truppe piemontesi, bensì il suo Capo di Stato Maggiore, il Sirtori;
ma tralasciando questo, fa maraviglia che un ufficiale dell’esercito
regolare ignori che le truppe dell’esercito settentrionale, venute da
Napoli a Caserta la sera del 1º ottobre, furono non solo un battaglione
di Bersaglieri, ma anche un battaglione del 1º reggimento della brigata
Re_.
Pag. 297. «_Combattimento di Caserta_ (_2 ottobre_). — Frattanto il
corpo aggirante di sinistra (generale Von Mechel), passato il Volturno
a Caiazzo, era stato ritardato dalle cattive strade nella sua marcia
alla volta di Caserta, sicchè la sua azione tattica nella giornata del
1º non s’era estesa più là che a tenere a bada Bixio. La mattina del
2, non avendo ancora notizia di ciò che era avvenuto il dì prima e dei
mutati intendimenti del Re, quel corpo scese su Caserta. Ma intanto che
un corpo di Garibaldini, rinforzato dal primo battaglione Bersaglieri,
lo tratteneva di fronte sulle alture di Caserta Vecchia, Bixio da
Maddaloni si portava a tagliargli la ritirata al Ponte delle Valli, in
conseguenza di che una parte di quella mal capitata colonna (duemila
uomini circa) posava le armi. V’era in tutto ciò motivo sufficiente
da crescer l’animo ai Garibaldini e scemarlo ai Borbonici, tra i
quali i malumori contro i loro ufficiali e Generali proruppero allora
più violenti nelle aperte accuse di viltà e tradimento. Garibaldi
rassicurato riprese il suo disegno di manovrare contro la sinistra del
nemico.»
10º Errore. — _Gli spropositi intorno a questa giornata sono tanti, che
davvero non ci è che una frase sola per confutarli: tutto falso. Falso
che il corpo aggirante di sinistra, Von Mechel, passasse il Volturno
a Caiazzo; falso che mirasse a Caserta; falso che attaccasse il Bixio
a Maddaloni solo per tenerlo a bada. Von Mechel era già da giorni di
qua dal Volturno; veniva dalla grande strada di Piedimonte d’Alife,
marciava direttamente su Maddaloni coll’intendimento di sfondare
l’estrema destra garibaldina e aprirsi di là la via per Napoli. Il
corpo che passò il Volturno presso Caiazzo diretto su Coperta era
quello del Perrone, spalleggiato dal Ruiz, e fu arrestato il 1º
d’ottobre a Castel Morone e fatto prigioniero il 2, non colla sola
opera del Bixio, ma con quella altresì, come dicemmo, di Garibaldi e
del Sacchi che lo circuirono dalla loro sinistra_.
E basti. Se così nei nostri Istituti militari si insegna la storia
delle battaglie italiane, che cosa sarà mai di quella delle altre
nazioni?
[136] La comandava il maggiore Carlo Smiles, e non il colonnello
Peard (accrebbe lo sproposito stampando _Pearce_), come scrive il
CANTÙ, _Cronistoria_, vol. III, parte II, pag. 509. Nel rimanente gli
spropositi, e usiamo mite parola, di questo libro sono tanti e tali,
nella parte militare principalmente, che ci è impossibile, non che
confutarlo, leggerla seriamente.
[137] Erano settemila, sopra un esercito (contando i depositi,
i presidii, i servigi d’amministrazione e d’intendenza) di
trentacinquemila.
[138] ALBERTO MARIO, _Garibaldi_, pag. 53.
[139] È però ammiranda, non saprei dire se più per schiettezza o per
abilità, la Nota da lui diretta il 9 novembre alla Prussia, la sola
che coll’Inghilterra non avesse ritirato il suo rappresentante; e
nella quale ribatteva con stupenda eloquenza tutte le censure mosse
all’occupazione delle Marche e dell’Umbria dal barone Schleinitz,
ministro di S. M. Prussiana nella sua Nota del 13 ottobre. Vedi
BIANCHI, _Storia docum_. citata.
[140] Non la ottenne però che nella seduta dell’11 ottobre, in cui fu
votato quest’Ordine del giorno:
«La Camera dei Deputati, mentre plaude altamente allo splendido
valore dell’armata di terra e di mare e al generoso patriottismo dei
Volontari, attesta la nazionale ammirazione e riconoscenza all’eroico
generale Garibaldi che, soccorrendo con magnanimo ardire ai popoli
di Sicilia e di Napoli, in nome di Vittorio Emanuele restituiva
agl’Italiani tanta parte d’Italia.»
E questo articolo di legge:
«Il Governo del Re è autorizzato ad accettare e stabilire per reali
decreti l’annessione allo Stato di quelle provincie dell’Italia
centrale e meridionale, nelle quali si manifesti liberamente, per
suffragio diretto universale, la volontà delle popolazioni di far parte
integrante alla nostra Monarchia costituzionale.»
Fu in quel giorno che il conte di Cavour pronunciò uno de’ più
eloquenti ed ispirati discorsi della Tribuna italiana; e, per ardimento
di concetti, uno de’ più rivoluzionari che uomo di Stato abbia
pronunciato da cento anni a quest’oggi. Vedi _Il Conte di Cavour in
Parlamento_, Discorsi raccolti da I. ARTOM e A. BLANC. Un volume.
Firenze, Barbèra, 1868.
[141] È uno degli scritti più infelice del Farini, che pure ne dettò in
quegli anni di felicissimi.
[142] Vedi l’Ordine del giorno del 28 settembre 1860. PECORINI, op.
cit. pag. 218-219:
«Caserta, 28 settembre 1860.
»Il Quartier generale è a Caserta: i nostri fratelli dell’esercito
italiano comandato dal bravo generale Cialdini combattono i nemici
d’Italia e vincono.
»L’esercito di Lamoricière è stato disfatto da quei prodi. Tutte le
provincie serve del Papa sono libere. Ancona è nostra: i valorosi
soldati dell’esercito del Settentrione hanno passato la frontiera e
sono sul territorio napoletano. Fra poco avremo la fortuna di stringere
quelle destre vittoriose.
»_Firmato_: G. GARIBALDI.»
[143] Frase del Farini a sazietà ripetuta, a sazietà rimproveratagli.
[144] Questa, secondo la _Presse_ francese, fu la lettera di Garibaldi
al Re, portatagli dal marchese Trecchi:
«Sire,
»Congedate Cavour e Farini, datemi il comando d’una brigata delle
vostre truppe; datemi Pallavicino Trivulzio per prodittatore, ed io
rispondo di tutto.»
Che in fatto di diritto costituzionale tutte le nozioni di Garibaldi
si fermassero alla dittatura, questa lettera lo dimostra. Egli aveva
del Re la stessa idea che ne ha il popolo. Il Re può fare e disfare
i Ministri; i Ministri soli sono i cattivi genii del Re: solo il Re è
buono, anzi bonario, come nei melodrammi, ec.
[145] Tornata della Camera dei Deputati dell’11 ottobre 1860.
[146] Sentenza dello ZINI, _Storia_ citata, vol. I, parte II, pag. 757.
[147] Si sa che il Mazzini rispose con altra lettera sdegnosa,
risolutamente ricusando di partire.
[148] Ecco la prima parte del decreto del prodittatore Mordini:
«In virtù dell’autorità a lui delegata,
»Considerando che i progressi delle armi italiane ravvicinano
sempre più il giorno, nel quale sarà costituito sotto lo scettro
costituzionale di Vittorio Emanuele II il Regno d’Italia;
»Considerando essere perciò conveniente che la Sicilia si trovi
preparata a pronunziare anch’essa il suo voto per entrare in seno alla
grande famiglia italiana;
»Volendo a tale oggetto stabilire le condizioni di tempo e di modo;
»Sulla proposta del Segretario di Stato per l’interno;
»Udito il Consiglio dei Segretari di Stato;
»Decreta e promulga:
»Art. 1º I Collegi elettorali, costituiti ai termini del decreto
dittatoriale del 23 giugno 1860, sono convocati per il giorno 21
ottobre corrente ad oggetto di eleggere i respettivi loro deputati nel
numero stabilito all’art. 4º del decreto.»
[149] Gli avversari suoi sostennero che la risposta era stata
sfavorevole addirittura. Ma finora il vero si nasconde per difetto di
documenti.
Il signor CARANTI però, nelle sue _Notizie intorno al plebiscito delle
Provincie napoletane_ (pag. 330), non s’arrischia ad affermare che il
Dittatore avesse autorizzato il Pallavicino a proporre in Consiglio dei
Ministri quel decreto, nè molto meno promesso di approvarlo.
[150] _Notizie sul plebiscito nelle Provincie napoletane_, pag. 334.
[151] CARANTI, _Notizie sul plebiscito_, ec., pag. 335.
[152] Ecco il Discorso pronunziato in quel giorno:
«In questa Capitale regna la discordia e l’agitazione. Sapete voi
chi l’ha eccitata? Quegli stessi che mi hanno impedito di combattere
gli Austriaci con quarantacinquemila Volontari; che nell’anno scorso
mi vietarono di accorrere con venticinquemila uomini alla vostra
liberazione; quegli stessi che spedirono La Farina a Palermo, e
chiesero l’immediata annessione, quelli cioè che volevano impedire a
Garibaldi di passare lo Stretto e cacciare Francesco II. Si è gridato:
morte a questo, morte a quello! Si è gridato contro i miei amici. Gli
Italiani non deggiono gridare morte l’uno contro l’altro, essi tutti
deggiono stimarsi ed amarsi, perchè tutti hanno contribuito a fondare
l’unità d’Italia. Quando sorge discordia, accorrete a me. Non venga
una deputazione di marchesi e di principi, ma di semplici popolani,
ed io disperderò i dissidii e tranquillerò gli animi. Ieri vi dissi
che sarebbe venuto il Re. Oggi ho lettera di lui. Il 9 le sue truppe
passarono il confine, e due giorni or sono Vittorio Emanuele si pose
alla testa del suo valoroso esercito. Laonde fra breve noi vedremo
il nostro Re. Durante questo stato di transizione fate che regnino
dovunque la tranquillità, la prudenza, la moderazione; si mostri il
popolo napoletano quel bravo popolo che è. Facciamo l’Italia una, a
dispetto di quelli che la vorrebbero scissa per tenerla schiava!» —
RUSTOW, op. cit., pag. 564.
[153] Abbiamo sott’occhio tre _Relazioni_ di quella importante riunione.
_Alcune notizie sul plebiscito delle Provincie napoletane_ di BIAGIO
CARANTI, segretario particolare del Pallavicino, che scrisse colla sua
approvazione, se non può dirsi sotto la sua dettatura.
Una _Relazione_ del generale TÜRR, pubblicata nel 1869, che parla
dei fatti, a cui fu parte e testimonio. Una _Relazione_ infine del
_Giornale Ufficiale di Napoli_, organo del ministro dell’interno
Conforti, e che si deve ragionevolmente pensare riveduta ed approvata
da lui. Se non che, mentre queste tre _Relazioni_, tutte ugualmente
fededegne, sono concordi nei fatti sostanziali, non lo sono punto
quanto ai particolari e mettono lo scrittore, costretto a prenderle
per fonti, nella più grande incertezza. Sulla impossibilità pertanto
di decidere quale sia la più completa e veridica, ci siamo appigliati
al partito di comporre un’epitome di tutte e tre, scegliendo in ciascun
racconto quelle parti che riferendosi a parole e fatti detti o compiuti
dal raccontatore medesimo, o dal suo diretto ispiratore, v’è fondata
ragione di credere che siano le più genuine. Il caso di veder narrato
diversamente il medesimo fatto dagli stessi testimoni o attori è, pur
troppo, frequentissimo, e fa correre per le vene dei terribili brividi
di dubbio sull’autenticità della storia.
[154] Il 15 ottobre fu anche il giorno, in cui pubblicava il decreto da
noi citato più innanzi a pag. 225. In quel giorno eran già entrati in
linea sotto Capua a sollievo dei Garibaldini estenuati un reggimento di
linea e tre battaglioni di Bersaglieri dell’esercito settentrionale.
[155] Il 15 ottobre Garibaldi scriveva e mandava da Sant’Angelo
quest’altro Manifesto:
«_Per adempiere ad un voto indisputabilmente caro
alla Nazione intera determino:_
»Che le Due Sicilie — che al sangue italiano devono il loro riscatto,
e che mi elessero liberamente a Dittatore — fanno parte integrante
dell’Italia una ed indivisibile — con suo re costituzionale Vittorio
Emanuele ed i suoi discendenti.
»Io deporrò nelle mani del Re — al suo arrivo — la Dittatura
conferitami dalla nazione.
»I Prodittatori sono incaricati dell’esecuzione del presente decreto.
»Sant’Angelo, 15 ottobre 1860.
»G. GARIBALDI.»
Che voleva egli dire? I Ministri ne furono allarmati e credettero
scorgervi una nuova voltata del Generale, una seconda disdetta del
plebiscito. Non tardarono però a ravvedersi. Garibaldi non aveva voluto
con quelle parole che ripetere il suo programma: unire a quello del
popolo napoletano e siculo il suo voto, e dichiarare che deponeva senza
rancore e senza astio il potere.
[156] L’aveva annunziata Garibaldi stesso all’esercito meridionale
con queste parole, che sembravano scelte accuratamente per dimostrare
sempre più che nessun antagonismo era possibile fra i due eserciti,
e ch’egli, Garibaldi, tenne la vittoria d’entrambi per vittoria della
sola nazione.
«_Ordine del giorno 21 ottobre 1860._
»Il prode generale Cialdini ha vinto presso Isernia. I Borbonici
sbaragliati hanno lasciato ottocentottanta prigionieri, cinquanta
ufficiali, bandiere e cannoni.
»Ben presto i valorosi dell’esercito settentrionale porgeranno la mano
ai coraggiosi soldati di Calatafimi e del Volturno.
»G. GARIBALDI.»
(PECORINI-MANZONI, op. cit., pag. 291.)
[157] Aveva seco due brigate della divisione Bixio; la brigata Eber e
De Giorgis della divisione Türr e la Legione inglese.
[158] Di questo incontro di Garibaldi col Re fu molto favoleggiato. Fra
le altre cose all’epico saluto di Garibaldi fu messa in bocca del Re la
condegna risposta: «Salute al mio migliore amico,» che il Re non diede.
Anch’io in altri scritti credetti al romanzo. Alberto Mario mi
disinganna. La risposta del Re fu assai più prosaica, ma vogliamo
ritenere non meno cordiale.
[159] ALBERTO MARIO, _Garibaldi_, pag. 78.
[160] Forse, accettata l’offerta di Garibaldi, non sarebbe toccato
all’esercito piemontese lo scacco del Garigliano (29 ottobre). Il
tragitto del Garigliano avrebbe potuto essere tentato o almeno
minacciato in più punti e avvenire prima e molto facilmente e
sicuramente. E vado più in là: se Garibaldi fosse stato avvisato
in tempo dell’avanzarsi de’ Sardi, avrebbe potuto passare prima in
qualche punto il Volturno, e impedire o almeno turbare in modo tale ai
Borbonici il passaggio del Garigliano da renderlo loro esiziale.
[161] Lettera di Garibaldi al re Vittorio Emanuele, 29 ottobre 1861.
[162] I commenti per quella mancanza furono molti, acerbi e lunghi. Noi
non possiamo credere ad una pensata scortesia; ma nessun impedimento
doveva trattenere Vittorio Emanuele dal rendere all’esercito
meridionale quel meritato onore. Se il giorno 6 il Re era impedito, la
rivista poteva differirsi, ma egli doveva assistervi.
Altre volte, in quei giorni, il Re, mal consigliato, mancò alle forme
della cortesia, che erano in quel caso anco le forme della buona
politica.
Così, per esempio, fece scrivere al generale Della Rocca un Ordine del
giorno di encomio all’esercito garibaldino, che poteva scrivere egli
stesso!
[163]
«Ai miei compagni d’armi.
»Penultima tappa del risorgimento nostro noi dobbiamo considerare il
periodo che sta per finire, e prepararci ad attuare splendidamente lo
stupendo concetto degli eletti di venti generazioni, il cui compimento
assegnò la Provvidenza a questa generazione fortunata.
»Sì, giovani! L’Italia deve a voi un’impresa che meritò il plauso del
mondo.
»Voi vinceste; — e vincerete, — perchè siete ormai istrutti nella
tattica che decide delle battaglie!
»Voi non siete degeneri da coloro ch’entravano nel fitto profondo
delle falangi macedoniche, e squarciavano il petto ai superbi vincitori
dell’Asia.
»A questa pagina stupenda della storia del nostro paese ne seguirà
una più gloriosa ancora, e lo schiavo mostrerà finalmente al libero
fratello un ferro arruotato che appartenne agli anelli delle sue
catene.
»All’armi tutti! — tutti; e gli oppressori — i prepotenti sfumeranno
come la polvere.
»Voi, donne, rigettate lontano i codardi: — essi non vi daranno che
codardi; — e voi, figlie della terra della bellezza, volete prode e
generosa prole.
»Che i paurosi dottrinari se ne vadano a trascinare altrove il loro
servilismo, le loro miserie.
»Questo popolo è padrone di sè. Egli vuol essere fratello degli altri
popoli, ma guardare i protervi con la fronte alta; non rampicarsi
mendicando la sua libertà — egli non vuole essere a rimorchio d’uomini
a cuore di fango. No! no! no!
»La Provvidenza fece dono all’Italia di Vittorio Emanuele. Ogni
Italiano deve rannodarsi a lui — serrarsi intorno a lui. Accanto al Re
Galantuomo ogni gara deve sparire, ogni rancore dissiparsi! Anche una
volta io vi ripeto il mio grido: all’armi tutti! tutti! Se il marzo
del 61 non trova un milione d’Italiani armati, povera libertà, povera
vita italiana!... Oh! no: lungi da me un pensiero che mi ripugna come
un veleno. Il marzo del 61, e, se fa bisogno, il febbraio, ci troverà
tutti al nostro posto.
»Italiani di Calatafimi, di Palermo, del Volturno, di Ancona, di
Castelfidardo, d’Isernia, e con noi ogni uomo di questa terra non
codardo, non servile; tutti, tutti serrati intorno al glorioso soldato
di Palestro, daremo l’ultima scossa, l’ultimo colpo alla crollante
tirannide!
»Accogliete, giovani Volontari, resto onorato di dieci battaglie, una
parola d’addio! Io ve la mando commosso d’affetto dal profondo della
mia anima. Oggi io devo ritirarmi, ma per pochi giorni. L’ora della
pugna mi ritroverà con voi ancora — accanto ai soldati della libertà
italiana.
»Che ritornino alle loro case quelli soltanto chiamati da doveri
imperiosi di famiglia, e coloro che gloriosamente mutilati hanno
meritato la gratitudine della patria. Essi la serviranno nei loro
focolari col consiglio e coll’aspetto delle nobili cicatrici che
decorano la loro maschia fronte di venti anni. All’infuori di questi,
gli altri restino a custodire le gloriose bandiere.
»Noi ci ritroveremo fra poco per marciare insieme al riscatto dei
nostri fratelli, schiavi ancora dello straniero, noi ci ritroveremo fra
poco per marciare insieme a nuovi trionfi.
»G. GARIBALDI.»
[164] L’_Examiner_ citato dal _Giornale Ufficiale di Napoli_, quando
però Garibaldi era ancora Dittatore.
[165] Garibaldi tentò istituire a Napoli anche i giurati (decreto del
Dittatore, 11 settembre 1860); ma non avendo il Ministero Conforti
stimato opportuno di introdurre i codici che erano necessario
compimento alla Giuría, il decreto restò lettera morta.
[166]
«MINISTERO DELLA GUERRA.
»_Circolare a tutti gl’Ispettori delle diverse armi._
»In ordine a quanto prescrisse il Dittatore a Palermo, io rendo noto
che l’uniforme da adottarsi per l’armata sarà perfettamente identico a
quello dell’armata del re Vittorio Emanuele.
»I modelli di ogni arma saranno esposti nelle sale di questo Ministero,
affinchè tutti possano uniformarvisi esattamente.
»_Il Ministro:_ COSENZ.»
[167] Decreto. Palermo, 22 giugno 1860; e Napoli, 12 settembre 1860.
[168] Decreto. Napoli, 11 settembre 1860.
[169] Decreto. Napoli, 11 settembre 1860.
[170] Decreto. Napoli, 19 settembre 1860.
[171] Decreto. Napoli, 19 settembre 1860.
[172] Il primo prestito lo fece il Depretis all’82-1/2 ed al 5%,
accettando in pagamento anche le cartelle del prestito siciliano del
1848 fino al limite della metà del prezzo della rendita medesima.
Il Mordini ne fece un secondo, comperando tutta l’antica e nuova
rendita. Fu questa operazione che il Cordova accusò di svantaggiosa
(Camera dei deputati, seduta del 28 giugno 1860); ma che il Mordini
difese valorosamente, riassumendo così la sua argomentazione:
«Riassumendomi, dico che la sola o quasi sola mia risorsa fu
l’alienazione dell’antica e della nuova rendita. La prima fece
entrare nelle casse dello Stato lire 841,500, la seconda 7,743,500,
in tutto 8,585,000; somma che, unita a quella di 896,760 ricavata dal
prodittatore Depretis, dà un totale di 9,481,760.
»Queste furono le risorse straordinarie di una rivoluzione di sei mesi,
9,481,760.» (_Atti della Camera dei Deputati_, tornata del 1º luglio
1861, vol. II, pag. 1681.)
[173] Filippo Cordova, nel già citato suo discorso e in quello
successivo del 1º luglio 1861.
[174] L’unico abuso di cui fu accusata la Dittatura, in materia di
finanza, fu d’aver messo mano sui depositi dei privati, giacenti sul
Banco di Napoli.
Il deputato Crispi, nella tornata predetta, tolse a dimostrare: 1º Che
l’accusa di violazione dei depositi è male indicata, perchè il Governo
dittatoriale non fece che prendere il fondo di guarentigia ch’egli
aveva presso il Banco stesso; 2º Che quando mai un simile addebito va
rivolto ai Ministri di parte moderata, che sedevano presso Garibaldi
dal 28 giugno al 22 luglio 1860.
[175] Vedi Interpellanza sulle condizioni di Napoli e Sicilia dei
deputati Massari e Paternostro nella tornata del 2 aprile 1861.
[176] Queste cose le ripeteva spesso; lo ridisse anche ad una
Commissione d’Inglesi, fra cui il duca di Southerland, andato a Caprera
tra il 12 e il 13 gennaio coll’apparente scopo di visitarlo, col reale
di dissuaderlo dal pensiero d’una spedizione nella Venezia. A questa
proposizione il Generale rispose:
«L’Ungheria e le provincie danubiane sono pronte a sollevarsi, e il
moto si estenderà infallibilmente alle coste adriatiche. Venezia
freme sotto il giogo; e da Venezia la rivoluzione si estenderà al
Tirolo italiano. In quindici giorni si può mettere il fuoco da Mantova
a Galatz, e quando questa immensa rivoluzione in luogo d’essere
abbandonata alle sole sue forze, come suole avvenire in simili casi,
fosse sostenuta da un’armata italiana, capace non di vincere, secondo
il nostro avviso, ma di tenere in iscacco l’austriaca, non credete che
le probabilità a noi favorevoli siano meravigliosamente accumulate e
che noi azzardiamo assai meno che non sembri?
[177] Il generale Türr e G. B. Cuneo. Vedi una corrispondenza da
Caprera alla _Perseveranza_ del 23 gennaio 1861.
[178] Lettera di Garibaldi al Bellazzi del 29 dicembre 1860:
«Caprera, 29 dicembre 1860.
»Caro Bellazzi,
»Io desidero l’apertura concorde di tutti i Comitati italiani per
coadiuvare al gran riscatto. Così Vittorio Emanuele, con un milione
d’Italiani armati, questa primavera chiederà giustamente ciò che manca
all’Italia.
»Nella sacra via che si segue io desidero che scomparisca ogni indizio
di partiti, i nostri antagonisti sono un partito, essi vogliono
l’Italia fatta da loro col concorso dello straniero e senza di noi.
Noi siamo la nazione, non vogliamo altro capo che Vittorio Emanuele;
non escludiamo nessun Italiano che voglia francamente come noi.
Dunque sopra ogni cosa si predichi energicamente la concordia, di cui
abbisogniamo immensamente.
»Vostro G. GARIBALDI.»
(_Pungolo_ di Milano, 9 gennaio 1861.)
[179] Il generale Bixio non accettò l’incarico, riservandosi di
conferire col generale Garibaldi a Caprera.
[180] _Perseveranza_, 23 gennaio 1861.
[181] Lettera del 29 ottobre di Garibaldi a Vittorio Emanuele, già
citata.
[182] Decreto in data di Napoli 11 novembre, e Ordine del giorno del
Comando supremo dell’esercito, firmato dallo stesso Vittorio Emanuele,
in data del 12.
[183] Fu il Fanti che nella tornata della Camera dei Deputati del
23 marzo 1861 li dichiarò 7013, e come l’esercito garibaldino, tutti
compresi, ondeggiò sempre tra i 35 e i 40,000, la proporzione sarebbe
di un ufficiale per 5 soldati e 5/8.
[184] Io pure, come ufficiale dimissionario dell’esercito meridionale,
partecipai a quel litigio e mi spetta quindi la mia parte di torto.
A quei giorni credeva alla possibilità della nazione armata; pur
conservando l’esercito permanente, volevo anch’io che un secondo
esercito di Volontari, modellato sui Volontari inglesi, lo integrasse
e rafforzasse. Però soltanto in questa istituzione vedevo la soluzione
della questione dell’esercito meridionale, e gridavo con quanto
fiato avevo in gola perchè il Governo s’affrettasse a decretarla.
Mi illudevo. Contavo sopra uno spirito militare che gl’Italiani non
hanno e non ebbero mai. I _Volontari_ sarebbero morti come la _Guardia
nazionale mobile e stanziale_, come i _Tiri a segno_. L’Italia ha
potuto dare a Garibaldi dai trentamila ai quarantamila Volontari
(tanti ne ebbe nel 1866) per uno scopo determinato e per un breve
periodo; ma un grande esercito di cento o dugentomila uomini, tali che
rispondessero veramente al nome ed allo scopo di _Nazione armata_, e
da uguagliare per numero ed organismo la forza dei _Rifles Volunteers_,
o delle _Landwehr_ e delle _Landsthurm_ tedesche, l’Italia non potè nè
volle allora, non potrà nè vorrà darlo giammai. L’Italia non è capace
d’altre istituzioni militari, che di quelle che la legge impone e lo
Stato fonda ed alimenta. Oltre di che, l’esperienza ha chiarito anche
me, tardi, ma in tempo, che un Corpo permanente di Volontari, comandato
da Garibaldi e dai Garibaldini, sarebbe degenerato immediatamente in
un corpo politico, antagonista nato dell’esercito stanziale, probabile
strumento di tutte le rivoluzioni, causa perpetua di guai, o almeno
d’allarmi alla nazione. Però la risoluzione del Petitti di sciogliere
il Corpo de’ Volontari e d’incorporarne gli ufficiali nell’esercito
fu la più saggia che Ministro della guerra abbia presa. Ebbe un solo
difetto, d’essere tardiva. Il Fanti è dubbio assai se l’avrebbe presa.
Egli nutriva contro l’esercito di Garibaldi un’avversione invincibile.
Come corpo separato e ausiliare dell’esercito, li avrebbe subiti;
come parte dell’esercito stesso non li avrebbe accettati mai. Ed anche
come Corpo di Volontari non sapeva decidersi nè a trasfondergli vita
organica e durevole, nè a discioglierlo. Qui stava il maggior suo
torto. Agiva come uomo che, fatta una incresciosa eredità, non osa
rifiutarla; ma pensa disfarsene lentamente, lasciandola consumare dal
tempo. E parlava anche peggio che non agiva. Infelice oratore, non
sapeva nè riscaldar la lode coll’affetto, nè ammorbidire la censura
colla cortesia. Però inacerbiva gli animi e rendeva sempre più aspro il
conflitto.
[185] Al Bellazzi aveva scritto sino dal 29 dicembre 1860:
«Caprera, 29 dicembre 1860.
»Caro Bellazzi,
»Per circostanze eccezionali io non posso accettare candidatura alcuna
a deputato. Desidero che ciò sia notorio a tutti i Collegi, onde
evitare l’inconveniente di dover addivenire ad altre elezioni.
»Sono
»Suo
»G. GARIBALDI.»
(Pungolo di Milano, 8 gennaio 1861.)
[186] I giornali moderati avevano stampato che Garibaldi era venuto a
Torino per invito del conte di Cavour. Il Generale lo smentì con questa
lettera al Direttore del _Diritto_:
«Signore,
»Un foglio di Torino pubblica che io venni qui chiamato dal conte di
Cavour.
»Questa notizia è del tutto inesatta.
»Torino, 3 aprile 1861.
»G. GARIBALDI.»
[187] Ecco testualmente la lettera:
«Signor Presidente,
»Alcune mie parole malignamente interpretate hanno fatto supporre un
concetto contro il Parlamento e la persona del Re.
»La mia devozione ed amicizia per Vittorio Emanuele sono proverbiali in
Italia, e la mia coscienza mi vieta di scendere a giustificazioni.
»Circa al Parlamento nazionale, la mia vita intera, dedita
all’indipendenza e alla libertà del mio paese, non mi permette neppure
di scendere a giustificarmi d’irriverenza verso la maestosa Assemblea
dei rappresentanti di un popolo libero, chiamata a ricostituire
l’Italia e collocarla degnamente accanto alle prime nazioni del mondo.
»Lo stato deplorabile dell’Italia meridionale e l’abbandono in cui si
trovano così ingiustamente i valorosi miei compagni d’armi, mi hanno
veramente commosso di sdegno verso coloro che furono causa di tanti
disordini e di tanta ingiustizia.
»Inclinato però alla santa causa nazionale, io calpesto qualunque
contesa individuale, per occuparmi unicamente ed indefessamente di
essa.
»Per concorrere quanto io posso a cotesto grande scopo, valendomi
dell’iniziativa parlamentare le trasmetto un disegno di legge per
l’armamento nazionale e la prego di comunicarlo alla Camera secondo le
forme prescritte dal Regolamento.
»Nutro la speranza che tutte le frazioni della Camera si accorderanno
nell’intento di eliminare ogni superflua digressione, e che il
Parlamento italiano porterà tutto il peso della sua autorità nel dare
spinta a quei provvedimenti che sono più urgentemente necessari alla
salute della patria.
»Torino, 12 aprile 1861.
»G. GARIBALDI.»
[188] Ed ecco i principali articoli del suo progetto:
«Art. 1º La Guardia nazionale sarà ordinata in tutto il Regno giusta
le prescrizioni delle leggi vigenti nelle antiche provincie colle
modificazioni portate dagli articoli seguenti.
»Art. 2º I corpi destinati per far servizio di guerra prenderanno il
nome di Guardia mobile. Essa sarà formata in divisioni, in conformità
dei regolamenti dell’armata di terra.
»Art. 3º Sono chiamati a far parte della Guardia mobile tutti i
regnicoli che hanno compiuto il 18º e non oltrepassano il 35º anno di
età.
»Art. 4º Le armi, il vestito, il corredo, i cavalli e tutto il
materiale da guerra necessario alla Guardia mobile sarà fornito
interamente a carico dello Stato.
»Art. 5º Il contingente della Guardia mobile è ripartito per provincie,
per circondari, per mandamenti, a proporzione della popolazione. I
militi sono chiamati al servizio in base della legge sul reclutamento
dell’esercito e delle altre leggi vigenti. La durata del servizio è
regolata dall’art. 8 della legge 27 febbraio 1859.»
Con altri articoli erano dichiarati esenti i facenti parte
dell’esercito e dell’armata, gl’inabili, gli unici, i primogeniti
orfani, ec., e coll’ultimo aprivasi un credito di trenta milioni per
l’armamento della Guardia stessa.
[189] Furono superflue. La questione dei _Cacciatori_ era morta e
sepolta, e a nulla giovava il rivangarla. È vero che Garibaldi vi
fu provocato dalle parole del conte di Cavour; ma sarebbe stato più
generoso e certamente più abile lasciar cadere l’invito. Oltredichè
avevan ragione entrambi: ragione il Cavour, che primo istitutore e
protettore di quel Corpo fosse stato lui; ragione Garibaldi di dolersi
delle difficoltà suscitategli in cammino, e degli scarti dell’esercito
mandati a lui, e del Corpo degli _Appennini_ promessogli dal Re e
rifiutatogli dal Ministero, e di tant’altre angheríe. Nei discorsi
così di Cavour che di Garibaldi sono però notevoli due cose: la prima
che Garibaldi si sia dimenticato d’aver chiesto i _Cacciatori degli
Appennini_ non una, ma due volte: una a Treponti, e l’altra molto prima
a Chivasso nel momento di intraprendere la sua marcia in Lombardia; la
seconda che il conte di Cavour per iscusarsi di non avergli mandati
i _Cacciatori degli Appennini_, gli abbia dato poi ragione che,
avendo egli sempre stimata la Valtellina «un teatro disadatto alla
sua capacità,» quella forza su quei gioghi sarebbe stata perduta,
come già la furono i _Cacciatori delle Alpi_. Ottima ragione, e che
dimostra, oltre a tante altre cose, che il conte di Cavour ne capiva
delle faccende della guerra assai più di coloro che avevan l’ufficio di
governarle.
E finiremo la nota con un’altra osservazione. Il generale Petitti alla
fine della seduta del 20 aprile lesse un telegramma del La Marmora,
nel quale questi smentiva l’asserzione di Garibaldi, che i Volontari
più idonei fossero costretti a entrar nell’esercito e soltanto gli
scarti lasciati andare nei _Cacciatori_. Il generale La Marmora diceva
il vero, «nessun ordine costringeva i Volontari a entrare piuttosto
in un corpo che nell’altro»; ma in ogni ufficio d’arruolamento, me
testimonio, c’era uno o più ufficiali che consigliavano i più aitanti a
preferire l’esercito ai Volontari.
[190] I giornali di Sinistra vollero vedervi la mano del conte di
Cavour; ma basta la memoria della sua grande accortezza, non che del
suo forte ingegno e del suo nobile carattere, per purgarlo d’ogni
accusa.
Lo Zini invece «sospetta li caporali di parte sua, e principalmente di
quel manipolo che intorno al Minghetti s’avvoltacchiava.» (Op. cit.)
[191] Son testuali parole della _Monarchia Nazionale_ di Torino, organo
del _terzo partito_, e per i suoi intimi rapporti col Depretis, col
Rattazzi e gran parte della Sinistra, in grado d’essere bene informato.
[192] Vedi NICOMEDE BIANCHI, _Il conte di Cavour_, pag. 83.
[193] Nizza probabilmente.
[194] Alludiamo all’assassinio, di cui doveva essere vittima nel
1860. L’ammiraglio Persano nel suo _Diario_ (parte I, pag. 30 e 40)
ne parla distesamente. Certo Valentini, caporale della fanteria di
marina borbonica, era partito da Napoli col disegno di uccidere il
Generale. Il Persano ne fu avvertito prima dal conte di Cavour, poi dal
Villamarina, sicchè corse immediatamente ad informarne il Generale,
pregandolo a premunirsi; ma il Generale non se ne volle curare! e
solo per compiacere l’Ammiraglio ne fece parola sorridendo ad un suo
aiutante di campo.
Il Valentini tra il 15 e il 16 sbarcò a Palermo, ma essendosi accorto
d’essere tenuto d’occhio dalla Polizia, si gettò in mare e a nuoto
riparò sulla _Partenope_, una delle fregate della marina napoletana che
ancoravano a quei giorni nella rada di Palermo.
[195] Dal _Movimento_ di Genova, 18 agosto 1861.
[196] Egli mandò per avere il consiglio del Re e dei Ministri il
colonnello Trecchi, il quale ne ricevette quella risposta.
[197] La lettera si legge nei giornali americani, ed era del seguente
tenore:
«_Al Console degli Stati Uniti d’America._
»Caprera, 10 settembre 1861.
»Caro Signore,
»Ho veduto il signor Sanford, e sono dolente d’esser costretto a dire
che non posso andare pel presente agli Stati Uniti. Non dubito del
trionfo della causa dell’Unione, e che avvenga presto; ma se la guerra
dovesse per mala sorte continuare nel vostro paese, io vincerò tutti
gli ostacoli che mi trattengono, e mi affretterò a venire alla difesa
di quel popolo che mi è tanto caro.
«G. GARIBALDI.»
[198] Parole di Celestino Bianchi, segretario generale del Ministero
dell’interno, in una sua lettera a Pier Carlo Boggio, deputato al
Parlamento, intitolata: _Il barone Ricasoli, Mazzini, Garibaldi e i
Comitati di provvedimento._ Torino, 1862, pag. 11.
[199] Una notizia dell’_Italie_ giornale ufficioso, telegrafata il
9 (sera) dall’Agenzia Stefani a tutta la stampa, diceva: «Secondo le
nostre informazioni, la conferenza di ieri tra Garibaldi e Rattazzi
avrebbe avuto importantissimi risultati, di natura da esercitare grande
influenza sui destini del paese.»
[200] Li dovevano comandare il maggiore Bideschini e il capitano
Baghino. Giuseppe Guerzoni doveva tenere le funzioni di Capo di Stato
Maggiore. I Carabinieri si organizzavano in Genova, onde il nome di
_Carabinieri genovesi_, e gli arruolati ai primi d’aprile sommavano già
a millecinquecento.
[201] Il fatto fu negato invano. Il Crispi l’affermò recisamente in
pieno Parlamento (_Seduta del 3 giugno 1861_) ed al Rattazzi stesso
mancò l’animo di smentirlo. Del resto noi abbiamo l’aneddoto dalle
labbra stesse del dottor Ripari, che fu appunto la persona incaricata
da Garibaldi di chiedere al commendator Capriolo, segretario generale
dell’Interno e _alter ego_ del Rattazzi assente, la consegna della
somma promessa.
[202] Vedi GIUSEPPE PASOLINI, _Memorie raccolte da suo figlio_. Imola,
tip. I. Galeati, 1880, pag. 297.
[203] Val la pena di riprodurre qui il discorso di Garibaldi
pronunziato nel teatro di Parma che venne dai giornali travisato.
Lo togliamo dalla _Gazzetta di Parma_ del 2 aprile:
«Io vi spiegherò le condizioni presenti. — Io sono repubblicano —
benchè molti credano farsi un delitto il dirlo, non lo nascondo. —
_Alle grida che s’innalzavano nella sala, soggiunse:_ Ricordatovi
che siamo forti, ma i forti sono tranquilli e calmi e colla calma
faremo fatti. Io voglio farvi un’ipotesi — supponete che siamo qui
in cento: se sono ottanta che vogliono un governo o venti un altro,
i venti che violentano la volontà degli ottanta sono despoti, sono
tiranni. Ma quegli ottanta sarà il governo del popolo, quello sarà la
mia repubblica. Ora dunque abbiate in mente la concordia, lasciamo da
parte i torti ricevuti per la causa italiana. — Io posso esser certo
che quando in nome della patria e del Re vi chiamerò, tutti verrete.
(_Sì, sì prolungati._) Ora tornando all’ipotesi, gli ottanta hanno
già accettato quel programma col quale dal Ticino ci accampammo alle
falde del Vesuvio; voi ben lo conoscete — _Italia e Vittorio Emanuele_
— e mentre noi esprimiamo il nostro principio, noi seguiremo quel
programma. Chi non segue quel programma deve essere considerato come
nemico della patria. Siamo leali; se l’abbiamo accettato, seguiamolo.
Ricordiamo la concordia.
_Al grido di viva Mazzini_ disse che incaricato di parlare a Rattazzi
e al Re per il richiamo di Mazzini, il fece e spera che non vi siano
serii ostacoli, non essendovi ormai che un punto legale da sciogliere
che egli non saprebbe spiegare. _Al grido di viva Mazzini egli ripete:_
Io vi accompagno, ma io ve l’ho detto: il popolo forte deve essere
calmo e concorde — _Viva Vittorio Emanuele_ — (Si ripeterono le grida:
_Viva Vittorio Emanuele_.) Ho fatto un discorso, esso conchiuse, che
passa di molto la mia capacità; ma colla vostra fisonomia marziale e
franca mi avete dato l’energia di parlare: vi saluto con affetto, o
degni figli del lavoro, vi raccomando la concordia: nella concordia
sta la salute della patria. Mantenetevi buoni — sarò con voi sino alla
morte.»
[204] Egli infatti scriveva:
«Trescorre, 6 maggio 1862.
»Nel 5 maggio in Trescorre ho potuto corroborarmi nel concetto che si
meritano i miei correligionari politici — confermarmi che non ci può
essere democrazia senza onestà d’intendimento e rispetto alla volontà
nazionale.
»Non più diffidenze dunque in un paese che deve trovarsi compatto
nelle ultime battaglie dell’indipendenza. I membri del Consiglio
dell’Associazione emancipatrice, eletti nell’adunanza generale
di Genova, che si componeva dei delegati di tutte le Associazioni
liberali d’Italia, confermarono in questo solenne anniversario il
patto fondamentale, su cui posa l’avvenire della patria; il concerto
che lega questa nazione, che vuole risorgere tutta, al suo Re leale e
galantuomo.
»I nostri convincimenti furono trovati da noi tutti consentanei al
nobile plebiscito siculo-napolitano, al programma glorioso delle nostre
vittorie.
»_Italia e Vittorio Emanuele!_... Ecco la nostra bandiera, ecco il
voto consacrato dalle moltitudini, proclamato oggi dall’entusiasmo per
il Re guerriero di mezzo milione di popolo, a cui fanno eco tutte le
popolazioni. — Ecco la mèta a cui devono tendere tutte le aspirazioni.
— Ecco finalmente il vangelo politico su cui posero la destra, ieri —
uomini che mi onoro di chiamare fratelli, uomini che l’Italia ed il
Re troveranno sempre cooperatori sulla via che conduce alla intera
nazionale rigenerazione.
»G. GARIBALDI.»
[205] Citiamo i colonnelli Nullo, Missori, Guastalla, Corte, Cattabene,
i maggiori Cucchi, Mosto, Lombardi, Bedeschini, il dottor Ripari,
Benedetto ed Enrico Cairoli, i trentini Ergisto Bezzi, Filippo Manci,
Pietro Martini; Paolo Francesco Savi di Genova, Alberto Mario, e
potremmo raddoppiare la schiera.
[206] Vedi Circolare del Ministero dell’interno, 15 aprile 1862.
[207] «Taluni male interpretarono la mia protesta sul _Diritto_.
Soldato italiano, non ebbi, nè poteva avere, intenzione di lanciare
contumelie contro l’esercito italiano, gloria e speranza della
nazione. Volli soltanto dichiarare che dovere dei soldati italiani
è di combattere i nemici della patria e del Re, e non di uccidere e
ferire inermi cittadini. — Se il Comandante di Brescia avesse potuto
provvedere secondo gl’impulsi del proprio cuore, non avremmo oggi da
maledire chi fu la causa della strage, nè lamentare vittime di quel
popolo generoso. Alle frontiere e sui campi di battaglia la milizia —
quello e non altro è il suo posto.
»GARIBALDI.»
Supplemento del _Pungolo_ di Milano del 23 maggio 1862.
[208] Vedi _Diritto_ del 4 giugno 1862.
[209] Vedi negli _Atti parlamentari_, Lettera di Garibaldi del 2 giugno
1862.
[210] Tornata della Camera dei Deputati del 3 giugno 1861.
[211] Ci conviene tuttavia essere più esatti. Per molto tempo nella
mente di Garibaldi l’impresa veneta e la greca andarono di conserva:
l’una a’ suoi occhi non escludeva l’altra, a vicenda forse si
aiutavano. Anzi fra il 7 e l’8 maggio avendo il Generale ricevuto una
visita del generale Di Saint-Front, aiutante di campo del re Vittorio
Emanuele, si notò che per due o tre giorni le idee e gli ordini del
Generale cambiarono totalmente; talchè la spedizione in Tirolo parve
messa in disparte e quella per l’Oriente ripresa più alacremente.
Tanto vero che il maggiore Bideschini ebbe l’ordine di scegliere tra
i giovani raccoltisi a Genova una grossa schiera, di unire ad essa
una mano di marinai e di tenerli tutti preparati ad un imbarco. (Vedi
_Garibaldi_, per F. BIDESCHINI, pag. 25.) Se non che, prevalendo
probabilmente l’impazienza generosa dei Veneti e dei Trentini, e
continuando ad affluire in Lombardia nuovi Volontari, Garibaldi lasciò
che la prima trama del Trentino fosse ravviata e condotta fino al
termine in cui la vedemmo troncata.
[212] Io era a que’ giorni segretario particolare capo del Gabinetto
del ministro dei lavori pubblici, Agostino Depretis; ma, come ognuno
sa, ero nello stesso tempo soldato ed amico di Garibaldi, col consenso
del quale soltanto mi ero indotto ad accettare il posto di fiducia che
l’onorevole Depretis mi aveva offerto. Ora io non appaio certamente
questi due fatti per dare a credere che io tenessi nel Governo alcun
importante e molto meno segreto ufficio politico; ma li ricordo
soltanto per chiarire come la mia origine, il modo della mia elezione,
la mutua confidenza di cui mi onoravano il generale Garibaldi e il
ministro Depretis, facessero di me qualcosa di diverso, per lo meno,
d’un burocratico qualsiasi e mi mettessero quindi in grado di essere
più addentro di molti altri miei colleghi in taluni negozi; in quelli
specialmente che concernevano la principale materia degli accordi a
quei giorni avviati tra il Governo e il Generale.
Ora dunque, essendomi recato nell’ultima settimana d’aprile a Desenzano
per vedervi il Generale e sentire da lui a che punto stessero le cose
circa a quei _Carabinieri genovesi_, dei quali ero predestinato a
diventare il Capo di Stato Maggiore, il Generale mi rispose col suo
ordinario laconismo: «Presto spero che faremo qualche cosa; fatene
un cenno anche a Depretis, e tenetevi pronto.» Tornato a Torino come
il Generale mi aveva detto, riferii il breve dialogo al Ministro,
che ascoltò quasi senza rispondere; e non mi lasciò in alcun modo
intravedere quello ch’egli pensasse di quella mia confidenza. Io non
dirò come de’ particolari fossi informato quasi giorno per giorno dagli
altri miei amici e commilitoni. Soltanto ai primi di maggio dovendo io
accompagnare il ministro Depretis a Napoli, scrissi al Generale anche
a nome di Bixio, che era a parte di tutta la trama (Vedi _Vita di Nino
Bixio_, pag. 306 e seg.), se potevamo fare impunemente il viaggio senza
pericolo di perdere il nostro posto nella impresa che tutto faceva
credere imminente. Ma egli mi rispose: «Partite pure: occorrendo vi
chiamerò.» Ed io, rassicurato come la cosa non fosse così prossima
come si vociferava, partii, e soltanto in mare, tornando da Sicilia,
seppi con qualche certezza le notizie degli arresti di Palazzolo e
di Sarnico. Allora, appena arrivato a Torino, e meglio conosciuti
tutti i particolari degli eventi, udito il consiglio de’ miei amici,
reputai di non poter più servire convenevolmente un Ministero che dopo
aver fino alla vigilia parte congiurato col Generale, parte tollerato
ad occhi chiusi ch’egli cospirasse con chi voleva, gli si avventava
contro all’improvviso e lo trattava come ribelle e poco meno che
nemico. E questa pertanto fu l’unica cagione della dimissione ch’io
diedi, in quei termini forse un po’ troppo vivaci che la giovinezza
dovrebbe scusare, al ministro Depretis. Se poi in Parlamento taluni
Deputati vollero farsi della mia nomina come della mia rinunzia un’arma
di partito e tirarne a forza illazioni esorbitanti dalla logica e
dalla verità, ciò poteva attristarmi, ma non era in me d’impedirlo.
Io m’ero risolto a quell’atto per un profondo sentimento di dovere;
ma ero il primo a dolermi del rumore che esso veniva facendo, e non
l’avrei certamente voluto ingrossare con nuove polemiche che avrebbero
richiesto di necessità nuove rivelazioni e generati scandali maggiori.
Però se anche oggi dopo venti anni ne parlo, gli è solo perchè la
necessità di questa storia mi vi trascina, e ciò nonostante resta
ancora una parte della verità che stimo debito mio il tacere. Spero
tuttavia che anche il poco che ne ho detto varrà a consigliare il
signor Zini ad una onorevole ammenda. Egli nella sua _Storia_ (vol. I,
parte II, pag. 1021) ha tassata la mia rinuncia di «triste vanità;»
ma confido che dopo le spiegazioni da me date vorrà dolersi della
sua frase e pronunciar di me più benigna sentenza. Quando nol facesse
saprei ben passarmene, ma egli m’avrebbe dato il diritto di dire che se
tutti gli uomini e tutte le cose, delle quali giudica e manda nella sua
_Storia_, sono trattati colla stessa conoscenza de’ fatti, ponderatezza
di giudizio e temperanza di stile con cui trattò il mio minuscolo
aneddoto, non c’è più in tutti i suoi quattro volumi una sola parola
degna di fede.
[213] _Frammenti_ citati, pag. 13 e 14.
[214] Lo accompagnarono a Palermo, oltre il figlio Menotti, Enrico
Guastalla, Giuseppe Missori, Giacinto Bruzzesi, Agostino Lombardi,
Giuseppe Guerzoni, Giovanni Basso e in qualità di segretario Giuseppe
Civinini.
[215] Troviamo la frase in un periodo dei citati _Frammenti_, pag. 16:
«Addio Marsala! terra di felice augurio. — Anche questa volta il tuo
bravo popolo mi spinse ad opera buona — e rispose con risoluzione ed
entusiasmo al mio grido di _Roma o Morte_ — che il dispotismo crede
d’aver sepolto con due palle di carabina; ma ch’io spero non passerà
molto — udremo risuonare ancora più terribile di prima. — E come
riveder Marsala senza concepire il progetto di ripigliare il tronco
cammino? Forse perchè Buonaparte lo vietava? Ed io ho mai temuto
Buonaparte?
»Oh! Italiani — penetratevi una volta delle mie ragioni e persuadetevi
che i tiranni hanno paura, se non si temono.»
[216] Giuseppe Guerzoni, Enrico Guastalla, Giovanni Chiassi. Accennai
il fatto anche nella mia _Vita di Nino Bixio_, pag. 309.
[217] Fu scritto da Giuseppe Civinini, che faceva allora da suo
segretario.
[218] Proclama del Re agl’Italiani, del 3 agosto 1862.
[219] Così la lettera dell’Albini come la risposta del Generale furono
vedute dal generale Cugia e dal deputato Miceli, che l’attestarono
nella tornata della Camera dei Deputati del 25 novembre 1862.
[220] Ciò è attestato, fra gli altri, dall’Autore della _Verità sul
fatto d’Aspromonte per un testimonio oculare_. Milano, 1862, pag. 26.
Che la lettera poi fosse quella dell’ammiraglio Albini è supposizione
nostra, ragionevole crediamo, ma pur sempre supposizione.
[221] Vedi su questo e molti altri particolari _Aspromonte, Ricordi
storici militari_ del marchese RUGGERO MAURIGI, già aiutante del
generale Garibaldi. Torino, 1862; fedele ed accuratissimo diario.
[222] Ci studieremo di colmar noi le principali, con postille cavate
dai nostri personali _Ricordi_ e dagli altri documenti che abbiamo fra
mano.
[223] L’interrogativo è di Garibaldi; forse egli non ricordava più i
nomi dei due bastimenti, eccoli: _Il Generale Abbatucci_ francese della
Compagnia Valéry francese, e il _Dispaccio_ della Florio, italiano.
[224] Così il manoscritto, ma il senso riesce alquanto oscuro;
dubitiamo che lo scrittore abbia omesso qualche parola che l’avrebbe
schiarito. Certo voleva dire: se le fregate incrociavano al largo, egli
(Garibaldi) sarebbe passato fra gli scogli dove le fregate non potevano
inseguirlo; se invece ancoravano vicino agli scogli, egli sarebbe
marciato diritto su di esse, passando tanto vicino alle loro batterie
da metterle nell’impossibilità di colpire.
[225] Voleva dire _penoso, angoscioso_, ec. Ma chi s’occuperebbe a
riveder la lingua a Garibaldi!
[226] Vapore con cui era passato il generale Bixio nel 60 colla sua
brigata.
[227] Qui il Generale tace o dimentica che una Deputazione reggiana,
composta dei signori Bolani, Ramirez, Bruno Rossi e Grillo, era venuta
a Sannazzaro per avvertirlo la città essere posta in istato di assedio;
il presidio, triplicato per soccorsi venuti da Messina, forte di
circa quattromila uomini, disposto a sbarrargli il passo; scongiurarlo
fervidamente a risparmiare alla città lo spettacolo e il danno d’una
guerra cittadina. Garibaldi rispose parole concilianti e pacifiche, e
sebben non lo promettesse esplicitamente agli oratori, avea già in cuor
suo fermato di lasciare in disparte Reggio e prendere il sentiero dei
monti.
[228] Il torrente San Nicolò.
[229] Devesi aggiungere che la marcia fu molestata da alcune scariche
di moschetteria sparate dalla corazzata regia _Terribile_, specialmente
contro il gruppo in cui marciava Garibaldi. L’avvisaglia poi di
retroguardia a cui qui accenna il Generale ebbe luogo la mattina del
secondo giorno di marcia, 27 agosto. Ci furono dei feriti e morti da
ambe le parti.
[230] E poteva bastare un giorno solo. La guida, o mal pratica o
traditora, aveva fatto fare ai Garibaldini doppio cammino. Da ciò la
facilità con cui i Regi poterono presto raggiungerli.
[231] Eppure le _fascine_ erano così poche e fradice dalla pioggia
che non bastarono a cuocere le patate per tutti; e i più le dovettero
mangiar crude.
[232] Intendi: _Malgrado ciò; Ciò non ostante_.
[233] La forza che il colonnello Pallavicini capitanava, come si
desume dal rapporto ufficiale del generale Cialdini, componevasi di due
reggimenti di linea, il 20º e il 1º, e due battaglioni di bersaglieri;
in totale sette battaglioni e tremilacinquecento uomini circa.
L’ordine che il Pallavicini aveva ricevuto dal generale Cialdini era
perentorio; «Raggiunto Garibaldi, attaccarlo senza più, schiacciarlo
e non accordargli che la resa a discrezione.» — Vedi nella _Gazzetta
Ufficiale del Regno_ dell’8 settembre 1862 i _Rapporti_ del generale
Cialdini e del colonnello Pallavicini.
[234] Anche qui intende a modo suo il senso del verbo _anteporre_. Vuol
dire _allegare, addurre, mettere innanzi._
[235] Crediamo voglia dire _in gruppo_. La formazione che ne risaltava
era quella che in linguaggio militare si dice _a potenza_.
[236] E questo fu il _vivo fuoco_ di cui parla nel suo rapporto il
colonnello Pallavicini; questo l’_accanito combattimento_ che magnificò
il generale Cialdini. Il fuoco durò poco più di dieci minuti; le
perdite d’ambe le parti furono di cinque morti e venti feriti tra
i Garibaldini; di sette morti e ventiquattro feriti tra i Regi, e
tuttavia le perdite di questi sarebbero state molto minori se non
avessero ricevuta la scarica garibaldina a brevissima distanza e quasi
a bruciapelo.
[237] Allude a questo fatto. Il colonnello Pallavicini aveva inviato
a parlamentare col Generale un suo ufficiale di Stato Maggiore. Questi
però essendosi presentato armato senza farsi precedere da un trombetta
o da un segnale qualsiasi, e di più avendo brutalmente intimato al
Generale la resa a discrezione, l’atterrato ma ancor fiero Capitano era
scoppiato in queste indignate parole: «Faccio la guerra da trent’anni
e ne conosco meglio di voi le leggi. Non è così che si presentano i
parlamentari. Disarmatelo.» E gli fu infatti tolta la spada, che gli
venne però poco dopo restituita. Allora lo stesso generale Garibaldi
chiese di vedere il Pallavicini, il quale s’affrettò a lui, ma in
atteggiamento ben diverso del suo parlamentario. Si presentò al grande
sconfitto in atto riverente col cappello in mano, gli s’inginocchiò
dappresso e gli disse, con cortese accento: «Aver l’ordine d’intimargli
la resa a discrezione, ma attendere che esprimesse i suoi desiderii.»
Al che il Generale avendo chiesto che fosse concesso ai disertori
dell’esercito regolare di mettersi in salvo, e per sè di essere
imbarcato cogli ufficiali che in quel momento l’attorniavano, su una
nave inglese, il colonnello rispose: che ai disertori avrebbe concesso
quarantotto ore, e quanto alla seconda domanda ne avrebbe interpellato
i suoi capi, non avendo egli autorità di assentirvi.
[238] Circa al trasporto vanno aggiunti questi particolari. Nella
notte, fu trasportato nella cascina dei Forestali della Marchesina.
All’alba vegnente, fatta con rami e frasche una barella (la migliore,
dice Garibaldi stesso, di quante s’adoperassero _negli ulteriori
suoi trasporti_), fu trasportato sulle braccia de’ suoi fedeli, che
gareggiavano a darsi la muta fino alla marina di Scilla, dove il
_Duca di Genova_ lo attendeva per tradurlo alla Spezia. Quando il
Generale vide la nave e ne seppe l’uso, rampognò sdegnato il colonnello
Pallavicini che avesse mancato alle sue parole; ma il Pallavicini potè
giustamente rispondergli «avergli soltanto promesso di esporre la di
lui domanda al Governo, e a questo non aver mancato; il Governo aver
risposto rifiutandola e ordinando che il prigioniero fosse tradotto
alla Spezia; suo dovere di soldato ubbidire.»
L’ultima e forse più penosa scena della tragica catastrofe fu quella
di cui fu infelice protagonista il generale Cialdini. Nel punto in
cui il ferito d’Aspromonte tragittava dalla spiaggia al mare, dal
cassero d’una nave vicina, eretto di tutta la persona, nella posa
d’un trionfatore, stava a contemplarlo il generale Cialdini. A che
quella mostra, per lo meno superflua? Voleva egli, il non invidiabile
vincitore, passare a rassegna quel lacero stuolo di prigionieri? Non
era cura da lui. Bearsi della vista del vinto nemico? Era indegno.
Ostentare impersonata in lui la maestà della legge vendicatrice e
vendicata? Era superbo e crudele insieme.
Quanto è più grande, in questo caso, il vinto che passa non vedendo
o non curando l’oltraggio, e nelle sue più intime _Memorie_ non
ricordandolo nemmeno! Ma egli poteva perdonare; non lo seppero i suoi
compagni, i quali, notata la bravata del Generalissimo regio, gli
inviarono, saluto e disfida insieme, il grido di _Roma o morte_, che
gli fu forza ascoltare in silenzio.
[239] Ecco la lettera del Console e la risposta del Generale:
«_Al Generale Garibaldi_, Spezia (Italia).
»Vienna, 1º settembre 1862.
»Generale,
»Essendovi riuscito impossibile il compiere per ora la grand’opera
patriottica che avevate intrapreso nell’interesse della vostra patria
diletta, mi prendo la libertà d’indirizzarvi la presente per sapere se
non entrasse nei vostri disegni di offrirci il vostro valoroso braccio
nella lotta che sosteniamo per la libertà e unità della nostra gran
repubblica.
»Il combattimento che sosteniamo non interessa noi soli, ma interessa
tutto il mondo civile.
»La gloria e l’entusiasmo con cui sareste accolto nella nostra patria,
ove avete passata una parte della vostra vita, sarebbero immensi, e la
vostra missione che sarebbe quella d’indurre i nostri bravi soldati a
combattere per lo stesso principio al quale avete consacrato nobilmente
tutta la vostra esistenza, sarebbe pienamente conforme alle vostre
intenzioni.
»Mi stimerei fortunatissimo, o Generale, se potessi ricevere da voi una
risposta.
»Ho l’onore di essere, ec.
»CANISIUS
»Console degli Stati-Uniti d’America.»
* * *
«_Al signor Teodoro Canisius_, ec.
»Varignano, 14 settembre 1862.
»Signore,
»Io sono prigioniero e pericolosamente ferito: per conseguenza m’è
impossibile di disporre di me stesso. Tuttavia credo che, se io sarò
restituito alla libertà e se le mie ferite guariranno, sarà giunta
l’occasione favorevole nella quale potrò soddisfare il mio desiderio di
servire la Gran Repubblica Americana, di cui io sono cittadino, e che
oggi combatte per la libertà universale.
»Ho l’onore, ec.
»G. GARIBALDI.»
[240] _Patrie_ del 17 settembre 1862.
[241] Diversa era l’opinione di Massimo d’Azeglio. Ancora due anni dopo
Aspromonte scriveva ad Antonio Panizzi: «Dopo Aspromonte (Rattazzi
ministro) mi fecero l’onore di chiamarmi con altri al Consiglio
dei ministri, che doveva decidere la sorte di Garibaldi. Io dissi:
_Sottoporlo ad un giudizio come ogni cittadino. E dopo la condanna,
grazia del Re immediata_. Ma siccome nelle tasche della camicia rossa
doveva essere rimasto un certo pezzo di carta, ec. ec., si pensò meglio
di dargli l’amnistia, ch’egli rifiutò, dicendo che aveva fatto quel che
doveva, ec. ec., e così finì,» — Vedi _Lettere ad Antonio Panizzi di
uomini illustri e di amici italiani_. Firenze, G. Barbèra, 1880, pag.
480.
[242] Frase infelicissima, ma testuale, della _Relazione_ del ministro
Rattazzi al Re. Come la clemenza regia si potesse far dipendere dal
beneplacito della Francia spieghi chi può!
[243] Decreto del 5 ottobre 1862.
[244] Visitarono e curarono il Generale, il dottor Partridge di Londra,
Nélaton di Parigi, e fra i medici e chirurghi italiani: Porta, Bertani,
Cipriani, Zannetti, Tommasi, Albanese, Prandina, Ripari, Basile.
[245] Testuale. Io narrai questo ed altri episodii della malattia del
Generale al Varignano in una lettera al _Movimento_, in data del 14
ottobre, e riprodotta poi da altri giornali.
[246] Era rimasto a Caprera chirurgo ordinario del Generale il dottor
Basile. Altri medici suoi amici non tralasciarono di visitarlo
assiduamente, e primo fra tutti il dottor Enrico Albanese, tanto
valente chirurgo quanto prode soldato e generosissimo amico. Egli
in data del 23 gennaio scriveva della salute del Generale in questi
termini:
«Il Generale va meglio, e già son sei giorni che, coll’aiuto delle
gruccie, cammina qualche poco per la stanza; la ferita non è ancora
risanata, ma il pus diminuisce sempre, ed io ho fede che fra due
mesi, al maximum, sarà completamente guarito. La fasciatura inamidata,
ultimamente applicata, agisce potentemente a migliorare le condizioni
locali.
»ENRICO ALBANESE.»
[247] Nel 1862 era stata ordinata la leva generale in tutto l’impero,
ma per la Polonia prescritto che fossero esenti dal reclutamento
i contadini ed i grandi proprietari rurali, sicchè la legge veniva
a cadere soltanto sugli abitanti della città, quanto a dire sulla
popolazione più colta e civile. La commozione suscitata dall’iniquo
privilegio fu grandissima in tutta la Polonia. Il marchese Wielopolski,
governatore di Varsavia, per recidere fin da principio i nervi alla
rivolta, deliberò che tutti i designati al reclutamento fossero
presi in una notte, e, dove essi mancassero, arrestati in loro vece
i fratelli, i parenti, gli amici. A quest’atto di caccia selvaggia
i Polacchi non ressero più, e nella notte del 18 gennaio il Comitato
nazionale di Varsavia bandì la insurrezione.
[248] V. il _Diritto_ del 6 marzo 1863.
[249] Manifesto ai _Popoli dell’Europa_ in data di Caprera 15 febbraio
1863, pubblicato dal _Diritto_ del 21 febbraio.
[250] Manifesto al popolo inglese da Caprera, 4 febbraio 1863,
pubblicato dal _Movimento_ di Genova.
[251] Manifesto all’Emigrazione polacca da Caprera, 5 febbraio 1863,
pubblicato dal _Diritto_.
[252] Vedi l’indirizzo da Caprera _ai prodi dell’esercito russo_,
pubblicato dal _Diritto_ e riprodotto nel _Pungolo_ di Milano del 7
marzo 1863.
[253] La lettera del Langievicz a Garibaldi fu pubblicata da parecchi
giornali e tra gli altri dalla _France_. La troviamo ricordata anche
nell’opera: _Fatti della Polonia dal 1863 in poi_, Venezia 1863, pag.
161.
[254] Rammentiamo con uguale rimpianto il prode toscano Stanislao
Bechi, fucilato dai Russi a Wloclaweck, la mattina del 17 dicembre
1863.
[255] Crediamo il generale Wisoky e il signor Charnewsky.
[256] Ciò si legge nel citato opuscolo su _Garibaldi_ del Maggiore
Bideschini, pag. 35. Il piroscafo giunto a Genova fu staggito dalla
polizia.
[257] Si allude alle molte trame di insurrezioni, di spedizioni, di
sbarchi orditi a Londra dall’infaticabile genio rivoluzionario di
Giuseppe Mazzini, che era riuscito in tra il finire del 1863 e il
cominciare del 1864 ad avvolgere ne’ suoi disegni d’insurrezione in
Transilvania e Gallizia non solo il generale Garibaldi e il generale
Klapka, ma per qualche tempo lo stesso re Vittorio Emanuele, che
di congiurare un po’ a insaputa de’ suoi ministri s’era sempre
compiaciuto. — Vedi fra gli altri _Politica segreta italiana_
(1863-70). Torino, Roux e Favale, 1880: specie il cap. II e III.
[258] Citeremo i nomi dei principali, come in parte li ricordiamo noi
stessi e in parte li troviamo scritti nei giornali inglesi. E primo di
tutti il signor John Richardson, notabile nel ceto dei commercianti,
capo del Comitato delle dimostrazioni garibaldine nel 1862 ed ora
presidente dello stesso Comitato per ricevere Garibaldi in Inghilterra.
Indi il signor Peter Steward, ricco banchiere; il signor Andrews,
membro del Consiglio della _Peninsular and Oriental Company_; il signor
Roberto Taylor, proprietario di Glascow; il signor Cowen, industriale
di Newcastle; i signori Seely, Ashley, Kinnaird, Peter Taylor, membri
del Parlamento; Lord Shaftesbury e Lord Sutherland, membri della
Camera dei Lordi; il signor Stansfeld, già segretario di Stato nel
Gabinetto Palmerston; il signor Chambers, tenente colonnello dei
_Rifles Volunteers_; il prof. Balley, l’avv. Edmondo Beales; indi la
signora Sara Nathan, la signora Stansfeld, la signora Wight, la signora
Ashurth, la signora Schwabe; infine tutta la Colonia italiana, di cui
eran principali Panizzi, direttore del _British Museum_; l’ottico
Negretti; i maestri di musica Campana e Arditi; i signori Costa,
Semenza, Vivanti, Serena, Fabbricotti ed altri.
[259] «He know the General would never lift a finger to disturb the
England,» frase d’un libro recente su Garibaldi uscito in Inghilterra:
_The Life of Giuseppe Garibaldi_, by J. THEODORE BENT, B. A. Oxon.
Londra, Longmans, Green and Co. 1881, pag. 219; libro del resto
compilato sopra notizie inesattissime, di cui non si veggono nè i
documenti nè le fonti, e che soltanto in questa parte del viaggio
d’Inghilterra può prestare qualche lume e qualche sussidio.
[260] Il _Daily Telegraph_, amico a quei giorni del Gabinetto
Palmerston, scriveva così:
«Tutte le voci corse sulla completa guarigione di Garibaldi erano quasi
interamente false. La ferita ricevuta al piede fa pochi progressi verso
la guarigione, se pure ne ha fatti. Alcuni sintomi poterono essere
attenuati dal sollievo derivato dall’estrazione di una parte dell’osso
fratturato. Ma la ferita in sè non è guarita. La spossatezza, ancor
più che il male, ha grandemente influito sulla salute del Generale,
e malgrado il vigore della sua costituzione che non ha cessato di
manifestarsi nella potenza della sua voce, nella vivacità del suo
spirito, nell’energia del suo patriottismo, che è in lui un’affezione
personale ed appassionata, egli è tuttora in uno stato di notevole
debolezza. Sorse dunque naturalmente l’idea che il mutamento di clima
potesse avere un effetto benefico sulla sua salute e contribuire a
produrre la guarigione così a lungo ritardata.
»Si opinò eziandio che a Londra Garibaldi troverebbe cure mediche tali
da farlo guarire perfettamente. Pertanto il Generale accettò il privato
invito di venire in Inghilterra.
»Egli sbarcherà a Brook nell’isola di Wight, ove passerà un mese.»
[261] Io dimoravo allora a Caprera presso il Generale prestandogli per
preghiera sua e d’amici l’ufficio di segretario; onde ero in grado
di seguire giorno per giorno le vicende di quel progetto di viaggio
e per la confidenza di cui il Generale mi onorava, di conoscere su
quell’argomento i suoi più intimi pensieri. La signora Chambers invece,
credendomi avverso al progetto, diffidava di me e non me ne parlava
affatto. La buona signora s’ingannava; certo a me premeva che il
Generale non s’impegnasse in un intrigo di partiti stranieri e fosse
vittima o strumento degli interessi o delle vanità di chicchessia;
ma se il viaggio poteva farsi con tutte quelle condizioni che a me
parevano necessarie a salvare con la dignità del Generale quella
d’Italia, io lo desiderava quant’altri mai. Tutta la mia opposizione
consisteva dunque nel consigliare il Generale ad andar cauto; ad
informarsi bene chi fossero le persone che lo invitavano e quale
mandato avessero, e quale credito godessero; e soprattutto quali
fossero gl’intendimenti del Governo inglese, che sino allora almeno,
erano rimasti incerti. Non appena però giunse a Caprera la lettera
del signor Thornton Hunt, il Generale me ne parlò subito; e come
io m’arrischiai ad esprimergli il desiderio di vederla, egli se la
fece dare dalla signora Chambers, e il giorno dopo me la mostrò. Ora
avendola io letta e riletta, anzi analizzata col Generale stesso,
giacchè mi pareva che essa contenesse molte frasi ambigue, così ho
potuto ritenerne nella mente i principali concetti, e, senza tema
d’errare, riprodurli. Ne discussi anzi colla signora Chambers, la
quale ormai saputomi partecipe d’ogni segreto, temendo forse di far
peggio continuando a trattarmi ostilmente, cominciò prima a farmi
vedere quella famosa lettera di cui ella magnificava più del giusto
la importanza; poi a farmi via via molte confidenze, le quali non
contenevano certo che una piccola dose di verità; ma tutta quella
verità che una accorta diplomatica sua pari, era in dovere di confidare
ad un occulto ed astuto rivale della mia forza!
[262] Per non dire d’altri, lo scrittore di queste pagine.
[263] Parrà strano certamente e bisognevole di qualche spiegazione
che un bastimento d’una Compagnia postale potesse, senza legittima
causa e per servigio d’un privato, deviare dalla sua rotta, venendo
meno manifestamente ai propri doveri ed ai propri statuti. Ma dovunque
compaia Garibaldi, alle violazioni delle norme comuni bisogna essere
preparati. Eccone però la spiegazione. Fra i più caldi amici e zelanti
fautori del viaggio v’era pure, come già s’è detto, un certo signor
Andrews, ricco commerciante, _Mayor_ di Londra nel 1848, e della
_Peninsular and Oriental Company_ forte ed influentissimo socio. Ora,
essendosi questo signor Andrews tolto l’assunto di fornire al Generale
i mezzi di trasporto, potè anche ottenere dalla sua Compagnia di
navigazione una concessione che altri certamente non avrebbe potuto. E
la concessione fu questa: che uno dei bastimenti della _Peninsulare_
incaricati della valigia postale tra Marsiglia, Genova e Malta
appoggiasse per poche ore a Caprera e vi imbarcasse il Generale.
Siccome però quella deviazione sarebbe parsa una troppo flagrante
violazione degli statuti, della quale avrebbero potuto essere chiamati
a rispondere anche i governi delegati alla sorveglianza di quella
Società, così fu pensato e adoperato quest’espediente. A Marsiglia
c’era un vecchio vapore in riparazione, la _Valletta_; faccia essa
il viaggio; appoggi al momento opportuno nelle acque della Maddalena;
e se alcuno gli fa carico dello sviamento dia per scusa lo stato mal
sicuro del bastimento, e la necessità di nuove riparazioni. Così fu
escogitato, combinato, eseguito; così avvenne che un vapore postale
della più grande Compagnia di navigazione di quell’anno abbandonasse la
propria rotta e facesse aspettare per più di sei ore la _Valigia delle
Indie_, per fare il comodo di Giuseppe Garibaldi e de’ suoi amici.
[264] Il braccio orientale del Canale di Southampton.
[265] In conferma delle sue intenzioni, Garibaldi lasciò al signor
Negretti un biglietto, nel quale diceva che «non desiderava d’avere
dimostrazioni politiche, e soprattutto non eccitare tumulti.» Questo
biglietto fu subito pubblicato nei giornali.
[266] Fu da tutti notato che il signor Seely, sbarcato a Cowes, in
luogo di far tenere a Garibaldi la strada comune che passa per Newport
ed altri luoghi popolosi dell’Isola, lo fece poi passare per strade
traverse con gran delusione di quelle popolazioni che attendevano al
passaggio l’eroe, ansiose esse pure di vederlo. Ma il signor Seely
diede per ragione, di evitare al Generale altre dimostrazioni che
l’avrebbero stancato e forse nociuto alla sua salute. Ognuno intende
però che tutte quelle cure non erano che un eccesso di zelo del bravo
gentiluomo. Del rimanente il giuoco del signor Seely e soci era già
scoperto; infatti nella stessa mattina del 3 aprile un signor Walk
tenne a Southampton un _meeting_ di operai per protestare contro coloro
che volevano monopolizzare Garibaldi.
[267] Restituendo la visita al Tennyson, questi gli chiese e
ottenne che il Generale piantasse nel ricco giardino del poeta una
_Wellingtonia gigantea_, maniera di cortesia che gl’Inglesi tengono di
grande importanza e per chi la fa e per chi la riceve. Se non che pochi
giorni dopo la _Wellingtonia_ fu trovata ignuda di quasi tutte le sue
fronde, e cercandosi la cagione del sacrilegio, si seppe che taluni
idolatri l’avevano così spogliata per possedere, in alcune di quelle
foglie, un ricordo di cosa toccata da Garibaldi. I feticismi non sono
soltanto de’ popoli barbari.
[268] Nello stesso giorno il Generale, togliendosi a tutte le feste,
andava a visitare la signora White, sua amica ed ospite fin dal 1854, e
madre della signora Jessie White Mario.
[269] L’ordine della processione era il seguente: — Le bande a capo
della processione — La società dei calzolai — Dieci _marescialli_
con bandiere recanti il motto «Ben venuto Garibaldi» — I membri dei
Comitati riuniti a piedi — Dieci carrozze di visitatori — La società
di temperanza — Cinque _marescialli_ con bandiere col motto «L’Eroe
d’Italia» — Le società di commercio con la loro banda — Le minori
società amiche (_Friendly Societies_) — Le carrozze della società dei
_Foresters_ — La banda degli _Old Fellows_ — Cinque _marescialli_ con
bandiere «Il primo patriotta» — Dieci carrozze — La loggia di Memfi
dei Frammassoni — Venti _marescialli_ — Le carrozze della stampa —
Venti _marescialli_ — Bandiere «L’uomo del popolo» — La carrozza del
signor Plesmal — La carrozza del signor Giorgio Moore (tesoriere) —
La carrozza del dottor Massey — Il Comitato esecutivo — La carrozza
del signor Chinery — Quella del signor Nicholas — Quella del signor
Richardson — Le carrozze della nazionalità ungherese — Quelle della
nazionalità polacca e della nazionalità italiana — La banda italiana —
La carrozza del generale Garibaldi, col quale sedevano il signor Seely
ed il signor Negretti, circondata da un corpo di _marescialli_ delle
Corporazioni e da un manipolo della legione Garibaldi — Le carrozze dei
figli di Garibaldi, con la signora Seely — I segretari — Il seguito —
Il Comitato degli operai, a piedi.
[270] C’era in un palco l’ammiraglio Mundy, quel medesimo che comandava
la squadra inglese in Sicilia nel 1860; non appena il generale lo vide
si levò per andarlo a visitare; l’atto cortese, notato dal pubblico, fu
salutato da un vivissimo applauso.
[271] La casa di Lord Palmerston in Londra era a 94 Piccadilly.
[272] Assistevano al banchetto il russo Ogareff, il tedesco Blind,
gl’inglesi Ashurt e Taylor; gl’italiani Aurelio Saffi, Antonio Mordini
e Giuseppe Guerzoni.
[273] Diamo qui interi i brindisi pronunziati dai due celebri patriotti.
Mazzini pronunziò il seguente:
«Mon _toast_ comprendra tout ce que nous aimons et tout ce pour quoi
nous combattons:
»A la liberté des peuples!
»A l’association des peuples!
»A l’homme, qui, par ses actions, est l’incarnation vivante de ces
grandes idées!
»A Joseph Garibaldi!
»À la pauvre, sainte, héroïque Pologne, qui depuis plus d’une année
combat en silence et meurt pour la liberté!
»A la nouvelle Russie, qui, sous la devise _terre et liberté_, tendra
dans un jour rapproché, une main de sœur à la Pologne pour la défense
de la liberté et de l’indépendance et effacera le souvenir de la Russie
des Tzars!
»Aux Russes, qui, notre ami Herzen en tête, ont le plus travaillé à
l’éclosion de la nouvelle Russie!
»À la religion du devoir qui nous fera lutter jusqu’à la mort pour que
toutes ces choses s’accomplissent!»
Garibaldi rispose:
«Je vais faire une déclaration que j’aurais dû faire depuis longtemps;
il y a ici un homme qui a rendu les plus grands services à mon pays
et à la cause de la liberté. Quand j’étais jeune et que je n’avais que
des aspirations, j’ai cherché un homme qui pût me conseiller et guider
mes jeunes années; je l’ai cherché comme l’homme qui a soif et cherche
l’eau. Cet homme je l’ai trouvé; lui seul a conservé le feu sacré, lui
seul veillait quand tout le monde dormait. Il est toujours resté mon
ami, plein d’amour pour son pays, plein de dévouement pour la cause de
la liberté.
»Cet homme c’est mon ami Joseph Mazzini.
»A mon maître!»
Dopo una breve pausa proseguì:
«À la Pologne, la patrie des martyrs, au pays qui se dévoue à la mort
pour l’indépendance, au pays qui donne un sublime exemple aux autres
peuples!
»À la jeune Russie, au nouveau peuple, qui une fois libre et maître de
la Russie du Tzar, est appelé à jouer un grand rôle dans les destinées
de l’Europe!
»A l’Angleterre, ce grand pays de la liberté qui nous donne
l’hospitalité, à qui nous devons le bonheur de nous trouver réunis!»
— Vedi _Politica segreta italiana_ (1863-1870), Torino, Roux e Favale,
1880, pagine 145-146.
[274] Quella de’ Danesi fra le altre.
[275] Menotti, tagliato fuori dalla calca, non aveva potuto penetrare
in Guild-Hall.
[276] Erano venuti d’Italia il colonnello Chiassi, il colonnello
Missori, il deputato Mordini ed altri.
[277] Tornata del 19 aprile 1864.
[278] Nel citato libro la _Politica segreta italiana_, a proposito
delle cagioni che il governo aveva di desiderare l’allontanamento di
Garibaldi, si leggono a pag. 164-65 queste parole:
«Il governo italiano aveva mandato presso quello inglese un
agente segreto, il quale aveva fra altri il mandato di tentare
che l’Inghilterra come espressione concreta di quella simpatia che
dimostrava all’Italia negli omaggi resi a Garibaldi si decidesse
a cedere al nuovo regno l’isola di Malta, come aveva ceduto alla
Grecia le isole Ionie, la quale idea era stata comunicata e non aveva
dispiaciuto alle Tuilerie.... Ciò fece che il gabinetto di San Giacomo
desiderasse più vivamente anch’egli che il soggiorno di Garibaldi
venisse abbreviato, e che non avesse luogo il viaggio nelle provincie,
dove accrescendosi con incalcolabili proporzioni l’entusiasmo
popolare esso temeva che gettata in campo la proposta della cessione
di quell’isola, la pubblica opinione eccitata lo costringesse ad
acconsentire.»
Ora è questa una delle tante fiabe onde codesto libro è infarcito. A
noi consta in modo incontrovertibile che in tutto questo racconto _non
c’è parola di vero_.
[279] Riproduciamo per brevità soltanto le due ultime lettere del
18 aprile. Della prima del 17, scritta in forma privata al Duca di
Sutherland, abbiamo riassunto fedelmente il senso.
«13 aprile.
»Milord Duca,
»Confermando la mia lettera di ieri, ho l’onore di parteciparvi il
risultato d’un colloquio avuto questa mane col generale Garibaldi. Egli
ammette di sentirsi stanco e di non essere nelle stesse disposizioni
fisiche come al suo giungere dall’isola di Wight.
»Mi ha parlato delle emozioni e dello strepito che lo circondano,
formando un forte contrasto cogli usi abituali della sua vita. Quando
parlava, osservai in lui una stanchezza mentale, forse più pronunciata
della fisica debolezza.
»Non potrei asserire essere impossibile lo adempiere agli impegni
assunti, ma non esito a dirlo pericoloso.
»W. FERGUSSON.
»_A. S. G._
»_il Duca di Sutherland_.»
* * *
«18 aprile.
»Mio caro Seely,
»Leggo nei giornali che il Generale impegnossi a viaggi in tutte le
direzioni. L’impresa è ardua e non v’ha uomo dell’arte che non la
riconoscerebbe piena di pericoli. Ho scritto in proposito al Duca di
Sutherland, e credo mio debito consigliare anche voi e tutti i suoi
amici d’Inghilterra di suggerir un mezzo qualsiasi per distoglierlo
dalle imprudenti emozioni delle sue visite progettate.
»W. FERGUSSON.
»_Al signor Carlo Seely._»
[280] Fra quei due o tre amici c’era anche, in un angolo della sala,
l’Autore di questo libro. Io vedeva da parecchi giorni quello che si
tramava, ed ero deciso ad averne, come suol dirsi, il cuor netto. E ciò
non perchè m’importasse che Garibaldi abbreviasse o no il suo viaggio;
fallito anzi lo scopo politico pel quale l’avea intrapreso, non vedevo
più ragione di prolungarlo; ma solo perchè stimavo mio preciso dovere
per l’ufficio di fiducia che il Generale m’aveva commesso di vegliare
attentamente a tutto ciò che si ordiva intorno a lui, e d’impedire, per
quanto era in me, ch’egli fosse vittima d’un intrigo. Saputo pertanto
delle progettate riunioni, mi preparai alcuni minuti prima nel salotto
del Generale ben risoluto a non muovermi di là se il Generale stesso
non me lo ordinava. Ma come il Generale mi parve piuttosto contento che
io restassi, così non ostante il visibile dispetto che la mia importuna
presenza cagionava ai congregati, restai, fermo come una sentinella, e
potei quindi udire dal principio alla fine tutto il dialogo di quella
sera memoranda. Il qual dialogo ho riprodotto con tutta la maggior
fedeltà che mi fu concessa, certissimo d’averne serbate nella memoria
le parole più salienti, e in ogni caso il senso e l’andamento.
[281] Chi confronti la mia versione colle dichiarazioni del signor
Gladstone ai Comuni (seduta del 21 aprile) e del signor Seely al
_meeting_ del _London Tavern_ (la sera del 20) vedrà che le differenze
sono quanto alla sostanza insignificanti. Il solo particolare
dimenticato da quei due signori furono le parole «partirò domani,»
ma io tanto quelle parole, come l’alzata impetuosa dalla sedia che le
precedette, le vedo e le odo come se accadessero ora, e le riaffermo
qui in tutta la loro pienezza. Aggiungo anzi che quelle parole
caratteristiche si leggono tra le linee del discorso del signor Seely
e non è mestieri di grande acume per comprendere com’egli avesse
interesse ad attenuarne il senso.
Il signor Seely al _London Tavern_ disse «che Garibaldi avendo
promesso di visitare più di trenta città, i suoi amici credevano
che la promessa non potrebbe essere tenuta senza pregiudizio della
sua salute. Per conseguenza, domenica a sera, il Duca di Sutherland,
il Conte di Shaftesbury, il generale Eber, il colonnello Peard, il
signor Gladstone, il signor Negretti ed egli stesso si riunirono a
Stafford-House onde considerare se non fosse espediente di limitare le
visite del Generale a sei od otto delle principali città del regno. Il
Generale replicò essergli impossibile tirare una linea di separazione,
e che _preferirebbe abbandonare addirittura l’Inghilterra_.
»Quella stessa mattina (la mattina in cui il Seely parlava, cioè il
20 aprile) il Duca di Sutherland, il Conte di Shaftesbury, Saffi, il
generale Eber, il colonnello Peard, Negretti e il signor Stansfeld
avevano tentato far cambiare il Generale d’avviso, ma indarno.»
Ora ognuno intende che tra le parole «abbandonare addirittura
l’Inghilterra» e il «partirò domani» non c’è altra differenza che di
forma; e basta poi il fatto riaccertato dallo stesso signor Seely che
la mattina dopo il Duca di Sutherland, il Conte di Shaftesbury, ec.
ec. tentarono far cambiare d’avviso al Generale (cioè di non partire
subito) per confermare in ogni parte la nostra testimonianza.
Ed ora ecco le parole dette dal signor Gladstone ai Comuni:
«Sono tenuto al mio onorevole amico d’avermi mosso questa domanda
per ciò che riguarda me stesso. Il fatto ch’egli ha accennato tiene
molto commosso il popolo inglese, il quale da niente più rifugge che
dal mistero e segreto in simili cose. Or ecco quel che veramente è
avvenuto, e che ha fatto narrare diceríe false ed assurde. Il Duca di
Sutherland mi fece sapere, sabato passato, che egli ed altri amici del
Generale avevano concepito forti timori rispetto alla sua salute, e che
un insigne medico, il signor Fergusson, pensava che s’egli avesse messo
in effetto il disegnato giro per le provincie avrebbe assai patito.
»Il Duca di Sutherland m’invitò ad andare da lui, quella sera, per
consigliarci insieme intorno al da farsi.
»Io, pensando che il Duca aveva molti titoli di gratitudine per quello
che ha fatto pel governo, andai, com’ero stato invitato, e trovai
che i timori erano giusti, tanto più che il Generale aveva accettato
quasi cinquanta inviti di città vicine, e l’elenco ogni dì cresceva
rapidamente. Il signor Fergusson chiaramente disse non poter il
Generale sopportare le fatiche di tanti viaggi e dimostrazioni. Venuti
dunque a consiglio il Duca, il colonnello Peard, il generale Eber e due
o tre amici del Generale, si trovò esser nostro dovere consigliarlo a
restringere il numero delle sue promesse, e determinasse bene prima di
lasciar Londra.
»Questo fu fatto conoscere da due amici particolari al Generale,
e quindi fui io richiesto di parlare a lui medesimo. Così allora
m’avventurai a mostrargli quello che ognuno doveva vedere, come l’andar
incontro a tante fatiche non potesse essere che a danno della sua
salute. Aggiunsi ancora che mi pareva che le magnifiche accoglienze
avute in questa metropoli, che sono certamente uno dei più memorabili
avvenimenti dei nostri tempi, potevano perdere un poco della loro
dignità e bellezza, se fossero state ripetute ogni giorno in tanti
luoghi diversi. Queste furono le cose che io dissi al Generale, nè
mai dissi che era meglio partire, ma solamente di tenere entro a certi
limiti le sue promesse.