicino, gli rivolgevo la
parola quasi avesse potuto rispondermi. Mi piaceva a immaginarmi le
sue contraddizioni e a trovare le risposte più atte a calmarlo. Questa
ginnastica del pensiero della quale Egli era l'unico perno occupava le
mie ore d'ozio, mi era compagna nelle lievi occupazioni della
giornata, mi seguiva dovunque come un profumo penetrante e nascosto.
Quando venne finalmente mi parve preoccupato. Io dissi che faceva
caldo--poi dissi che il personaggio di Sita nel Ramayana indiano mi
sembrava un simbolo--dissi pure che la rosa bianca, la rosa gialla, la
rosa carnicina, non possono temere il confronto colla rosa
purpurea--ed Egli non trovò da contraddirmi in nulla. Tratto, tratto
mi guardava con una immobilità scrutatrice e m'aspettavo da un momento
all'altro che parlasse, ma non parlò quasi mai in tutto il tempo della
visita da lui occupata ad aprire ed a chiudere quindici scatolette
giapponesi di graduata ampiezza che Alessio aveva dimenticate sul
tappeto.
A un certo momento gli chiesi se quel balocco lo interessava.
--Moltissimo--mi rispose premurosamente.--Non potete credere come sia
rapida in me la successione delle idee. Io penso ora ad una quantità
di cose alle quali voi non avete mai pensato. Vi sono delle catene
d'amore tristi e terribili, dolorosi avvicendamenti di passione e di
sdegno, di fiamma e di gelo. Mi pare qualche volta di vedervi un
occulto giudizio, un castigo che si riverbera di persona in persona
per qualche colpa comune che tutti debbono scontare. È un fenomeno
strano ed inquietante. Si potrebbe stabilire una specie di dinamica
materiale sopra tali rapporti. Non sarebbe difficile di riunire in
proposito un certo numero di leggi che riuscirebbe interessante
riscontrare nella pratica. Non mi capite, nevvero?
--Poco, lo confesso.
--Me lo aspettavo. Appena che si esce fuori dal solito giro di
pensieri, le donne non capiscono nulla. Eppure si tratta dell'amore,
un sentimento del quale a sentir voi avete il monopolio.
Non lo avevo mai visto così cattivo. I suoi occhi erano torbidi come
cielo che si rannuvola profondamente.
--Per conto mio--risposi--conosco così poco l'amore che non saprei
parlarne.
--Neppure per intuizione?
--Mi pare che voi cercavate dei ragionamenti.
--Inutile, inutile!--fece lui e buttando da parte le scatole
giapponesi si diede a passeggiare per la sala in lungo ed in largo.
Di lì a poco Alessio si attaccò alle sue mani e lo trasse in giardino.
Li seguii turbata e a malincuore per i viali che imbrunivano nell'ora
crepuscolare. Li vidi entrare nel boschetto delle acacie, dove
sedettero sopra una panchina; entrai io pure e presi posto accanto a
mio figlio.
Era una serata meravigliosa, come ne abbiamo nei nostri paesi certo a
compenso dell'eccessivo calore dei giorni estivi. Sentire la natura,
sentire la vita era in quel momento una tale delizia che nessuno di
noi provava il bisogno di parlare. Nella dolcezza incombente sembrava
fondersi a poco a poco anche la gravità di mio cugino. Egli ascoltava
tranquillo il fremito misterioso che in mezzo agli alberi innalzavasi
dal mondo invisibile degli insetti e dei piccoli uccelli e poichè
Alessio fece l'atto di gettare dei sassi in un cespuglio gli disse:
--Sta cheto, disturbi la toeletta notturna delle farfalle.
Alessio--non compiva ancora sette anni--rise molto all'idea di quella
toeletta; forse si immaginava di vedere le farfalle col lungo
camicione da notte simile a quello che aveva lui.--E sorrisi anch'io,
dominata da un improvviso bisogno di letizia, prendendo le sue manine
e ponendomele in grembo.
Era molto chiaro ancora, ma sotto le acacie l'ombra cresceva di minuto
in minuto; la testa di Alessio appoggiata contro il mio braccio,
restava al buio; quella di mio cugino invece prendeva luce da una
radura dei rami ed era così immobile e bianca nel riflesso lunare che
sembrava una statua. Aveva il profilo duro, l'occhiaia profonda, il
mento fortemente disegnato degli uomini in cui predomina la volontà.
Io non so quanto tempo passasse nel più assoluto silenzio. Alessio si
era addormentato colle sue manine nelle mie. Un rumore di carri
trascinati a stento sulla ripa vicina, le zampe dei cavalli
scalpitanti, gli urli e le grida dei carrettieri non lo svegliarono.
--Ecco che questi uomini durano fatica a guidare i loro carri sulla
montagna, viaggeranno tutta notte e faranno viaggiare le loro bestie a
furia di urli e di eccitamenti per portare il carico dall'uno
all'altro paese. È il loro mestiere, non ne conoscono altri; lavorano
volonterosi e domani quando torneranno alle loro case calcoleranno
minuziosamente quanto hanno guadagnato, per riprendere il giorno dopo
la stessa cosa.
Mio cugino fece queste riflessioni a mezza voce senza muovere la
testa, continuando a darmi colla sua immobilità l'illusione di una
statua. Ma tuttavia avendo io mormorato un leggerissimo _sì_
continuò:
--E chi acquisterà la mercanzia saranno altri uomini che si credono
superiori perchè invece di faticare alla notte sulle ripe sassose,
dormono in buoni letti, tenendosi accanto le loro borse di cuoio piene
di monete.
A questo punto lo scalpitare dei cavalli, gli urli e le bestemmie
presero un tono così alto che le manine di Alessio trasalirono nelle
mie. Temendo che si spaventasse nel sonno, mi chinai su di lui e lo
baciai in fronte. Intanto i carrettieri avevano raggiunto il culmine
della salita e discendevano dall'altra parte; il silenzio riprendeva
il suo impero alto e solenne.
--Il Signore disse che tutti gli uomini sono fratelli. È a questo che
pensate?--domandai timidamente.
--No--rispose mio cugino, senza adirarsi--penso che tutti dovrebbero
_salire la loro erta_.
Egli aveva un modo di pronunciare certe parole come se fossero più
grandi delle altre.
--Comprendo. Tutti devono lavorare nella misura dei loro mezzi.
--Credete di comprendermi, ma non mi comprendete ancora. Non è tutto
questo.
La sua voce si faceva sempre più dolce e malinconica; anche il suo
profilo aveva modificato qualche linea della abituale rigidezza. Le
ombre addensandosi, oscuravano il suo volto che pur restando statuario
sembrava perdersi nella vaporosità di un sogno antico.
Mai in vita mia avevo provato un sentimento di umiltà simile a quello
che mi invadeva allora. Con un filo di voce e sporgendo la fronte al
di sopra della fronte di mio figlio pregai:
--Parlatemi dei vostri ideali!
Non rispose subito. Io sentivo un bisogno ardente di attingere alla
sua anima e nello stesso tempo una paura di turbarla, come se una
mossa imprudente potesse distruggere il miraggio luminoso che la
circondava. Sentivo che quegli istanti erano unici e solenni, che
cadevano di secondo in secondo nella eternità e che io li perdevo. Non
vedevo quasi più mio cugino.
Nella oscurità feci un movimento che portò i miei capelli a sfiorare i
suoi. Egli si ritrasse vivamente. Io mi alzai.
Alessio, svegliandosi all'improvviso, mi chiamò con una intonazione di
pianto, per cui lo tenni ancora fra le braccia cullandolo, mentre
uscivo lentamente dal bosco.
--Addio--Egli disse quando fummo sul viale bianco battuto dalla
luna.--Vi risponderò più tardi.
--Lasciate almeno che io segua da lontano il vostro pensiero.
--Oh! come lo potreste, così debole!
Mi parve che un sorriso d'incredulità passasse sulle sue labbra e me
ne sentii ferita.
--Vedrete! Vedrete!--gli singhiozzai dietro mentre si allontanava--e
poichè un'angoscia infinita mi serrava il cuore ebbi ancora la forza
di gridare: Vedrete!
Egli si voltò, alto e ritto nel gran viale che sembrava d'argento.
Fece un gesto di commiato e disse: Vedremo!
Il giorno dopo quasi alla stessa ora, eravamo ancora quasi allo stesso
posto; ma più all'aperto, di contro alla luna che sorgeva dolcemente
falcata. Percorrevamo il viale a passi così lenti, io e mio cugino che
Alessio si divertiva a misurare quattro o cinque volte di corsa le
piccole tappe della nostra passeggiata.
--Che cosa credete che sia--diceva mio cugino--la più alta missione
della donna?
--Fare il bene?...
Egli si accorse della mia esitazione e soggiunse, incoraggiandomi:
--Sì, può darsi. Ma qual bene? l'elemosina che versate alla domenica
nella cassetta della chiesa? Vi ho vista.
--Mi avete vista? Quando? Venite in chiesa voi?
--Ecco che invece di cercare qual'è il vero bene, la curiosità
femminile prende il sopravento!
Il sorriso bonario che accompagnò queste parole valse a rassicurarmi
sulla disposizione che aveva in quel giorno il suo spirito quantunque
continuasse con una intonazione di leggiero _persiflage_.
--E vi piacerebbe che vi dicessi di qual colore era il vostro
cappellino o quanto meno se si addiceva al pallore interessante del
vostro volto. Non è così?
Mi finsi un po' sdegnata:
--Non è proprio così. Voi mi trattate sempre come fossi una bambina.
Non vi risponderò più.
Egli incrociò le braccia dicendo:
--Lasciatemi meditare sulle conseguenze di questa orribile disgrazia.
Ignoro perchè questo scherzo mi piacesse tanto; per due o tre minuti
sentii che il cuore mi balzava con una letizia infantile. Mi
allontanai di qualche passo mostrando di voler raggiungere Alessio
alla corsa, ma Egli mi richiamò.
--Parliamo dunque sul serio poichè lo volete. Non potete immaginarvi
il bene che potrebbero fare le donne riconducendo la fede nel cuore
degli scettici.
Improvvisamente, come mi succedeva tanto spesso con Lui, passai dalla
gioia all'apprensione:
--Ah!--esclamai--deve essere ben difficile.
--Difficile, sì.
--Ma perchè gli uomini sono scettici? Io non capisco forse bene che
voglia dir ciò, ma mi pare una brutta cosa. Di che dubitano alla fine?
--Delle donne.
--Vi pare giusto?
--E a voi?
--A me no.
Egli irruppe con impeto:
--Allora perchè trovate che è difficile convincerli?
Non seppi rispondergli subito e intanto che cercavo la parola, mio
cugino soggiunse, con un accento basso, dolcissimo, pieno di una
inenarrabile malinconia:
--Se le donne sapessero quali tesori racchiude il cuore di un giovane!
Più siamo nobili e buoni e più elevato è il nostro sogno femminile.
Noi allora non vediamo la donna, la inventiamo, la fabbrichiamo noi
con quanto c'è di meglio nella nostra fantasia. L'animo nostro allora
come un albero in fiore, mette tutti i giorni un germoglio nuovo e
tutti insieme noi li raggruppiamo intorno al nostro fantasma ideale.
Ma poi viene un momento.... basta, ho forse torto di parlarvi così.
Effettivamente io non comprendevo. Molte volte mi pareva che noi due
ci somigliassimo appieno, che fossimo eguali di cuore e di mente;
molte altre invece vedevo disegnarsi tra me e Lui grandi macchie
ignote, sorgere ostacoli che non conoscevo, aleggiare pensieri che non
avevo mai avuti, e sentivo la presenza di una quantità di forze che
non sospettavo neppure, quasi un mondo dove Egli vivesse e che fosse
per me chiuso.
Capisco bene che non riesco a spiegarmi ma mi è così difficile anche
l'intendermi, poichè tutte le nostre sensazioni assumevano una forma
vaga, indistinta e i nostri discorsi non li finivamo sempre, presi e
soggiogati dal fascino di ciò che non si può dire a parole.
Dal canto suo credo che subisse le altalene del dubbio ed ora mi
credeva degna delle sue confidenze, ora no. Ora mi apriva l'anima sua,
generoso, ardente, ora si trincerava in una freddezza superba.
Però dopo gli ultimi frammenti di colloquio ci sentivamo più uniti,
più vicini. Era, in me almeno, una vaga speranza di accordo del quale
mi cresceva ad ogni istante il bisogno e fui beata quando lo vidi
cedere al desiderio di venire tutti i giorni. Pregustavo lungamente la
dolcezza della sua visita; la pregustavo nell'aprirsi delle finestre
davanti al nuovo sole, nell'andirivieni dell'Orsola che spalancava il
salotto e metteva a posto quella sedia che Egli avrebbe rimossa
ancora, nelle occupazioni che intraprendevo seguendo il suo spirito di
perfezionamento, per cui il piacere di pensare a lui assumeva davanti
alla mia coscienza semplice e priva di esperienza la profonda
soddisfazione di un dovere compiuto.
Vedevo anche volontieri l'affetto che Egli aveva saputo destare nel
mio piccolo Alessio e i progressi che il bimbo faceva sotto di Lui.
Solamente Orsola e Pietro, colla diffidenza che hanno i vecchi per
ogni innovazione, erano rimasti un po' in disparte, ma a poco a poco
si ammansavano. L'Orsola aveva pur dovuto convenire che quest'unico
mio parente rappresentava bene la famiglia e Pietro approvando si era
accontentato di soggiungere: Per quello che si può giudicare. Eravamo
dunque tutti felici--io e il mio piccolo mondo.
Una domenica uscendo di chiesa con Orsola e con Alessio scorsi da
lungi mio cugino che ci veniva incontro sorridendo.
--Che miracolo!--feci io.
--Era pur necessario che vi facessi una improvvisata perchè a vedermi
sempre in un dato posto e in un dato luogo devo venirvi in uggia. Le
donne amano la varietà.
--Mi piacerebbe che non mi confrontaste troppo colle altre donne. È
poi vero che mi assomigliano? Faccio una vita troppo diversa dalla
loro per non essere un po' diversa anch'io. Intanto vi dichiaro che di
questa improvvisata la parte che preferisco è proprio quella che
conoscevo già.
--Cugina, voi mi guastate.
Disse così, ma mi accorsi che il complimento gli avea fatto piacere.
Quando era contento i suoi occhi brillavano in un modo affatto
speciale e stringeva le labbra quasi stesse assaporando nell'aria una
fuggente sensazione di voluttà.
--Sapete, poichè il guasto lavora ed io sento che sto per diventare
importuno, che potreste farmela anche voi una bella improvvisata?
--Per esempio? (il cuore prese a battermi).
--Penso che una piccola diversione, venti minuti di cammino, vi
condurrebbero alla Querciaia. Deve essere del tempo assai che non la
vedete ed io sarei fiero di mostrarvene i miglioramenti.
Prima che io aprissi bocca, Alessio gridò:
--Sì! Sì! andiamo alla Querciaia.
--La visitai due o tre volte quando c'era vostra madre, ma siccome la
cara donna era inferma non potei vedere nulla oltre il salottino dove
ella stava abitualmente.
--E la sala vecchia?
--Non la conosco.
--E il giardino?
--Nemmeno.
--Oh! allora bisogna proprio venire. Orsola non avrà difficoltà ad
accompagnarci, vero?
L'Orsola, direttamente interpellata, si credette in dovere di fare dei
complimenti; disse che non era abbastanza ben vestita per mettersi
insieme ai signori, che non meritava l'onore e tante altre belle cose,
in seguito alle quali mio cugino toccò leggermente la frangia del suo
scialletto e concluse:
--Benissimo, dunque siamo intesi, avanti.
Ritengo che ognuno di noi fosse intimamente contento di quella gita,
ma la gioia di Alessio varcò tutti i confini. Aveva visto una sol
volta la Querciaia e gli era rimasta impressa nella memoria per i suoi
folti boschi pieni di uccelli. Egli però non credeva che si potessero
prendere mettendo loro un granello di sale sulla coda, la qual cosa
faceva dire a Pietro che i ragazzi del giorno d'oggi sono troppo
furbi.
La casa che prendeva il nome dalle fitte quercie che la circondavano
era un ammasso curioso di fabbricati di diverse epoche, sovrapposti od
aggiunti di mano in mano dagli ultimi proprietari con una singolare
indifferenza dello stile e dell'architettura che li aveva preceduti;
ma quei tetti alti e bassi, quel campionario di finestre d'ogni
grandezza e d'ogni forma, non presentandosi con pretese di palazzo
disarmavano la critica; avevano l'aria di dire: siamo un po' buffi, ma
abbiate pazienza, ci hanno fatti così.
Un piccolo domestico venne ad aprirci il cancello del cortile e un
giovine cuoco pose fuori da una finestra il suo tondo viso
incorniciato dal berretto bianco.
--Ecco la mia servitù, campione e merce--disse mio cugino
additandomeli.
--Sono ben giovani.
--Voi avete la casa moderna coi servitori antichi; io ho la mia
vecchia bicocca con questi due giovani merli a custodirla. Come si fa!
La cameriera di mia madre che ci stava da ventidue anni è morta subito
dopo la sua padrona e io dovetti prendere quello che potei trovare.
L'Orsola sembrava assai meravigliata che una casa senza donne potesse
reggersi in piedi e furtivamente andava scrutando tutti gli angoli coi
suoi occhietti esperti di massaia. La sorpresi anche a toccare con un
dito la superficie dei mobili per assicurarsi che non c'era polvere.
Del resto l'aspetto generale dell'interno era in perfetta armonia
colla facciata. Per andare da una camera all'altra c'erano quasi
dappertutto gradini da salire o da scendere, ciò che formava la
delizia di Alessio.
Mio cugino faceva gli onori con molto garbo; ad ogni tratto mi dava la
mano e mi guidava nei passaggi difficili.
--Convengo--disse Egli con una modestia tra finta e vera--che non c'è
qui gran che da vedere e devo chiedervi scusa se mi sono valso di una
menzogna per procurarmi il piacere di una vostra visita.