«Io ho veduto mia madre in sogno. — Io ho veduto mia madre —
sveglio! — L’amore della mia genitrice non merita esso che in
qualche momento della mia vita — il mio pensiero si rivolga
ad essa? — Essa che fu così buona — così affettuosa per me —
così indulgente! Dunque mia madre in molte circostanze mi si è
presentata — anche sveglio! Sì, anche sveglio! — perchè pensando
a quella carissima creatura anche in pien meriggio — mi par di
vederla sotto quella sua semplice veste — sorridermi col sorriso
degli angioli. — E l’immateriale corrispondenza degli occhi
dell’anima non è forse prova sufficiente dell’immortalità della
stessa? questo per la madre mia — potentissimo affetto! Ma non
amo io pure il mio cavallo, il mio cane, le mie piante? Quando
nella mia vita nomade dell’America — dopo una lunga marcia, e dopo
un giorno di pugna — io spogliava de’ suoi arnesi il mio povero
stanco cavallo — e lo palpava e lo asciugava del sudore — e rare
volte io potevo regalare al mio fedele compagno — un pugno di
biada, — poichè nei campi illimitati di quella parte del mondo, per
l’abbondanza dei pascoli, ossia per la poca abbondanza di cereali
non si dà ordinariamente biada ai cavalli, — e dopo d’averlo
accompagnato all’acqua lo collocavo accanto al mio giaciglio —
ebbene, dopo tutto ciò che non era altro che un dovere verso il
mio compagno di fatiche e di pericoli — io mi sentiva soddisfatto.
Se poi un nitrito del rinfrancato mio compagno si aggiungeva, e lo
vedevo ravvolgere le stanche membra sulla verdura del campo — oh!
allora _sentivo la gentil voluttà d’esser pio_.
»Il mio cane _Castore_, che nel 1849 mi seguiva in Tangeri,
ov’io ero proscritto — io lo amavo perchè nella sventura e
nell’isolamento — ov’io ero rigettato dalla fortuna — e dalla
codarda malvagità di certi uomini — mi sembrava di sentire più
intenso l’affetto de’ miei superstiti. Il mio cane, dovendo partire
per l’America, era mestieri lasciarlo — e lo lasciai al mio amico
Murray, console inglese. Il mio povero _Castore_! pianse per varii
giorni la separazione dell’ingrato amico — e senza voler prendere
cibo morì di crepacuore. — Ebbene — io amo e ricordo il mio cane
commosso. E le mie piante — quelle piante ch’io seminai — che
ho veduto nascere — e che piccine ho trapiantato in collocazione
migliore. Quelle piante nei calori estivi — sull’arida terra di
Caprera languiranno di siccità — e così languide penderanno le loro
foglie appassite verso il suolo.
»Io con premura innaffiava le mie care piante e a poco a poco si
rialzavano dal loro abbattimento e sembravano gettarmi un sorriso
di gratitudine. L’anima delle povere piante era in corrispondenza
colla mia, come lo sono quando gettato in questo pelago di miserie
— lontano da esse — ad esse rivolgo il mio pensiero e mi sento
deliziosamente sollevato.
»Egli è il Signore dei cedri del Libano — come dell’issopo che
cresce nelle più profonde convalli (Massillon)!
»E perchè sarò io geloso della farfalla — assai più di me bella
— se piacque all’Onnipotente di dotarla di un’anima? Non bastava
la mia scintilla animatrice per costituirmi parte dell’anima
dell’Universo — parte dell’Infinito — parte di Dio? — come lo è la
scintilla che vivifica la formica ed il rinoceronte?[421]
»Ignorati da mille passate generazioni — miriadi di mondi rotavano
nello spazio — e l’occhio scintillante di Galileo li scopriva e
li svelava all’uomo maravigliato. L’onda e l’aria esplorate dalla
scienza hanno rivelato all’atterrito osservatore tale numero di
esseri viventi ignorati sinora, da fare impazzire le maggiori
intelligenze. L’elettrico solca lo spazio colla celerità del
pensiero. E chi può limitare i tesori concessi da Dio all’uomo —
nei portentosi suoi misteri?
»E l’anima che noi presentiamo — che noi vediamo coll’occhio
dell’immaginazione — che noi scorgiamo sino nell’impercettibile
aereo abitatore — l’anima — è dessa forse al di là o al di qua
della barriera innalzata dall’Eterno all’umana intelligenza?
Comunque sia — l’anima mia — è un atomo dell’anima dell’Universo
— e questa credenza mi nobilita — m’innalza al di sopra del
miserabile materialismo — m’infonde rispetto per gli altri
atomi, emanazioni di Dio, e mi spinge a meritare il plauso delle
moltitudini degli atomi che mi somigliano — e che coll’esempio —
più che colla dottrina — devono far bene — perchè appartengono per
essenza all’Eterno Benefattore.»
In uomini siffatti gli affetti domestici sono potenti: e di quanta
religione abbia amato la madre sua, di cui portava dovunque nella sua
odissea l’immagine, che rivedeva in sogno come persona viva, nelle
preghiere della quale credeva come ad un talismano, lo sappiamo; e
da qual passione d’amore sia stato avvinto alla sua Anita narrammo a
lungo, per non aver mestieri di dirne più. Così avesse potuto serbar
fede a quel suo primo bello eroico amore; ma la natura non potè dargli
tutte le perfezioni; anzi gli pose nel sangue più acre e imperiosa che
mai l’imperfezione della sensualità.
E qui ripetiamo una parola detta fin da principio in questo libro:
la cronaca degli amori di Garibaldi non è tema per noi. Soggiungiamo
soltanto, poichè c’è in Caprera una lapide di cui tutto il mondo in
quest’ultimo mese ha ripetuto l’epigrafe, che l’Anita Garibaldi, sulla
di cui tomba si legge: «Nata il 5 maggio 1859, morta il 25 agosto
1875,» non è figlia della signora Francesca Armosino; essa è figlia
d’una signora nizzarda, conosciuta da Garibaldi in quel periodo tra
il 1856 e il 1857, in cui navigava ancora su e giù da Nizza a Caprera;
una signora nizzarda di civile condizione, che vive tuttora, e sembra
angustamente, nella sua città natale, e della quale, per questo
appunto, stimiamo dover nostro non gettare in pubblico il nome.[422]
Perchè poi abbia sposato la Raimondi e non quella signora da lui resa
madre, ed abbia creduto doveroso legittimare Manlio, Clelia e Rosita
e non l’Anita, figlia essa pure, al pari di tutti i suoi fratelli,
dell’amore, è uno di quei problemi che la storia non può risolvere, e
fa bene a non approfondire. Perchè si ami e non si sposi; si sposi e
non si ami; si cessi d’amare dopo aver sposato, sono enigmi del cieco
iddio, di cui nessun mortale tenne finora le chiavi.
Lasciamo Garibaldi col fardello de’ suoi peccati amorosi innanzi a
quel tribunale in cui si giudicano insieme i fatti e le intenzioni,
le attenuanti e le aggravanti, e facciamo noi stessi, noi uomini di
questo secolo XIX, _medicus aliorum, ipse ulceribus scatens_, facciamo
il nostro esame di coscienza. Garibaldi ebbe delle amanti! ma qual
meraviglia? Non tiriamo in campo il solito paragone escusativo dei
grandi uomini (donnaiuoli superlativi quasi tutti), perchè anche
parlando solo degli Italiani s’andrebbe all’infinito. Chiediamo
piuttosto al pudico lettore che si scandalizza, alla vereconda damina
che s’imporpora, se una scivolata fuori dalla diritta rotaia degli
amori legali non l’abbian fatta mai. Probabilmente entrambi, dopo una
abbassatina di testa che varrà una confessione, scapperanno fuori in
coro con questa risposta: sì, ma senza scandalo. Era da attendersi:
_si non caste, saltem caute_. Soltanto si potrebbe replicare: se lo
scandalo non sia avvenuto perchè essi seppero destreggiarsi con arte ed
astuzia maggiori di quelli che nello scandalo incapparono, o perchè,
non avendo intorno alla loro persona l’incomodo riverbero di alcuna
celebrità, nessuno s’è occupato dei fatti loro. E forse, posti innanzi
a questi due quesiti, tanto il benigno lettore, quanto la gentile
lettrice non saprebbero quale risposta profferire.
Garibaldi invece, cattivo cospiratore anche nelle congiure d’amore,
operò alla piena luce del sole; non nascose mai nè quello che sentiva,
nè quello che voleva: «Ti amo, mi piaci, ti voglio,» disse alla sua
donna, e se la donna assentì, animale di preda, mai di frode, la rapì
nelle sue braccia, e la fece sua.
E v’ha di più. Qualunque più franco e più ardito amatore avrebbe potuto
avere la probabilità di nascondersi; Garibaldi no.
Per quasi mezzo secolo, gli occhi del mondo restarono sbarrati su
di lui: egli non potè dare un passo, fare un gesto, pronunziare un
detto, comparire o scomparire da un luogo, essere accompagnato o no
da una persona, che migliaia di sguardi non fossero già appostati a
sorprenderlo, e migliaia di migliaia di voci a denunziarlo.
È la sorte degli uomini storici. Tutti sanno a mente le tredici mogli
di Cesare; nessuno sa quante volte al giorno il liberto entrava i
lupanari della Suburra.
Così di Garibaldi! Se egli fosse stato un ignoto, la storia delle sue
mogli e de’ suoi figliuoli, in mezzo alla grande babele erotica del
nostro secolo, sarebbe trascorsa inosservata; mentre è quasi certo che
il tempo, consumate le ultime scorie che ancora involgono la statua
dell’Eroe, la seppellirà nell’oblio.
Comunque, nessuno, per quanto faccia, potrebbe sostenere che Garibaldi
sia stato, nello stretto senso della parola, un libertino.
Un uomo che ebbe una gioventù affaticata e combattuta come la sua,
ed una vecchiezza, nonostante i tanti acciacchi, così resistente e
così prolifica, non può aver abusato della voluttà. Condannato egli
pure ai tormenti del deserto, non macerò le sue carni come i Padri
della Tebaide, ubbidì egli pure alla umana fragilità; ma non permise
a una tale ubbidienza di convertirsi in abito vizioso e molto meno
di degenerare in colpa. Egli non fu un volgare _Don Giovanni_. Figlio
schietto e tuttora indomito della natura, amò con tutta la subitaneità
fulminea e l’abbandono innocente del selvaggio, che non avverte i freni
e ignora le leggi onde la società civile modera e disciplina ad un
più alto fine gli istinti e le passioni umane; ma appena la satanica
scintilla divampò nel suo petto, non la nascose, non s’infinse, non si
mascherò, non sedusse con volgari inganni e con mendaci promesse alcuna
donna, non fece delle conquiste d’amore una gloriola o un mestiere; non
eccitò con turpi artifici le spossate satiriasi della sua senilità: amò
con tutto il foco naturale de’ suoi sensi, con tutto l’impeto del suo
cuore; promise alla donna da lui prescelta quello soltanto che sapeva
di poter mantenere, e mantenne; tre volte giurò di farla sua sposa
innanzi agli altari, o in faccia ai magistrati che la legge religiosa
e civile del suo tempo o del suo paese prescrivevano, e tre volte tenne
il giuramento.
E a dir vero, in questo secoletto di pudichi adulterii, di frolli
concubinati, di bastardini abbandonati, di nozze mercantili, di George
Dandin tolleranti e di monsieur Alphonse tollerati, non toccherà a
Giuseppe Garibaldi, che si affanna e lotta dieci anni per dare il nome
alla donna che amò, non toccherà a lui, innanzi alle Assisie della
Morale pubblica e privata, d’abbassare la fronte.