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MILANO, MDCCCXCVII
L'AMULETO
ROMANZO
DI
NEERA
MILANO
L. F. COGLIATI, Editore
1897.
Tip. Editr, L. F. Cogliati
Sezione nel Pio Istituto pei Figli della Provvidenza
Piazza Filangieri, 3.
Diritti di traduzione riservati all'autore
L'AMULETO
Quando morì carico d'anni e d'onori il generale Maurizio di Rocca
Tournion, un piemontese di vecchia razza che aveva fatte le sue prime
armi in Crimea e diventò poi tanto celebre nelle guerre fortunose
della nostra indipendenza, i suoi eredi che erano parenti lontani, si
divisero le suppellettili del suo piccolo appartamento da scapolo. Ad
uno di essi toccò fra le altre cose un astuccio di una forma bizzarra
in cuoio lavorato, evidente provenienza di qualche bazar di Oriente.
L'astuccio era largo poco più di un palmo, chiuso con un cordoncino di
seta stinta ed emanava un profumo misto di essenza di rosa e di
tabacco fino. In un angolo dove gli arabeschi del cuoio avevano
lasciato un breve spazio, erano state impresse a secco due spade
incrociate sormontate da una rosa. Fra il raso della fodera c'era un
manoscritto, un centinaio di foglietti di carta sottile, resistente,
coperti con una di quelle calligrafie nervose non larghe nè alte come
porta oggi la moda, ma spezzate, minute, eppure non prive di una
intima eleganza che noi dobbiamo cercare, per farcene una idea, nelle
lettere delle nostre bisavole. Il testo era in francese. Poche note a
matita traversavano i margini--scritte queste dalla mano pesante del
generale. Del generale era pure un foglio congiunto al manoscritto a
guisa di prefazione e di schiarimento; prova che il defunto ci teneva
e che se avesse pensato a fare testamento, il misterioso manoscritto
avrebbe avuto probabilmente una destinazione diversa che non quella di
cadere sotto gli occhi del pubblico.
Ma ecco senz'altro le parole del generale. "Avevo vent'anni. Sotto le
mura di Sebastopoli la vita andava con un treno d'inferno: guerra,
gioco e vino. Ci si coricava senza sapere se al domani si avrebbe
potuto fare lo stesso, incerti d'ogni ora, d'ogni minuto, avendo la
morte sulla soglia e bivaccando nelle nostre tende con una
spensieratezza fatalistica per cui qualcuno di noi perdeva in una
notte metà della sua sostanza. Nessuno pensava all'avvenire. La punta
delle nostre baionette, la bocca dei nostri cannoni, tutto era lì. Il
mio capitano salutava sempre l'alba con queste parole: Buon giorno,
madama Morte, è oggi che mi prendi?
"Io non ricordo nella mia vita un tempo più pazzo e più eroico di
quello.
"Un giorno, in un periodo di tregua, il pranzo che ci accolse tutti
insieme per festeggiare l'onomastico del nostro colonnello prese,
dalla solennità della circostanza e dal momentaneo riposo, un
carattere di ricevimento mondano che fece penetrare sotto la tenda un
soffio della patria lontana, delle nostre famiglie, delle abitudini
care e signorili della nostra infanzia. C'era un mazzo di fiori sulla
tavola, se non mi sbaglio; ma quello di cui sono sicuro, è che un
sottotenente lesse dei versi. Avendo perduto la sera prima fino al mio
ultimo soldo mi trovavo nella migliore disposizione per fare dei
brindisi e non a parole soltanto.
"Col crescere dell'allegria i discorsi si portarono sulle donne. Io,
avendo già molto brindato alla salute del colonnello, mi trovavo
sprovvisto di argomenti sentimentali e inforcai lì per lì un tema
sulla inferiorità della donna sostenendo che non sa amare se non in un
modo meschino, gretto e privo di poesia. Lanciai anche con molta
energia e discreta fortuna alcuni aforismi di questo genere: L'amore
della donna è come la spuma dello sciampagna, se non si beve subito
ricade sul piede del calice. La donna non ama che per vanità, per
trovare una conferma della sua bellezza. La donna ecc. ecc.
"Ero all'apice de' miei trionfi oratori, quando mi accorsi di un
personaggio che non avevo visto prima; me ne accorsi per la profonda
tenacia dello sguardo che teneva fisso su di me, con una espressione
inquietante, dove si poteva leggere tanto la disapprovazione quanto
una non celata simpatia. E veniva quello sguardo dagli strani occhi
bizantini, pieni di mistero, nerissimi, di un vecchio aitante nella
persona, altero nel portamento, con una occulta sovranità di pensiero
che si tradiva nel gesto regale, nella maestà tranquilla degli atti,
nel corruscare delle pupille.
"Domandai al mio vicino chi fosse quell'ignoto commensale, ma non me
lo seppe dire o lo dimenticai. In realtà dimenticai molte altre cose
di quel pranzo memorabile. Dopo il cognac noi giovani formammo un
gruppo a parte e quando mi mossi non vidi più al suo posto il vecchio
dagli occhi nerissimi; tuttavia, forse per una allucinazione della mia
mente esaltata, mi pareva che qualche cosa di luminoso fosse rimasto
al di sopra del suo posto vuoto.
"Il giorno dopo stavo fuori della tenda, non ancora perfettamente
snebbiato dai fumi della sera prima ed ero malinconico. Pensavo a mia
madre; mi pareva di vederla nella sua poltrona di velluto verde, così
bella ancora e così interessante nel suo pallore di donna delicata,
volti il cuore e la mente all'unico figlio che adorava e che si
trovava tanto lontano. Per la prima volta la morte mi si presentò
sotto il suo terribile aspetto di divisione eterna. Potevo morire
senz'aver riveduto mia madre, e lasciarla sola nel mondo, sola a
piangermi! Tenevo il gomito appoggiato sul ginocchio e la fronte sulla
mano, per cui non Lo vidi avvicinarsi, ma Egli mi raggiunse, e mi
toccò sulla spalla--Egli, il vecchio.
"La stessa espressione di rimprovero triste e dolce stava sul suo
volto. Mi alzai di botto, quasi obbligato a mettermi in una attitudine
di rispetto davanti a quell'uomo singolare.
"--Fanciullo--Egli disse con voce tenera e grave--ieri voi avete
bestemmiato.
"--È vero,--risposi, chinando la testa perchè nel ricordare i discorsi
del giorno prima sentivo salirmi una vampa di rossore.
"Il vecchio sempre tenero e grave, senza mostrare di accorgersi del
mio turbamento, soggiunse:
"--Siete così giovane!
"Queste erano le parole di mia madre. Sì; ella pronunciava spesso le
identiche parole passandomi nei capelli la sua mano sottile. In quel
momento, già disposto dai pensieri precedenti, ebbi un brivido. Non ho
vergogna a confessarlo; ero commosso, come preso nella rete di un
fascino sopranaturale.
"--Pensate a vostra madre?--soggiunse Egli con una penetrazione che
già non mi meravigliava più.--È in suo nome che vi prego di accettare
questo ricordo. Nei nostri paesi si crede ancora alla virtù degli
amuleti.
"Mi porse il piccolo astuccio di cuoio contenente il piccolo
manoscritto; e siccome io guardavo dubbioso ora il dono ed ora il
donatore, disse:
"--La storia che leggerete in questo manoscritto è assolutamente vera.
Non mi chiedete il nome dei personaggi, nè il luogo, nè il tempo;
questo non vi occorre. Occorre a voi sapere che in tal modo amò una
donna.
"Pronunciate queste ultime parole si allontanò così rapidamente che
non potei soggiungere nulla e rimasi col curioso amuleto tra le mani,
ricordo materiale di una avventura che altrimenti mi sarebbe parsa un
sogno. Aspettai invano di rivedere il misterioso vecchio. Il giorno
seguente si riprese l'attacco della fortezza e non pensai più a lui,
cacciando l'astuccio di cuoio in fondo al bagaglio.
"La prima persona che lesse l'anonima storia raccolta in questi fogli
fu mia madre. Io la posi sul suo grembo il giorno del mio ritorno ed
ella mi disse poi che ne era rimasta molto colpita e commossa. Si
fecero insieme delle induzioni, ma senza poter stabilire precisamente
nulla, nè sulle persone, nè sui luoghi, nè sul tempo. Dopo tutto il
vecchio aveva ragione. Che cosa importa?"
Il Manoscritto
So il mese--era febbraio--e la giornata:--una giornata splendida--e
l'ora. Era l'ora in cui il mio salotto divampa così stranamente colle
sue cortine di seta rossa di contro al sole e i mobili cupi, quasi
austeri, sembrano animarsi di un occulto ardore in quella atmosfera di
fiamma.
Mi trovavo in piedi accomodando dei fiori in un vaso; il mio piccolo
Alessio, seduto sul tappeto cantarellava colla sua vocetta tanto
commovente:
M'alzo col sole della mattina,
mando una prece dal core a Dio.
--Alessio--gli dissi--sta zitto un momento; mi sembra di aver udito
dei passi.
--Sarà Pietro.
--No, non credo che sia Pietro. Aspetto nostro cugino, sai, il signore
della Querciaia. Sarai gentile con lui, nevvero?
--Mi piace la Querciaia--riprese il mio bambino--perchè vi sono tanti
uccelletti sulle piante.
In quel momento Pietro sollevò la portiera e Lo introdusse.
Questo mio parente non lo avevo mai veduto. Egli era stato prima in
collegio, poi all'estero; ricordavo sua madre morta l'anno prima e che
era una angelica creatura, ma di lui non avevo mai visto neppure un
ritratto. Solo mi era giunta la fama del suo ingegno ed era questo che
mi preoccupava un poco. Abituata ad una esistenza meschina, sempre
sola col mio bimbo, con Pietro e colla vecchia Orsola, lontana da
qualsiasi centro intellettuale, da qualsiasi parvenza di società, che
cosa avrei detto a questo giovane culto e distinto?
Per fortuna, siccome mi trovavo già in piedi a mezzo del salotto, non
fui molto impacciata nello stendergli la mano e Alessio che si alzò
subito e venne a nascondersi fra le mie gonne mi fornì l'argomento del
discorso.
Così di primo acchito non posso dire che mi fosse riuscito nè
simpatico nè antipatico, ma certo mi parve non comune e guardandolo
bene lo trovai bello di una bellezza fiera e delicata insieme.
Egli pure mi guardò senza spavalderia con un'attenzione minuziosa e
seria.
Di mio marito non disse una sola parola. Sapeva senza dubbio che egli
viveva quasi sempre lontano da me, ma avrebbe potuto chiedermi sue
notizie; almeno mi parve che dovesse farlo. Mi domandò invece come
passavo il mio tempo e se leggevo. Leggere? Ciò mi sorprese un poco.
In realtà guardandomi attorno, non vedevo alcun libro nel mio salotto.
Mio marito aveva dei libri nella sua camera, ma non mi ero mai
interessata di sapere che cosa fossero. Gli dissi che Alessio mi
occupava molto, che cucivo tutti i suoi abiti e coltivavo anche
discretamente i fiori del mio giardino; poi facevo i conti di casa con
Pietro e ripassavo la guardaroba insieme all'Orsola.
--Tutta la vostra vita è qui?--chiese Egli con un accento che mi parve
racchiudesse un recondito disprezzo.
--Ho anche i miei poveri.
--Ah!
Dopo questa esclamazione fatta in tono reciso e freddo comprese forse
di aver sbagliato, perchè si affrettò a dirmi qualche cosa di gentile,
chinandosi ad accarezzare il mio bambino.
--Vicini non ne abbiamo, nevvero?
--No. I soli vicini siamo noi due.
Sorrisi dicendo così ed Egli pure sorrise rivelandomi una espressione
nuova del suo volto e della sua anima. In quel momento non sentii più
soggezione e mi sembrò allora che egli fosse proprio mio parente.
--Siamo i soli vicini di campagna, e siamo anche i soli nella
famiglia. Ci deve ben essere qualcun'altro, uno zio, credo?...
--Sì, che ha fatto un cattivo matrimonio. Sua moglie si è comportata
molto male con noi. È una donna ambiziosa e invidiosa; fa apposta a
venire nella nostra chiesa alla domenica per umiliarci e per
costringerci a cederle il banco che....
--Di grazia, lasciamo queste volgarità. Cara cugina, nè a me nè a voi
non devono interessare affatto. Vi pare?
Arrossii a queste parole, rammentando quante volte avevo tenuto quel
discorso con Orsola. Egli ebbe il buon gusto di non accorgersene e
gliene fui immensamente grata.
Poi incominciò a parlare de' suoi viaggi. Siccome io ne presi
occasione per deplorare la mia vita solitaria dicendo che nei viaggi
si imparano molte cose, Egli soggiunse:
--Le sole cose necessarie a sapersi si possono imparare in qualunque
solitudine. I viaggi aggiungono certamente qualche dote allo spirito
ma non è l'importante. L'importante è sempre dentro di noi.
Anche questo mi sorprese. Io non mi sarei mai immaginata che un uomo
della buona società osasse contraddire così apertamente una signora
alla sua prima visita.
--Resterete per un po' di tempo alla Querciaia?
--Per molto tempo. Potrò anche stabilirmivi se per esempio trovassi
una donna ideale, una moglie degna di me.
Spalancai gli occhi senza dir nulla, ed Egli soggiunse con quel suo
sorriso che rendeva dolce qualsiasi parola, come se vi gettasse sopra
una luce:
--Vi sembro orgoglioso? ma bisogna essere orgogliosi, è il principio
di tutte le virtù.
--Ho sempre inteso dire il contrario. È l'umiltà che è virtù.
--Errore, errore.
Si accorse di avermi scandalizzata e disse subito:
--Noi dobbiamo almeno conoscere le nostre forze, di questo converrete;
sopratutto quando si tratta di scegliere il compagno o la compagna
della intera vita. Vi sembra bella l'umiltà che ci fa accettare un
essere indegno di noi, nostro inferiore, che ci darà dei figli dei
quali forse dovremo arrossire?
Guardai con angoscia il mio Alessio, tanto bello e tanto buono. Il
piccolo amore, essendosi accorto del mio sguardo pieno di tenerezza e
di terrore, mi tese i suoi braccini ed io me lo strinsi al seno con un
impeto straordinario.
--È carino questo fanciullo--disse Egli posandogli una mano sulla
testa--ma ecco che i vostri occhi scintillano di orgoglio materno;
cara cugina, non avete paura di far peccato?
Avevo voglia di ridere e di piangere insieme. Mi sentivo un gruppo
alla gola e un formicolio nelle vene, come se vi si fosse infiltrato
un licore nuovo.
--Del resto--mormorò crollando il capo, quasi rispondendo a un
invisibile interlocutore--è naturale che sia così.
--Voi dovete giudicarmi molto sciocca e molto semplice.
--Semplice sì, sciocca no.
Come mai questa asserzione che non conteneva il più lontano
complimento, che era appena educata e niente più, mi riempì di uno
strano giubilo? Avevo forse bisogno che venisse lui ad assicurarmi che
non ero sciocca? A buon conto ripresi:
--Ma le persone semplici non vi devono piacere molto.
--Avete ragione, non molto.
--Grazie.
--Non c'è di che. Vi ho voluto dimostrare i pericoli della semplicità.
Potete immaginarvi che io mi lasci sfuggire nessuna occasione per
insegnare quel poco che so alle persone che mi interessano?
--Ma io--risposi prontamente--mi rifiuto a ispirarvi il benchè minimo
interesse.
--Ciò non sta in voi.
--E perchè?
--Perchè la simpatia è affatto libera. Vi è permesso di chiudermi la
vostra porta (mi darete anzi a questo proposito i vostri ordini
formali) ma non potete impedirmi di pensare a voi e di adoperarmi per
il vostro bene.
--Mi sembrate un originale.
--E sia. Vedete che non mi offendo. È già un buon principio per
restare amici.
--Io, se dovessi avere un amico vorrei che fosse principalmente buono
e poi affezionato, devoto e compiacente anche, disposto a sopportare i
miei difetti--perchè non è questo il maggior pregio dell'amicizia:
compatirci reciprocamente?
--Ho il dispiacere di dovervi contraddire ancora. Direte che la colpa
è mia, ma ciò non mi impedirà di pensare che è vostra. Cara cugina,
avete delle idee orribilmente tarlate. Pare impossibile che una così
graziosa testolina racchiuda un simile museo di ferravecchi.
--Come? La bontà, la devozione, la fedeltà, la tolleranza, la
compiacenza...
--...la gentilezza, la pazienza e aggiungiamone pure ancora una mezza
dozzina, delle vostre virtù, vedete che le conosco; ebbene non sono
queste le qualità della vostra cameriera (come si chiama? Brigida,
mettiamo) e di quell'ottimo Pietro che venne ad aprirmi l'uscio e che
si ricorda di avermi visto piccino?
--Orsola e Pietro--esclamai quasi ferita da quella punta di ironia che
sembrava colpire queste mie vecchie affezioni--sono certamente le
migliori persone che io conosca.
--Ve l'ho forse negato? Piacciavi rammentare che sono stato
precisamente io a caricarli di tutta quella corona di virtù, è vero o
no?
--E allora?
--Allora torniamo all'argomento. Voi desiderate nell'amico le stesse
qualità dei vostri servitori?
--Le qualità appartengono indistintamente a tutti.
--Abbiate pazienza e rispondetemi categoricamente. Desiderate
nell'amico le qualità di Orsola e di Pietro?
--Perchè no?
--Dunque sì?
--Ebbene sì.
--Ebbene no, no, no! Comprendo, badate, comprendo benissimo che la
devozione, la bontà, la tolleranza possano essere il maggior risultato
nei rapporti tra servitori e padroni; che ad ogni modo questi ultimi
debbano apprezzarli assai, ma io chiedo ben altro al sentimento che
riunisce due esseri eguali, senza scopo di lucro nè di interesse. Dove
sarebbe l'idealità dell'amicizia se questa si limitasse a una dolce
tolleranza e ad una amabilità benevola? Questo è ciò che si fa nel
mondo, lo so bene e voi pure ve ne accontentereste. Quattro
chiacchiere, una passeggiata, una colazione fatta insieme, la scelta
dello stesso sarto e il gusto per la stessa musica, ecco secondo voi
l'amicizia! Ci vuole altro vi dico, altro, altro. Che me ne farei di
un amico che non dovesse contribuire al mio miglioramento, al mio
innalzamento? All'amico, pensate, dobbiamo dare qualche parte
dell'anima nostra, aprirgli questo sacrario immacolato e farlo
riposare nel nostro cuore. L'amicizia è metà dell'amore, è qualche
volta tutto l'amore: _una cosa grande!_
Pronunciò queste ultime parole con un accento profondo che mi diede un
brivido. Seguì un lungo silenzio.
--Dunque devo tornare?--disse mio cugino alzandosi lentamente.
Mentre stavo per rispondergli, interruppe:
--Vi prevengo che sono poco tollerante, mediocremente buono, gentile a
scatti e che non mi impegno per la fedeltà.
--Allora farete quello che vi aggrada--gli risposi, sforzandomi di
sorridere.
--Grazie del permesso.
Si inchinò molto ossequiosamente ed era sul punto di allontanarsi
quando Alessio inciampando nel tappeto cadde a terra battendosi la
fronte. Gli strilli del mio bambino lo fecero tornare indietro e un
poco forse le mie esclamazioni di dolore e i forti baci e le tenerezze
che gli prodigavo per acchetarlo.
--Che cosa è successo?--chiese con voce calma, gettando una rapida
occhiata al piccino.--Perchè piangi? Un uomo non deve piangere.
Il mio bambino tacque subito e si pose a guardarlo cogli occhioni
larghi ancora bagnati. Egli sorrise e voltandosi verso di me, disse:
--Non commovetevi troppo cugina se volete restare forte.
Pochi momenti dopo io e Alessio, sollevando le cortine di seta rossa,
lo vedemmo allontanarsi lungo il viale e Pietro che entrava allora per
annunciarci che il desinare era pronto disse:
--Che uomo s'è fatto!
--Tu lo hai conosciuto, Pietro?
--Oh! sì molto. Quando era ancora un ragazzetto veniva da queste
parti. Egli aveva una singolare predilezione per il boschetto di
acacie, in fondo al giardino; stava là delle ore intiere a scrivere
versi e il padrone diceva che quel ragazzo aveva molto ingegno.
--Come va che io non lo ricordo?
--La signora era troppo bimba allora; lo avrà visto ma non se ne
rammenta. D'altronde egli entrava poco in casa; avendone avuto il
permesso dal padrone passava il suo tempo nel boschetto delle acacie.
La visita di mio cugino mi lasciò un'impressione che nei successivi
giorni di silenzio e di solitudine crebbe anzi che scemare. Egli avea
suscitato nella mia mente un tumulto di idee affatto nuove e quasi
risvegliato un senso nascosto, qualche cosa che dormiva in me, che
sembrava morto, che sarebbe forse realmente morto senza quella potente
evocazione.
Alla domenica, in chiesa, Orsola che veniva sempre con me, mi mostrò
la mia cattiva parente sussurrando:
--Veda che aria di sfida ha quella goffa!
Ed io risposi, rischiarata da una luce superiore:
--Non occupiamocene, Orsola.
Nel ritorno dalla chiesa--era la fine di febbraio--mi parve di non
avere mai visto tanto limpido sole, nè così lieti gruppi di casolari
lungo la via e--questo fu senza dubbio un effetto della mia
immaginazione--prima assai del tempo inturgidivano i rami dei mandorli
dentro gli orti.
--Orsola--dissi con uno slancio che mi veniva dal fondo del cuore--non
ti pare che la vita sia bella?
--La vita, mia buona signora, non è nè bella nè brutta. È la vita.
Avrei voluto che Orsola continuasse il suo discorso sviluppando il suo
pensiero, ma ella invece soggiunse scuotendo il fazzoletto sulle sue
scarpe nuove:
--Quanta polvere!
Tornata a casa la giornata non mi sembrò più splendente come prima.
Forse il sole si era nascosto; le cortine rosse del mio salotto non
ardevano di quel dolce colore di fiamma che gli dànno l'aspetto di un
tempio preparato per misteriosi riti. Anche qualche altra cosa mancava
al mio salotto. Io solevo passare le domeniche d'inverno giuocando con
Alessio, chiacchierando con Orsola e con Pietro finchè non fosse
giunta la stagione di raddrizzare i rosai e di preparare le sementi
nuove; ma quella domenica mi parve interminabile.
--Pietro--dicevo di tanto in tanto--credo che abbiano suonato il
campanello.--Va a vedere.
Pietro andava a vedere e riferiva:
--Nessuno, signora.
Raccontai ad Alessio una lunga favola; la favola del principe che era
stato trasformato in bestia e che doveva rimanere bestia finchè la più
bella fanciulla non si fosse innamorata di lui.
--Questo è impossibile--diceva Alessio.
Ed io:--perchè impossibile?--Se per esempio la fanciulla avesse capito
che sotto le forme bestiali c'era il principe?
Ma Alessio non si interessava a questo problema. Io invece lo trovavo
di una bellezza che non m'era apparsa mai prima di allora. Quanto
dolore in quell'essere nobile oppresso da un destino inumano e quanta
gioia nell'istante della liberazione! Come egli doveva amare veramente
chi lo aveva così veramente amato!
Prima di andare a tavola Orsola, tutta turbata, venne a dirmi che la
conserva di pere aveva preso la muffa. Ora mi ricordo benissimo che in
altre circostanze consimili io avevo diviso le pene di Orsola, ma
quella volta non mi fu possibile; cercai anzi di persuaderla che era
una disgrazia ben meschina.
--Che daremo al piccino quando mangia alla sera il suo pezzetto di
pane?
Così brontolava l'Orsola girando fra le mani il barattolo della
conserva.
--Potremo ben dargli un po' di miele, non ti pare, Orsola? E se
mancasse il miele credi che non basterebbe un po' di burro sul pane?
--Dio benedica la signora--esclamò Orsola--oggi trova tutto bello e
tutto buono!
Effettivamente mi pareva che fosse zampillata dentro di me una
fontanella, una fontanella di gioventù e di vita; me la sentivo
sorgere dal cuore, precipitare sui polsi, dilagare sotto la pelle. Mi
venivano in mente cose alle quali non avevo mai pensato; mi
sorprendevo ad ascoltare nell'aria voci arcane e giulive, quasi un
coro di ore felici che mi venisse incontro; ed era tale la mia
compenetrazione col mondo invisibile che avevo qualche volta la
sensazione di sentirmi crescere dei fiori nelle mani, dei fiori sui
capelli.
Un giorno stando alla finestra vidi passare mio cugino. Egli alzò il
capo e mi salutò molto garbatamente; l'indomani venne a farmi visita.
--Come avete tardato!--gli dissi.
--Avevo bisogno di vedervi per essere sicuro di non riuscire molesto;
per questo passai e ripassai ieri sotto le vostre finestre. La
facciata della vostra casa misura quaranta passi e il fianco
trentadue. Il palazzo della Bella nel bosco non era forse così vasto.
Egli aveva un modo di parlare naturale e diceva le cose più sublimi
come le più umili semplicemente, collo stesso accento convinto e
persuasivo. Si guardò attorno e chiese:
--Dov'è l'omino?
Alessio sbucò di sotto una poltrona con un pulcinella in mano e le
guancie tinte di melassa.
--Che faccia curiosa ha questo bimbo!
--Orsola dice che assomiglia a suo padre e Pietro dice che assomiglia
a me.
--Ecco una prova dell'acume dei vostri consiglieri.
Pensai (pulivo nel frattempo la faccia di Alessio) che quando egli
nacque suo padre era a Parigi, secondo il solito; che alle mie
ardenti preghiere di ritorno aveva risposto che gli affari lo
trattenevano--quali affari, mio Dio?--che poi aveva visto una sola
volta suo figlio e che da due mesi mancavo di sue notizie.
--Mi sembrate triste.
--La solitudine è triste.
--Come mai, in compagnia di Pietro e di Orsola?
Oh che cattiveria! Sì, questa mi sembrò una cattiveria e una mancanza
di cuore. Presi dal tavolino il mio ricamo e infilai l'ago senza
rispondere. Io avevo forse desiderato la visita di mio cugino ed ecco
che la speranza tanto rosea si mutava in un'aspra realtà. Ero decisa a
non aprire più bocca; fu Lui che prendendo un gomitolo di seta celeste
e palleggiandolo nelle mani, disse:
--Ho trovato alla Querciaia un disordine orribile. Mi piace
esteticamente quella vecchia fabbrica che ha i muri di una fortezza e
sui muri tante rose arrampicanti, e poi io sono sentimentale, sento
delle voci arcane in tutti gli angoli della casa dove i miei vecchi
sono nati e sono morti; ma, francamente, vi sono troppe ragnatele,
troppi topi e troppi usci che non chiudono. Ho impiegato sei giorni,
tanti quanti ce ne vollero per la creazione del mondo, a ordinare i
libri negli scaffali. I quadri sul solaio mi daranno un da fare
grandissimo; io non sapevo di avere tanti antenati alloggiati così
male. Mi sento sopratutto mortificato in riguardo di una leggiadra
bisavola bella come un amore, con certe maniche corte sopra un braccio
idealmente bianco e certe mani... così, come le vostre. Un topo le ha
portato via il fazzoletto ch'ella reggeva con due dita; oh come
metterei volontieri a quel posto il mio cuore,
Al posto di una trina
Un cuore sanguinante....
I versi non sarebbero cattivi, ma sono falsi, il che è peggio. Il mio
cuore non sanguina affatto; è giovane, forte e gaio. Farò mettere la
mia bisavola, dopo accurati restauri, nel salotto e questo mi pare
tutto ciò che si può pretendere da un nipote.
--Un nipote poeta--dissi, avendo potuto durante la sua divagazione
rimettermi un poco.--Anche il boschetto di acacie che sta in fondo al
mio giardino sa che siete poeta.
--E voi come lo sapete?--chiese sorridendo.
--Non vi è noto che le piante parlano?
--Ah! sì è vero! La quercia disse una volta alla canna: perchè ti
pieghi così facilmente al soffio del vento? La canna abbassò la testa
mortificata; ma venne un forte uragano, la canna si piegò a tempo e la
quercia investita dal fulmine fu gettata a terra.
--Perchè era stata superba!--esclamò Alessio trionfalmente.
--Vedo che la mia favola non è nuova.
--Racconto sempre delle favole al piccino.
--Fate bene. Questi grandi insegnamenti in forma umile si imprimono
nella mente e appena che il terreno sia propizio dànno frutti
insperati. Quando io avrò dei figli li alleverò con un sistema affatto
semplice e patriarcale, tuttochè ispirato ad una moderna libertà di
concetti. Molti complicano l'educazione con una infinità di pratiche
inutili, spesso nocive, mentre sarebbe così facile educare nel
sentimento del bello e del vero.
--Io prenderò presto un buon precettore per Alessio.
--Ma dove lo prenderete? Una buona madre è rara, un buon padre più
raro ancora, un buon precettore quasi introvabile. Vi consiglierei di
stare al minor danno.
--Che in questo caso sono io?...
--Appunto; oh! ma un danno così minimo....
Egli pronunciò queste parole con una dolcezza che mi commosse.
--Sono troppo ignorante, è vero.
--Non occorre neanche una grande cultura per allevare un fanciullo e
farne un uomo. Quando si ha un'anima come la vostra si arriva a tutto
per sola forza d'amore.
Aveva detto: _un'anima come la vostra_. Conosceva Egli la mia
anima? Questo dubbio mi turbò, ma per un solo istante: la confidenza
rinacque subito al suono della sua voce leale, al contatto delle sue
idee elevate sempre, anche quando non erano gentili.
--Dovreste leggere un po'.
--Oh! sì, volontieri!--esclamai con impeto.
Egli stette in silenzio, meditando, con un baffo chiuso fra l'indice e
il pollice. Sembrava aver dimenticato dove si trovasse ed io mi
guardavo bene dal disturbarlo perchè sentivo che anche senza parole la
sua compagnia era preziosa.
Finalmente disse:
--Vi porterò io qualche libro.
Si alzò per partire.
--Non state più tanto tempo senza lasciarvi vedere, ve ne prego.
--Dipenderà dal caos in cui mi sono cacciato. Vi immaginate voi ch'io
possa fare le cose a mezzo? La Querciaia è da rifare e bisogna
rifarla. In questi paesi non si hanno gli operai che si vogliono e in
molte faccende conviene ingegnarsi da sè. Conoscete un buon falegname,
per esempio?
Discorrendo lo avevo accompagnato fino all'uscio. Una ondata di sole
entrò dalla porta aperta e Alessio si pose a battere le mani.
--La primavera è venuta--disse Lui--non fiorisce ancora il vostro
giardino?
--Oh! appena qualche giacinto. Andiamo a vedere.
Discendemmo lo scalone tutti e tre e quando fummo nel viale mio cugino
si fermò a guardare il giardino ancora brullo ma colle aiuole già
smosse, preparate per la seminagione.
--Sapete che è una posizione magnifica questa?
--Non c'è male, abbiamo fin troppo sole.
--Fra quindici giorni tutto sarà sbocciato qui; la Querciaia invece è
in ritardo. Ah! ecco il boschetto chiaccherino che divulga i
segreti....
Eravamo presso alle acacie e ci mettemmo a ridere discretamente, con
un intimo accordo che era tutto una dolcezza.
--Quando i rami saranno verdi tornerete qui ad ispirarvi.
--Non ho più tempo ora di fare versi.
--Ma di essere poeta sì? Ho sempre pensato che si può essere poeti
senza scrivere versi.
Egli mi guardò in un modo intenso e scrutatore, contento e quasi un
po' sorpreso di quello che avevo detto, come se superassi in quel
momento una sua segreta speranza. E l'aria intorno era divina, rotta
da lievi ondate di profumo che venivano dai giacinti.
Alessio correva innanzi e indietro per il viale.
--Alessio! non correre tanto, ti farà male.
--Credete davvero che gli possa far male--disse mio cugino--o non
subìte voi pure l'impressione di tutte le donne, le quali sentono
istintivamente il dovere di occuparsi dei loro figli ma non avendo
lena di cercare ciò che potrebbe essere il loro vero vantaggio, si
appigliano alla lezione più comoda e più vicina?
--O vicino o lontano ciò che interessa i nostri figli non è sempre il
nostro dovere?
--Soave Mentore, mi inchino alla vostra saggezza, ma non abbiate paura
della corsa. Essa è una preparazione alla vita.
Si levò il cappello per salutarmi e siccome io andava cercando qualche
altra parola prima di decidermi a quella di congedo, vedevo la sua
testa scoperta nel nimbo della luce e i suoi capelli che la brezza
sollevava con una morbidezza di mano amante. Non so perchè, ma trovavo
una soavità rara nel vedermelo davanti in quella attitudine di
rispetto, sì che la prolungai, dando forse anche a lui una sensazione
indefinita di piacere che mi parve di scorgere riflessa ne' suoi
occhi.
E ancora, come la prima volta, la sua visita mi lasciò uno strascico
di gioia, una pienezza di idee, di orizzonti nuovi. Qualche cosa di
simile lo avevo provato nella mia primissima gioventù, risanando da
una grave malattia. Era, come allora, un risveglio di tutta la mia
sensibilità, un accorrere di forze e di desiderî verso una vita nuova,
o precisamente un incominciare a vivere.
Per quanto volessi indagare nelle mie più lontane memorie non avevo
mai conosciuto nessuna persona che somigliasse a mio cugino; nessuno
mi aveva mai parlato nel modo che parlava lui.
Veramente chi avevo io mai conosciuto oltre il mio povero padre quasi
infermo, i nostri contadini, qualche amico visto ben di rado, il
dottore, il curato e mio marito?
Lontanamente nella mia infanzia si delineava il ricordo di un vecchio
signore che veniva qualche volta in casa nostra e che mio padre
chiamava un uomo superiore. Mi restò in mente questa parola per aver
udito mio padre che diceva alla mamma, in seguito ad una contesa di
parenti: "Ascoltiamo i consigli di*** che è un uomo superiore." Da
allora in poi mi misi a considerarlo attentamente tutte le volte che
veniva e mi restò impresso, più che il suo volto, l'espressione di
esso: certi movimenti di sdegno, certi altri di pietà, sopratutto una
attitudine costante di slancio e di distacco dalla terra.
Non potrei dire che mio cugino somigliasse al signor***, molto più che
mio cugino era giovane e bello e il signor*** aveva i capelli bianchi
e le guancie infossate, ma pure se c'era un paragone possibile io
dovevo risalire fino a lui e ricordarmi la profondità di quegli occhi,
la luce di quel sorriso. Tutti gli altri uomini e donne, entrando in
una casa chiedono: Come va la salute? Poi discorrono del tempo, del
caro dei viveri, della epidemia dominante, dei fatti dei vicini e
dell'ultimo morto.
In collegio mi avevano parlato, è vero, degli eroi greci e romani e in
chiesa dei nostri santi martiri; avevo anche letto in una Antologia
classica gli squarci dei migliori poeti, ma tutta questa gente era
così lontana da me che io non la potei mai rivestire di carne e di
ossa, nè pensare mai che fossero miei simili.
Quando mi presentarono l'uomo che dovevo sposare mi parve, nella
limitazione de' miei confronti, quasi perfetto. A me, povera fanciulla
ignara, la sua disinvoltura di giovinotto elegante fece molta
impressione e poichè mi faceva regolarmente la sua corte credetti che
mi amasse. Forse, chi lo sa! mi avrà amata allora--quantunque io abbia
compreso di poi che quello non poteva essere il vero amore. Nemmeno un
anno egli stette con me; si annoiava della mia compagnia e della
solitudine campestre e appena ebbe la certezza del bambino che doveva
nascere tornò alle sue abitudini di società mondana e di viaggi. Mi
aveva promesso di darmi un appartamento in città per passare assieme
almeno l'inverno, ma se ne schermì sempre o con una scusa o
coll'altra; così senza scissure e senza ragioni il nostro matrimonio
si era quasi sciolto. Sulle prime avevo pianto assai e assai pregato;
mi ero umiliata a confessargli che non potevo vivere a quel modo, ma
poi non so come, la calma era venuta.
La mia salute molto delicata (uno dei pretesti che egli accampava per
non condurmi in città) mi fece quasi trovare una felicità in quello
stato di rinuncia e mi ero fossilizzata così senza rimpianti e senza
desiderî. Mio figlio e i due vecchi domestici formavano tutta la mia
famiglia. Quante sere d'inverno ho passate con Alessio addormentato in
grembo e l'Orsola che mi raccontava per la centesima volta le nozze
de' miei genitori! Anche Pietro mi ridiceva gli aneddoti del tempo
passato; uno de' suoi favoriti era quello dei miei cinque anni, quando
egli mi aveva persuasa che si prendono i passeri ponendo loro un
granello di sale sulla coda ed io uscivo in giardino colle tasche
piene di sale. E rideva, rideva ancora il buon uomo!
Dicendo a mio cugino che vicino a noi non c'era nessuno avevo
dimenticato le due figlie del defunto dottore, zitelle di quarant'anni
che non essendosi mai allontanate l'una dall'altra venivano insieme
qualche volta a trovarmi. Mi tendevano la mano, senza staccare il
gomito dall'anca, così tutte chiuse e raccolte nella loro persona che
mi davano l'aspetto di cartocci vuotati per un misterioso processo
senza essere stati aperti. Parlavano pure sempre insieme, a mezza
frase ciascuna, quasi sorreggendosi scambievolmente. Erano brutte,
povere, non avevano mai avuto una gioia nella vita, ma essendo stata
la loro madre bella ed elegante vivevano all'ombra della sua memoria
non senza un certo orgoglio. Si parlava di cintura sottile: _come la
mamma:_ diceva l'una; e l'altra: _ne abbiamo ancora la misura in
un corpetto di raso._ E la prima: _bianco._ A cui la seconda
soggiungeva: _fu quando la dichiararono regina della festa._ E
sorridevano tutte e due beatamente, stringendo le braccia esili contro
la vita grossa.
Ma poi non c'era proprio altro per dieci miglia intorno.
Aspettavo dunque con impazienza la terza visita di mio cugino.
Egli non venne così subito e mi fece avere invece un pacco di libri
con un biglietto "Vi mando i pensieri che io amo." Non diceva altro
quel biglietto eppure mi pareva che contenesse tante cose.
Usciva da esso la sua voce sonora, imperiosa, il suo sguardo
scrutatore, la sua anima così fuori dal comune. Non c'era in quella
breve riga una sola parola gentile, non un accenno affettuoso, ma era
tutta una gentilezza di concetto o tale mi parve, pensando che le idee
elevate erano ciò che Egli amava più che tutto al mondo e facendone
parte a me così umile ed oscura, mi dava la maggior prova di simpatia
ch'io avessi mai ricevuta. Compresi allora più che mai la vacuità
delle solite frasi, dei complimenti superficiali e sentii
l'umiliazione di essermene qualche volta compiaciuta.
Una grande gioia calma e serena mi innondava il cuore. Quale oscuro
destino o quale Dio veggente mi inviava la consolazione? Perchè
veramente ciò che provavo era questo: una consolazione. Sorgeva in me
lentamente un'altra me stessa, una parte di me che avevo dimenticata e
che veniva a completarmi, quasi una persona creduta morta che ci
gridasse un giorno aalle spalle: sono qui.
Come avevo potuto fino allora vivere di nulla al pari di una farfalla?
Mi sembrava ora che il mondo fosse pieno di tante idee, di tante
bellezze ignorate, di tante gioie austere e forti ed anche di sorrisi
più intensi, più alati, più profondamente dolci di quelli a cui ero
avvezza. Che cosa mi avevano annunciato tutti gli aprili della mia
vita se non il ritorno dei fiori? Ed ecco che questo aprile novo mi
recava un tributo di ricchezze spirituali non mai sognate.
Mi posi subito a leggere i libri di mio cugino, dapprima con qualche
difficoltà, poi meravigliata di comprendere e di gustare anche
problemi che una volta mi sarebbero parsi ardui e privi di interesse.
Erano pagine di poeti, di pensatori, di anime calde ed elevate. Erano,
strano a dirsi, rivelazioni di idee che avevano tratto tratto gettato
un baleno nel mio spirito, come raggi che passano davanti e dileguano,
come astri intraveduti in un lontano cielo ai quali non si crederebbe
possibile di arrivare. Ed erano amici, amici nuovi e sicuri che mi si
mettevano a lato, ora facendomi sorridere, ora facendomi riflettere,
pungendomi, spronandomi, sempre con quella deliziosa sensazione di
completamento, di linfa saliente su per i rami, che colma e che
matura.
Prima assai del tempo--come aveva detto Lui--i rosai del mio giardino
spuntarono tutti. La festa dei colori e dei profumi era intensa. Io e
Alessio non potevamo più stare rinchiusi. L'Orsola, sofferente di
reumi, mi ammoniva talvolta ma io non avevo più una fede cieca nella
sua sapienza e correvo alla voce della primavera che mi chiamava
all'aperto.
Alessio era felice al pari di me. Ruzzolandosi nella sabbia formava
una cosa sola col palpito della terra, colle piccole vite dei bruchi e
dei moscerini, coll'erba che cresceva, col gattino suo compagno di
corse e di capitomboli, e sostando finalmente nella breve ombra dei
rosai intuonava la sua canzone "M'alzo col sole" alla quale mi univo
io pure con una voce trillante che faceva dire all'Orsola: Badi, si
piglierà una raucedine.
Mio cugino mi sorprese un mattino della seconda metà di aprile
inginocchiata nel mezzo di una aiuola, con un grembiale bianco, le
mani coperte di vecchi guanti, intenta a spogliare i rosai dai bruchi
che minacciavano di devastarli. Diventai molto rossa quando lo vidi e
sorgendo lesta in piedi volli scusarmi per la volgarità di quella
occupazione.
--Non trovo che sia una occupazione così volgare; lo è molto meno del
chiacchierare senza scopo.
Mi venne allora la persuasione che egli avesse un po' di quello
spirito ribelle che si piace a contraddire; volevo vedere tuttavia
come avrebbe sostenuto il suo asserto.
--È ideale forse questo mucchio di bestioline che si contorcono l'una
sopra l'altra?
Scossi intanto per terra la lama del vecchio coltello che mi aveva
servito a raccogliere i bruchi, non senza nascondere un intimo
ribrezzo.
--Qualunque azione è ideale se ha per scopo l'ideale. Chi ha maggior
diritto di vivere secondo voi, il bruco o la rosa?
Esitai un istante, levandomi i guanti brutti di terra, poi dissi:
--L'uno e l'altra.
Egli ebbe un movimento di impazienza e soggiunse precipitando le
parole:
--Allora perchè distruggete i bruchi?
--Perchè mi distruggono le rose.
--Dunque? Sì, il silenzio vi sta bene colla testa leggermente piegata
e lo sguardo pensoso che indovino di sotto le palpebre, ma vi prego di
rispondere a questo quesito importantissimo: Chi ha maggior diritto di
vivere?
--Io vorrei che i bruchi non distruggessero le rose per poterli
salvare anch'essi. Ecco.
--Io vorrei! Io vorrei! Bel modo di rispondere a un interrogativo così
preciso con un condizionale così vago. E pretendete di ragionare!
Il suo accento era canzonatorio, ma non troppo. Risposi in tono
conciliante:
--Capisco, voi volete dire che dal momento che bisogna scegliere
conviene scegliere il meglio. Ma chi mi assicura che in tal caso il
meglio sia la rosa? Non è forse il mio egoismo che me lo suggerisce?
--Vedete un po' che razza di filosofo mi sbuca fuori da queste
gonnelle!--esclamò Lui con una specie di allegrezza della quale mi
sfuggiva il significato ma che trovavo assai dolce.--Tenete bene a
mente che la rosa ha per sè la sua ragione di trionfo perchè la rosa è
la bellezza.
Avendo in quel medesimo istante spiccato un bocciolo me lo battè
scherzosamente sulla spalla. Io mi rizzai e fingendo un tono di offesa
dissi, scandendo le sillabe:
--_Nemmeno con un fiore!_
Egli afferrò subito l'allusione, rise, e poichè la frase citata
trovavasi in uno dei volumi che mi aveva mandato, questo ci servì di
passaggio a un altro ordine di idee.
Improvvisamente dissi (mi ero giurata di tacerlo, e non so come mi
sfuggì):
--Perchè siete stato tanto tempo senza lasciarvi vedere? La Querciaia
è ancora in disordine? Avete trovato il falegname?
--Il falegname!--fece Lui come uno che cade dalle nuvole.
--Sì--risposi umilmente, già pentita--me ne avevate chiesto uno.
--Ah! E voi credete che io doni il mio tempo a simili cose?
--Mi diceste pure che il riordinamento della Querciaia vi occupava
assai.
--E mi occupò. Ma posso occuparmi più di dieci o dodici giorni di
mobili, di muri e di travi maestre?
Seguì un lungo silenzio.
--In questi giorni--Egli disse, dopo una leggera esitazione--io pensai
dei poemi!
Una grande soggezione mi prese ancora, come la prima volta che lo
avevo veduto, e temendo sopratutto di dire una sciocchezza tacqui.
Egli parve per un po' di tempo non accorgersi neppure della mia
presenza. Sfogliava distratto la rosa che aveva côlta dianzi
disseminandone i petali sulla sabbia, così lontano da me che me ne
sentii quasi ferita. Alla fine, per quella delicata abitudine di uomo
a modo che stringeva dappresso la sua natura indipendente e selvaggia
fece con uno sforzo ritorno alla conversazione.
--Cavalcate voi qualche volta?
--No, mai.
--Io ripresi questo esercizio da che sono tornato; mi piace
immensamente, mi riposa.
--?
--Ve ne meravigliate? Capisco anche questo, ma vi assicuro che per me
è un riposo. Sono stato ieri al campo delle croci.
--Fin là!
--Prendendo la via più malagevole.
--Ma perchè?
--Per amore delle difficoltà. Figuratevi che giunto al Passo del cervo
trovai il ponte rotto e piuttosto che retrocedere, saltai....
--....il Passo del cervo??
--Sì.
Un gran grido di orrore fu la mia risposta alla confessione di una
simile temerità. Il Passo del cervo è il punto più difficile delle
nostre montagne, un burrone spaventevole, un abisso senza fondo.
--Sapete che nessuno lo ha mai fatto, nessuno?
--E questa la bellezza.
Egli disse ciò con una gioia tranquilla e profonda, collo stesso
accento semplice col quale pochi istanti prima aveva proclamato che
"la rosa ha in se stessa la sua ragione di trionfo perchè la rosa è la
bellezza."
Che cosa intendeva Egli dunque per bellezza? Quale significato
misterioso racchiudeva per Lui questa parola comune? Io vedevo bene
che non c'era ombra di vanteria ne' suoi discorsi, che tutto ciò che
Egli faceva e diceva, se pure aveva rispondenza con una intima nota di
orgoglio, non era affatto da confondersi colla volgare superbia e
colla vanità impotente. Gli dissi:
--Voi disprezzate la vita?
--Tutt'altro! pensate, è il nostro maggior bene; o per lo meno è il
mezzo indispensabile per raggiungerlo. Ma si devono fare tutte le cose
che si _sentono_.
--Anche un pazzo può sentire il desiderio di precipitare da una
finestra--esclamai.
Ed Egli molto pacatamente:
--Si capisce. Seguirebbe con ciò la sua vocazione pazzesca e si
ucciderebbe, la qual cosa, non potete negarlo, sarebbe un bene per lui
e per la società. Ma io non mi sono ucciso ed è questa la mia ragione.
Siccome tenevo la testa bassa, poco convinta, Egli mi prese la punta
delle dita con somma dolcezza e continuò evidentemente felice di
dovermi combattere su quell'argomento:
--Cugina, cugina, sempre le vostre idee tarlate. Anzitutto voi pensate
che io possa morire. È possibile?--(sorrise tanto leggiadramente
intanto che non lo credei possibile neppure io).--E poi, ammettiamo
l'assurdo, se io fossi caduto in fondo al Passo del cervo con quale
diritto mi si sarebbe compianto? Io sono solo, libero, non amo, non
sono amato, la mia vita mi appartiene e chi sa, chi può indovinare,
chi si arrischierebbe a dire che l'istante di ebbrezza da me provato
nel varcare l'abisso non valesse più di venti o trent'anni spesi a
rialzare le spalliere del mio giardino? Credete che il valore di una
esistenza sia raccolto nella sua lunghezza? E se io non potessi dare
più nulla al mondo, se l'anima mia avesse esaurita la sua forza, se
l'ideale a me concesso fosse già stato raggiunto, non è ancor meglio
precipitare dalla cima di un monte piuttostochè morire per un cancro o
per una risipola?
--Basta, basta--implorai--mi fate male.
E mentre Egli mormorava a fior di labbro:--Ecco come sono le
donne!--io, più che al pericolo corso, pensavo adesso alle parole:
_non amo, non sono amato:_ che mi avevano dato un tuffo nel
sangue e non so quale ignoto ardore, come un misterioso bisogno di
colmare quella solitudine superba, di obbligarlo a scendere da quei
regni inaccessibili del suo pensiero e mescersi cogli altri uomini ed
essere uomo.
Come più vivo sentii quel giorno il vuoto della sua partenza! Lo
sentii con una acuta nostalgia di tutto il mio essere, con un
sentimento crescente del nulla in cui vivevo, in cui ero sempre
vissuta. Senza padre, senza marito, senza fratelli, il mio cuore
riposava nell'amore per il mio piccino; ma accanto a questo amore
fatto di protezione e di rinuncia, quali nuovi diritti si ergevano
imperiosi a domandare la loro parte? Una aspirazione di vita superiore
mi dominava come sola meta degna, quasi il perchè di una esistenza che
avevo fino allora sciupata meschinamente senz'alcun frutto. Il
desiderio di essere come Lui, di somigliargli almeno, divenne in breve
il bisogno più ardente della mia anima.
Nello stesso tempo un dubbio mi rodeva, sottile. Quale opinione aveva
Egli di me? Come mi trovava in confronto delle tante donne che aveva
dovuto conoscere? Ripensavo ad una ad una le sue frasi, le sue parole,
e per una parte mi confortavo, per l'altra mi pareva che egli mi
tenesse a distanza, che diffidasse; d'onde un affannoso desiderio in
me di rivelarmi, di fargli sapere quali tesori di ammirazione e di
affetto conteneva il mio cuore e come Egli avrebbe potuto disporne per
crescere una seguace al suo ideale.
In quei giorni ricevetti una lettera di mio marito. Pietro nel
consegnarmela, disse: Oggi la signora sarà contenta. Io ero difatti
contenta quando mi giungeva una di queste lettere perchè speravo ogni
volta di trovarvi l'annuncio della felicità. Questa volta invece
rimasi fredda; capii perfettamente che mio marito era uno straniero,
uno straniero passato attraverso la mia casa, attraverso il mio cuore.
Un sentimento nuovo di dignità mi faceva vergognare di essermi data
con tanta leggerezza a un uomo che non conoscevo.