NOTE:

[1] In quell’opuscolo scritto, come è noto, dal visconte A. de La

Guerronière, ma evidentemente ispirato da Napoleone, si proponeva la

creazione d’un Regno dell’Alta Italia, lasciando al Papa la sola città

di Roma.

[2] Nota-Circolare del conte di Cavour alle Legazioni sarde all’estero,

del 27 gennaio 1860.

[3] Il signor Artom, oggi senatore del Regno, allora capo del gabinetto

del grande Ministro. Vedi _Œuvre parlementaire du comte de Cavour,

Préface._

[4] _Maintenant nous voilà complices_, parole del Cavour al principe

Talleyrand, ministro di Francia a Torino, appena fu sottoscritto il

Trattato di Nizza e Savoia. Vedile in ARTOM, DE LA RIVE, MASSARI.

[5] Nel 1860 al barone De Martini, inviato di Francesco di Napoli

a Napoleone, questi diceva: «Scaltri sono davvero gl’Italiani; essi

comprendono a meraviglia che, dopo di aver dato il sangue de’ miei

soldati per l’indipendenza del loro paese, giammai non farò tirare il

cannone contro di essi. È stata questa convinzione che ha guidata la

rivoluzione a compiere l’annessione della Toscana al Piemonte contro i

miei interessi, e che ora la sospinge ai danni della Casa di Napoli.» —

N. BIANCHI, _Storia documentata della Diplomazia europea_, già citata,

pag. 298.

[6] La frase è d’una lettera diretta allo scrittore di queste pagine in

risposta ad una, colla quale, in nome del partito liberale di Brescia,

gli aveva offerto la candidatura di quella città.

Riporto la lettera per intero:

«Caprera, 26 marzo 1860.

»Mio caro Guerzoni,

»Mi duole di non poter accettare per Brescia, avendo accettato per

Nizza. — La città mia natale si trova in pericolo di cadere nelle

ugne del protettore padrone — ed il mio dovere mi chiama sulle sponde

del Varo. — Trent’anni al servizio della libertà dei popoli — avrò

guadagnato il servaggio della mia povera terra! Domani forse dovrò

arrossire di chiamarmi Italiano al cospetto de’ miei compagni d’armi

— e mi chiamerete suddito del Due Decembre — del protettore del Papa —

del bombardatore di Roma.

»Ringraziate i vostri bravi concittadini, e credetemi sempre

»vostro

»G. GARIBALDI.»

[7] Non a primo scrutinio però. Il conte di Cavour nella tornata della

Camera del 12 aprile per dimostrare che anche in Nizza il partito

italiano avverso all’annessione non era tanto forte quanto si credeva,

fece notare che sopra 1596 elettori inscritti, Garibaldi non ottenne

che 444 voti, cioè solo il 28 per cento; pel che fu resa necessaria

una seconda votazione. La conseguenza tratta da quella cifra non ci

pare che corra a fil di logica, poichè nel novero di quegli elettori

mancavano appunto le classi popolari, che erano più di tutte avverse

all’annessione.

[8] Non crediamo, per esempio, farina del suo sacco tutta

l’argomentazione di costituzionalità; molto meno le parole usate a

svilupparla. Ne giudichi il lettore:

«_Garibaldi_. Signori, nell’articolo 5º dello Statuto si dice:

»I trattati che importassero una variazione di territorio dello Stato,

non avranno effetto se non dopo ottenuto l’assenso delle Camere.»

»Conseguenza di questo articolo della legge fondamentale si è, che

qualunque principio d’esecuzione dato ad una diminuzione dello Stato,

prima che questa diminuzione sia sancita dalla Camera, è contrario allo

Statuto. Che una parte dello Stato voti per la separazione prima che la

Camera abbia deciso se questa separazione debba aver luogo, prima che

abbia deciso se si debba votare, e come si debba votare pel principio

d’esecuzione della separazione medesima, è un atto incostituzionale.

»Questa, Signori, è la quistione di Nizza sotto il punto

costituzionale, e che io sottopongo al sagace giudizio della Camera.»

— _Atti del Parlamento italiano, Sessione del 1860_. Tornata del 12

aprile 1860.

[9] Vedi nella _Storia documentata della Diplomazia europea_, vol.

VIII, pag. 275, le _Istruzioni_ al marchese Pes di Villamarina,

ministro plenipotenziario di Sardegna presso la Corte di Napoli, e pag.

280, il _Dispaccio confidenziale_ del Cavour allo stesso colla data del

13 marzo 1860.

[10] Su queste dimostrazioni vedi _La restaurazione borbonica e la

rivoluzione del 1860 in Sicilia dal 4 aprile al 18 giugno; Ragguagli

storici_ di ISIDORO LA LUMIA. Palermo, 1860.

Per la parte avuta dai Siciliani del partito d’azione e da Giuseppe

Mazzini nell’opera preparatrice della rivoluzione, vedi principalmente

RAFFAELE VILLARI, _Cospirazione e rivolta_. Messina, tip. D’Amico,

1861; ed i _Cenni biografici e storici_ dettati da AURELIO SAFFI e da

lui premessi a proemio del testo al vol. XI degli _Scritti editi ed

inediti di Giuseppe Mazzini._

[11] VILLARI, op. cit., pag. 372.

[12] _Cenni biografici e storici, Proemio_ di AURELIO SAFFI sopra

citato, pag. 39. Anche sul viaggio di Crispi in Sicilia e sulla parte

da lui avuta ad apparecchiarne la riscossa, vedi nello stesso _Proemio_

molti documenti e particolari; tra gli altri una serie cronologica

di _Note storiche_ del Crispi medesimo ed uno scritto anonimo di un

Siciliano partecipe al lavoro di quegli anni. In quello scritto si

legge fra gli altri particolari che il Crispi pel primo insegnò ai

Siciliani a fare le bombe all’Orsini, modellandone egli stesso in creta

alcuni campioni.

[13] Il LA LUMIA, opera citata, l’attribuisce alla prima cagione; il

CRISPI nelle sue _Note storiche_ confidate al Saffi, alla seconda.

[14] Rosolino Pilo, patita una fiera fortuna di mare ed altre

peripezie, non potè approdare a Messina che il 9 aprile. Vedi sul

viaggio di Pilo, _Relazione esatta della spedizione di Rosolino Pilo e

Giovanni Corrao avvenuta nel 1860_, scritta da RAFFAELE MOTTO, pilota

della paranza, pubblicata per cura di Francesco Zannoni. Spezia,

novembre 1877.

[15] Fu scritto per delazione d’uno dei frati della Gancia: pura

favola. Il processo chiarì che l’involontario delatore fa uno degli

operai affigliati alla congiura che la confidò, credendolo fidato, ad

un altro operaio, il quale invece altro non era che un arnese occulto

della polizia.

[16] _Vita di Nino Bixio_, pag. 173 e segg.

[17] Vedi lettera di Garibaldi in risposta ai Siciliani nel _Proemio_

già citato di AURELIO SAFFI, pag. 39 e 46.

[18] La testimonianza è quella dello stesso colonnello, ora generale

Sacchi. Ecco come nel fascicolo de’ suoi _Ricordi_ egli racconta

l’episodio:

«La spedizione in Sicilia doveva prima farsi colla brigata Reggio,

45º e 46º reggimento, quest’ultimo da me comandato; Garibaldi da

Alessandria ove io stanziava mi chiamò a Torino; mi parlò di quest’idea

che aveva subordinata al parere del Re; mi diede istruzioni pel caso

si dovesse effettuare; io misi a parte del segreto Chiassi, Isnardi,

Pellegrini, Grioli, Lombardi e qualche altro ufficiale del reggimento;

dopo qualche tempo mi richiamò a Torino; in presenza di Trecchi, che

ritornava d’aver visto il Re, mi disse che non si pensava più a quanto

erasi prima ideato; e non solo non ci si pensava, ma bisognava anche

che rimanesse nelle fila chi eravi vincolato, salvo ad accorrer poi; ma

che intanto bisognava lavorare ad impedire che si sciogliessero forze

organizzate; tale era il parere del Re! Fu allora che io chiesi una

parola di Garibaldi perchè fossero conosciuti i suoi intendimenti al

proposito, e che egli prima di partire redasse l’Ordine del giorno che

ho trascritto.»

[19] Lettera del generale Fanti, ministro della guerra, al generale

Ribotti, Torino, 6 aprile 1860, citata nella _Storia documentata della

Diplomazia europea_, di N. BIANCHI, pag. 289.

[20] Il dottore AGOSTINO BERTANI nel suo opuscolo: _Ire politiche

d’oltre tomba_ (pag. 61), dice che il Sirtori al ritorno d’una visita

fatta al Cavour, alcuni giorni prima della spedizione, gli narrò che il

Conte stesso interpellato cosa pensasse della fortuna di quegli arditi

patriotti, rispose sorridendo e fregandosi le mani: «Io non penso che

li prenderanno.»

Non vogliamo mettere in dubbio la sincerità del dottor Bertani; ma come

si concilierebbe quel racconto del Sirtori con questa lettera da lui

stesso diretta nel medesimo giorno al conte Giulini di Milano:

«Partiamo per un’impresa risolta contro i miei consigli. Vedi

Cavour e fa’ che non ci abbandoni. La nostra bandiera è la vostra.

Aiuti efficaci non ci possono venire che da voi, cioè dal Governo.

I nostri mezzi sono troppo al di sotto dell’impresa; ma l’impresa

merita che il Governo ci aiuti, e lo può senza compromettersi. Giorni

sono vidi Cavour a Genova; gli parlai del nostro disegno, toccai

dell’insufficienza dei nostri mezzi; il suo discorso mi lascia sperare

aiuto. Egli è il solo che possa aiutare efficacemente, e credo che

abbia cuore e mente per comprendere quanto bene farà all’Italia

aiutandoci.» — Si trova nella citata _Storia documentata della

Diplomazia europea_, vol. VIII, pag. 290.

[21] Vedi l’ormai famosa Lettera di Massimo D’Azeglio a M. Rendu, del

15 maggio 1860.

Il D’Azeglio poi restituì le armi sequestrate, dodicimila carabine

_Enfields_, che servirono per le successive spedizioni.

[22] Tutto ciò attesta il suo _Epistolario_; ma avremo occasione di

riparlare di questo, quando incontreremo il La Farina a Palermo.

[23] Leggiamo in parecchi libri e giornali che il conte di Cavour,

al Persano che lo interpellava sul vero senso dell’ordine ricevuto,

rispondesse: «Navighi tra Garibaldi e gl’incrociatori napoletani;» al

che l’Ammiraglio avrebbe risposto: «Ho capito; se sbaglio mi manderà

a Fenestrelle.» Ma la verità vuole si dica che il PERSANO stesso,

nel suo noto _Diario politico militare_, racconta un po’ diversamente

l’aneddoto, e importa ricordarne il vero tenore:

«9. — .... Devo arrestare i volontari partiti da Genova per la Sicilia

su due piroscafi della Società Rubattino sotto il comando del generale

Garibaldi, ove tocchino in qualche porto della Sardegna, e più

particolarmente a quelli della Maddalena e del golfo di Cagliari, MA

DEVO LASCIARLI PROCEDERE NEL LORO CAMMINO INCONTRANDOLI PER MARE.

»Nella via percorsa mi fermo a Tortolì tanto quanto basta ad

impostarvi una lettera riservata a S. E. il conte di Cavour, dettatami

dall’ambiguità dell’ordine avuto. Gli dico che la spedizione che ho

mandato di arrestare non avendo potuto effettuarsi ad insaputa del

Governo, ne argomentava non avesse a toccare nè alla Maddalena, nè

dove mi si ingiungeva di fermarla; ma siccome potrebbe pur esservi

sforzata da eventualità di mare, chiedeva di telegrafarmi CAGLIARI,

quando realmente si volesse l’arresto; e MALTA nel caso contrario;

proferendomi in qualsiasi evento di salvare sempre colla mia persona

il Governo del Re col lasciargli facoltà di oppormi ogni operato

_della divisione che comando sebbene ordinatomi_, e di castigarmi ove

occorrano maggiori prove.

»10. — S. E. il conte di Cavour mi telegrafa: _Il_ MINISTERO HA DECISO

_per_ CAGLIARI. Questo specificarmi che la decisione era stata presa

dal Ministero mi fa comprendere che egli, Cavour, opinava diversamente;

quindi per tranquillarlo mi faccio premura di ripetergli: _Ho capito_;

e risolvo di lasciar procedere l’ardito condottiero al suo destino,

ove mai approdasse nei porti in cui erami ingiunto di arrestarlo;

facendo ogni mostra atta a far credere sul serio essere io stato

nell’intendimento di trattenerlo.» — Vedi _Diario_ citato, pag. 14, 15

e 16.

Ma come ognun vede, qui dell’ordine _di navigare tra i Garibaldini e

gl’incrociatori non ce n’è parola_; quindi la supposta protezione della

squadra sarda preparata dal conte di Cavour dilegua in fumo. Il conte

di Cavour non voleva impedire la prima spedizione, e faceva certamente

voti per la sua riuscita; ma fino al punto di volerla coprire e

difendere colle sue navi non era ancor disposto ad arrivare. Oltre

di che dicano i marinai, se un ordine dato a una squadra ancorata in

Sardegna di coprire dei legni partiti da Genova e diretti Dio sa per

quale rotta alla volta di Sicilia, poteva essere dato seriamente e in

ogni cosa efficacemente eseguito!

[24] Ripeto qui una Nota della mia _Vita di Nino Bixio_:

«Trascrivo testualmente questo telegramma dal _Diario_ di Bixio. E

così fu interpretato dal Crispi che lo ricevette, così fatto leggere

a Garibaldi e a quanti lo circondavano. A me pure, venuto in que’

giorni da Brescia con una schiera di cento Bresciani pronti a partire,

fu tradotto così. Ora invece il generale Fabrizi mi avverte che il

suo telegramma fu male interpretato, e che suonava invece così:

_L’insurrezione, vinta nella città di Palermo, si sostiene nelle

provincie_. L’equivoco nacque certamente dall’essere il telegramma in

cifra, e una di quelle cifre rivoluzionarie destinate a passare non

intese sotto gli occhi di tante Polizie nemiche, quindi più oscura

delle altre. Certo il generale Fabrizi non ebbe intenzione di mandare

alcuna notizia che avesse per effetto di sospendere una spedizione da

lui prima che da ogni altro aspettata e secondata.»

[25] Il La Farina aveva ricevuto millecinquecento fucili; ma per quante

preghiere gli fossero fatte, non ne volle mai dare più di mille. Ciò è

attestato tanto da GARIBALDI nei _Mille_, quanto dal BERTANI nelle sue

_Ire d’oltre tomba_, e riconfermato poi da questa lettera del signor

Enrico Besana, uno dei direttori del _Milione di fucili_, illibatissimo

patriotta, ma di parte moderata, e la cui testimonianza non può in

questa cosa essere sospetta:

«Pregiatissimo sig. Direttore del Giornale _La Perseveranza_.

»Milano, 12 gennaio....

»Nell’impossibilità di indirizzarmi al signor Ba.... mi rivolgo a lei,

perchè voglia rettificare alcune inesattezze inserite nell’appendice

del pregiatissimo di lei giornale del 12 gennaio corrente. Parlando

di Giuseppe La Farina, l’appendicista attribuisce al suddetto, come

presidente della _Società nazionale_, la somministrazione dei mezzi

necessari per la spedizione di Marsala; ma il fatto si è che il La

Farina, con tutta la più buona volontà del mondo, non potè contribuire

che pochi fucili; l’amministrazione del _Milione di fucili_, di cui io

era indebitamente uno dei due direttori, somministrò tutto il materiale

che fu imbarcato, non che centomila franchi in contanti. La spedizione

Medici poi fu completamente organizzata, vestita, armata e provveduta

persino de’ necessari bastimenti a vapore di trasporto dalla suddetta

amministrazione.

»Tutto ciò in onore al vero. Con tutta la stima

»ENRICO BESANA.»

(BERTANI, op. cit., pag. 126.)

[26] Circa ai denari che servirono d’erario alla prima spedizione, così

scrive il BERTANI nelle sue _Ire politiche d’oltre tomba_, pag. 53 e

54:

«I primi danari per la spedizione, cospicua somma che servì appunto

alla compra di armi, di munizioni, di viveri e per cento altri bisogni,

vennero da Pavia, città sempre esemplare nella iniziativa delle più

ardite e patriottiche imprese, altri e molti ne fornì, come dissi già,

la cassa del _Milione di fucili_. Altre migliaia di lire aveva ricevute

Garibaldi dall’America, raccolte da amici suoi.

»I denari _per poter salpare_ li recò a me il 5 maggio a sera,

coll’ultima corsa della ferrovia da Milano, l’avvocato Filippo

Migliavacca, già tenente de’ volontari del 1859, maggiore a Milazzo,

dove morì combattendo.

»Erano le sessantamila lire provenienti dalla cassa del _Milione di

fucili_, e rappresentate da un _buono_ sulla Banca di Genova. Ma l’ora

era già troppo tarda per averne il cambio. Che fare? l’imbarazzo era

grande quanto la premura.

»Mandai tosto, giacchè io era infermo, presso alcuni ricchi negozianti

miei clienti per avere il denaro; ma a quell’ora e con tanta fretta non

potei trovare presso di un solo la rilevante somma in metallo.

»Fu necessario che mi accontentassi di trentamila lire in marenghi, che

consegnai oltre le 11 ore di notte a bordo dei battelli a vapore già

venuti nelle mani dei volontari.»

[27] Parole dello stesso GARIBALDI nel suo libro _I Mille_, pag. 7.

[28] CATULLO, nell’_Epitalamio di Teti e Peleo_, versi 22-23.

[29]

«Quarto, 5 maggio 1860.

»Sire,

»Il grido di sofferenza che dalla Sicilia arrivò alle mie orecchie,

ha commosso il mio cuore e quello di alcune centinaia dei miei vecchi

compagni d’arme.

»Io non ho consigliato il moto insurrezionale dei miei fratelli

di Sicilia; ma dal momento che si sono sollevati a nome dell’unità

italiana, di cui Vostra Maestà è la personificazione, contro la più

infame tirannide dell’epoca nostra, non ho esitato di mettermi alla

testa della spedizione.

»So bene che m’imbarco per un’impresa pericolosa, ma pongo confidenza

in Dio, nel coraggio e nella devozione de’ miei compagni. Il nostro

grido di guerra sarà sempre: _Viva l’Unità d’Italia! Viva Vittorio

Emanuele, suo primo e bravo soldato!_

»Se noi falliremo, spero che l’Italia e l’Europa liberale non

dimenticheranno che questa impresa è stata decisa per motivi puri

affatto da egoismo e interamente patriottici. Se riusciremo, sarò

superbo d’ornare la corona di Vostra Maestà di questo nuovo e

brillantissimo gioiello, a condizione tuttavia che Vostra Maestà si

opponga a ciò che i di lei consiglieri cedano questa provincia allo

straniero, come hanno fatto della mia terra natale.

»Io non ho partecipato il mio progetto a Vostra Maestà: temeva infatti

che per la riverenza che le professo non riuscisse a persuadermi

d’abbandonarlo.

»Di Vostra Maestà, Sire, il più devoto suddito

»G. GARIBALDI.»

[30]

«Soldati Italiani,

»Per alcuni secoli la discordia e l’indisciplina furono sorgente di

grandi sciagure al nostro paese. Oggi è mirabile la concordia che anima

le popolazioni tutte dalla Sicilia alle Alpi. Però di disciplina la

nazione difetta ancora — e su di voi, che sì mirabile esempio ne daste

e di valore — essa conta, per riordinarsi, e compatta presentarsi al

cospetto di chi vuol manometterla.

»Non vi sbandate, dunque, o giovani! Resto delle patrie battaglie!...

Sovvenitevi che anche nel Settentrione abbiamo nemici e fratelli

schiavi, e che le popolazioni del Mezzogiorno, sbarazzate dai mercenari

del Papa e del Borbone, abbisogneranno dell’ordinato marziale vostro

insegnamento per presentarsi a maggiori conflitti.

»Io raccomando dunque, in nome della patria rinascente, alla gioventù

che fregia le file del prode esercito, di non abbandonarle.... ma di

stringersi vieppiù ai loro valorosi ufficiali, ed a quel Vittorio,

la di cui bravura può esser rallentata un momento da pusillanimi

consiglieri, ma che non tarderà molto a condurci tutti a definitiva

vittoria!

»G. GARIBALDI.»

[31] Questa lettera fu pubblicata ne’ giornali del 1860 con alcune

varianti ed ommissioni; ma noi abbiamo preferito il testo di quella che

dallo stesso Agostino Bertani fu spedita in copia ad Antonio Panizzi,

che si legge nelle _Lettere ad Antonio Panizzi_, e che reputiamo il

testo originale e genuino.

Nella lezione de’ giornali, precisamente nel periodo che dice: «....

l’insurrezione siciliana non solo in Sicilia bisogna aiutarla,

ma dovunque, ec.,» fu ommesso l’inciso: _ma nell’Umbria, nelle

Marche, nella Sabina, nel Napoletano,_ ec., di cui a nessuno

sfuggirà l’importanza. La ragione dell’omissione non sapremmo dire:

probabilmente originò da scrupoli o da ritardi politici: certo che

da quell’inciso risultava più chiaramente il concetto di Garibaldi

di collegare l’impresa di Sicilia colla insurrezione della rimanente

Italia e di aiutare l’una coll’altra.

[32] Si seppe dipoi che fu un vero tradimento. Il capo della spedizione

piantò in mare, fuggendo sopra un canotto, le paranze che doveva

dirigere nello scopo infame di giovarsi della confusione di quella

notte per contrabbandare entro Genova molti colli di seta. Vedi

_Relazione inviata al generale Garibaldi sul fatto delle armi sottratte

nelle acque di Genova alla spedizione dei Mille_. Sampierdarena, 2

novembre 1874. — _Firmati_: Stefano Lagorara, Giacomo Canepa, Pietro

Botto, Francesco Moro (detto Baxaicò), Giuseppe Oneto, Michele

Danovaro, Castello Lorenzo, Castello Girolamo. — Nomi dei superstiti

tra coloro che erano stati incaricati di scortare il carico delle armi,

e che furono le prime vittime del tradimento.

[33] _Vita di Nino Bixio_, pag. 160. — Ho scritto altra volta sullo

stesso tema e mi accadrà spesso di citare me stesso. Chi conosce

l’artificio di travestire con diverse parole i medesimi affetti e

pensieri, mi condanni.

[34] Il fatto è in diversi libri diversamente narrato; Garibaldi

stesso ne’ _Mille_, tradito dalla memoria, confonde Santo Stefano

con Orbetello, dice di non essersi messo che il berretto da

Generale, mentre noi stessi lo vedemmo in completa uniforme; ed

altre inesattezze. Noi ci siamo attenuti al racconto che ne fa il

maggiore PECORINI-MANZONI nella _Storia della 15ª Divisione Türr nella

Campagna del 1860_ (Firenze, 1876, pag. 17-18), sembrandoci che un

libro riveduto ed approvato dallo stesso generale Türr, in un fatto

memorabile che personalmente lo riguarda, debba essere più d’ogni altro

esatto e credibile.

La colubrina era da sei, montata su d’un affusto di marina; i

cannoncini erano: uno da quattro sull’affusto, gli altri due da sei

senza affusto.

[35] «La missione di questo corpo è, come fu, basata sull’abnegazione

la più completa davanti alla rigenerazione della patria. I prodi

Cacciatori servirono e serviranno il loro paese colla devozione

e disciplina dei migliori corpi militanti, senz’altra speranza,

senz’altra pretesa che quella della loro incontaminata coscienza.

Non gradi, non onori, non ricompensa allettarono questi bravi; essi

si rannicchiarono nella modestia della loro vita privata, allorchè

scomparve il pericolo; ma, suonando l’ora della pugna, l’Italia li

rivede ancora in prima fila, ilari, volonterosi e pronti a versare il

loro sangue per essa. Il grido di guerra dei Cacciatori delle Alpi è

lo stesso che rimbombò sulle sponde del Ticino, or sono dodici mesi:

_Italia e Vittorio Emanuele_; e questo grido, ovunque pronunciato da

noi, incuterà spavento ai nemici dell’Italia.

_Comandanti delle Compagnie_:

Nino Bixio, comandante la prima compagnia

Orsini » seconda »

Stocco » terza »

La Masa » quarta »

Anfossi » quinta »

Carini » sesta »

Cairoli » settima »

Mosto, comandante i Carabinieri genovesi.

Sirtori, capo di Stato Maggiore.

Türr, primo aiutante di campo del Generale.

Acerbi, Intendenza.

Ripari, capo del Corpo sanitario.

»L’organizzazione è la stessa dell’esercito italiano a cui

apparteniamo, ed i gradi, più che al privilegio, al merito, sono gli

stessi già coperti su altri campi di battaglia.

»GIUSEPPE GARIBALDI.»

(ODDO, op. cit., pag. 187.)

[36] Il _sono dati_ l’aggiungiamo noi, fatti per necessità grammatici

e linguai. L’Autore dell’Ordine del giorno, che aveva il coraggio

d’andare innanzi senz’armi, saprà bene sbarcare a Marsala anche senza

un _verbo_!

[37] Vedila a pag. 5 dell’opuscolo: _Una pagina di storia del 1860_, di

GIACOMO MEDICI. Palermo, 1869.

[38] Di queste Istruzioni vidi io stesso a Talamone co’ miei occhi

l’originale tutto del Generale. Esse restarono qualche tempo nelle mani

dello Zambianchi; poi passarono in quelle del professor I. B. Savi di

Genova, il quale lo offerse al _Gran Bazar_ aperto in Londra nel 1863

da Giuseppe Mazzini a beneficio di Roma e Venezia. Ma il signor Michele

Tassara di Genova, allora incaricato dal Sotto-Comitato delle signore

genovesi delle operazioni del sopradetto _Gran Bazar_, ne tenne copia;

e fu da esso che i miei amici dottor Cantoni e capitano Pittaluga

poterono ricavare quello che qui si stampa.

[39] Che il generale Medici non ignorasse l’assegnamento che Garibaldi

aveva fatto su di lui, lo dimostra, oltre la lettera già citata, anche

la seguente, che egli dirigeva al Panizzi due giorni dopo la partenza

dei Mille:

«Genova, 7 maggio 1860.

»Caro Panizzi,

»Garibaldi con 1500 uomini corre il mare in due battelli a vapore da

ieri mattina, alla volta di Sicilia.

»L’impresa è generosa; Dio la proteggerà e la fortuna del fortunato

Condottiero.

»Io son rimasto per appoggiare l’ardita iniziativa con una seconda

spedizione, _o meglio con potente diversione altrove_; ma i mezzi ci

mancano. Bertani ha fatto miracoli di attività che molto hanno prodotto

e che la prima spedizione ha completamente esauriti.

»Caro Panizzi, non lasciarci soli, non lasciamo solo il nostro

Garibaldi e suoi generosi compagni, aiutaci ad aiutarlo, tu puoi

molto, procura di raccogliere tra pochi amici almeno per la compera

di un battello a vapore e di mandarcelo subito subito, con bandiera ed

equipaggio inglese: quanto più di marcia veloce, tanto meglio servirà

allo scopo.

»Addio; lascio la penna a Bertani.

»_Tuo affezionatissimo_

»MEDICI.»

(Vedi _Lettere ad Antonio Panizzi_, pubblicate da LUIGI FAGAN. —

Firenze, Barbèra editore, 1880, pag. 424-25.)

[40] La comandava Andrea Sgarallino: eran circa duecento.

[41] Ci spiace doverlo dire, ma il signor Zini non fece che accogliere

nella sua _Storia_ le menzogne pontificie, senza nemmeno darsi la

cura di vagliarle e appurarle. Quando dal suo racconto si eccettui il

giudizio che egli dà dello Zambianchi, esagerato esso pure, poichè in

fondo quel pover’uomo era un _miles gloriosus_ che faceva colle sue

smargiassate credere di sè peggio di quello che faceva; non resta più

una sola parola di vero.

Dico che «lo Zambianchi passò speditamente il confine colla sua banda

ingrossata, Dio sa da quanti venturieri, e volteggiò alquanti giorni

attorno al lago di Bolsena e tentò l’Agro viterbese; ma indarno, chè

scorrazzando quelle terre e taglieggiando per sostenersi e peggio, ben

altro che suscitare quelle popolazioni ignare a levarsi, messe in loro

un grandissimo sbigottimento.» _Tante parole, tanti spropositi. Lo

Zambianchi, lungi dal passare speditamente, vi impiegò dodici giorni;

non volteggiò e non poteva volteggiare al lago di Bolsena e sull’Agro

viterbese, essendosi diretto su Orvieto; molto meno volteggiò alquanti

giorni, avendo passato il confine la mattina ed essendone ripartito la

sera. Però tutti quegli altri gerundii,_ SCORRAZZANDO, TAGLIEGGIANDO,

_sono borra rettorica del periodo e nulla più._

Il signor Zini prosegue: «.... nè guardandosi, improvviso da

Montefiascone vennegli addosso polso di Gendarmi e Zuavi pontificii.»

(_Vennero da Valentano, non da Montefiascone, e soli Gendarmi a cavallo

e un reggimento di fanteria svizzera, ma non Zuavi._) «.... La banda,

sorpresa al villaggio delle Grotte, andò subitamente fugata e dispersa

quasi senza combattere, lasciando parecchi morti nella fuga, li più per

mano dei villani infelloniti.» _La banda fu sorpresa, come dicemmo,

ma non andò subito fugata; fugò anzi, e in che modo, i Pontificii,

costringendoli a lasciare i loro morti e feriti sul terreno_. È

vero che i villani del paese ci erano avversi, e che molti di loro

avevano fatto fuoco dalle case; ma non perchè i Garibaldini avessero

fatto loro alcun male, ma perchè il villaggio dominato dal Vescovo di

Montefiascone era feudo di preti e vecchio nido di barbacani.

Del resto, le pagine del signor Zini non hanno oggi più mestieri di

confutazione. Dopo diciotto anni d’ingiusto oblío, anche agli sbarcati

di Talamone fu resa giustizia, e il Parlamento equiparandoli, colla

legge del 26 gennaio 1879, agli sbarcati di Marsala, ha sciolto al

tempo stesso una questione di diritto e di storia.

[42] Così giudicarono i principali storici, come il LECOMTE, _L’Italie

en 1860_, pag. 37, e il RUSTOW, _Storia della Campagna del 1860_;

così credettero i giornali del tempo.... così scrisse Garibaldi nella

lettera del 25 maggio 1869, che tronca ogni lite:

«Caprera, 25 maggio 1869.

»Fu per ordine mio che la spedizione Zambianchi in Talamone si staccò

dal corpo principale dei Mille, per ingannare i nemici sulla vera

destinazione di detto corpo.

»Io sono certo che i componenti la spedizione Zambianchi, Guerzoni,

Leardi e tutti loro sarebbero stati degni, come sempre, dei loro

compagni, ove avessero avuto la fortuna di partecipare ai gloriosi

combattimenti di Calatafimi e di Palermo.

»L’onorificenza della medaglia dei Mille accordata dal Municipio

di Palermo senza mia richiesta, e la pensione conceduta agli stessi

individui fu decretata dal Parlamento nazionale. Io quindi nulla chiedo

pei miei fratelli d’armi di Talamone. Ma sarò contento se essi vengono

soddisfatti nel loro desiderio.

»G. GARIBALDI.»

[43] Vedi mia _Vita di Nino Bixio_, pag. 165-166.

[44] La città ed il porto furono ricostruiti dagli Arabi, che vi

diedero il nome: _Marsa-’Alì_ (Porto d’Alì).

[45] Non siamo noi che le diciamo, sono i Siciliani. — «All’istante

Castiglia discese su d’uno de’ suoi battelli unitamente al bravo marino

signor Andrea Rossi; girando tutti i piccoli legni ancorati nel porto,

imponevano a quei marinari, col _revolver_ alla mano, di inviare gli

schifi a bordo del _Piemonte_ loro malgrado.»

Questo è il brano d’un opuscolo: _Memorie relative al marino

Castiglia_, scritto da un Siciliano, ripubblicato nel libro: _Alcuni

fatti e documenti della Rivoluzione dell’Italia meridionale del 1860,

riguardanti i Siciliani e La Masa_ (opera del LA MASA stesso). Torino,

1861, pag. 20.

[46] La diceria fu accolta da parecchi ed anche in molte parti

dall’acutissimo Zini. Pure bastava il semplice fatto della posizione

rispettiva dei bastimenti per chiarirlo _dell’errore_. I vapori

inglesi erano la corvetta _Argus_ e l’avviso _Intrepid_: il primo

era ancorato alla punta del molo; il secondo più entro terra verso

scirocco; lo _Stromboli_ si mise di traverso al porto; era dunque

materialmente impossibile, finchè i bastimenti inglesi stavano fermi

nei loro ancoraggi, che essi potessero impedire il tiro dei bastimenti

napolitani.

[Illustrazione: Posizione dei bastimenti]

La fiaba poi fu smentita, prima da un rapporto del capitano Marryatt,

comandante dell’_Intrepid_; poscia da una esplicita dichiarazione di

Lord John Russel, ministro degli esteri di S. M. Britannica, fatta alla

Camera dei Comuni nella seduta del 21 maggio 1860:

«_Lord John Russel_. Il mio onorevole amico mi fece una domanda

relativa allo sbarco di Garibaldi ed a due vascelli inglesi, che,

secondo alcuni telegrammi, dicono avrebbero protetto lo sbarco

di quegli uomini. Ebbene, io ricevetti oggi dall’Ammiragliato il

dispaccio telegrafico dell’ufficiale comandante uno di questi vascelli,

l’_Intrepid_. Gli onorevoli signori devono sapere che in Marsala

vi sono molte case inglesi, e che da tempo, quando si attendeva

un’insurrezione nella Sicilia, e specialmente poi quando corse la voce

che Garibaldi vi sarebbe andato, erano spôrte dimande al Ministero

degli esteri ed all’ammiraglio Fanshawe, che comanda sul Mediterraneo,

di mandare vascelli per proteggere le proprietà inglesi nei luoghi

dove si trovassero sudditi britannici. Quindi è che l’ammiraglio

Fanshawe mandò l’_Intrepid_ e l’_Argus_ a Marsala. L’_Intrepid_

vi giunse, io credo, agli 11; ma non ebbe tempo a fermarvisi molto

prima che giungessero due vapori mercantili colle forze di Garibaldi,

che cominciarono tosto a scendere a terra. Mentre ciò succedeva,

due bastimenti da guerra napolitani, un vapore ed una fregata,

s’avvicinarono a Marsala. Ma questo ufficiale dice che, sebbene questi

bastimenti potessero far fuoco sui vascelli e sugli uomini durante lo

sbarco, nol fecero.

»Non dice, nulla sapendo della storia, che poi fu messa in giro, che i

bastimenti inglesi impedissero i Napolitani da fare fuoco; ma dice che,

sebbene questi avessero l’opportunità di far fuoco sui vascelli e sugli

uomini, nol fecero.

»Dice inoltre che, dopo che gli uomini furono sbarcati, e che i vapori

mercantili ebbero sbarcate tutte le truppe di Garibaldi, l’ufficiale

comandante il vapore napoletano venne da lui a richiederlo di mandare

un battello inglese a prendere possesso di quei vascelli. L’ufficiale

inglese, il capitano Marryatt, ben con ragione vi si rifiutò (_Hear,

hear_). Egli non aveva istruzioni che lo autorizzassero a prendere

quei vascelli, ed a partecipare in quella faccenda. Le sue istruzioni

erano, come sempre è stata la condotta del Governo inglese, di

osservare una perfetta neutralità nel conflitto ora insorto (_Hear,

hear_). Perciò, sebbene questo ufficiale non dia formale diniego (per

nulla conoscendone l’esistenza) all’allegazione che i suoi bastimenti

all’àncora impedissero il fuoco dei vascelli napoletani, possiamo

inferire dalla sua relazione che tale non fu il caso. Sembra che il

capitano napoletano lo richiedesse di richiamare da Marsala qualunque

dei suoi ufficiali fosse a terra, e che egli immediatamente innalzasse

un segnale per tal fine, e che quando i suoi ufficiali furono a bordo,

sia stato aperto il fuoco contro Marsala dai bastimenti napoletani. Ciò

potrebbesi ravvisare come un atto di cortesia internazionale per parte

del capitano napoletano, ma punto non implica che i bastimenti inglesi

si opponessero al suo fuoco. Non risulta che l’ufficiale inglese

eccedesse in modo alcuno il suo dovere. Egli si ritrova colà nello

scopo di proteggere gl’interessi britannici e nulla fece di più.»

[47] Otto secoli precisi. I Normanni di Ruggiero sbarcarono la prima

volta in Sicilia nell’inverno, e la seconda nella primavera del 1060.

Nessuno de’ vecchi cronisti siciliani accertò il loro numero: chi li

fa trecento, chi quattrocento, chi seicento e più; certo che i quaranta

sono pura leggenda.

[48] _Noterelle d’uno dei Mille, edite dopo vent’anni_, di GIUSEPPE

CESARE ABBA. Bologna, 1880, pag. 60.

[49] ZINI, _Storia citata_, pag. 605.

[50] Vedi _I Mille_ pag. 26.

[51] _Vita di Nino Bixio_, pag. 175.

[52] ABBA, _Noterelle citate_.

[53] _Vedi Histoire de la Conquête de l’Angleterre_, par Augustin

Thierry. Lione, vol. III, pag. 199.

[54] Ricordo che il Davoust ad Aerstaedt diceva: «Les braves mourront

ici; les lâches iront mourir en Sibérie.»

[55] RUSTOW, _La guerra d’Italia del 1860_, vol. II, pag. 189 e segg.

[56] Vedi _I Mille_ di GARIBALDI, pag. 36, e GIUSEPPE CAPUZZI

(bresciano, de’ Mille egli pure), _La spedizione di Garibaldi in

Sicilia_. — L’ABBA, _Noterelle_ già citate, conferma.

Un altro assalto di bande subirono pure i Regi a Montelepre.

[57] «Caro Rosolino. — Ieri abbiamo combattuto ed abbiamo vinto.

I nemici fuggono impauriti verso Palermo. Le popolazioni sono

animatissime e si riuniscono a me in folla. Domani marcerò verso

Alcamo. Dite ai Siciliani che è ora di finirla, e che la finiremo

presto; qualunque arma è buona per un valoroso, fucile, falce, mannaia,

un chiodo alla punta di un bastone. Riunitevi a noi ed ostilizzate il

nemico in quei dintorni, se più vi conviene; fate accendere dei fuochi

su tutte le alture che contornano il nemico. Tirate quante fucilate

si può di notte sulle sentinelle e sui posti avanzati. Intercettate

le comunicazioni. Incomodatelo infine in ogni modo. Spero ci rivedremo

presto.»

[58] Accompagnavano il La Masa i siciliani cav. Fuxa, Curatolo, Di

Marco, Nicolosi, i due fratelli La Russa e Rebaudo.

[59] Scriveva alla Direzione del fondo pel milione di fucili:

«Stimatissimi Signori,

»Ebbimo un brillante fatto d’armi avanti ieri coi Regi capitanati

dal generale Landi presso Calatafimi. Il successo fu completo,

e sbaragliati interamente i nemici. Devo confessare però che i

Napoletani si batterono da leoni, e certamente non ho avuto in Italia

combattimento così accanito, nè avversari così prodi. Quei soldati, ben

diretti, pugneranno come i primi soldati del mondo.

»Da quanto vi scrivo, dovete presumere quale fu il coraggio dei

nostri vecchi Cacciatori delle Alpi e dei pochi Siciliani che ci

accompagnavano.

»Il risultato della vittoria poi è stupendo: le popolazioni sono

frenetiche. La truppa di Landi, demoralizzata dalla sconfitta, è stata

assalita nella ritirata a Partinico e a Montelepre con molto danno, e

non so quanti ne torneranno a Palermo, o se ne tornerà qualcuno.

»Io procedo colla Colonna verso la capitale, e con molta speranza,

ingrossando ad ogni momento colle squadre insorte, e che a me si

riuniscono. Non posso determinarvi il punto ove dovete inviarmi armi

e munizioni, ma voi dovete prepararne molte, e presto saprete il punto

ove dovrete mandarlo.

»Addio di cuore.

»Alcamo, 17 maggio 1860.

»G. GARIBALDI.»

Quattro giorni prima aveva parimente scritto al dottor Bertani:

«Salemi, 13 maggio 1860.

»Caro Bertani,

»Sbarcammo avant’ieri a Marsala felicemente. Le popolazioni ci hanno

accolto con entusiasmo, e si riuniscono a noi in folla. Marceremo a

piccole giornate sulla capitale, e spero che faremo la valanga. Ho

trovato questa gente migliore ancora dell’idea che me ne fecero.

»Dite alla Direzione Rubattino che reclamino i vapori _Piemonte_ e

_Lombardo_ dal Governo, ed il Governo nostro li reclamerà naturalmente

dal Governo napoletano.

»Che la Direzione per il milione di fucili ci mandi armi e munizioni

quanto può. Non dubito che si farà altra spedizione per quest’Isola, ed

allora avremo più gente.

»_Vostro_

»G. GARIBALDI.»

(_Pungolo_ di Milano del 3 e 4 giugno 1860.)

[60] _I Mille_, pag. 90. Soggiunge per l’onor del vero: «Marcia che,

senza la cooperazione di que’ Picciotti delle squadre siciliane,

sarebbe stato impossibile di eseguire o almeno di trasportare i pochi

cannoni nostri e le munizioni.»

[61] Parole sue nei _Mille_, pag. 90.

[62] Non svelò nè all’Orsini, nè ad anima viva la ragione di quella

marcia. Solo nel vederlo partire, il Crispi l’udì mormorare: «Povero

Orsini, va al sacrificio.»

[63] ALBERTO MARIO nel suo _Garibaldi_ (pag. 35) in una descrizione

delle mosse di Garibaldi da Renna al Parco, piena, a parer nostro, di

molti errori di fatto e di non poche sviste topografiche, afferma che

il Capitano dei Mille pensò all’assalto di Palermo per la via di Porta

Termini, e quindi alla ritirata manovra per Piana de’ Greci, Marineo,

Misilmeri, fin dal suo arrivo al Parco. Ora che Garibaldi meditasse di

portarsi sulla via di Termini, è probabile, sebbene non ne abbia dato

alcun indizio; ma che egli nello stesso tempo, fin dal 22 o 23, avesse

concepita e fermata la finta ritirata, e lo strattagemma che gli aperse

dopo Piana de’ Greci la strada di Misilmeri e quella di Palermo, questo

ne sembra non solo improbabile, ma viene da tutte le circostanze del

fatto smentito.

[64] Nel libro: _Alcuni fatti e documenti della Rivoluzione dell’Italia

meridionale del 1860 riguardanti i Siciliani e La Masa_ (Torino,

tipografia Scolastica Franco e Figli, 1861), a pag. XLVI si legge:

«Lungo la via La Masa incontrò molte guerriglie sbandate che gridavano

al tradimento ed alla fuga dei Continentali, perchè, dicevano, era

stato ordinato loro di respingere gagliardamente l’attacco del nemico,

che i Cacciatori delle Alpi coll’artiglieria sarebbero accorsi ad

aiutarli al momento opportuno; ed invece quando essi erano impegnati

nel combattimento disuguale, quelli si ritirarono conducendo seco anche

l’artiglieria.

»La Masa ordinò la fucilazione per chi avesse ripetute le parole

_fuga_ e _tradimento_ — assicurò alle guerriglie che quella ritirata

era un’_astuzia strategica_, ch’esse non avevano saputo comprendere —

ordinò che gli sbandati s’incorporassero nella sua colonna, e proseguì

la marcia riconducendoli al punto da cui essi erano fuggiti.

»Quanto più inoltravasi, maggior numero di sbandati incontrava, —

ripeteva la scena stessa; — non vedendo nessun avviso nè contrordine,

ei proseguì il cammino.»

Ora ognuno sa che questo libro fu scritto dal La Masa stesso.

[65] Nè dalle istorie, nè dalle testimonianze orali ci fu possibile

raccapezzare intorno a cotesto Consiglio di guerra l’esatta verità. Il

La Masa nel suo libro (pag. XLIX e LI) attribuisce a sè solo il merito

del consiglio più eroico; il Crispi invece ed il Türr, da me in varii

tempi interrogati, affermano che il partito dell’assalto fu sostenuto

principalmente da essi, contro il Sirtori che stava apertamente per la

ritirata. Questi, al contrario, che interrogai del pari quando scrivevo

la _Vita_ del povero Bixio, negò recisamente d’aver mai espressa

quell’opinione. Insomma non si sa a chi credere! Forse colui che fu

meglio servito dalla memoria era il Bixio, il quale soleva dire «che

non ci fu discussione, nè ci poteva essere.»

[66] Più d’un centinaio era posto fuori di combattimento dalle morti,

dalle ferite, dalle malattie; circa altri cento correvano coll’Orsini;

dire ottocento dunque è già un dir troppo. Dallo _Stato numerico delle

Squadriglie siciliane passate in rivista dall’Ispettore generale Türr

il 1º giugno 1860_, il totale delle loro forze apparisce di 3229

uomini, ma supponiamo che anche il Türr non abbia potuto contarli

tutti.

[67] ISIDORO LA LUMIA, valente storico della sua Isola nativa; anima

rettissima e cuore gentile, rapito anzi tempo agli studi ed alla

patria, nel suo opuscolo: _La Restaurazione borbonica e la Rivoluzione

del 1860_, pag. 117, 118 e 119.

[68] Vedi: _Notamento dei cadaveri rinvenuti nella città di Palermo

dal 30 maggio 1860 in poi, ufficialmente constatati dall’Autorità

municipale, avvertendo che è stato impossibile di raccogliere più

precisi e circonstanziati ragguagli_.

[69] Lord Brougham alla _Camera dei Lordi_ nella seduta dell’8 giugno;

e Lord Palmerston alla _Camera dei Comuni_ in quella del 12 giugno

1860.

[70] In alcuni storici (RUSTOW, op. cit., pag. 214; ZINI, op. cit.,

pag. 612) troviamo che il Console inglese e l’ammiraglio Mundy

chiesero ed ottennero dal Commissario del re Francesco la cessazione

del bombardamento. Ma nel libro dell’ammiraglio Mundy, che abbiamo

sott’occhio (_H. M. S. «Hannibal» at Palermo and Naples during the

Italian Revolutions 1859-1861. With notices of Garibaldi, Francis II

and Victor Emanuel, by Rear-Admiral Sir_ RODNEY MUNDY. K. C. B. London,

John Murray, 1863), non abbiamo letto una sola parola che giustifichi

quell’affermazione. Tutto quanto l’Ammiraglio inglese ha operato per

impedire il bombardamento o diminuirne i danni, si riduce a questi due

fatti da lui stesso raccontati:

1º Nel 25 maggio, due giorni prima dell’entrata di Garibaldi,

l’ammiraglio Mundy scrisse al generale Lanza per pregarlo a risparmiare

alla città gli orrori del bombardamento. A questa domanda però, a cui

si associò naturalmente il console inglese Sir Podven, il generale

Lanza fece questa risposta: «Non credersi obbligato a risparmiare il

bombardamento a città ribelle; promettere soltanto che, scoppiando

la rivolta, non aprirebbe il fuoco se non due ore dopo cominciate le

ostilità, per lasciar tempo ai sudditi stranieri ed ai pacifici sudditi

di S. M. di riparare alle navi.» (Vedi nell’op. cit., dalla pag. 99

alla 103.)

2º Essendosi il generale Lanza nella mattina del 28 posto in

comunicazione coll’ammiraglio Mundy allo scopo di ottenere la di lui

mediazione, l’Ammiraglio aveva creduto bene avvertire il Comandante

della Cittadella delle intavolate trattative, richiedendolo nello

stesso tempo di sospendere, durante le stesse, il fuoco delle sue

batterie. Ma anche questa richiesta ebbe la sorte della prima; poichè

il Comandante del forte mandava a rispondere all’Ammiraglio, che era

impossibilitato di compiacere a’ suoi desiderii «as his orders were

imperative to continue the bombardment unless the answer which I

(cioè l’ammiraglio Mundy) should give was a full acquiescence in the

proposals which had been made.» (Vedi op. cit., pag. 134.) E in ogni

caso ognuno vede che il Mundy si era diretto non al Comandante in capo

dell’esercito napoletano, ma ad un ufficiale subordinato, e non con

una formale richiesta o protesta, ma con una specie di preghiera, che

doveva restare, come restò, inesaudita.

[71] Quell’ufficiale si chiamava il capitano Cossovich, comandante

della regia fregata _Partenope_, e corrispondeva col Lanza per mezzo

del telegrafo ottico del Castellamare collegato a quello del Palazzo

Reale.

[72] MUNDY, op. cit., pag. 124.

[73] Di codesta trama noi non abbiamo dato che i sommi capi. Chi

ne voglia vedere il lungo complicato intrigo, legga i capi XI e

XII dell’opera citata del Mundy. Soggiungeremo solo, per maggiore

chiarezza, che quando il generale Lanza udì che il Mundy, in luogo

della chiesta protezione dell’Inghilterra, gli offriva il salvocondotto

di Garibaldi, gli replicò secco e sdegnato che egli aveva chiesto la

protezione della bandiera inglese, e mancando questa, egli non aveva

più nulla a dire all’Ammiraglio. Allora questi ragionevolmente pensò

che ogni carteggio in proposito fosse chiuso; quando, con sua grande

maraviglia, nella mattina del 29 si vide arrivare quest’altro dispaccio

del Commissario regio: «Riferendomi all’ultima corrispondenza, mando

i due Generali a conferire con lei. Il fuoco sarà sospeso da ambe le

parti verso sera.» Che cosa significava questo sibillino dispaccio? Il

Lanza si riferiva all’ultima corrispondenza! Ma l’ultima corrispondenza

aveva precisamente conchiuso, che il Mundy credeva necessario

l’intervento di Garibaldi e che il Lanza non poteva accettare questa

condizione. Ora come mai poteva riferirvisi? Certo il Commissario regio

voleva traccheggiar sopra un equivoco, sperando con questo di strappare

all’Ammiraglio britannico una concessione che altrimenti non avrebbe

mai fatta. L’Ammiraglio cansò ancora il tranello e replicò per la terza

volta al generale Lanza la lettera seguente, che fu l’ultima e che

testualmente pubblichiamo:

«_Rear-Admiral Mundy to General Lanza_

(Translation.)

_Hannibal_, at Palermo, May 29, 1860, Noon.

»Sir — From your Excellency’s last communication al 7 P. M. yesterday,

in which you state it is not necessary to speak to me any more, I

concluded the correspondence was finished. But as you again earnestly

request my mediation, I consent to receive the two Generals on board,

provided general Garibaldi allaws them to pass through his lines. My

boat will be at Porta Felice to receive them.

»(Signed) G. RODNEY MUNDY.»

[74] Ho ritradotto testualmente la traduzione in inglese

dell’ammiraglio Mundy, che varia in alcune parti da quelle che

corrono per le storie, ma che credo più genuina, come quella che venne

testualmente comunicata in copia dal generale Lanza all’Ammiraglio

stesso.

[75] MUNDY, op. cit., pag. 142.

[76] Non lo riseppe che nella sera del 28; tanto fu il segreto serbato

da quella brava popolazione sulle mosse del liberatore.

Il Lanza non aveva tardato di spedire ai due comandanti, nella giornata

stessa del 27, un corriere che li avvisava dell’accaduto e prontamente

li chiamava; ma il corriere fu spacciato, ed il plico, di cui era

latore, riportato, dopo la liberazione di Palermo, a Garibaldi.

[77] Stando ad un rapporto del luogotenente Wilmot (in Mundy, op.

cit., pag. 145), sembrerebbe che quella colonna fosse entrata da Porta

de’ Greci e venisse di fianco dall’Orto botanico; ma tutte le nostre

testimonianze ci ripetono che la colonna entrò per la Porta di Termini:

forse quella veduta dal Wilmot ne era un distaccamento.

Nel libro: _Storia della 15ª Divisione Türr nella Campagna del 1860 in

Sicilia e Napoli_, per il maggiore di fanteria CARLO PECORINI-MANZONI

(Firenze, 1876, pag. 63), si legge che fu il Letizia, il quale per

l’appunto traversava la città per recarsi a bordo dell’_Hannibal_, a

correre a Porta Termini a far cessare il combattimento. Ciò non è nè

poteva essere. Il convegno sull’_Hannibal_ era fissato per le due, e

il Letizia vi arrivò contemporaneamente a Garibaldi; non poteva dunque

traversare Palermo tra le 10 e le 11, ora in cui accadde lo scontro a

Porta Termini.

Lo stesso maggiore Pecorini fa intervenire al fatto di Porta Termini il

generale Türr. È probabile ch’egli pure sia accorso a veder che fosse

quell’inaspettato combattimento e si sia adoperato a farlo cessare;

come accorsero e s’adoperarono altri, fra i quali il Sirtori; ma gli

attori principali dell’episodio furono quelli da noi citati.

[78] Non ci arrestiamo a smentire tutti gli altri favolosi racconti

di questo episodio; diremo solo che ALBERTO MARIO nel suo _Garibaldi_

(pag. 38) lo fa accadere il 1º giugno!

[79] In molti libri si legge Türr. Lo stesso Generale ci assicurò che è

un errore.

[80] Il MUNDY, op. cit., pag. 147, dice: «Whether this arrangement was

an act of simple politeness on their part, or a premeditated scheme

for accertaining if he would be received with military honours, I

do not pretend to say, but as they did not immediatley follow him

up the accomodation ladder et struck me the delay was not entirely

accidental.»

[81] MUNDY, op. cit., pag. 148.

[82] MUNDY, op. cit., pag. 150.

[83] Ib., pag. 150.

[84] MUNDY, op. cit., pag. 153.

[85] Ib., pag. 153 e 154. — Del resto, la parola _unmeasured terms_ è

dell’ammiraglio Mundy, non nostra, e siamo ben lungi dal confermarla.

Quali che fossero i termini usati da Garibaldi (villani non saranno

stati certamente), non era mai _unmeasured_ dire in quel momento e a

siffatto nemico il fatto suo. Se anche, per generosità, non si voglia

scorgere nel fatto di Porta Termini alcuna perfidia premeditata, resta

sempre l’altro fatto ancor più irritante d’un nemico, che dopo aver

sollecitato dal proprio avversario la grazia d’una conferenza o d’un

armistizio, ricusava poi di riconoscere l’avversario stesso nella

persona del suo capitano supremo, e di trattare con lui! Pensiamo che

alla sortita del generale Letizia un Inglese avrebbe forse risposto,

effetto di temperamento, con più flemma, ma l’avrebbe anche assai

probabilmente fatto saltare nella lancia di bordo, e rimandato a voga

più che arrancata a terra.

[86] MUNDY, op. cit., pag. 156.

[87] ABBA, _Noterelle d’uno dei Mille_, ec., pag. 154.

[88] Fino dal 2 sul vaporetto _Utile_ erano già sbarcati a Marsala

altri cinquantasei volontari, parte Siciliani, parte Continentali. Li

guidava Carmelo Agnetta e portavano, oltre che il loro braccio, qualche

soccorso d’armi e di munizioni. Non poterono però penetrare in Palermo

che la mattina del 5 giugno.

[89] E non gliene mancava la ragione. Il conte di Cavour lavorava

già da tempo a promuovere un _pronunciamento_ fra gli ufficiali della

flotta borbonica; e all’uopo gli serviva d’intermediario l’ammiraglio

Persano, autorizzato a mettersi in corrispondenza cogli ufficiali

stessi «ed a spendervi qualche danaro occorrendo.» (_Diario_ citato,

pag. 22.) L’8 di giugno poi, narra lo stesso Persano (pag. 29) che

il comandante Vacca andò ad un convegno datogli da lui e disposto,

per solo vivo sentimento d’italianità, ad inalberare sul suo legno la

bandiera italiana. E tralasciando la parte non bella che facevano in

tutto questo così il conte di Cavour come l’ammiraglio Persano, si vede

che il Lanza aveva fiutato il pericolo.

[90] Decreto del 17 giugno 1860.

[91]

«_Al bello e gentil sesso di Palermo_.

»Colla coscienza di far bene, io propongo cosa gradita certamente ad

anime generose come voi siete, o donne di Palermo!... A voi che io

conobbi nell’ora del pericolo!... belle di sdegno e di patriottismo

sublime!... disprezzando nel furore della pugna le immani mercenarie

soldatesche, ed animando i coraggiosi figli di tutte le terre italiane,

stretti al patto di liberazione o di morte!

»Fidente a voi mi presento, vezzose Palermitane!... e per confessarvi

un atto mio di debolezza, io vecchio soldato dei Due Mondi, piansi....

commosso nell’anima!... e piansi.... non alla vista delle miserie e del

soqquadro a cui fu condannata questa nobile città!... non al cospetto

delle macerie del bombardamento e dei mutilati cadaveri; ma alla vista

dei lattanti e degli orfani dannati a morir di fame!... Nell’Ospizio

degli orfani novanta su cento lattanti periscono mancanti d’alimento!

Una balia nutre quattro di quelle creature fatte ad immagine di Dio!...

io lascio pensare il resto all’anima vostra gentile, già addolorata

dalla nuova desolante.

»Nei molti congedi della mia vita, il più sensibile sarà certamente

quello in cui mi dividerò da voi, popolazione carissima!... Io sarò

mesto in quel giorno!... ma spero la mia mestizia raddolcita da voi,

nobile parte di questo popolo, colla speranza, col convincimento, che

le derelitte innocenti creature, cui più la sventura che la colpa ha

gettato un marchio d’infamia!... ripulse lungi dal seno della società

umana!... dannate ad una vita di vituperio e di miserie.... quelle

infelici, dico, restino affidate alla cura preziosa di queste care

donne, a cui mi vincola, per la vita, un sentimento irremovibile

d’amore e di gratitudine!

»G. GARIBALDI.»

[92] Il Decreto era del 20 giugno.

[93] Ci atteniamo alle cifre date dal Medici nella sua lettera

a Garibaldi, scrittagli da Cagliari il 12 giugno, e che si legge

nel _Diario_ PERSANO (pag. 33), benchè il Resoconto del fondo del

Milione di fucili, che abbiamo potuto consultare, presenti, circa al

numero delle armi segnatamente, qualche differenza. Ma di ciò poco

monta. Importa forse più mettere in sodo che le spese della seconda

spedizione, checchè altri ne abbia scritto, furono tutte sostenute

dallo stesso fondo del Milione di fucili sopra ricordato, come risulta

da questo specchietto cortesemente favoritomi dal mio dilettissimo

amico Enrico Guastalla, segretario allora del fondo dei fucili,

ordinatore principale della spedizione Medici, in appresso Capo di

Stato Maggiore della stessa Divisione: patriotta e soldato valoroso

quanto modesto, che l’Italia presente degli arruffoni e dei ciarlieri

dimentica, ma che la futura ricorderà.

_Seconda spedizione_.

Colonnello GIACOMO MEDICI.

_Battelli a vapore._

Importo dei tre vapori _Washington, Oregon e Franklin_

con approvvigionamenti e paghe agli equipaggi

comperati in Marsiglia, comprese le spese di

viaggi, telegrafi, corrispondenze e provvigioni. L. 752,489.55

_Oggetti d’armamento._

Nº 4850 fucili francesi.

Nº 200 carabine _Enfield_.

Nº 200 fucili di Liegi.

Sciabole, _revolwers_, cartuccie, capsule

ed altri accessorii, per 324,596.10

_Oggetti di equipaggiamento_, per 22,144.27

_Oggetti di abbigliamento_, per 60,266.64

Totale L. 1,159,496.56

[94] Vedi lettere sue al conte di Cavour del 10, 18, 25, 28 giugno e 2

luglio 1860.

[95] Vedi _Diario privato politico-militare_ dell’ammiraglio PERSANO,

parte I, pag. 47. Lettera scritta dal conte di Cavour all’Ammiraglio

stesso.

[96] Ecco quell’articolo:

«Sabato 7 corrente, per ordine speciale del Dittatore, sono stati

allontanati dall’Isola nostra i signori Giuseppe La Farina, Giacomo

Griscelli e Pasquale Totti. I signori Griscelli e Totti, côrsi di

nascita, sono di coloro che trovano modo ad arruolarsi negli uffici di

tutte le polizie del Continente.

»I tre espulsi erano in Palermo cospirando contro l’attuale ordine

di cose. Il Governo, che invigila perchè la tranquillità pubblica non

venga menomamente turbata, non poteva tollerare ancora la presenza tra

noi di codesti individui venutivi con intenzioni colpevoli.» — Vedi

_Epistolario_ di GIUSEPPE LA FARINA, tomo II, pag. 376.

[97] Di averlo ignorato lo disse all’ammiraglio Persano, al quale

soggiunse anche di non lo voler disdire. — Vedi _Diario_ citato, pag.

73.

[98] Il conte di Cavour, il 13 luglio, scrivendo all’ammiraglio

Persano, faceva l’ipotesi che Garibaldi si mettesse un giorno o l’altro

in opposizione col Governo del Re; ma s’affrettava a soggiungere che

questo non poteva accadere, se non quando si giudicasse dal Re giunto

il tempo di operare l’annessione di Sicilia e Napoli. Ora queste parole

provano che al dì 13 luglio, quel tempo il Conte non lo credeva ancora

venuto. Del resto quella lettera del 13 luglio onorerà la previdenza,

ma non certo la lealtà, del conte di Cavour, e basti la citazione di

questo brano a provarlo:

«In quest’ipotesi (nell’ipotesi della resistenza di Garibaldi

all’annessione), importerebbe sommamente che tutte le forze marittime

passassero immediatamente sotto il di lei comando. Io son certo che

noi possiamo fare affidamento assoluto sopra Piola. Ma ciò non basta;

bisogna che egli possa portar seco tutti i legni che comporranno la

squadra di Garibaldi, perciò sarebbe bene che questi legni fossero

comandati da ufficiali fidati. Io la autorizzo quindi ad accettare

le dimissioni di tre o quattro ufficiali della squadra, a cui Piola

affiderebbe il comando dei varii legni, di cui il Governo della

Sicilia dispone. Questi devono essere scelti in modo da non lasciare

il benchè minimo dubbio sulla loro devozione al Re ed alla Monarchia

costituzionale.

»In questo momento rispondo a Piola, che mi fece richiesta d’alcuni

ufficiali, di rivolgersi a lei per conoscere le mie intenzioni, e che

ha piena facoltà di mandarle ad effetto.»

Da questa lettera sarebbe difficile argomentare quale de’ tre

personaggi il conte di Cavour, l’ammiraglio Persano e il comandante

Piola facesse la più triste figura. Il conte di Cavour cospirava

con un Ammiraglio del Re e un Ministro di Garibaldi stesso, tentando

ammutinargli contro o portargli via la flotta. L’ammiraglio Persano

doveva farsi complice della trama, dando a Garibaldi degli ufficiali di

marina infidi, disposti, a un dato momento, ad abbandonarlo e tradirlo.

Il signor Piola, ministro della Marina di Garibaldi, chiesto da lui e

depositario della sua fiducia, doveva dar l’ultima mano al complotto,

mettendo a bordo quegli ufficiali e consegnando al momento anche la

squadra.

Fortunatamente quel disegno, nato certamente da un triste incubo del

conte di Cavour, non ebbe bisogno d’esser mandato a compimento; ma quel

disegno prova che, se Garibaldi credeva d’essere attorniato da insidie,

non aveva tutti i torti. (Vedi _Diario_ citato, pag. 41.)

[99] Presiedevali Don Antonio Spinelli: n’erano principali per gli

_Esteri_ Giacomo De Martino, per le _Finanze_ Giovanni Manno, per la

_Giustizia_ Gregorio Morelli, per la _Polizia_ Liborio Romano.

[100] Alessandro Nunziante, duca di Mignano, figlio del tormentatore

delle Calabrie, e stromento egli stesso delle ferocie di Ferdinando

II: dopo aver chiesto di capitanare una spedizione contro Garibaldi,

vistolo trionfante, tocco dalla grazia, chiedeva all’improvviso licenza

dal suo esercito; offertogli il ritiro, lo rifiutava, rinviando con

sdegno pomposo le sue decorazioni e indirizzando a’ suoi soldati un

_addio_, nel quale li esortava a militare per la patria, «quasichè

(dice bene lo Zini) egli avesse fino allora portato in petto la

patria in compagnia degli esuli e dei macerati negli ergastoli.» Poi

riparatosi a Torino e ricevuta colà la parola del conte di Cavour,

circa la metà d’agosto torna nascosto a Napoli, e vivendo clandestino

ora a bordo dell’ammiraglia del Persano, ora in casa d’amici, cospira

a ribellare coll’oro del conte di Cavour l’esercito, al quale pur ora

apparteneva; specialmente i Cacciatori, che, a sentirlo, si sarebbe

tirati dietro al solo presentarsi. Ma nè egli si presentò, nè i

Cacciatori si mossero; pure egli potè essere accolto nell’esercito

italiano e morirvi generale! (Vedi _Diario_ PERSANO, parte II, pag. 16,

35, 36, 44, 66, 73, ec.)

[101] Era un antico legno da guerra borbonico; preso dai Palermitani

nel 1848 e battezzato _Indipendenza_, ripreso dal Borbone e restituito

al suo primo nome di _Veloce_.

[102] Fra i volontari eran chiamati così dal colore della divisa: tutte

di tela bianca quelle del Dunn; con tuniche bigio-scure quelle del

Medici.

[103] Alberto Mario la racconta con verità. Il Rustow scrisse che lo

scontro avvenne nella prima carica, ma è un errore. Io udii narrare il

fatto da Garibaldi stesso.

[104] Parole del testo della Convenzione 23 luglio 1860, tra il

colonnello Anzani ed il generale Garibaldi.

[105] In questo, Liborio Romano passava al Ministero dell’interno e il

generale Pianell a quello della guerra.

[106] PERSANO, _Diario_ cit., pag. 92.

[107] Anche prima di quel giorno, nell’annunciare allo stesso

Ammiraglio la lettera di Vittorio Emanuele a Garibaldi, invitava

l’Ammiraglio a non cercare d’influire sulle determinazioni di

questi, confessando che _per poco esso sia ragionevole bisogna che il

Governo del Re cammini con lui_; e dicendosi pronto a ritirarsi onde

_facilitare_ lo stabilimento di una perfetta concordia tra Garibaldi e

il Ministero.

Lettera del conte di Cavour al contrammiraglio Persano, estratta dal

_Diario_ di questi, parte I, pag. 89.

[108] Al Türr ammalato e partito per ragione di cura per il Continente

era subentrato nel comando della brigata l’ungherese colonnello Eber.

[109] Vedi _I Mille_, cap. XXXII, pag. 151-152. Che Garibaldi abbia

ordinato egli stesso la spedizione romana, lo provano le lettere

pubblicamente scritte al Bertani ed al Medici prima di partire da

Quarto; l’approvazione tacita o espressa a tutti gli apparecchi fatti

dal Bertani al medesimo scopo, e stando ad un’affermazione di Maurizio

Quadrio, un telegramma che Garibaldi stesso avrebbe diretto dal Faro

tra il 10 e l’11 agosto ad uno dei capi della spedizione romana, e

che avrebbe suonato precisamente così: «Io scenderò in Calabria il 19

agosto, voi operate ad oltranza negli Stati romani.» Vedi il _Libro

dei Mille del generale Giuseppe Garibaldi_, Commenti di MAURIZIO

QUADRIO, pag. 47 e segg. Il Quadrio però non dice d’aver veduto egli il

telegramma: afferma solo che fu veduto da Mauro Macchi, e che una copia

autenticata da notaio ne fu consegnata per sua garanzia al colonnello

Pianciani.

[110] Vedi _Diario_ PERSANO, quasi tutta la parte seconda.

[111] Lettera del conte Leopoldo di Siracusa al re Francesco del 24

agosto 1860, e Indirizzo del Ministero Liborio Romano allo stesso Re

del 22 agosto.

[112] Vedi BIANCHI, _Storia documentata della Diplomazia europea_, vol.

VIII, pag. 322-323.

[113] Vedi il Decreto nel _Diario_ PERSANO, parte II, pag. 117:

«Napoli, 7 settembre 1860.

»Il Dittatore decreta:

»Tutti i bastimenti da guerra e mercantili appartenenti allo Stato

delle Due Sicilie, arsenali e materiali di marina sono aggregati alla

squadra del Re d’Italia Vittorio Emanuele, comandata dall’ammiraglio

Persano.

»_Firmato_: G. GARIBALDI.»

[114] L’ammiraglio PERSANO nel suo _Diario_ citato, parte II, pag. 135,

narra:

«Vedo a terra l’ammiraglio Mundy. Egli mi dice che il signor Elliot,

ministro d’Inghilterra, aveva avuto un abboccamento col generale

Garibaldi a bordo dell’_Annibale_, essendo stato incaricato da Lord

John Russell di dissuaderlo dal suo intendimento di attaccare la

Venezia, dacchè tutto induceva a far credere che tale atto sarebbe

tornato oltremodo dannoso all’Italia; per l’appunto come s’era detto

fra noi due alcuni giorni prima: che il Dittatore, alla comunicazione

fattagli dal signor Elliot, aveva risposto, essere egli risoluto di

proclamare, ma dal Campidoglio, Vittorio Emanuele Re d’Italia; e che

dopo ciò si sarebbe offerto uno de’ suoi luogotenenti per l’impresa

della Venezia.»

[115] NICOMEDE BIANCHI, _Storia documentata della Diplomazia europea in

Italia_ (1859-1861), vol. VIII, pag. 338-339.

[116] Consentiamo collo Zini (_Storia_ cit., pag. 702) che «l’arditezza

del conte di Cavour venne a contraccolpo della prima arditezza di

Garibaldi; onde questi, non quegli, fu il vero motore dell’impresa;»

ma non per questo possiamo tenerci dall’ammirarle entrambe. Se anzi

una censura può muoversi al conte di Cavour è di troppa temerità. Nel

giorno infatti in cui egli spingeva metà dell’esercito sardo al di là

della Cattolica, egli non era sicuro che l’Austria, che ingrossava

nel quadrilatero, non l’avrebbe assalito. Tanto vero che scriveva a

Persano: «Tenga la squadra pronta a partire per l’Adriatico. Faccia

una leva forzata di marinai in codeste parti.... Dica al generale

Garibaldi, da parte mia, che, se noi siamo assaliti, l’invito in nome

d’Italia ad imbarcarsi tosto con due delle sue divisioni per venire a

combattere sul Mincio, ec.» (_Istruzioni Cavour a Persano_, Torino, 22

ottobre 1860.)

Solo alcuni giorni dopo, essendo stato assicurato da Napoleone che

l’Austria non l’avrebbe attaccato, o che altrimenti egli, almeno

rispetto alla Lombardia, l’avrebbe impedito, il conte di Cavour

respirò. Quando poi, nel convegno di Varsavia, la Prussia e la Russia

accettarono il principio del non intervento, energicamente difeso dalla

Francia e dall’Inghilterra, ogni pericolo svanì, e Cavour potè correre

franco fino alla fine. Ma aveva giuocato un terribile giuoco. Per

salvare l’Italia dal mostro della rivoluzione aveva rischiato di farla

sbranare nuovamente dall’aquila austriaca. Ma poichè l’Austria in fin

de’ conti non si mosse, e Cavour vinse la partita, non gli può essere

negato l’applauso che ha sempre salutato il successo.

[117] Vedi la lettera del Mazzini nei _Mille_, di G. ODDO, pag. 708.

[118] Vedi il suo Proclama in data di Salerno, 7 settembre 1860:

«_Alla cara popolazione di Napoli_.

»Figlio del popolo, è con vero rispetto ed amore che io mi presento a

questo nobile ed imponente centro di popolazione italiana, che molti

secoli di dispotismo non hanno potuto umiliare, nè ridurre a piegare il

ginocchio al cospetto della tirannide.

»Il primo bisogno dell’Italia era la concordia per raggiungere l’unità

della grande famiglia italiana: oggi la Provvidenza ha provveduto

alla concordia con la sublime unanimità di tutte le provincie per

la ricostituzione nazionale; per l’unità essa diede al nostro paese

Vittorio Emanuele, che noi da questo momento possiamo chiamare il vero

padre della patria italiana.» (_Diario_ cit., parte II, pag. 115.)

[119] _Ire politiche d’oltre tomba_, di AGOSTINO BERTANI, pag. 74 e seg.

[120] Doveva alludere a Filippo Cordova e al barone Camerata Scovazzo.

[121] Pubblicava nello stesso senso un Manifesto, nel quale è notevole

questo periodo:

«Essi vi hanno parlato (ai Palermitani) d’annessione, come se più

fervidi di me fossero per la rigenerazione d’Italia — ma la loro mèta

era di servire a bassi interessi individuali — e voi rispondeste come

conviene a popolo che sente la sua dignità, e che fida nel sacro ed

inviolato programma da me proclamato:

»ITALIA E VITTORIO EMANUELE.

»A Roma, popolo di Palermo, noi proclameremo il Regno d’Italia — e là

solamente santificheremo il gran consorzio di famiglia tra i liberi e

gli schiavi ancora, figli della stessa terra.

»A Palermo si volle l’annessione, perchè io non passassi lo Stretto.

»A Napoli si vuole l’annessione, perchè io non possa passare il

Volturno.

»Ma in quanto vi siano in Italia catene da infrangere — io seguirò la

via — o vi seminerò le ossa.....»

[122] Il maresciallo Ritucci, eletto comandante in capo dell’esercito

borbonico, aveva sotto i suoi ordini tre divisioni di fanteria, una

di cavalleria, alle quali aggiunte le truppe accantonate qua e là a

guardia degli Abruzzi, i presidii di Gaeta e di Civitella del Tronto,

si vede che la cifra di cinquantamila uomini sta piuttosto al di sotto

che al di sopra del vero.

[123] Il Rustow, che pare sia stato uno dei consiglieri dell’operazione

di Caiazzo, vorrebbe far credere che l’abbia ordinata Garibaldi stesso

(Op. cit., pag. 892); ma ciò, siccome narrammo, non è. Garibaldi nel

suo libro dei _Mille_ (pag. 276-277) respinge da sè la responsabilità

dell’impresa tentata e contro ordine suo, con queste esplicite parole:

«Obbligato di lasciare l’esercito sul Volturno e di recarmi a Palermo

per placare quel bravo e bollente popolo nell’esaltazione in cui

l’avean spinto gli annessionisti, io aveva raccomandato al generale

Sirtori, degno capo dello Stato Maggiore dell’esercito meridionale, di

lanciar delle bande nostre sulle comunicazioni del nemico.

»Ciò fu fatto, ma pure chi ne avea l’incarico immediato stimò opportuno

di fare qualche cosa di più serio, e col prestigio delle precedenti

vittorie non dubitò qualunque impresa essere eseguibile dai nostri

prodi militi.

»Fu decisa l’occupazione di Caiazzo, villaggio all’oriente di Capua,

sulla sponda destra del Volturno.

»Il 19 settembre ebbe luogo l’operazione: si occupò Caiazzo, ed io

giunsi lo stesso giorno per assistere al deplorevole spettacolo del

sacrifizio dei nostri poveri volontari, che avendo marciato, secondo

il costume loro, intrepidamente sul nemico sino all’orlo del fiume,

furono poi obbligati, non trovandovi riparo contro la grandine di

palle nemiche, di retrocedere fuggendo, fulminati alle spalle. Il

giorno seguente, credo, il nemico inviò un forte nerbo di forze

ad attaccare i nostri in Caiazzo, che in pochi furono obbligati ad

evacuare, e ritirarsi precipitosamente verso la sinistra del Volturno,

dopo essersi valorosamente battuti ed aver perduto non pochi militi,

morti, feriti ed affogati nel fiume. L’operazione di Caiazzo fu, più

che un’imprudenza, una mancanza di tatto militare, da parte di chi la

comandava.

»E serva quell’esempio ai nostri giovani militi, tuttora obbligati a

studiare quella manía di macellar gli uomini, che si chiama arte della

guerra.»

S’aggiunga: il Pecorini-Manzoni, nella sua citata _Storia della XV

Divisione Türr_, ec., cercando di giustificare il Türr della mossa, si

limita a dire, che «egli pensava di lanciare dei distaccamenti al di

là del Volturno verso Piedimonte per verificare l’opinione del paese,

e trovandovi simpatia organizzare delle squadre di Guardia Nazionale,

e con esse tormentare alle spalle ed ai fianchi il nemico e simulare

quindi degli attacchi sopra Caiazzo e dietro Capua, per obbligarlo

a mostrare le forze che potrebbe spiegare in un fatto d’arme serio

contro le forze garibaldine, e non dargli tempo di mandare ad effetto

un tale fatto prima che tutta l’armata di Garibaldi fosse riunita sul

Volturno.» (Op. cit., pag. 182.)

Infine meglio d’ogni testimonianza valgano le istruzioni che Garibaldi

stesso dava in iscritto al maggiore Csudafy, incaricato appunto

di comandare una delle scorribande al di là del Volturno, e che

chiariscono tutto il pensiero del Generale in capo dell’esercito

meridionale:

«_Al signor maggiore Csudafy_.

»Caserta, 16 settembre 1860.

»Maggiore!

»Con tre distaccamenti, che confiderà a voi il generale Türr, voi

passerete il Volturno al di sopra di Capua ove vi convenga.

»Il principale oggetto della vostra missione è di mostrarvi nella

retroguardia al nemico dietro Capua e incomodarlo in ogni modo

possibile.

»Quindi mostrarvi alle popolazioni circonvicine, fra le quali voi

dovete spargere i buoni principii di libertà e d’indipendenza italiana,

e spingerle all’armamento contro il dispotismo. Soprattutto voi dovrete

ottenere dai vostri soldati che rispettino la gente, le proprietà, e

che procurino di farsi amare da tutti e temere dai nemici.

»Per mezzi di cui abbisognate, rivolgetevi alle Autorità locali che

munirete di competente ricevuta.

»Se potete spingere alcuno dei vostri distaccamenti (che cercherete

d’aumentare quanto possibile) alla frontiera e sul territorio

pontificio, farete bene di farlo e spingere pure le popolazioni

pontificie a scuotere il giogo.

»Infine voi darete notizie di voi e di qualunque cosa importante al

Quartier generale del generale Türr ed al mio.

»_Firmato_: G. GARIBALDI.»

(PECORINI-MANZONI, op. cit., pag. 183-184.)

[124] «La nostra linea di battaglia era difettosa; essa era troppo

estesa da Maddaloni a Santa Maria.» (_I Mille_, pag. 280.)

[125] Abbiamo usato per brevità la parola _Divisione_; ma

s’ingannerebbe assai chi la prendesse alla lettera. L’esercito

meridionale essendo in formazione continua, nulla di più difficile di

dare la situazione quotidiana dei corpi. La divisione Türr comprendeva

cinque brigate: Sacchi, Eber, Spangaro, De Giorgis, La Masa; ma

essendo esse tutte sparpagliate in mezzo alle altre divisioni, può

dirsi che la divisione in fatto non esisteva. Così la brigata La Masa

era aggregata alla 16ª divisione Cosenz e Milbitz; quella Spangaro

alla 17ª Medici, e la brigata Sacchi stava da sè a San Leucio; le

brigate Eber e De Giorgis stavano nella riserva. La 18ª divisione Bixio

comprendeva tre brigate: quella Dezza, della forza di milleottocento

uomini; quella Eberhard, di millecinquecento, e una terza, Spinazzi,

di seicentosettanta, più una così detta colonna Fabrizi che non

apparteneva a nessuna divisione. La 16ª invece aveva un battaglione

Bronzetti nientemeno che a Castel Morone, e una brigata intera, quella

Assanti, nella riserva.

La riserva poi era un miscuglio curiosissimo. Essa comprendeva, oltre

le nominate:

Brigata Eber 1600

Brigata De Giorgis 850

Brigata Assanti 1100

Un battaglione Paterniti 250

Una brigata calabrese comandata dal colonnello

Pace, grossa di oltre duemila uomini, ma di

cui soltanto ottocento armati alla meglio

e servibili 800

_Totale_ 4600

Centocinquanta uomini di cavalleria, quattrocento del Genio aggregati

la maggior parte alla 17ª divisione, e gli artiglieri necessari ai

servizio dei trenta pezzi summentovati, compivano l’esercito.

[126] _I Mille_, pag. 282.

[127] Il RUSTOW, pag. 436; il PECORINI, pag. 242, riferiscono queste

parole del Generale con alcune varianti. Al solito noi ne prendiamo

l’essenziale, lasciando l’accessorio.

[128] Altri disse che mandò la notizia della vittoria molto prima,

cioè quando giunse a Santa Maria. Nel suo libro dei _Mille_ egli tronca

ogni dubbio scrivendo: «In quel momento, 5 pomeridiane, io telegrafai a

Napoli: _Vittoria su tutta la linea_.» — (Vedi op. cit., pag. 297.)

[129] Quando diciamo puramente _Caserta_ intendiamo la città, ora

capoluogo della provincia.

[130] L’abbiamo detto altrove (_Vita di Nino Bixio_), lo ridiciamo

qui, questa e _questa sola_ fu la parte presa da quei Bersaglieri alla

battaglia del Volturno. Tutto quanto fu scritto sin qui nell’intento

di accrescere a’ regolari e scemare a’ Volontari una gloria, a cui

basta d’essere italiana, è assolutamente falso: falso che essi abbiano

partecipato in un modo qualsiasi alla giornata del 1º; falso che

abbiano contribuito alla vittoria del 2, la quale era già ottenuta

prima di combattere, che fu una razzía di truppe disperse, non un

combattimento, e che in ogni caso sarebbe stata decisa dai movimenti

aggiranti di Garibaldi e del Bixio, non dalle poche fucilate di quei

pochi Bersaglieri contro l’avanguardia sviata d’una colonna venuta a

cascare nel centro delle nostre linee.

[131] RUSTOW, op. cit., pag. 449.

[132] E non abbiamo mestieri di citare esempi più recenti. Il La

Marmora non comandò in Crimea più di quindicimila uomini, eppure

fu nominato Generale d’armata. Castelfidardo fu un combattimento di

posizione di otto o diecimila uomini contro cinque o seimila, eppure il

Cialdini fu nominato Generale d’armata, e nessuno dubitò mai che que’

due Generali non fossero capaci di condurre più grossi eserciti.

[133] Rapporto del generale Bixio sul fatto d’armi di Maddaloni, in

data di Caserta, 6 ottobre 1860.

[134] _I Mille_, pag. 292-293.

[135] È doloroso il pensare che la battaglia del 1º ottobre non abbia

ancora ottenuto nella storia delle armi italiane il posto che le

conviene. Storici anche autorevoli ne parlano con una leggerezza da far

dubitare della loro serietà. A mo’ d’esempio, nella _Storia militare_

del colonnello CARLO CORSI, professore di Storia militare alla Scuola

superiore di guerra (libro di testo anche per gli allievi della

R. Accademia militare), terza parte, pag. 295 e seg., ci sono tali

errori e di fatto e di apprezzamento da legittimare il sospetto che

lo storico abbia mai riflettuto un istante alle cose da lui narrate.

Noi riproduciamo qui il suo racconto, accompagnandolo di brevissime

osservazioni, lasciando giudice il lettore se a siffatti romanzi

convenga il nome di storia, e di storia destinata all’educazione della

mente o del cuore della gioventù militare della patria nostra:

Pag. 295. «_Battaglia del Volturno o di Santa Maria_ (_1º ottobre_). —

Lo scopo primo del radunamento delle truppe borboniche sul Volturno,

cioè rassodar le milizie e fermar Garibaldi, era stato ottenuto; ora

bisognava procedere alla riscossa, come Radetzky nel 1848, col massimo

vigore. Ma invece di tener riuniti attorno a Capua quei quaranta e

più mila uomini e adoperarli per una gran riscossa, i Generali del

re Francesco li divisero tra Capua e Gaeta in modo che non più di

un ventimila rimasero disponibili sul Volturno tra San Clemente e

Caiazzo....»

1º Errore. — _Non sappiamo d’onde lo storico abbia attinto questa

cifra. Essa è patentemente erronea. L’esercito del Volturno sotto il

comando del generale Ritucci componevasi di tre_ DIVISIONI COMPLETE

_di fanteria ed una di cavalleria, e quando si aggiunga a queste le

armi secondarie e il presidio di Capua, si supera di molto la cifra di

quarantamila uomini da noi stabilita_.

Pag. 295-296. «I Garibaldini s’erano distesi sulla sinistra del

Volturno; debole era la loro sinistra attorno a Santa Maria, aggirabile

la loro destra per l’alto Volturno e i monti sopra Caserta e Maddaloni.

La loro situazione era ancora più pericolosa di quella dei Toscani a

Montanara e Curtatone nel 1848.»

_Questo lo vide e lo disse anche Garibaldi. Ma perchè lo storico

non soggiunse che quella situazione, data l’esiguità delle forze

garibaldine, era la sola tenibile in quel caso?_

Pag. 296. «Dal lato dei Garibaldini la divisione Medici teneva

Sant’Angelo, la divisione Cosenz Santa Maria, Türr stava presso

Caserta, Bixio presso Maddaloni, Garibaldi aveva il suo quartiere in

Caserta. Il 1º ottobre quindicimila Borbonici con molta cavalleria,

sboccando da Capua sotto il comando del generale Ritucci, assaltarono

all’improvviso e con molto impeto la sinistra dei Garibaldini a Santa

Maria....»

2º Errore. — _Il primo errore è dimostrato dal secondo. Se l’esercito

borbonico sommava appena a ventimila uomini e quindicimila attaccavano

Santa Maria, bisognerebbe supporre che all’attacco di tutto il

resto della linea comprendente le posizioni di Sant’Angelo, Caserta,

Maddaloni, il generale Ritucci non ne avesse impiegati che cinquemila,

il che sarebbe stato semplicemente assurdo._

Pag. 296. «.... E di primo lancio s’impadronirono d’una gran parte di

quella città....»

3º Errore. — _I Borbonici, come narrammo, non s’impadronirono mai

d’alcuna parte, nè grande nè piccola, di Santa Maria. Essi non poterono

mai oltrepassare la linea di Porta Capuana_.

Pag. 296. «L’attacco si estese prontamente a sinistra su Sant’Angelo,

ove il combattimento fu vivissimo. La divisione Türr s’avanzò a

rinforzo. Un reggimento toscano, condotto dal colonnello Malenchini,

investì il fianco destro degli assalitori dal lato di San Tammaro....»

4º Errore. — _Il Türr condusse i rinforzi sol quando fu chiamato da

Garibaldi, il Malenchini ribattè gli assalti dell’estrema destra nemica

sul lato di San Tammaro, ma in principio non in fine della battaglia

e non in guisa da liberar San Tammaro, ma solo da contrastar la

posizione. Il contr’attacco decisivo fu diretto tra Sant’Angelo e Santa

Maria e capitanato, siccome scrivemmo, da Garibaldi in persona. Non

sono, a tutto rigore, errori, ma inesattezze che sfigurano l’aspetto

della battaglia_.

Pag. 296-297. «Par tuttavia tra quelle milizie tumultuarie, composte la

massima parte di gente eccessivamente sensitiva e affatto nuova alla

guerra, quel vigoroso assalto cagionò grande scompiglio, anzi fuga e

sbandata che portò lo spavento fin nel cuore di Napoli.»

5º Errore. — _Di fuggiaschi e di sbandati ce ne furono di certo, come

ce ne sono in tutti gli eserciti e in tutte le battaglie; ma parlare

«di fuga e sbandata che portò lo spavento fino a Napoli,» come se

tutto l’esercito garibaldino avesse dato le spalle al primo urto, è

peggio che errore. Non si può accusare di fuga e sbandata un esercito

inferiore di numero che contrasta il terreno per oltre sei ore e dà

tempo alle sue riserve di soccorrerlo._

«.... Ma Garibaldi, Medici, Türr ed altri capi minori con quelle poche

migliaia di valorosi che loro rimasero, sostennero e rintuzzarono

l’attacco, che impetuoso da principio, poi sul più bello languì e

sfumò indietro per mancanza di spinta, d’alimento, di buona direzione.

I soldati aveano fatto assai bene la parte loro, ma i Generali non

s’accorsero nemmeno dei vantaggi che aveano ottenuto, perchè erano

troppo lontani dal luogo ove le loro truppe combattevano, e sentito

che il nemico resisteva, invece di mandar rinforzi e spingere innanzi

comandarono la ritirata, e l’effetto fu come di una sconfitta....»

6º Errore. — _La frase ambigua: «e l’effetto fu come di una sconfitta,»

ci toglie di penetrare la vera intenzione dell’Autore. Se egli ha

voluto dire che la sconfitta de’ Borbonici fu più apparente che reale,

i particolari della battaglia da noi narrati lo smentiscono_.

Pag. 297. «Anche la cavalleria v’ebbe qualche parte, con isvantaggio

dei Borbonici, che furono ricacciati dagli Usseri ungheresi. I

Garibaldini inseguirono fin presso Capua. La perdita dei Borbonici

fu di circa duemila uomini, quella dei Garibaldini di circa

millecinquecento uomini.

7º Errore. — _La cifra delle perdite borboniche è arbitraria. Se tra le

perdite si devon computare i prigionieri, quelle de’ Borbonici superò

di certo i quattromila. Quanto ai Garibaldini dicemmo più sopra che

il danno loro fu di circa cinquecento morti, milletrecento feriti,

milletrecento sbandati o prigionieri; molto maggiore quindi da quello

affermato dallo storico._

Pag. 297. «Se nel concetto dei Generali del re Francesco quel fatto

dovea essere una ricognizione (inopportunissima), il risultato più

ragionevole avrebbe dovuto esserne una vera battaglia il dì seguente.

Ma così non fu. Dal canto suo Garibaldi, che in quel dì s’era veduto

quasi sfuggir di mano, insieme a tanta parte delle sue forze, la

vittoria e la fortuna....»

8º Errore. — _Come Garibaldi, che a capo di ventimila ribatte l’assalto

di quarantamila, prende loro circa tremila prigionieri e richiude il

rimanente in una fortezza, si sia veduto sfuggir di mano la «vittoria

e la fortuna,» davvero non sappiamo comprendere. Che far doveva

Garibaldi? forse dar l’assalto a Capua?_

Pag. 297. «.... Aveva chiesto al Ministro del re Vittorio Emanuele a

Napoli il sussidio di alcuni battaglioni di truppe regolari, che là

stavano nel porto sui navigli di S. M., e quegli avea fatto sbarcare il

primo battaglione Bersaglieri e lo avea avviato in fretta a Maddaloni e

Caserta....»

Garibaldi, Vol. 2 (of 2) · 第 144 / 147 题