»Il Generale m’ascoltò con molta pazienza, indi mi rispose che

v’era gran verità in quel che io gli avevo esposto, ma parergli che

sarebbe assai difficile distinguere fra i desiderii e le domande

d’una e d’altra città; che egli pensava che il fine della sua venuta

in Inghilterra era conseguito, essendovi egli venuto, non per avere

quegli onori, di cui egli era ricolmo, ma per ringraziare il governo

ed il popolo inglese per quello che avevano fatto a pro della sua

patria. Disse che egli credeva che, visitando Londra, aveva visitata

tutta la nazione; che le promesse fatte erano tutte sotto condizione,

e non si teneva più obbligato, quando forti cagioni l’impedissero,

di adempierle. Soggiunse sperare di poter in altro tempo, ma senza

cerimonie di gran pubblicità, tornare in Inghilterra, e allora potrebbe

vedere molti più amici che non aveva ora fatto. Questo egli disse,

nè pensò mai che vi fosse alcuna cagione politica, nè sospettò certo,

come altri ha fatto, che qualche potentato straniero fosse mescolato in

questa pratica.

»Quanto all’Imperatore dei Francesi e al suo governo, il nobile Lord in

questa Camera ha già detto assai chiaramente ch’egli non vi ha nulla

a che fare. Ma molte volte avviene che una piccola verità è sorgente

di molti errori; e in questo caso l’essere io stato chiamato per dare

un consiglio, richiesto dal bene e dalla salute del Generale, ha fatto

credere cose che sono al tutto senza parte alcuna di vero.»

[282] In questo terzo colloquio della mattina del 19, v’erano il Duca

di Sutherland, il signor Eber, il signor Peard, il signor Negretti

e forse altri, ma nè Lord Shaftesbury, nè il signor Gladstone, nè il

signor Seely, nè il dottor Fergusson vi erano.

[283] Il dottor Basile, in una lettera al _Sun_ del 19 aprile, diceva:

«Come medico ordinario del Generale, mi credo in obbligo d’affermare

trovarsi la sua salute nel più soddisfacente stato e la ferita

del piede cicatrizzata da vari mesi, non aver più bisogno di cure

chirurgiche.... Sono dunque fermamente convinto che il Generale possa

intraprendere il progettato viaggio senza pericolo.»

Il Basile diceva la verità; ma non saprei affermare che egli fosse

stato autorizzato dal Generale a dirla, e molto più a scrivere questa

lettera.

Il dottor Partridge nel Times del 20 pubblicava un’attestazione quasi

consimile a quella del dottor Basile.

[284] Il _Sun_, il _Morning Star_, l’_Evening Standard_.

[285] Vedi Tornate della Camera dei Lordi del 18 aprile 1864, e dei

Comuni 19 e 21 aprile.

[286] Ecco la testuale risposta di Garibaldi:

«Sono profondamente grato al popolo inglese degli onori che mi ha resi,

ma di cui mi considero indegno. Le accoglienze che ho ricevute da ogni

classe di persone sono state tali che non le scorderò giammai.

»Desidero ardentemente di visitare i miei vecchi amici di Newcastle

e del Nord. Considererò se posso cambiare di determinazione dopo la

promessa data e farò conoscere la mia risoluzione al mio amico signor

Beales.»

[287] Ecco la lettera testuale:

«Cari amici,

»Accettate i ringraziamenti del mio cuore per la vostra simpatia e pel

vostro affetto. Sarò felice se potrò rivedervi in circostanze migliori

e quando potrò godere con tutto agio della ospitalità del vostro nobile

paese. Pel momento io sono obbligato di lasciar l’Inghilterra. Ancora

una volta, la mia gratitudine sarà sempre viva per voi.

»21 aprile.

»G. GARIBALDI.»

[288] Ecco la lettera:

«Rivolgo le più vive grazie del mio cuore e i sentimenti di gratitudine

alla nazione e al governo inglese per l’accoglienza ricevuta su questa

libera terra. Il primo scopo della mia venuta era di compiere un dovere

per la simpatia dimostrata a me ed alla mia patria. Questo scopo è

raggiunto: ma bramavo eziandio di pormi a disposizione di tutti i

miei amici inglesi e recarmi in tutti i luoghi ove poteasi dimostrare

desiderio di me. Ora _non mi è lecito_ di soddisfare tutti gl’impulsi

del mio cuore.

»Se fui causa di qualche turbamento o di qualche disinganno, ne

chiedo perdono agli amici, i quali comprenderanno come io non potessi

stabilire una linea di demarcazione fra i luoghi da visitare. Accettino

perciò i miei ringraziamenti e i miei saluti.

»Tuttavia spero in un tempo non lontano poter fare ritorno, visitare

i miei amici nella vita domestica inglese, e mantenere quella promessa

che oggi, con mio immenso dolore, non mi è dato poter secondare.

»GARIBALDI.»

Giova notare che la lettera era scritta nel più perfetto inglese, e che

il Generale non fece che firmarla. La frase «non posso stabilire una

linea di demarcazione fra i luoghi da visitare,» già usata dal signor

Seely al _meeting_ di _London Tavern_, la fa sospettare dettata da lui.

[289] Infatti nè i figli, nè il dottor Basile, nè il segretario

Guerzoni erano stati invitati a Clifden Park. Oltre a ciò era stato

deciso dai manipolatori della partenza che il Generale s’imbarcherebbe

sull’_Ondine_ seguíto dal Basso, e forse dal dottor Basile e dal figlio

Ricciotti, e che l’altro figlio Menotti, il segretario Guerzoni e gli

altri suoi amici ritornerebbero in Italia per altra strada. Il Generale

tuttavia volle rivedere prima a Clifden, poi a Penquite Par, dimora

del colonnello Peard, il suo segretario Guerzoni e questi ubbidì come

diremo meglio in appresso.

[290] Il documento meriterebbe essere pubblicato per intiero, ma

ce ne trattiene la soverchia lunghezza. La prima bozza era stata

concertata tra il segretario Guerzoni, il deputato Mordini, e, se non

c’inganna la memoria, Aurelio Saffi. Il Guerzoni la portò a Penquite

Par nella sera stessa del 26, dove arrivò per la linea più diretta,

Londra-Bristol-Exeter-Plimouth; il Generale vi fece parecchie ed

importanti mutazioni, e fu pubblicato nei giornali inglesi colla data

di quella medesima sera.

Eccone pertanto i brani più salienti:

«Al popolo inglese.

»Penquite Par, Cornwall, aprile 26.

»Al popolo inglese io non ho nulla a ricordare che esso non conosca.

Egli sa ciò che l’Italia desidera. L’Italia ha risoluto di esistere.

Essa ne ha il diritto, e se alcuno ne dubitasse, io aggiungerei che

essa esiste già di fatto, e che nulla le impedirà dal completar sè

stessa. L’Italia non desidera che di scuotere il giogo delle due

avverse potenze che la opprimono — lasciate che il mondo l’oda — essa

non può rimaner tranquilla finchè non avrà ottenuto questo scopo,

che è fra le questioni di vita o di morte. Il popolo inglese che

sprofonderebbe sotto il suo Oceano piuttosto che permettere che il

sacro suolo del suo paese sia violato dallo straniero comprenderà

quanto legittime siano le aspirazioni, e quanto irremovibili le

risoluzioni del mio paese.

»L’Inghilterra conosce che cooperando disinteressatamente in favore dei

destini dell’Italia nel 1860 contribuì a promuovere l’ordine e la pace

in Europa — quella pace e quell’ordine che soli riescono durevoli e

benefici perchè fondati sulla giustizia e sul progresso.

»L’Inghilterra, ne sono convinto, si confermerà sempre più in questa

opinione che se da una parte sta all’Italia a mostrarsi forte ed

essere realmente forte e indipendente da servili alleanze, affine di

cattivarsi fiducia dai suoi veri amici (fra i quali il primo posto è

dovuto all’Inghilterra), l’Inghilterra stessa vedrà dall’altra parte

in quanto l’alleanza d’una giovine incivilita e libera nazione come

l’Italia, sia preferibile alle eterogenee e mal sicure alleanze colle

potenze dispotiche. Tuttavia io non posso sperare — lo dico con dolore

— che l’Italia sarà atta a compiere i suoi destini senza correr di

nuovo la terribile prova dell’armi. La voce dell’Inghilterra è udita

e rispettata, essa è in alto grado arbitra dei destini dell’Europa,

ma sia pienamente persuasa che essa non può sciogliere la questione

italiana o quella di altre nazionalità, mediante alcuna immaginazione

di compensi e negoziazioni diplomatiche. Ma in faccia al gran

principio della solidarietà dei popoli, proclamato e sancito dalla

coscienza universale, io non posso parlare solo dell’Italia, molto

meno in un tempo in cui il presagio di questa vera sacra alleanza fu

irrevocabilmente confermato quando di recente io strinsi la mano dei

proscritti di tutte le parti dell’Europa. Lasciando questa spiaggia

ospitale non posso nascondere più a lungo il segreto del mio cuore,

raccomandando la causa dei popoli oppressi alla più generosa e sagace

delle nazioni. — Dacchè il loro sorgere è certo ed il loro trionfo è

fatale, l’Inghilterra saprà come stendere su di loro il poderoso scudo

del suo nome e sostenerli se bisogna col suo forte braccio.

»L’Inghilterra sa che essa non sarà sola in questa grande missione.

Di là dello Stretto v’è un altro popolo gigante, che è stato sovente

costretto dalle arti del dispotismo ad essere il rivale e il nemico

di questo paese, ma che la libertà riuscirà a volgere in pacifico

competitore e amico. — Libertà! questo è il sole che deve fecondare la

sincera e formidabile alleanza dei due popoli della civiltà contro la

barbarie, e per cui, senza sguainar la spada, la grand’opera della pace

del mondo sarà realizzata.»

[291] Nella citata _Politica segreta italiana_ (pag. 167-168) si narra

che il Duca di Sutherland aveva proposto al Re, per mezzo del conte

Maffei, allora consigliere di legazione a Londra, di far viaggiare

Garibaldi due mesi nei mari d’Oriente impedendogli così di sbarcare a

Caprera, d’onde si temeva che il Generale potesse slanciarsi in nuove

avventure. Il libro però aggiunge che Mazzini, scoperto il complotto,

lo sventò avvertendone per telegrafo il Generale, il quale ricevuto

il dispaccio a Gibilterra chiese ed ottenne che la rotta dell’_Ondine_

sarebbe stata in retta linea per Caprera. A noi mancano argomenti per

confermare o smentire questo racconto. Diciamo solo che non ne abbiamo

mai sentito a parlare. Che il progetto sia nato nel cervello del Duca

di Sutherland par certo poichè esiste il dispaccio del conte Maffei che

lo prova; ma non crediamo che il Re l’abbia approvato, nè che Mazzini

abbia avuto bisogno di sventarlo. Soltanto il fatto meritava essere

ricordato come indizio delle mille tranellerie da cui il Generale era

circondato.

[292] Il signor Assollant, nel _Courrier du Dimanche_ citato da Bent,

pag. 228, op. cit. E lo stesso Bent, dopo aver dato ragione al signor

Assollant, soggiungeva: «From first to last Garibaldi’s visit was

one long cheer; he was a veritable nine days’ wonder; but beyond good

wishes, and addresses from every imaginable town that could squeeze in

a word edgeways, Garibaldi got only a few handsful of presents from his

immediate admirers, and when he made his second rash attempt on Homo

in 1867 he found England no more inclined to help him than if he had

remained quietly at home.»

[293] Arrivava verso le 11 del mattino. Lo seguivano il dottore

Albanese, il segretario Guerzoni, i figli ed altri. Prendeva alloggio

nella casa del signor Luigi Mansi.

[294] _La Politica segreta italiana_ già citata.

[295] Il 2 maggio in un suo biglietto autografo il Re faceva al Mazzini

questa risposta:

«Non è da ammettersi la frase che si sia _tenuto a bada_ il partito

d’azione, mentre gli si fece sempre intendere in modo netto e preciso

che qualunque moto, sia interno, sia avente per iscopo un’iniziativa

verso il Veneto, sarebbe stato impedito con ogni mezzo energico di cui

si può disporre.

»Essere pertanto una prova insensata che si tenterebbe senza risultato

di sorta, che cagionerebbe guai a deplorarsi per parte dei motori.

»La Polonia mancò ognora nelle varie sue fasi insurrezionali della

forza vitale di espansione, e questa è la principale cagione della sua

rovina, forse potrebbe rinascere come la fenice dalle proprie ceneri,

estendendo le sue ramificazioni in Gallizia, Principati ed Ungheria,

dove il terreno sarebbe facile _à exploiter_ se vi fossero uomini

energici ed audaci che servissero di _trait-d’union_.

»Se i moti in Gallizia estesi alle citate contrade prendessero

le proporzioni di una _spontanea popolare_ insurrezione da tenere

fortemente occupata l’Austria, allora sarebbe necessario anzitutto

d’aiutarla con un nucleo d’Italiani determinati, e così riuniti vari

fecondi elementi, _tutti ostili al principale nemico_, si potrebbe

condurre a compimento il comune desiderio.

»V. E.»

(_Politica segreta_ ec., pag. 72-73.)

[296] «Ottenendo il moto galliziano _anteriore_, il moto veneto

dovrebbe seguire immediato.... Intendendo che il moto veneto _segua_

rapidamente, è necessario aumentare l’armamento _fin d’ora_. Quindi la

richiesta di restituzione dell’armi e del rinvio d’un uomo persecutore

(Spaventa), che d’altra parte è screditato per ogni dove e disonora il

governo.»

Nota-_memorandum_ Mazzini da rimettersi al Re. — _Politica segreta_

ec., pag. 77.

[297] Vedi risposta del Re a Mosto, incaricato di Mazzini. — _Politica

segreta_ ec., pag. 88.

[298] Il generale Klapka arrivò a Clifden il giorno stesso in cui,

chiamatovi dal Generale, vi arrivava da Londra io pure. Lo vidi restare

a lungo con Garibaldi e ne immaginai facilmente la cagione. — Vedi

anche _Politica segreta_ ec., pag. 87.

[299] Documento di pugno del Re letto ad Antonio Mosto in presenza del

conte Verasis di Castiglione e del signor D. Müller. Fra le altre cose

diceva: «Che per quanto riguardava la rivoluzione in Gallizia il Re e

il suo governo ne avevano lasciata la direzione al Klapka, ec.....» —

_Politica segreta_ ec., pag. 85.

[300] «Le parti d’action (ungherese) nous a donné la main à condition

que nous n’aurons rien à faire avec Kossuth et les généraux Klapka

et Türr.» Parole d’una nota del signor Bulewsky, agente del Centro

Rivoluzionario Polacco in Londra. — _Politica segreta_ ec., pag. 97.

[301] Vedi _Politica segreta_ ec., pag. 99.

[302] Nè più nè meno però. Di preparare armi ed armati, come altri

disse, Bixio non ebbe nessun incarico. Fu anzi per mettere in chiaro la

verità di questa novella che io nella notte dal 4 al 5 luglio mi recai

da lui al campo di San Maurizio.

[303] Radunò gli ufficiali a gran rapporto, e lo presentò loro come

amico di Garibaldi, del Re e dell’Italia. L’eccesso stava nella

presentazione d’un personaggio borghese non rivestito d’alcuna carica o

dignità ufficiale ad un corpo di ufficiali.

[304] Questi sono i nomi che ci occorrono alla memoria. Forse ne

dimentichiamo alcuno. Tutti invece non poterono venire, tra gli altri

Giovanni Chiassi.

[305] Come si vede, i _sottoscritti_ non si sottoscrissero, e la così

detta protesta restò quello che era in fatto, l’opera d’un solo e

anonimo autore. Come poi il _Diritto_ potesse chiamare _documento_ uno

scritto anonimo, è ciò che non riesciamo a comprendere!

[306] Questa è l’ipotesi più probabile. Dai Principati non venivano

da parecchio tempo che notizie sfavorevoli alla meditata impresa. Il

governo del principe Cuza, sul cui assenso tacito e segreto si era

contato, chiarivasi invece recisamente avverso ed arrestava il Frygesy,

quel colonnello ungherese che era in Rumenia il capo ed il centro della

congiura.

[307] Egli aveva lasciato Torino il 6 mattina e non poteva avere

conoscenza della lettera pubblicata il 10. A proposito del Guerzoni,

in quel libro più volte citato, la _Politica segreta italiana_, sono

spacciate tante fandonie che sarebbe impossibile smentirle tutte

anche scrivendoci intorno un intero capitolo. Come però da una parte

non vogliamo far servire un libro consacrato a Garibaldi alla nostra

privata difesa, e dall’altra di quella difesa non sentiamo alcun

bisogno, così passiamo accanto sorridendo alla povera cantafavola, e

aspettiamo che il tempo ne faccia la dovuta giustizia.

Solo un fatto è narrato in quelle pagine con poche varianti più maligne

che importanti, ed è il congedo che Garibaldi diede al Guerzoni quando

lo sospettò autore delle voci che a detta di taluni avevano mutata la

risoluzione di Vittorio Emanuele e fatto abortire la progettata corsa

in Oriente. Ora come di quel fatto il Guerzoni non si vergognò mai,

anzi andò sempre fiero come d’una delle azioni più oneste e coraggiose

della sua vita, così non ha alcun ritegno a narrarlo egli stesso più

veracemente per esteso. Ingannato da mendaci rapporti, sorpresa la sua

buona fede e nell’acciecamento del primo sdegno trasportato a pensare

che il Guerzoni fosse stato autore o istigatore della lettera del

10 luglio, il Generale lo fece venire a sè e gli disse con accento

tuttavia pacato e benigno: «Guerzoni, è necessario che per qualche

tempo ci separiamo.... La cosa però resterà fra di noi. Noi saremo

sempre amici come prima.»

Il Guerzoni alzò la testa alla immeritata ferita e rispose come ogni

uomo al suo posto avrebbe fatto: «Io non ho nulla da rimproverarmi,

Generale, — però non ho nulla da nascondere. Parli o taccia, io resterò

sempre quale mi parto di qui, suo amico devoto e suo fedele soldato.»

E il Guerzoni partì.... Da quel giorno non scrisse più al Generale che

sei mesi dopo per mandargli in brevi parole i suoi augurii pel buon

capo d’anno del 1865. Il Generale gli rispose con questa lettera:

«Caprera, 2 del 1865.

»Mio caro Guerzoni,

»Grazie per la lettera vostra gentile. Io vi contraccambio gli augurii

con augurarmi d’aver compagni che vi somiglino in una battaglia

che forma l’unica speranza della mia vita. V’invio la parola che mi

chiedete, e sono sempre vostro

»G. GARIBALDI.»

Scorsi altri sei mesi egli scriveva a Benedetto Cairoli, a proposito

della candidatura del Guerzoni a deputato:

«Vi raccomando Guerzoni per tutti i collegi.»

Il congedato d’Ischia poteva dirsi soddisfatto.

[308] Una fu pubblicata dal FARINI nel suo _Stato Romano_, vol. II,

pag. 253. Firenze, 1850.

[309] Anche Giuseppe Mazzini, scrivendo nel 1861 ad un Tedesco, diceva

alla nazione germanica: «Cancellate dalla fronte della Germania la

macchia che l’Austria vi ha messo.... Siate un popolo e c’intenderemo.

L’idea germanica e l’idea italiana s’abbracceranno sulle Alpi libere.»

— Vedi _Scritti editi e inediti_ di GIUSEPPE MAZZINI, vol. XI, pag.

262. Roma, 1882.

[310] Il Bismarck, interpellato dal La Marmora se in caso che l’Austria

attaccasse l’Italia la Prussia sarebbe stata pronta ad accorrere

in nostro soccorso, rispose che il Trattato dell’8 aprile non era

un Trattato bilaterale, e che la Prussia non vi era in alcun modo

vincolata ad aiutare l’Italia.

Del resto chi voglia sincerarsi di quanto abbiamo detto sin qui

intorno all’alleanza italo-prussiana veda principalmente: _Le général

La Marmora et l’alliance prussienne_, Paris, 1868. Opera del capitano

CHIALA, il più fedele e devoto interprete istoriografo del generale La

Marmora. — _Due anni di politica italiana_. Milano, 1868, di STEFANO

JACINI, nel 1866 ministro dei lavori pubblici del gabinetto La Marmora

e principale confidente e consigliere del Generale stesso. — _Un po’

più di luce sugli eventi politici e militari dell’anno 1866_, pel

generale ALFONSO LA MARMORA. Firenze, G. Barbèra editore, 1873. — _Il

generale Alfonso La Marmora, Ricordi biografici_ di GIUSEPPE MASSARI.

Firenze, G. Barbèra editore, 1880.

[311] _La Campagna del 1866 in Italia_, redatta dalla Sezione Storica

del Corpo di Stato Maggiore. Roma, 1875, vol. I, pag. 65 e 66.

[312] Vedi op. cit., pag. 67.

[313] Vedi _Cenni Storici sui Preliminari della Guerra del 1866_, ec.

del capitano LUIGI CHIALA, pag. 580.

[314] Al ministro della guerra, generale Pettinengo, scriveva:

«Caprera, 14 maggio 1866.

»Signor Ministro,

»Accetto con vera gratitudine le disposizioni emanate da S. M. in

riguardo ai Corpi volontari, riconoscente alla fiducia in me riposta

con l’affidarmene il comando. Voglia essere interprete presso S. M. di

questi miei sentimenti nella speranza di poter subito concorrere col

glorioso nostro esercito al compimento dei destini nazionali.

»Ringrazio la Signoria sua della cortesia colla quale si è degnata

farmene partecipazione.

»Voglia credermi della Signoria sua

»devotissimo

»G. GARIBALDI.»

[315] Questo scriveva in quei giorni ai signori Valzania, Caldesi,

Bagnasco, noti repubblicani. Per brevità citeremo solo la lettera a

quest’ultimo:

«Caprera, 11 maggio 1866.

»Caro Bagnasco,

»È cosa utile al paese che in ogni modo tutti siamo pronti e concordi.

E questione di vita o di morte perla patria, e sta all’Italia tutta il

problema.

»Io accetterò tutti coloro che vogliono combattere lo straniero

oppressore. Per le istruzioni dirigetevi ai nostri amici della

Commissione; e fra gli altri a Benedetto Cairoli. Bando alle gare ed

alle opinioni, e facciamo.

»Credetemi

»vostro sempre

»G. GARIBALDI.»

[316] _La Campagna del 1866 in Italia_, redatta dalla Sezione Storica

del Corpo di Stato Maggiore, tomo I, pag. 129.

Vi fu chi disse che il piano di guerra di Garibaldi era simile in

tutto a quello del generale Moltke e dello Stato Maggiore prussiano

dichiarato nella celebre Nota del signor D’Usedom, ministro del re di

Prussia a Firenze.

Chi abbia letto quella Nota e la confronti colle parole testè citate

della _Relazione Ufficiale_, vedrà che tra i due concetti corre

una capitale differenza. Entrambi, è ben vero, s’accordavano nel

pensiero di non arrestarsi intorno al quadrilatero, di girarlo o di

attraversarlo; entrambi credevano che compiuta questa prima operazione

e «quando la sorte fosse propizia sul principio ai due alleati»

(parole della Nota Usedom), l’Italia dovesse spingere un forte Corpo

di spedizione nel cuore dell’impero austriaco; ma circa alla strada

che quel Corpo dovesse tenere e al modo con cui doveva operare,

dissentivano grandemente. Garibaldi infatti, come fu già detto, voleva

sbarcare presso Trieste allo scopo di prendere a rovescio l’esercito

austriaco e tagliarlo da Vienna; lo Stato Maggiore prussiano voleva

uno sbarco nella Dalmazia, il quale appoggiandosi ad una ipotetica

insurrezione slavo-ungherese, desse la mano all’esercito prussiano e

marciasse su Vienna.

Il Generale italiano, rivoluzionario dalla nascita, non pensava che ad

una operazione prettamente militare; il Generale prussiano, militare

nel sangue, aveva in mente una operazione rivoluzionaria.

Quale dei due concetti fosse migliore sarebbe ormai superfluo il

discutere. Certo il disegno prussiano appare a prima giunta più audace

e più vasto; ma esso aveva, secondo noi, il grave difetto di fondarsi

sopra una rivoluzione di popoli che nessun indizio prometteva, e di

calcolare sopra una vittoria delle armi prussiane che era ancora nei

segreti del fato. Si supponga la insurrezione slavo-ungherese fallita;

si immagini una Sadowa favorevole all’Austria, che cosa avrebbe fatto

il Corpo di spedizione italiano? Che cosa sarebbe accaduto a Garibaldi

nel cuore dell’impero austriaco?

Non per questo crediamo che il progetto prussiano meritasse lo sdegnoso

disprezzo con cui lo trattò il generale La Marmora. Anzitutto l’accusa

da lui mossa a quel progetto, che volesse la spedizione transadriatica

prima che l’esercito italiano avesse preso posizione alle spalle del

quadrilatero è affatto gratuita; e le parole stesse dell’Usedom, che

pure nella sua qualità di diplomatico non era obbligato a spiegarsi

con tutta la precisione del linguaggio militare, la smentiscono

completamente. La Nota Usedom, infatti, muove dal supposto che

l’esercito italiano abbia già _attraversato e girato il quadrilatero

e vinto una battaglia in campo aperto_; ed evidentemente coordina

e subordina tutte le operazioni proposte al di là dell’Adriatico, a

quella ipotesi. Il generale La Marmora dunque, rimproverando allo Stato

Maggiore prussiano un assurdo, che davvero sarebbe stato enorme, non

faceva che pensarlo egli stesso e da sè solo. Ma non è qui il punto.

Il torto del generale La Marmora non consistette già nel respingere un

disegno che anche nella felice ipotesi d’una piena vittoria in Italia

sarebbe pur sempre stato temerario e pericolosissimo; il torto del

Generale stette, e starà sempre, nell’essersi rifiutato di esaminare,

di discutere quel disegno, nell’averlo nascosto a’ suoi colleghi del

ministero e dell’esercito; nell’aver perciò impedito che potesse di

comune accordo fra i due alleati essere corretto e modificato, reso più

utile e praticabile.

Ma a che pro esaminare i torti del generale La Marmora nel 1866? A che

mai fargli colpa di non aver nemmeno degnato di discussione i disegni

del suo alleato, se non eseguì quelli che aveva combinati col suo primo

luogotenente in Italia, col generale Cialdini, anzi che aveva sanciti

egli stesso, poichè nella sua qualità di _Capo dello Stato Maggiore

generale_ dell’esercito stava a lui il comandare?

Che se gli apologisti del La Marmora sorgono a dire che il piano

combinato col Cialdini era diverso; che il passaggio del Po doveva

essere l’accessorio e l’irruzione dal Mincio il principale, allora noi

chiediamo, e lo chiederà sempre, vivaddio, la storia, perchè questa

irruzione non fu almeno preparata cogli accorgimenti e le precauzioni

che l’arte suggeriva per assicurarne il trionfo, tanto più facile al

generale La Marmora quanto meno gli erano mancati quei due fattori

essenziali d’ogni vittoria: il tempo e la forza?

[317] Vedi L. CHIALA, _Cenni Storici sui Preliminari della Guerra_,

vol. I, pag. 584.

[318] CHIALA, op. cit., vol. I, pag. 585 e 588.

[319] A Lecco, per esempio, dal terrazzo dell’albergo _La Croce di

Malta_, diresse alla moltitudine de’ Garibaldini, stipata giù nella

piazza, queste parole:

«_Amici!_ — Voi sapete che in questo mondo ci vuol fortuna quasi in

ogni cosa; ci vuol fortuna pel marinaio che alcune volte in mezzo al

mare incontra uno scoglio, altre volte invece scopre un tesoro; ci vuol

fortuna per il soldato, che spesso stando tra l’ultime file trova una

palla, mentre un altro che trovasi tra i primi, rimane illeso.

»Ora voi siete una generazione fortunata, io vo declinando in età, e

mi chiamo felicissimo d’essere ancora con voi. Prima di voi furonvi

mille generazioni che vedevano i lor campi calpestati dallo straniero,

e le loro donne in preda di truppe mercenarie, e voi questa terra

la libererete, i vostri figli e nipoti alzeranno la fronte e si

glorieranno del vostro nome, io ve lo dico: voi siete destinati a

vincere e dire agli eserciti stranieri che hanno la boria di credersi

invincibili, perchè si chiamano organizzati, che diano un fucile a voi

altri che avete chi berretto, chi cilindro, chi fazzoletto bianco in

capo, e vedranno cosa saprete fare.

»Io sono contento d’essere con voi e per certo faremo qualche cosa....

Non è vero?» — (_Pungolo_ di Milano, 14 giugno, supplemento pag. 2.)

[320] Lo accompagnavano nella esplorazione il suo vecchio segretario

Basso e il capitano Ergisto Bezzi, uno dei prodi trentini che insieme

ai Bronzetti, ai Manci, ai Tranquillini, ai Martini, ai Fontana, ai

Bolognini, agli Zancani si incontravano dal 59 in poi su tutti i campi

di battaglia dell’indipendenza italiana ad attestare col valore, e

spesso col sangue e col martirio, l’indelebile italianità della loro

terra.

Il Generale s’avvicinò tanto agli accampamenti nemici che fu a occhio

nudo riconosciuto, sicchè i suoi compagni tremarono qualche istante per

lui.

[321] Non v’erano che due compagnie de’ nostri. Vi fecero prodezze il

trentino Bezzi già nominato e il friulano Celli, il quale sostenne un

vero singolar certame con un ufficiale austriaco, uscendo dal conflitto

tagliuzzato e pesto in più parti del corpo, ma lasciando morente sul

terreno il suo avversario.

[322] Molti scrittori militari affermano che l’Arciduca Alberto ritornò

sulla sinistra del Mincio udita la notizia di Königgrätz. Evidentemente

essi confondono le date. La battaglia di Königgrätz accadeva il 3

luglio, e soltanto alla notte di quel giorno l’Arciduca Alberto poteva

aver certa notizia della disfatta delle armi imperiali. Il movimento di

ritirata invece da lui fu ordinato la sera del 1º luglio e cominciato

la mattina del 2. Conviene dunque attribuirlo ad altra cagione, e la

sola cagione probabile e plausibile è quella da noi data. Si guardi una

carta e s’immaginino due eserciti l’uno de’ quali s’avanza su Piubega,

Gazzoldo e Castellucchio nei pressi del Mincio, e l’altro muove tra

Borgoforte e Sermide a sboccare dal Po, e si dica se il Generale

austriaco poteva continuare a restare sulla destra del Mincio, senza

esporsi al pericolo, se la mossa era seria, d’esser preso a rovescio e

svelto dalla sua base.

[323] Il combattimento di Suello fu variamente raccontato. Noi

attingemmo, oltrechè ai racconti più volte uditi dal colonnello

Bruzzesi, al Rapporto ufficiale del brigadiere Corte al generale

Garibaldi in data del 6 luglio; dal quale consta che l’attacco

subitaneo di fronte di Monte Suello non fu ordinato da lui, ma dallo

stesso generale Garibaldi.

[324] Il maggiore Castellini volle accettare il combattimento nella

posizione di Vezza; il maggiore Caldesi a cui era stato realmente

affidato il comando voleva indietreggiare nelle posizioni già

trincerate d’Incudine. Da ciò quel dissidio e quel contrasto d’ordini e

di contr’ordini che riuscì fatale alla difesa. Per tutti i particolari

del combattimento di Vezza vedi principalmente _Il Quarto Reggimento

dei Volontari ed il Corpo d’Operazione in Valcamonica nella Campagna

del 1866_ del tenente colonnello GIOVANNI CADOLINI, comandante lo

stesso reggimento. Firenze 1867, tip. del _Diritto_. In essi ci trovi

anche spiegata la ragione per cui il colonnello Cadolini tenne così

divise nella giornata del 3 luglio le sue forze. Egli temette per tutto

quel giorno un attacco dal passo di Croce Domini e dovette premunirsi

contro quell’eventualità che avrebbe posto a serio rischio le sue

comunicazioni, e l’esistenza stessa del corpo d’operazione.

[325] Le cinque Brigate erano così composte e comandate:

1ª Brigata 2º e 7º Reggimento, Maggior generale Haugh;

2ª » 4º e 10º » » Pichi;

3ª » 5º e 9º » » Orsini;

4ª » 1º e 3º » Colonnello

brigadiere Corte;

5ª » 6º e 8º » » Nicotera.

_Capo dello Stato Maggiore_, generale Fabrizi.

_Sotto capo_, colonnello E. Guastalla.

_Capo dell’Artiglieria_, Maggiore Doglietti. — _Capo dell’Intendenza_,

Colonnello Acerbi. — _Capo dell’Ambulanza_, Colonnello Bertani. —

_Comandante le Guide_, Tenente Colonnello Missori. — _Comandante la

zona delle operazioni sul Garda_, Generale Avezzana. — _Comandante la

flottiglia_, Tenente Colonnello Elia.

[326] Fu detto che Garibaldi poteva trarre maggior partito dalla

Valcamonica sia tentando per quella via l’attacco principale, sia

facendone appoggiare più efficacemente dai corpi mandati a campeggiarvi

l’irruzione delle Giudicarie. Noi opiniamo diversamente.

La via del Tonale, oltre che la più aspra e la più lunga, espone

l’assalitore che non possegga gli sbocchi laterali superiori ad essere

ad ogni passo circuito e stroncato dalla sua base. Circa poi all’idea

di trarre dalla Valcamonica un appoggio più efficace alle operazioni

delle Giudicarie, essa era certamente buona, ma non poteva essere

praticata che a condizione che l’invasore fosse già padrone della

chiave delle Giudicarie o almeno vi tenesse un piede tale da potervi

con sicurezza attendere i soccorsi e combinare le sue mosse colle

colonne laterali che dovevan cooperar con lui. Ed a questo sappiamo

che Garibaldi pensò inviando l’ordine al colonnello Cadolini fino dal

14 luglio, fino dunque dall’ingresso vero in Tirolo, di marciare col

suo reggimento per la valle di Roucon alle spalle di Lardaro. Che se il

Cadolini non riescì alla meta che assai tardi, fu perchè nel frattempo

Garibaldi si era rivolto alla Val di Ledro ed aveva posto in seconda

linea l’investimento di Lardaro e la conquista delle Giudicarie.

Tutt’al più può essere rimproverato a Garibaldi di non aver inviato in

Valcamonica una forza maggiore, che fosse in grado così di scuotere i

difensori del Tonale con abili assalti, come di tener desta e legata

l’attenzione del generale Kuhn per la sua estrema destra. Ma Garibaldi

può ancora rispondere: «E quando l’aveva io questa forza maggiore

disponibile?» Fino al 1º luglio dei suoi dieci reggimenti egli non

aveva in mano che la metà; mandò dunque quel che poteva.

[327] Vedi la sua opera magistrale _Gebirgeskrieg_ compendiata dal

capitano Chioffredo Hugues nel suo opuscolo: _La Guerra di Montagna_.

Modena, 1872.

[328] Superfluo il dire che così nella enumerazione, come nella

dislocazione delle forze nemiche noi abbiamo attinto soltanto ad

opere e documenti di fonte ufficiale ed austriaca; quali il rapporto

ufficiale sulla guerra del 1866: _Oesterreichs Kämpfe im Jahre 1866,

nach Feldachten bearbeitet durch das K. K. General Stabs Bureau für

Kriegs Geschichte_. — Wien, 1869. Verlag des K. K. General Stabs;

Fünfter Band: Die Vertheidigung Tirols.

E il libro stesso del generale Kuhn, _La Guerra di montagna_,

traduzione del capitano Hugues, da noi citato negli esempi che

illustrano la parte teorica.

Anche l’opera _Geschichte des Feldzuges 1866 in Italien_, ec. von

ALEXANDER HOLD, Hauptmann im K. K. General Stabs — Wien 1867, ha valore

quasi ufficiale, e certamente molto pregevole.

E di queste sole opere ci serviremo per conoscere e giudicare delle

operazioni degli Austriaci.

[329] Dobbiamo dir così non sapendo nè chi quell’ufficiale fosse,

nè a chi spetti la responsabilità di quell’errore. A custodia di Val

d’Ampola v’era il settimo reggimento; ma non potremmo dire che il torto

di non aver occupato Rocca Pagana sia imputabile al suo comandante.

Certo Garibaldi la credeva occupata, e restò quasi sbalordito dalla

sorpresa quando il 16 mattina vi vide comparire i Cacciatori austriaci.

[330] Così i movimenti di queste truppe, come le loro forze, le

desumiamo dal citato libro, _La guerra di montagna_ del barone generale

KUHN, versione di Hugues, pag. 90-91 e seguenti, come dalla _Relazione

ufficiale dello Stato Maggiore austriaco_, già citata.

[331] Vedi RUSTOW nella _sua Guerra del 1866 in Germania ed in Italia_.

Milano, 1867, pag. 332.

Del resto anche il generale Kuhn (op. cit., pag. 89) ammise che lo

scopo del combattimento del 16 era maggiore d’una ricognizione.

[332] Agostino Lombardi di Brescia, prode quanto gentile d’animo, fece

tutte le campagne d’Italia del 48, 49, 59, 60 e 66. Non aveva che 33

anni!

[333] Il generale Kuhn tentò spiegare la sua subitanea ritirata dal

campo di battaglia coll’arrivo di due telegrammi, l’uno dal Comando

di piazza di Verona, l’altro dallo stesso Arciduca Alberto; col primo

dei quali era avvertito che l’esercito italiano, già entrato nel

Veneto, stava per inviare due colonne, una per Val d’Arsa, l’altra per

Val Sugana, a invadere dal lato orientale il Trentino; e col secondo

invitato a nome dello stesso Imperatore a tenersi nella più stretta

difensiva.[334] Lunge da noi il pensiero di negare l’autenticità dei

due telegrammi, allegati dall’illustre Generale; quantunque possa

parere strano a chicchessia che il Comandante di Verona potesse aver

sentore d’una spedizione per Val d’Arsa e Val Sugana, che al 16 luglio

non era decisa, e nemmeno forse pensata al Quartier generale italiano,

e che ebbe un principio d’esecuzione visibile soltanto il 20 dello

stesso mese. Tralasciando però ogni discussione sul tenore delle

notizie e degli ordini ricevuti dal generale Kuhn, essi non bastano

ancora a spiegare la risoluzione da lui presa nel pomeriggio del giorno

16. Che infatti un Generale si risolva a troncare a mezzo una vittoria

già tenuta per certa, e abbandonare un campo di battaglia già creduto

suo, solo perchè riceve un telegramma che lo avvisa della possibilità

di essere assalito egli stesso, cinque o sei giorni dopo, è cosa

assolutamente inammissibile. Per esatto che potesse parere l’annunzio

del Comando di Verona, e perentorio l’ordine del Generalissimo

dell’esercito imperiale, il generale Kuhn sapeva meglio d’ogni altro

che gli Italiani non potevano volare, e che alla peggio gli sarebbe

sempre rimasto il tempo di battere prima i Garibaldini che aveva

dinanzi a Condino e di marciare poi con tutte le sue forze e con tutto

il suo comodo, contro l’altro nemico che gli veniva sul fianco.

Però ci meraviglia grandemente che il dotto e valente Generale abbia

potuto scegliere, per ispiegare la ritirata da Condino, una scusa così

magra ed irragionevole. Era assai più decoroso per lui l’ammettere

che fallito l’aggiramento della destra garibaldina, e riuscita ancora

più vana la mossa dell’Höffern sulla sinistra, egli non si sentì in

grado con tutte le sue forze di affrontare una seconda volta nelle

sue posizioni di Storo-Condino il grosso dell’esercito nemico. Il qual

grosso però non sommava a trentacinquemila uomini, come egli nel citato

suo libro affermò. In linea tra il Brufione, Brione, Condino non vi

erano che il 1º e il 6º reggimento e un battaglione di Bersaglieri; in

seconda linea tra Darzo e Storo che il 3º, il 9º e il 7º; poco più di

diciottomila uomini; gli altri erano troppo lontani per poter prendere

parte alla giornata.

[334] _Guerra di Montagna_ già citata, pag. 94-95, e nel Rapporto

ufficiale _Oesterreichs Kämpfe im Jahre 1866_. Viert Band.

[335] Anche il LECOMTE, _Guerre de la Prusse et de l’Italie contre

l’Autriche et la Confédération germanique en 1866_, pag. 87, è dello

stesso parere.

[336] Centosettantasei prigionieri, fra cui quattro ufficiali; tutte

le artiglierie e munizioni del forte oltre a qualche centinaio di

fucili furono i trofei della conquista. Gli Italiani ebbero perdite

dolorosissime; tra le altre quella del bravo luogotenente d’artiglieria

Tancredi Alasia che aveva diretto con rara precisione e intrepidezza

la sua batteria durante il cannoneggiamento, e col suo primo colpo

spezzata l’asta della bandiera nemica. Egli morì da prode ai piedi de’

suoi pezzi.

[337] Aveva soli 39 anni. Era nato a Mantova. Combattè nel 48 a

Governolo, nel 49 a Roma e seguì Garibaldi fino a San Marino; nel 1859

comandò in secondo la compagnia de’ Carabinieri Genovesi. Nel 1860

si distinse nella presa di Reggio, e lasciò l’esercito meridionale

tenente-colonnello. Era ingegnere; mente colta e severa. Idolatrava

la sua vecchia madre tanto che nel 1866 pel timore di darle un dolore

troppo forte si arruolò di nascosto con Garibaldi, e gli riuscì di

tenerglielo celato fino all’ultimo. Continuato poi il pietoso inganno

dagli amici, ella ignorò per parecchi mesi anche la morte del figlio.

«Quando però fu giuocoforza destarla dalla dolcissima illusione e

rivelarle l’atroce realtà, ella ancor più madre di Rachele, che rifiutò

d’essere consolata, rifiutò di credere. Non lasciò la vita sotto il

colpo, ma vi lasciò la ragione; e due anni dopo cogli occhi fissi sulla

porta d’onde aveva veduto uscire il suo Giovanni, dove lo vedeva sempre

ritornare, in questo bellissimo sogno spirò.»

I Castiglionesi eressero al loro virtuoso concittadino un monumento, e

le ultime parole che abbiamo testè trascritte sono tolte dal _Discorso_

che allo scoprimento della statua faceva l’Autore di questo libro, alla

memoria dei suo grande amico.

[338] Superfluo parlare delle operazioni della flottiglia sul Garda,

dalle condizioni del suo armamento e dalla soverchiante superiorità

dell’avversaria condannata all’impotenza. Due volte la squadriglia

austriaca potè bombardare quasi impunemente Gargnano e Bogliaco.

Un giorno le cinque cannoniere italiane riescono a circuirne una

austriaca; ma avendo il Depretis mandato sul Garda certi artiglieri di

marina, che non avevan mai sparato un cannone, la vanità de’ loro colpi

fu tale che la cannoniera austriaca non solo riescì a farsi largo, ma

a costringere alla ritirata i cinque assalitori. Il 17 poi la squadra

austriaca va a pigliare fin dentro il porto di Gargnano il vaporetto

italiano il _Benaco_ e se lo porta via prigioniero. Così ALBERTO MARIO

nel suo _Garibaldi_, pag. 122.

[339] Cento morti, dugentocinquanta feriti, millecento prigionieri.

Non diecimila però come spacciò il maggiore Haymerle in un opuscolo

detto dell’_Italicæ res_. Le mie cifre son tolte al _Rapporto ufficiale

austriaco_.

[340] Della sincerità dei Rapporti ufficiali di guerra di tutti i

paesi e di tutti gli eserciti fu sempre prudente diffidare; ma pochi

meriteranno una minor fede del _Rapporto ufficiale austriaco_ sul

combattimento di Bezzecca. Basti dire che esso non accenna nemmeno

al tentativo fatto dal Montluisant di sboccare da Bezzecca, e tace

poi interamente dell’ultimo contrassalto garibaldino diretto appunto

a riconquistare Bezzecca. Siccome però conveniva spiegare come mai

dopo esser rimasti padroni di Bezzecca, l’avessero abbandonata,

così il generale Kuhn nelle _Note_ al suo _Gebirgeskrieg_ diede la

ragione taciuta interamente nel _Rapporto ufficiale_, che il generale

Montluisant ordinò la ritirata per _mancanza di munizioni_. È strano

davvero che una colonna partita espressamente per dar battaglia si

trovi, dopo sole quattro ore di fuoco, senza munizioni; ma accettata

per buona la ragione (e il Kuhn stesso confessa che i suoi cannoni

avevano ancora quarantasette colpi e le riserve erano ancora provviste

di cartuccie), domandiamo noi: Come il Montluisant avrebbe potuto

sentire il difetto delle munizioni se i Garibaldini non lo avessero

attaccato? O è vera l’ultima carica dei Garibaldini, e allora il

generale Kuhn deve confessare che, munizioni o no, riuscì vittoriosa;

o non l’ammette (cosa impossibile), e allora resta inesplicabile come

un corpo che si credeva vincitore alle undici si ritirasse, senza

colpo ferire, a mezzogiorno, e cedesse senza contrasto al nemico una

posizione di sì capitale importanza, privandosi persino dell’onore, se

per altre cagioni era costretto a ritirarsi il giorno dopo, di dormire

sul campo.

Del resto valga di risposta a tutti il _Rapporto_ dello stesso generale

Garibaldi.

«_Combattimento del 21 luglio_.

»Ieri ancora la vittoria sorrise alle armi italiane.

»Il vantaggio delle posizioni da lungo tempo studiate, quello immenso

delle armi, ed il valore con cui si batterono i nemici, fecero l’esito

della giornata alquanto incerto fino ad un’ora pomeridiana.

»Il combattimento ebbe principio all’alba. Il prode generale Haug aveva

ordine di operare sulla nostra destra in Val di Ledro, ma la maggior

parte della sua brigata era ancora sulle alture per le operazioni

dei giorni precedenti. Avevo dato l’ordine al 5º reggimento e a due

battaglioni del 9º della 3ª brigata di preparare l’occupazione della

Valle di Ledro, finchè la 1ª brigata si riunisse e marciasse a rilevare

la 3ª.

»Io non prevedeva un attacco per parte del nemico, nonostante aveva

ordinato di spingere solamente sino a Bezzecca e di contentarsi di

esplorare al di là. Giunta la nostra testa di colonna a Bezzecca nella

sera del 20, all’alba del 21 mandò un battaglione in ricognizione sui

monti che a levante dominano la Valle di Conzei.

»Questo si trovò avviluppato da una forza superiore di Austriaci ed

obbligato di ripiegarsi in disordine sulla colonna principale. Ciò diè

luogo ad un combattimento accanito a Bezzecca e nei paesi alla bocca

della Valle di Conzei, ove, dopo caduto eroicamente il colonnello

Chiassi, il 5º reggimento fu obbligato di battere in ritirata.

Sostenuto però da un battaglione del 6º comandato dal maggiore Tanara,

pure gravemente ferito, da un battaglione del 9º, da alcune compagnie

del 2º, dai Bersaglieri e dalla valorosissima nostra artiglieria,

l’azione si ripigliò, non con vantaggio, ma conservando le posizioni,

massime sulla nostra sinistra, sostenuta efficacemente dal 9º. Avendo

più tardi il prode maggiore Dogliotti ricevuto una batteria fresca, la

collocò sulla nostra destra in vantaggiosa posizione; e gli Austriaci,

bersagliati e fulminati con una speditezza sorprendente dalla nostra

artiglieria, cominciarono a sgomentarsi. Allora una piccola colonna

di attacco composta di prodi di tutti i corpi, comprese le guide,

e comandata dal maggiore Canzio, sostenuta dal 9º a sinistra, si

precipitò, senza fare un tiro sul nemico, e lo cacciò colle baionette

alle reni in disordine da tutte le posizioni che occupava. Da quel

momento la ritirata del nemico fu generale, ed i nostri lo inseguirono

oltre Bezzecca ed Enguiso entro la Valle di Conzei.

»Un Rapporto più dettagliato verrà compilato in seguito; ora si stanno

compilando gli elenchi dei morti e feriti, e quelli dei soldati,

sottufficiali ed ufficiali che si distinsero in questo combattimento.

»Cologna, 1º agosto 1866.

»G. GARIBALDI.»

[341] Il colonnello LECOMTE nella sua citata opera: _Guerre de la

Prusse et de l’Italie contre l’Autriche_ ec., pag. 110, 111.

Anche l’Autore della _Guerra in Italia nel 1866_, Milano, 1867, che

si firma _Un vecchio soldato italiano_, emette press’a poco lo stesso

giudizio a pag. 335.

[342] Andò ospite di Alberto Mario che abitava allora in Piazza

Bellosguardo.

[343] Il _Diritto_, annunziandone l’arrivo a Firenze, pubblicava la

seguente dichiarazione del Generale:

«Firenze, 22 febbraio.

»Non solamente io aderisco al manifesto dell’opposizione parlamentare

con tutta l’anima — ma spero che la gratitudine del paese non mancherà

a quel patriottico documento.

»Vostro

»G. GARIBALDI.»

[344] Togliamo questi proclami e discorsi dal _Diritto_ di Firenze

e dal _Pungolo_ di Milano (mesi di febbraio e marzo), che ne erano

esattamente informati dai loro corrispondenti.

[345] E non di centomila spettatori come scrisse Alberto Mario nel

suo _Garibaldi_. Il battesimo avvenne nelle stanze di Garibaldi alla

presenza di Francesco Marnelli, di Teresa Bellotti, testimoni, e di

pochi altri dei seguaci del Generale.

[346] Vedi nel _Libro Verde_ presentato alla Camera dal generale

Menabrea il 3 dicembre 1867 le Note dello stesso De Malaret al Ministro

degli affari esteri in Francia, in data 15 e 17 aprile 1867.

E poichè ne abbiamo il destro, diciamo una volta che i documenti citati

in questo capitolo, siano dessi lettere o manifesti di Garibaldi, e

atti del Governo o del Parlamento, gli abbiamo tolti, oltre che dal

citato _Libro Verde_, dalle opere seguenti: _Documenti_ presentati alla

Camera relativi agli ultimi avvenimenti 1867; _Discussioni della Camera

dei Deputati_, Sessione 1867, dal 5 dicembre al 22 dicembre 1867:

_Storia della insurrezione di Roma nel 1867_ per FELICE CAVALLOTTI,

continuata da B. E. MAINERI. Milano, 1869; _L’Italia nel 1867_ di G.

FRIGGESY. Firenze, 1868. E infine nei giornali più volte accennati.

[347] Vedi Documenti sui fatti di Terni fra i _Documenti sugli ultimi

avvenimenti_, pag. 5 alla 17.

[348] Dimostrazioni erano avvenute a Milano, Torino, Genova, ec.

[349] La sua eccessiva lunghezza ci obbliga a tralasciarlo. Lo si può

vedere in CAVALLOTTI, opera citata, pag. 173, 74, 75.

[350] L’Acerbi aveva in que’ giorni frequenti colloqui col commendatore

De Ferrari, direttore generale della polizia del Regno; e in uno

di essi si sentì dire dal De Ferrari medesimo «che il Rattazzi non

dissentiva dall’idea del Generale ed era pronto a fornire i mezzi

per coadiuvarlo. Solo dimostrava la necessità che il Generale, per

acquietare le rimostranze della Francia e stornare i sospetti del

Governo pontificio, _lasciasse per qualche tempo il continente e

tornasse a Caprera_.» Vedi anche CAVALLOTTI, op. cit., pag. 256, 257,

258.

[351] Fra gli altri, all’Autore di questo libro. Chiamato da lui nei

primi di settembre, ero, come sempre, accorso; soltanto, interrogato se

ero disposto a seguirlo, colsi il destro, non sempre facile, per dirgli

che se si trattava di eccitare o di aiutare i Romani ad insorgere ci

stavo; ma se invece si pensava ad una delle solite spedizioni di bande,

io la credevo inopportuna, anzi dannosa, e non mi sarei mosso.

«Ebbene,» mi fece il Generale bruscamente, «e voi andate in Roma!»

Ed io vi andai!

[352] Ministro degli Affari Esteri in Francia nella sua nota 23

settembre 1867 al signor De la Villestreux in Firenze.

[353] Vedi più sotto, a pag. 496, la lettera a F. Crispi in data 27

settembre.

[354] Noti e ricordati da tutti gli articoli della _Perseveranza_ e

dell’_Opinione_, che innanzi alle minaccie della Francia consigliavano

il Governo italiano ad un contegno risoluto.

[355] All’incirca ottocento fucili della Guardia nazionale di Perugia

furono dal prefetto Gadda, d’ordine del Rattazzi, consegnati al

deputato Crispi, me presente e testimone.

[356] Vedi nella _Nuova Antologia_ del giugno 1868 un mio esteso

racconto del combattimento. Il Menotti, dopo aver combattuto tutto il

giorno essendo sempre superiore di forze, credette d’essere circuito e

si ritirò su Nerola; il nemico a sua volta, che non si sentiva sicuro

a Montelibretti, ripiegò la notte stessa su Valentano, e all’indomani

Menotti riprendeva la terra. Vi fece prodezza il maggiore Fazzari

rimastovi ferito e per poche ore prigioniero.

[357] Prima la squadra si compose dell’avviso _Esploratore_, delle

pirocorvette la _Gulnara_ e la _Sesia_ e della pirofregata _Principe

Umberto_, nave capitana. Più tardi vi si aggiunsero il _Weasel_, il

_Tukeri_, l’_Indipendenza_, la _Confienza_ ed il _Ferruccio_. Comandava

tutta la crociera il capitano di vascello Isola.

[358] Al Cucchi telegrafava:

«Conforme avviso vostro e promesse, io sono qui. Vogliate inviare

vapore per condurmi continente.»

E al Crispi in data del 2 ottobre:

«Conforme ai vostri consigli, io sono qui e spero che penserete a tener

parola facendomi ricondurre presto continente.»

[359] Il comandante la crociera aveva noleggiato due o tre _latini_ per

aiuto alle navi regie.

[360] Vedi la _Deposizione_ del comandante Isola nel _Rapporto della

Commissione superiore d’inchiesta_ composta del vice-ammiraglio Serra,

presidente, contr’ammiraglio De Viry e contr’ammiraglio Riboty, membri.

[361] Vedi, sulle cagioni della dimissione del ministero Rattazzi,

_Documenti sugli ultimi avvenimenti_, pag. 148-149 e la fine del

secondo discorso del Rattazzi stesso sulle interpellanze Miceli e La

Porta sui fatti di Mentana, pronunciato nella seduta del 19 dicembre

1867. _Discussioni della Camera dei Deputati, Sessione 1867_, vol. III,

dal 14 luglio al 23 dicembre.

[362] Uno l’aveva scritto a bordo della paranza _San Francesco_, ed

aveva per motto: _Redimere l’Italia o morire_; per brevità l’omettiamo.

[363] Dolente che la economia di questo lavoro mi vieti di dare al

magnanimo gesto la meritata ampiezza, rimando il lettore a quanto

ne scrissi io stesso nella _Nuova Antologia_ del giugno 1868. Quelle

pagine non hanno alcun valore letterario, ma le scrissi colle lacrime

più calde del mio cuore, e soltanto come un fiore di più, deposto sulla

tomba di quei santissimi martiri, amo ricordarle.

[364] «In questo lavoro di Penelope, in questa vicenda d’invio e di

ritorno di Volontari, la forza maggiore presente al campo nel corpo di

operazione del centro fu quella raggiunta dopo l’arrivo del generale

Garibaldi dalla vittoria di Monte Rotondo in poi, cioè di ottomila

uomini, forza che riprese ben tosto decrescenza nonostante il ricambio

con nuovi arrivati.» FABRIZI, _Mentana_, pag. 15.

Anche Menotti somma ad ottomila uomini le forze dell’intero corpo dopo

Monte Rotondo. Ora se si calcola che alcuni battaglioni già formati e

molti Volontari isolati aveano raggiunto dopo quella vittoria il campo,

la nostra cifra di settemila uomini è la più prossima al vero.

[365] «...... Ad una giornata del più lodevole contegno per parte de’

Volontari, successe quella di una deplorabile ed estesa defezione,

che continuò sino alla mattina del 3, in cui i Volontari rimasti si

rianimarono pel movimento ordinato su Tivoli.» FABRIZI, _Mentana_, pag.

18.

[366] Fu in que’ giorni che il ministro Rouher disse all’Assemblea

francese il suo famoso _Jamais_.

[367] Quello che cantava nel Galpon de Chargucada:

Soldados, la patria

Nos llama á la lid.

[368] Lo scrittore di questo libro che gli cavalcava al fianco.

[369] Rapporti dei generali De Failly e Kantzler.

[370] Bertagni Vincenzo, Boni Egidio, Caillou Gustavo, Capaccioli

Natale, Cipriani Ubaldo, Costa Pietro, Franceschi Francesco, Grotta

Giovanni, Linau, Bellini, Giuliani Francesco, Paci Silvestro.

[371] I feriti di quella giornata, tranne i pochi che poterono sfuggire

assieme ai capitolati del castello, furono trasportati negli ospedali

di Roma, dove il duplice influsso dell’atmosfera pontina e pretina finì

coll’ucciderne il trenta per cento.

Il servizio sanitario, diretto dal professore Emilio Cipriani, avrebbe

fatto l’invidia di qualsivoglia esercito più ordinato. Quantunque

egli non fosse stato investito dell’ufficio se non ai 17 d’ottobre,

pure fino dal 26 aveva organizzato tutto il suo servizio, formati i

quadri, raccolti e distribuiti i materiali d’ambulanza, istituita da

Monte Rotondo una linea non interrotta d’ospedali, capaci di un doppio

numero di feriti se la campagna fosse continuata. Ospedali di prima

linea furono Monte Rotondo, di seconda Corese e Poggio Mirteto, di

terza Spoleto, Fuligno e Perugia. Sotto capo di servizio nominò il

bravo dottor Pastore, ed oltre al dottor Agostino Bertani, il chirurgo

nato di tutti i campi rivoluzionari, che non aveva alcuno speciale

uffizio, ma che fu la provvidenza di centinaia di feriti, un manipolo

di distintissimi giovani, Pierozzi, Cristofori, Lauri, l’aiutavano con

zelo indefesso. I Comitati, i Comuni, tutti gli ordini de’ cittadini

gareggiarono per mantenere provveduta l’ambulanza di tutto quanto

occorreva, e non vi fu richiesta, per quanto improvvisa, che non fosse

prontamente soddisfatta. Le donne, assidue vestali della pietà, vinsero

anche in questa prova gli uomini, e appresero a molti infingardi

gridatori da trivio come si ami e si voglia Roma.

[372] Tanto più che della scrittura di quella protesta fu incaricato lo

stesso Autore di questo libro; talchè le parole che usiamo sono ancora

le nostre.

[373] Erano firmati a questa protesta: F. Crispi, deputato; G.

Guerzoni, deputato; Alberto Mario, Numa Palazzini, colonnello Bossi

Luigi, Carlo Francesco Cucchi, deputato; E. Guastalla, Fabrizi Paolo,

Guarneri-Zanetti Giuseppe, Achille Panizza, Raffaello Massimiliano

Giovagnoli, romano; Enea Crivelli, Giovanni Costa, romano; Achille

Bizzoni, Giulio Adamoli, Domenico Adamoli, Missori Giuseppe, Giupponi

Ambrogio, Pisano Giovanni, dottor Carlo Tivaroni, Stanislao Carlevaris,

Vincenzo Carlevaris, Niccolò Marcellini, Leopoldo Gisonna, Gualterio

Scarlatti, Vincenzo Restivo, Giuseppe Bennici, Domenico Cariolato. —

Vedi _La Riforma_, 6 novembre 1867.

[374] Unico scritto notevole in quell’anno questa specie di programma

ai suoi amici di Spagna, nel quale dopo la rivoluzione repubblicana

federale del 1868 raccomandava agli Spagnuoli di nominare un Dittatore

per due anni, sua idea fissa e prediletta.

«Caprera, 10 di novembre.

»Miei cari amici,

»Io era deciso di tacere, non per indifferenza alla causa della nazione

spagnuola, che tanto amo e ammiro, non per mancanza d’interesse alla

gloriosa rivoluzione che voi ultimaste tanto eroicamente, ma per non

immischiar la mia voce al rumore che amici e nemici fanno intorno a

voi; mentre voi abbisognate di calma per costituirvi in un modo degno

della grande nazione che pose la sua sovranità sulle rovine d’un trono

esecrato. Oggi da voi richiesto, io dirò francamente l’opinione mia.

»Proclamate la repubblica federale, e immediatamente nominate un

dittatore per due anni.

»La Spagna non manca di uomini onesti che possano governarla meglio di

qualunque dei moderni feudalisti europei, che mantengono questa parte

del mondo in guerre continue, in desolazioni ed in miserie.

»Non cadano i vostri ammirabili e valenti capi nello stesso errore

del buono, ma credulo ed ingannato Lafayette, che lasciò alla Francia

l’eredità di due rivoluzioni e la tirannide.

»Lo spauracchio della repubblica, di cui si servono con tanta abilità i

despoti ed i gesuiti, nasce dalle esorbitanze della grande rivoluzione

dell’89, che, a forza di allontanare il despotismo e sublimare la

libertà, terminò col gettarsi nelle braccia di un tiranno avventuroso.

»Voi già avete provato colla moderazione la più esemplare che il vostro

sistema non è quello della ghigliottina, e quindi la vostra rivoluzione

può inspirare fiducia anche alle code di paglia, che disgraziatamente

non sono poche.

»La repubblica è il governo della gente onesta, e se ne vide la prova

in tutte le epoche. Esse durano mentre virtuose, e cadono quando

corrotte e piene di vizi.

»La Svizzera e gli Stati Uniti si sostengono senza dittatura, è vero;

quantunque i Washington ed i Lincoln fossero i dittatori morali, quando

lo necessitò la patria americana.

»La Spagna trovasi in una condizione speciale; molti e forti

pretendenti; influenze gesuitiche in casa e molto vicine; e infine un

carattere nazionale, generoso e cavaliero (_sic_), ma nello stesso

tempo molto inquieto; per cui si ha bisogno d’un governo giusto ma

molto energico.

»La sovranità nazionale acquistata passi alle Cortes costituenti col

suffragio universale, e queste non si occupino d’altro che di trovare

nel seno della nazione l’uomo capace di costituire la Repubblica

degnamente e di tornare ai suoi focolari dopo due anni, accompagnato

dalle benedizioni dei suoi concittadini riconoscenti.

»Ecco quanto auguro ad una nazione che io amo, e sono il

»vostro

»G. GARIBALDI.»

[375] A que’ giorni appunto scriveva il romanzo _Clelia, o il Governo

del Monaco_, pubblicato nel 1870.

[376] Il signor Crémieux disse: «Oh ce cher Garibaldi, que de plaisir

j’aurais à le voir! Ah si nous pouvions le faire entrer à Paris, quel

effet ça produirait!...» ec. — Vedi _Garibaldi et l’armée des Vosges,

Récit officiel de la Campagne, avec documents, etc._ par le général

BORDONE, chef d’État Major de l’armée des Vosges. Pag. 15. Paris, 1871.

[377] Il signor Gent, uno dei segretari del governo di Tours, telegrafò

al Prefetto di Marsiglia: «Faites à Garibaldi un accueil splendide,»

ma firmò egli solo; e più tardi nessun ministro volle assumere la

responsabilità di quel telegramma. Vedi BORDONE, op. cit., pag. 20.

[378] BORDONE, pag. 13.

[379] BORDONE, op. cit., pag. 244.

[380] Alludiamo al colonnello Chanet, che disertò sotto Autun come

vedremo più tardi.

[381] Vedi BORDONE, op. cit., tutto il capitolo V. Tra le altre cose

si legge in questo capitolo che il generale Cambriels vedendo, come

al solito, nemici dove non erano, mandò ad insaputa di Garibaldi a

tagliare i ponti del Doubs che erano, in caso, i soli punti di ritirata

e di approvvigionamento dei difensori di Dôle, e fu mestieri di tutta

l’energia di Garibaldi per impedirlo.

[382] Diede egli stesso al figliuolo le istruzioni particolareggiate,

modello di arte tattica. Dopo il fatto, pregato e ripregato, fece il

grande onore al figliuolo di nominarlo maggiore.

[383] Anzi il generale Cremer in un suo libro ebbe il coraggio

di scrivere che il generale Werder avea tratto Garibaldi in un

_guet-à-pens!_ Non si può spingere più oltre l’impudenza! Che i

Prussiani anzichè aver teso un tranello siano stati impensatamente

assaliti a Pasques e visitati a Dijon lo dice il loro Rapporto

ufficiale, parte II, fascicolo XV, pag. 563.

[384] Sosteneva valorosamente la ritirata la brigata Delpeck a Pasques.

Altri piccoli combattimenti di retroguardia avvennero più al sud, ma la

battaglia di Lantenay, descritta dal colonnello Corsi nel suo _Sommario

di Storia militare_, parte IV, pag. 299, e la disfatta della brigata

Menotti e la ritirata precipitosa su Autun è un sogno. Noi abbiamo

qui sott’occhio due libri in diverso modo ufficiali: il _Rapporto

prussiano_ più volte citato, parte II, fasc. XV, pag. 564, e il libro

del BORDONE, _L’Armée des Vosges_, ec. in tutto il XIV capitolo del

vol. II, e nessuno dei due libri parla di ciò.

[385] Il generale Garibaldi felicitò il generale Cremer con questi

telegrammi:

«Mes félicitations au jeune et vaillant général de la République. Votre

manœuvre est marquée au coin du génie de la guerre. J’en augure bien

pour l’avenir de la République.»

Il Cremer rispose:

«Merci au maître de ses compliments à l’élève. Demain je reprends mes

positions sur la ligne du chemin de fer de Nuits à Beaune, prêt à agir

de concert avec vous au premier signal.» Ma, come si vede, qui si parla

di concerto, mai di ordini. Quando il governo della Repubblica parlò di

mettere il Cremer sotto gli ordini di Garibaldi, il Francese offrì le

sue dimissioni che non furono accettate.

[386] _I Garibaldini_ in Francia per J. WHITE MARIO. Roma, Tip. G.

Polizzi e Comp. 1872, pag. 93.

[387] Vedi sulla parte avuta da questa brigata a tenere in iscacco

Garibaldi, _Opérations de l’Armée du Sud pendant les mois de janvier

et février 1871_ etc., par le comte Hermann de Wartensleben, colonel

d’État Major. Paris 1872, pag. 10 e 13.

[388] BORDONE, op. cit., pag. 332.

[389] Nella sua lettera al generale Fabrizi, stampata prima nella

_Riforma_ e riprodotta dal BORDONE, pag. 420-421.

[390] Non possiamo contare i diciottomila uomini di _gardes mobilisés_

del generale Pellissier, che non dipendevano direttamente da Garibaldi,

e nei giorni di Dijon non vollero uscire a combattere, anzi misero la

confusione tra i combattenti.

[391] Egli stesso lo giudicò una _temerarietà_ nella lettera succitata

al Fabrizi.

[392] «E l’Internazionale? Che necessità di attaccare un’associazione,

quasi senza conoscerla? Non è essa una emanazione dello stato anormale,

in cui si trova la società del mondo? _E quando essa possa essere

tersa da certe dottrine_, forse introdottevi dalla malevolenza de’

suoi nemici, essa non sarà la prima, ma certo non potrà non essere la

continuazione dell’emancipazione del diritto umano.

»Una società (dico l’umana) ove i più faticano per la sussistenza,

ed ove i meno con menzogne e con violenze vogliono la maggior parte

dei prodotti dei primi, senza sudarli, non deve suscitar essa il

malcontento e la vendetta di chi soffre?

»Io desidero che non succeda all’Internazionale, come al popolo di

Parigi, cioè di lasciarsi sopraffare dagli spacciatori di dottrine,

onde essere spinta a delle esagerazioni e finalmente al ridicolo; ma

che studi essa bene gli uomini che devono condurla sul sentiero del

miglioramento morale e materiale prima d’affidarvisi.

»Soprattutto si astenga dalle esagerazioni ove cercheranno di condurla

gli agenti della monarchia e del clero per perderla nell’opinione delle

classi agiate, sempre tremanti davanti al terribile spettro della legge

agraria. E le classi agiate si persuadano bene, che non sono i molti

_sergents de ville_ ed i grandi eserciti permanenti che costituiscono

la sicurezza d’uno Stato e della proprietà individuale, ma un governo

fondato sulla giustizia per tutti. E di ciò ne hanno un troppo

eloquente esempio nella Francia.

»Io vengo ad assidermi ad un banchetto, ove ho diritto come voi. Non

tocco il patrimonio vostro, benchè più pingue del mio, ma non toccate

questo poco, che stillo dalla mia fronte, cogli odiosi mezzi che avete

impiegato finora, di tasse sul macinato, sul sale e con tante altre

ingiustizie che gravitano sulla mia miseria.

»Soprattutto non mi venite colle speciose bugiarde ragioni di pubbliche

sicurezze e di _preposti_, di cui voi abbisognate, e ch’io debbo

pagare; di esercito per la difesa della patria, che difende voi, le

vostre prepotenze, e mi priva delle braccia valide, che potrebbero

migliorare la condizione del paese e la mia.»

[393] Garibaldi intervenne alla tornata del 25 novembre in cui

Benedetto Cairoli presentò la sua mozione di biasimo sugli arresti di

Villa Ruffi, e votò naturalmente con lui contro il Ministero.

Era la prima volta dacchè Roma lo elesse deputato che interveniva alla

Camera e così al suo apparire come al pronunciare del giuramento la

sala scoppiò in applausi fragorosissimi.

[394] Voleva un ministero Crispi, Cairoli, Zanardelli, Nicotera, Villa,

Mancini: coloro precisamente che in quel momento più si dilaniavano.

[395] Ecco il testo della Legge:

«Il Senato e la Camera dei Deputati hanno approvato: Noi abbiamo

decretato e decretiamo:

»_Articolo unico._

»In attestato di riconoscenza della nazione italiana al glorioso

concorso prestato dal generale Garibaldi alla grande opera della sua

unità e indipendenza, è autorizzato il Governo del Re ad inscrivere

sul gran libro del debito pubblico dello Stato una rendita di lire

cinquantamila annue del consolidato cinque per cento con decorrenza

dal 1º gennaio 1875, in favore di Giuseppe Garibaldi; ed è inoltre

assegnata al medesimo un’annua pensione vitalizia di altrettante

cinquantamila lire con la stessa decorrenza.

»Ordiniamo che la presente Legge, ec.

»VITTORIO EMANUELE.

»M. MINGHETTI.»

(_Gazzetta Ufficiale_, 11 giugno 1875.)

[396] Vol. I, pag. 508-509.

[397] Vi è un’altra bambina sepolta a Caprera, Anita, nata nel 1859 e

morta nel 1875, della quale riparleremo più tardi.

[398] L’avvocato A. Bussolini in nota alla Sentenza della Corte

d’appello. _Monitore de’ Tribunali_, 1880, vol. XXI, pag. 144.

Il professor Gabba invece, valente giurista, condannò apertamente in

una dottissima Memoria la Sentenza. — GABBA, _Questioni giuridiche_,

pag. 233.

[399] Io pure fui a visitarlo il 5 novembre. Lo dico perchè fu quella

l’ultima volta che lo vidi, e la sua vista mi ambasciò. Ragionava

abbastanza lucidamente; ma la lingua, parlando, gli si attorcigliava

nella bocca e la parola gli usciva stentatissima. Gli dissi che stavo

scrivendo la sua vita, non ostante ch’egli m’avesse sconsigliato, ed

egli sorridendo mi rispose: «Vi ringrazio. — Voi farete bene; ma quante

cose difficili a capirsi. Per esempio, sapete voi chi ci portò via la

gente a Monterotondo, la vigilia di Mentana? Furono i Mazziniani....»

Io l’aveva sentita dire più volte questa cosa e non l’aveva mai

creduta, anzi sapevo che non era vera.... ma non era quello il luogo

e il momento di discutere, e lo lasciai nel suo errore. Mi congedai io

stesso per non affaticarlo, ed egli mi disse: «Non posso darvi la mano;

datemi un bacio!» Fu l’ultimo suo.

[400] Nella sua lettera ad Achille Fazzari. Caprera, 12 giugno 1881.

[401] Lettera da Caprera, 17 maggio 1881.

[402] Al giornale _La Patria_.

[403] Riproduciamo per intero la lettera, pubblicata per la prima volta

dal _Piccolo_ di Napoli l’11 marzo 1882:

«Napoli, 9 marzo 1882.

»Mio carissimo Leo Taxil,

»È finita, la vostra repubblica chiercuta (_république à calotte_) non

ingannerà più alcuno. L’amore e la venerazione che avevamo per lei, si

son mutati in disprezzo.

»La vostra guerra tunisina è vergognosa. E se il governo italiano

avesse la viltà di riconoscere il fatto compiuto, sarebbe assai

spregevole, come codarda sarebbe la nazione che tollerasse tale

governo.

»I vostri famosi generali che si sono lasciati dai Prussiani

ingabbiare nei _vagoni_ da bestiame e trascinare in Germania, dopo aver

abbandonato e lasciato al nemico un mezzo milione di prodi soldati,

oggi fanno i rodomonti contro le deboli innocenti popolazioni della

Tunisia che nulla loro debbono e in nulla li hanno offesi.

»Conoscete voi i telegrammi che annunziano: il generale in capo

ha combattuto — il generale tale ha fatto una brillante razzía: ha

distrutto tre villaggi, abbattuto mille datteri, rubato dugento buoi,

sgozzato mille pecore, sequestrato duemila galline, eccetera eccetera?

Se avessero l’impudenza di mettere quei telegrammi nella bella storia

di Francia, bisognerebbe spazzarneli, spazzarneli con la granata di

cucina infangata nella poltiglia.

»G. GARIBALDI.»

[404] Così raccontò Rocco De Zerbi nel suo giornale il _Piccolo_ di

Napoli.

[405] Garibaldi fece rispondere dal sindaco signor Ugo Delle Favare:

«Mai come oggi i Palermitani si mostrarono così sublimi...» e se

l’epiteto si risente della tendenza all’iperbole che era il difetto

dell’educazione di Garibaldi, non è però men vero che il contegno dei

Palermitani non sia stato singolarmente nobile e gentile.

[406] Ecco l’atto di morte del generale Garibaldi:

»_Anno 1882, 5 giugno, ore 7 m. 2 ant. Casa Garibaldi._

»Avanti a me, Bargone cavaliere Leonardo, Sindaco ufficiale dello stato

civile del Comune di Maddalena, comparsi il professor Enrico Albanese,

di anni 48, medico-chirurgo domiciliato a Palermo, ed il dottore

Alessandro Cappelletti, di anni 26, medico-chirurgo della Regia Marina,

domiciliato a Torino, mi hanno dichiarato che alle 6 pomeridiane e

minuti 22 del 2 corrente, nella casa posta in Caprera è morto Garibaldi

generale Giuseppe, di anni 75, residente alla Maddalena, nato a Nizza

Marittima, figlio del fu Domenico capitano marittimo e della fu Rosa

Raimondi, donna di casa, residenti a Nizza Marittima, e marito alla

signora Armosino; presenti i testimoni: Bianchi Vincenzo e Pieramonti

Egidio, residenti alla Maddalena.»

* * *

Il certificato dei medici dice:

«Caprera, 3 giugno 1882.

»Signor Sindaco,

»Ieri (2) alle ore 6 pomeridiane è morto in Caprera al suo domicilio il

generale Giuseppe Garibaldi in seguito a paralisi faringea. Dichiariamo

che la tumulazione del cadavere può farsi dopo 24 ore dalla morte.

»In fede ci sottoscriviamo.

»PROFESSORE ALBANESE.

»DOTTORE CAPPELLETTI.»

[407] Vedi lettera di G. Nuvolari, pubblicata in tutti i giornali, da

noi letta nel _Pungolo_ del 17-18 giugno.

Ecco poi testualmente la lettera del Generale al dottor Prandina:

«Caprera, 27 settembre 1877.

»Mio carissimo Prandina,

»Voi gentilmente vi incaricate della cremazione del mio cadavere; ve ne

sono grato.

»Sulla strada che da questa casa conduce verso tramontana alla marina,

alla distanza di trecento passi a sinistra, vi è una depressione di

terreno limitata da un muro.

»Su quel canto si formerà una catasta di legna di due metri, con legna

d’acacia, lentisco, mirto ed altre legna aromatiche. Sulla catasta si

poserà un lettino di ferro, e su questo la bara scoperta, con dentro

gli avanzi adorni della camicia rossa.

»Un pugno di cenere sarà conservato in un’urna qualunque, e questa

dovrà essere posta nel sepolcreto che conserva le ceneri delle mie

bambine Rosa e Anita.

»Vostro sempre

»G. GARIBALDI.»

(_Pungolo_ di Milano, 11-12 giugno 1882.)

[408] Battuto veramente dove egli comandava in persona, non lo fu che a

Morazzono, a Mentana, e nell’assalto notturno di Dijon.

[409] Vedi principalmente le _Questions pour les francs-tireurs et les

corps de volontaires_. BORDONE, Documents, pag. 123.

[410] Vedi vol. II, capitolo VIII, pagg. 26 e 27.

[411] Quattro anni di guerra guerreggiata nel Rio Grande, 1837-1840

— Sei anni idem nell’Uruguay, 1842-1847 — Cinque campagne in Italia,

1848, 1849, 1859, 1866, 1867, e la campagna di Francia.

[412] «La tattica del generale Garibaldi, dice il MANTEUFFEL nella

puntata XX della _Storia della guerra franco-germanica_, va segnalata

specialmente per la grande rapidità delle mosse, per sagge disposizioni

durante il combattimento a fuoco, e per un’energia e focosità

nell’attacco, che se dipende in parte dall’indole dei suoi soldati,

dimostra eziandio che il Generale non dimentica un solo istante

l’obiettivo del combattimento, ch’è appunto quello di sloggiare il

nemico dalle sue posizioni, mediante un attacco rapido, vigoroso,

risoluto.

»La prova di questa sua speciale valentia l’avemmo nel fatto d’arme

che fece rifulgere non solo l’eroismo dei nostri soldati, ma anche la

bravura dei Garibaldini.

»Il 61º fucilieri ebbe sepolta la sua bandiera sotto un mucchio di

morti e feriti, appunto perchè non gli fu possibile sottrarsi alla

celerità delle mosse di Garibaldi.

»Certamente i successi del Generale furono successi parziali e non

ebbero seguito; ma se il generale Bourbaky avesse operato secondo i

suoi consigli, la campagna dei Vosgi sarebbe stata la più fortunata

combattuta nel 1870-71 dalle armi francesi.»

[413] _Clelia_, ovvero _Il Governo del Monaco_ (_Roma nel secolo XIX_),

romanzo storico-politico di GIUSEPPE GARIBALDI. Milano, 1870, pag.

210-211:

«Quanto a lui crede che Repubblica sia: _il governo della gente onesta_

— e lo prova; accennando alla caduta delle repubbliche — quando i

cittadini sprofondandosi nel vizio hanno cessato di esser virtuosi.

— Non crede però alla durata del governo repubblicano composto di

cinquecento individui.

»Egli è d’avviso che la libertà d’un popolo consista nella facoltà

di eleggersi il proprio governo — e questo governo, secondo lui,

dev’essere dittatoriale — cioè d’un uomo solo. — A questa Istituzione

dovette la propria grandezza il più grande dei popoli della terra.

»Sventura però a chi in luogo di un Cincinnato elegge un Cesare!

»Vuole poi limitata a tempo determinato la Dittatura — e solo in un

caso straordinario, come quello di Lincoln nell’ultima guerra degli

Stati Uniti — consentirebbe la proroga, in nessun caso accorderebbe —

ereditario il potere.

»Egli però non è esclusivo: pensa che il sistema del governo veramente

voluto dalla maggioranza della Nazione — qualunque esso sia — equivalga

alla Repubblica — com’avviene per esempio del governo inglese.»

[414] Vedi nel _fac-simile_ del suo autografo pubblicato in principio

al 1º volume.

[415] Vedi il _Governo del Monaco_, pag. 242, e il suo _Memorandum

alle potenze d’Europa_, scritto dal Monte Tifata, poche ore dopo la

battaglia del 1º ottobre 1860.

Circa alle sue idee sulla _Lingua mondiale_, curioso il leggere questo

brano trovato fra le sue memorie manoscritte e ancora inedite:

«Il modo dunque più indicato ad un’Unità mondiale — e che più

coadiuverebbe all’Unità religiosa vera — Dio! — sarebbe una lingua

universale.

»Non è questa idea mia — ma vecchia e ne lascio l’esame cronologico a

chi vuol incaricarsene.

»Vado alla sostanza.

»Voler imporre una lingua qualunque delle esistenti per lingua

universale credo sarebbe questione alquanto simile a quella dei preti,

e l’abbandono. — Proviamo un altro espediente.

»Per esempio — vari complessi di lingue per formare un tutto — col

tempo.

»Il francese sarebbe uno dei complessi — esso ha agglomerato un gran

numero di dialetti delle diverse sue provincie ed ha una rispettabile

estensione al di fuori.

»L’anglo-germano — od anglo-sassone immensamente propagato.

»Per le lingue orientali lascio a’ più scienziati la cura d’occuparsene

— se così loro piace.

»Tu puoi occuparti del complesso — _Iberitalo_ — formato di tre lingue:

portoghese, spagnuola ed italiana, di cui conosci qualche cosa e

consultare perciò tutti quegli umanitarii di quei tre paesi e delle

colonie dell’America portoghese e spagnuola, che volessero essere

tanto buoni da cooperarvi. — Le tre lingue hanno molte voci comuni — si

può cercarle e riunirle in un principio di Dizionario, ove gettar la

base d’una lingua nuova, che potrebbe frattanto essere imparata dalla

gioventù dei tre paesi.

»Io non mi nascondo l’arduità dell’impresa — ma la sua importanza

sembrami meritare l’attenzione degli uomini cui il progresso umano non

è una chimera.

»Certo vi vorranno secoli per raggiungere il nobile scopo — ma è pur

vero che se i Caldei non avessero principiato, gettando uno sguardo

nello spazio — ad investigare i moti e le leggi stupende che regolano

gli eterni luminari — gli odierni astronomi — non sarebbero forse così

inoltrati nelle vie dell’Infinito.»

[416] Lo raccontò Garibaldi stesso a me nell’uscire dalla casa del

Palmerston. Io era rimasto con altri del seguito in una sala attigua al

gabinetto in cui il Generale era entrato; ma pochi momenti dopo vidi

uscire il Generale col viso tutto infiammato; ed io che lo conosceva,

capii subito che il colloquio non gli era andato pel suo verso. Però in

carrozza azzardai una domanda:

— Pare che vi abbiano fatto inquietare, Generale?

— Cosa volete, _amigo_.... — e mi raccontò il dialogo testè riferito.

[417] Alcune bozze a matita di queste memorie sono quelle che il

Generale regalò a Giovanni Basso e ch’egli diede a me perchè ne facessi

l’uso migliore che credevo.

[418] Come saggio di questi studi sui _Venti_ diamo questa lettera in

francese, inedita fino ad ora, diretta ad uno scienziato, di cui non ci

fu dato scoprire il nome:

«J’ai lu avec un bien vif intérêt votre magnifique ouvrage sur les

phénomènes de l’atmosphère — et je vous en suis reconnaissant. J’ai vu

avec un sentiment d’orgueil et de fraternité vos principes humanitaires

sur la solidarité des peuples.

»Certes tant que les Gouvernements emploieront les revenus des nations

à construire des bayonettes et des vaisseaux cuirassés, il sera

difficile que le monde atteigne cette unité de famille à laquelle il

aspire et jusqu’à ce que les armées ouvrières, comme celles qui aux

ordres de votre illustre compatriote Mr Lesseps creusent des canaux

et posent des rails de chemins de fer, ne substitueront les armées

guerrières maintenues pour destruction de l’homme, l’homme sera

toujours un misérable instrument du despotisme et de la dilapidation.

»Comme vous dites, la guerre d’Amérique — dans les malheureuses

conséquences porte l’inaction d’un de vos plus illustres

collaborateurs, le commandant Maury, que j’ai connu à l’Observatoire de

Washington — et duquel j’ai possédé les belles cartes inventées par lui

sur la théorie des vents. — A Boston, où j’avais obtenu des cartes, je

m’étais obligé de fournir ma quote d’observations maritimes au savant

Américain. — Mais ayant dû encore une fois abandonner ma profession de

marin — je ne pus tenir ma promesse.

»Peu initié dans la science, je me confesse incapable d’apprécier

toutes les beautés renfermées dans votre bel ouvrage. — Mais comme vous

y traitez d’une manière si savante la théorie des vents — je me permets

de vous présenter quelques observations faites dans mes voyages sur le

même sujet.

»Les observations dont je vais vous entretenir — et que je n’aurais

peut-être jamais ébauchées — me furent suggérées par la lecture

des ouvrages d’agriculture — dont je m’occupe presque uniquement

aujourd’hui.

»En général la cause des vents sur la surface du globe comme elle est

décrite par certains auteurs d’agriculture ne me satisfait pas.

»Par exemple — on dit toujours que la cause des vents est causée par

la condensation de l’air froid dans les zones glaciales — qui tend

naturellement à se précipiter dans les espaces d’air raréfié par la

chaleur dans la zône torride.

»Jusqu’ici nous sommes d’accord — ce que je voudrais seulement,

ç’est qu’on signalât un peu davantage l’action que causent sur l’air

atmosphérique les mouvements de rotation et de translation de notre

globe dans l’espace.

»Le mouvement de rotation de la terre effectuant une entière révolution

de 360° en 24 heures, donne aux objets qui se trouvent sur l’Équateur

une vitesse de 900 milles par heure.

»Le mouvement de translation de la même dans son orbite pousse les

mêmes objets qui se trouvent sur l’Équateur à midi, avec l’immense

vitesse — je crois — d’à peu près 65 mille milles par heure — et si

cette surprenante célérité n’était modifiée, je crois, par une force

de projection de notre planète qui nous lance dans la direction qu’elle

parcourt — et par le remous du fluide atmosphérique tendant à devancer

latéralement comme le remous d’un navire — sans cette compensation,

dis-je, l’air que rencontrerait un habitant de l’Équateur dans se

pérégrination aérienne le balayerait de dessus son cheval céleste plus

facilement qu’un ouragan ne livre dans les airs le moindre brin de

paille.

»Que les mouvements susdits aient une action sur la surface du globe le

prouvent les éternels vents alizés qui règnent dans la zône torride et

les courants qui trouvent la direction de ces vents.

»Une zône di 60° environ, comprise entre 30° de latitude Nord-Est et le

30° Sud-Est, est sillonnée éternellement par les vents venant de l’Est.

Dans l’émisphère Nord ces vents s’approchent du N.-E., dans le S.-E. Ou

plutôt dans cette zône l’air reste en arrière vers l’Ouest tandis que

le planète s’avance vers l’Est.

»Un corps solide quelconque, qui s’avance dans l’espace ou dans l’eau,

génère naturellement un remous derrière lui. — Ce remous suit le

corps — et dans les parties latérales il tend à le précéder. — On peut

observer cela sur un navire qui marche.

»Voilà, je crois, la cause des contr’alizés, qui soufflent de l’Ouest à

l’Est — dans les zônes en dehors de la zône torride.

»Ne pouvant rompre les alizés de la zône torride, le remous se dilate

latéralement — et au de là du parallèle de 40, tant dans un émisphère

que dans l’autre, on est presque certain de le trouver souvent plus

fort que les alizés, mais beaucoup plus inconstant.

»Il paraît que les vents d’Ouest dans les zônes torrides tendent vers

les pôles contrairement aux alizés qui tendent vers l’Équateur. — Ainsi

le S.-O. prévaut dans l’émisphère boréal et le N.-O. dans l’Australie.

Le diagramme de Mr Maury note ainsi, et dans ma traversée de Van Diémen

à la côte méridionale du Chili au Sud du parallèle de 50 courant droit

à l’Est, le vent descendait toujours sur babord.

»J’ai souvent entendu dire par les marins venant de l’Amérique du Sud:

— Nous avons remonté jusque vers les Açores pour trouver les variables,

et vraiment cela signifie qu’ils ont traversé la zône torride avec les

ancres à tribord et qu’ils sont ainsi arrivés vers le parallèle des

Açores pour trouver les vents variables qui soufflent irrégulièrement

entre les zônes des vents _alizés_ et _contr’alizés_. —

»C’est bien désirable que pour le progrès de la navigation le

commandant Maury puisse bientôt reprendre son premier recueil des

observations de toutes les mers du monde. On pourra alors mieux

connaître les vents qui se plaisent dans les zônes variables — et les

points surtout des zônes calmes qu’il faudra éviter.»

[419] Già ne citammo alcuni. Uno de’ suoi ultimi componimenti poetici

in italiano fu la Epistola metrica a Felice Cavallotti, scrittagli da

Roma nell’aprile del 1879: la sua lunghezza ci toglie il piacere di

ripubblicarla.

[420] Dal _Caffaro_ di Genova, 5 giugno 1882. Ne abbiamo riprodotto

soltanto i brani principali.

[421] Questo periodo non è ben chiaro, ma nel manoscritto è tal quale,

e lo rispettiamo.

[422] Potremmo, occorrendo, dire il nome della contrada e il numero

della casa in cui vive, tanto sono sicure le nostre informazioni.

[423] Vedi l’_Athenæum_ del 16 febbraio 1861 (n. 1738)

[424] ROUSSEAU, _Discours sur l’origine de l’inégalité parmi les

hommes_. Deuxième Partie, Note neuvième, nella edizione d’Amsterdam

1772, a pag. 126, 127.

Garibaldi, Vol. 2 (of 2) · 第 146 / 147 题