IV.

_Tutto l’uomo._

Ed ora chi è quest’uomo?

Nasce nella oscura casipola d’un porto da una famiglia di umili

marinai, e già immortale prima della morte, migra dalla terra cogli

onori d’un Re ideale, nella gloria d’un’apoteosi olimpica, lasciando

dietro a sè piuttosto la tristezza d’un astro che s’allontani per

salire ad una sfera più fulgida, che il dolore d’un uomo che muoia.

Trascina la giovinezza in una faticosa vicenda di monotone navigazioni

e di travagliati esigli; e ad un tratto irrompe dalla sua penombra coi

fulgori d’un’apparizione fantastica, e di grado in grado ascendendo

giganteggia nell’arena del nostro secolo come uno de’ suoi più

portentosi figliuoli.

Sbalestrato dall’Oriente all’Occidente, volta a volta pedagogo e

corsaro, mandriano e guerrigliero, agricoltore e capitano, candelaio

e dittatore, la sua vita si svolge nel ciclo di tre generazioni con

tutte le varietà e i contrasti, le sorprese e gli incantesimi d’un

poema ariostesco, mentre colla fusione della storia e della leggenda,

della realtà e della poesia sembra risuscitare la classica unità della

omerica epopea.

È un corsaro; ma comincia il suo byroniano romanzo liberando gli

schiavi neri trovati a bordo della nave predata e rifiutando dai

mercanti prigionieri gli scrigni di gemme che gli offrono per il loro

riscatto.

È un filibustiere; ma una volta, cadutogli nelle mani colui che sei

anni prima gli aveva inflitto l’oltraggio anche più che il dolore della

tortura, lo rimanda libero e perdonato.

È un avventuriere; ma, lo diremo colle stesse parole del generale

Pacheco, «se recavasi negli uffici del Governo era soltanto per

domandare la grazia d’un cospiratore, o per chiedere qualcosa a favore

d’un infelice.»

È un condottiere; ma non riceve altro soldo dal paese a cui consacra

da dodici anni la vita, che la razione del gregario: distribuisce fra

i feriti, gli ammalati e le vedove dell’esercito il primo regalo che

la Repubblica gli fa; rifiuta i gradi e gli onori che essa gli offre;

e di fatto, se non di nome, Generale Ammiraglio, quasi Dittatore, non

possiede che una camicia, i piedi gli sboccano dagli stivali sfondati,

e non ha tanto da pagare il lume del povero abituro in cui si ricovera.

Lo immaginano un fiero lupo di mare e di terra, ispido e coriaceo, vago

soltanto degli spettacoli sanguinosi delle cariche e degli arrembaggi;

eppure l’uomo che nel _saladero_ di Camacua con soli tredici compagni

sfidava, cantando, l’assalto di trecento cavalieri e accettava di

seppellirsi tra le fiamme e le rovine del suo fragile asilo piuttosto

che arrendersi, o che nelle acque del Paranà dopo tre giorni di lotta

«a ferro freddo,» piuttosto che ammainar la bandiera, faceva saltar

egli stesso l’ultimo legno della sua flottiglia; era lo stesso che

in un giorno di battaglia marciando contro il nemico s’arrestava,

dimentico, ad ascoltare il gorgheggio d’un usignolo innamorato, e che

udendo in una cruda notte d’inverno belar tra le rupi della sua Caprera

un’agnella abbandonata, s’alzava di letto per andare, tra il rigor del

libeccio ed il frizzar di brumaio a cercare la derelitta e ospitarla

nella sua medesima stanza.

Lo acclamano infine l’Ettore di Montevideo, il Camillo di Roma,

l’Argonauta di Marsala; ma l’uomo a cui poteva parer poca gloria

la statua di Giove Ultore che dall’alto del Gianicolo assicura il

Quirinale e sfida il Vaticano, non chiede all’Italia, non invoca

dalla sua famiglia altro pegno d’amore che di dormire poca cenere in

un’urnetta di granito, accanto al sarcofago delle sue bambine, sotto

l’acacia che l’ombreggia; novissimo fantasma d’eroe che non potendo

morire come Orlando sulla catasta dei nemici, muore come Washington,

decretando a sè stesso il «rogo di Pompeo.»

Chi è dunque quest’uomo? Costretto a vivere la vita nomade e quasi

selvaggia dei _gauchos_ e dei _rastreadores_; mescolato dalla sua

fortuna alla schiuma degli avventurieri e dei fuorbanditi di tutte le

stirpi, cresciuto suo malgrado alla scuola delle rivoluzioni e delle

guerre perpetue, travolto a controgenio nella mischia di fazioni feroci

e sanguinarie, conserva intatta in mezzo a tanto contagio la nativa

purità dell’anima sua, riportando dal forzato consorzio qualche difetto

e qualche stranezza, non un solo abito vizioso nè un solo sentimento

colpevole.

Braccio designato di tutte le congiure, campione atteso di tutte le

rivolte, alfiere desiderato di tutte le parti; si consacra a tutte, ma

non serve a nessuna, e nel tumultuante pandemonio delle chiese, delle

confessioni, delle sette del suo tempo, si innalza come un Pontefice a

cui tutti si volgono e s’inchinano, e che nessuno può dir suo.

Ama dell’amore geloso e intollerante del selvaggio la sua patria, e va

cavaliere errante di tutte le patrie e crociato di tutte le libertà.

Proclama la fratellanza dei popoli, ma ad ogni straniero che s’accampi

entro il sacro confine della sua terra, grida minaccioso lo sfratto del

poeta:

Ripassin l’Alpi e tornerem fratelli.

Si protesta repubblicano, ed offre due volte la sua spada a due re.

Resta democratico rivoluzionario socialista; ma partendo per la più

maravigliosa delle sue imprese riconsacra sulla bandiera il patto

d’Italia con Vittorio Emanuele e la monarchia dei plebisciti.

È un Dittatore onnipotente per la gloria e la fortuna, e festeggia

egli stesso l’arrivo del Re e dell’esercito che vengono a spodestarlo;

e fatto nascostamente bottino d’un sacco di civaie, colla ricchezza

di questa preda, colla gioia di chi perdendo il potere ricupera la

libertà, dispare novellamente nella solitudine del suo mare.

È un ribelle, e scrive sulla bandiera il nome del Re a cui si ribella;

poi ferito e imprigionato da lui, continua a restargli fedele, e per la

causa per cui era caduto di palla italiana sul colle d’Aspromonte, cade

di palla austriaca a piedi di Monte Suello.

È un Belial, un Lucifero, un Dragone; sfolgora la grande simonia

del Poter Temporale colle invettive di Dante, e odia la Chiesa

Romana dell’odio di Lutero; a sentirlo si direbbe che sia pronto a

cominciar da un istante all’altro una Saint-Barthélemy di cattolici,

e se incontra uno di quei preti ch’egli chiama _buoni_, è il primo

a stendergli la mano, e crede ancora alla possibilità d’un clero

evangelico, amico della libertà e del progresso; e cerca nelle parole

di Cristo i precetti della _Religione del Vero_, e confida alle sue

_Memorie_ la sua fede in Dio e nell’anima immortale.

Chi è dunque quest’uomo?

Vittor Hugo, il Garibaldi della lirica, lo chiama «l’eroe dell’ideale,»

ma è un responso apollineo: Giulio Michelet esclama: «Degli eroi non

ne conosco che uno: Garibaldi;» ma l’iperbole tradisce la difficoltà

del giudizio: Giorgio Sand scrive: «Garibaldi non assomiglia a nessuno,

pure v’è qualcosa in lui di misterioso che fa pensare;» ma in tal

modo ripropone il problema, non lo risolve. Una delle più celebrate

effemeridi della Gran Brettagna l’_Athenæum_[423] tenta seriamente di

trovare in lui l’incarnazione del veltro allegorico:

Questi non ciberà terra nè peltro

Ma sapienza ed amore e virtute;

ma con ciò non fa che addensare sulla fronte del Proteo le nebbie del

più oscuro simbolo dantesco.

I partiti se lo palleggiano; i repubblicani lo contrastano ai

monarchici; i rivoluzionari lo levano al cielo; i reazionari lo

inabissano nel fango; i preti di Sicilia lo annunziano dai pergami

come un nuovo Messia, i preti di Roma lo folgorano d’anatemi come

un Anticristo; la rettorica consuma tutte le sue metafore; l’amore

profonde tutti i suoi inni; l’idolatria esaurisce i suoi incensi;

l’odio erutta tutte le sue bestemmie; la critica stanca i suoi occhi

e la filosofia i suoi ragionamenti; ed egli, al pari della favolosa

Jungfrau, di cui a tutti è concesso ascendere i fianchi e superare le

prime vette, ma a nessuno toccare la cima, ravvolta nell’intatto velo

delle nevi eterne; egli nasconde ancora la parte più alta e più pura di

sè stesso, e dalla sua solitaria rupe continua a sfidare i definitori e

gl’interpreti.

Ancora una volta: chi è quest’uomo?

Il lettore rammenta certamente quell’apparizione quasi fantastica del

secolo XVIII che fu chiamata l’uomo di Rousseau. Prediletto figlio

della natura, dotato delle più nobili facoltà, più ricco d’istinto che

di ragione, e più di sensibilità che di riflessione, uscito più che a

mezzo dallo stato di barbarie, ma ancora esitante sul confine della

civiltà, e portando sempre seco in tutti i passi della sua vita le

abitudini, i gusti e i ricordi della nativa selvatichezza; cresciuto

nella fede che la natura abbia creato l’uomo virtuoso e felice, e la

società sola l’abbia fatto colpevole e infelice; carezzato dal sogno

d’una età reditura di perfezione e di felicità, da cui non già le colpe

sue, ma la prepotenza di pochi malvagi l’abbiano sbandito; educato a

vedere in un ipotetico contratto sociale, quando e come scritto non si

saprebbe, il patto leonino del più astuto o del più forte imposto al

più dabbene e al più debole, l’uomo di Gian Giacomo, quantunque non

corrisponda ad alcuna realtà storica e sia manifestamente il portato

di un erroneo concetto, rappresenta ancora in una figura simbolica

quella lotta antica e perenne della società e della natura, dell’ideale

umanitario, e dell’ideale politico, d’onde uscirono ed usciranno in

perpetuo, insieme alle periodiche convulsioni del genere umano, i

periodici progressi del suo incivilimento.

Agli occhi dell’Adamo ginevrino la natura è la madre, e la società è la

matrigna; da quella la cornucopia di tutti i beni, da questa il vaso di

Pandora di tutti i mali.

Dio si rivela da sè stesso alla coscienza umana nelle opere della sua

creazione, nei beneficii della sua provvidenza, e la società ne oscura

il limpido concetto colla fola delle religioni, le superstizioni dei

culti, il mendacio de’ sacerdoti. La terra fu concessa dal Creatore

per stanza e nutrimento di tutti i suoi figli, e la società sancisce

l’usurpazione del più forte e il furto della proprietà. La natura creò

dal suo grembo tutti gli uomini uguali, e la società vi sostituisce la

superfetazione dei privilegi e delle caste. La natura largì a tutti

i cuori i diritti del libero amore, e la società li sconosce o li

violenta coll’imposizione delle nozze artificiali e indissolubili. La

natura donò alle arti pacifiche e benigne dell’uman genere il fuoco de’

suoi soli, i metalli delle sue viscere, la scintilla de’ suoi corpi,

tutte le arcane potenze de’ suoi elementi, e l’egoismo o l’ambizione

di pochi privilegiati convertirono tutte quelle forze benefiche

in istrumenti di distruzione e di rovina. La natura infine scrisse

nell’anima d’ogni suo figliuolo i sentimenti della giustizia, della

carità e dell’amore, e dacchè in un angolo di quest’aiuola si strinse

il primo consorzio umano,

. . . . . . . . . . Una feroce

Forza il mondo possiede, e fa nomarsi

Dritto!

Tutto in questo dorato ergastolo della civiltà, dove l’uomo della

natura si sente incarcerato, tutto gli è sospetto ed esoso. La scienza

è un pericolo, il lusso un oltraggio, i trovati dell’uman pensiero

un’insidia, le arti, le arti stesse divine, ponno mutarsi in scuola del

vizio ed in veleno della virtù.

Quale meraviglia pertanto se un uomo siffatto traendo a fil di logica

le ultime conseguenze delle sue premesse, conformando il fatto alla

dottrina, brandisse la fiaccola d’Erostrato e appiccasse egli stesso

le fiamme ai bugiardi templi di quella civiltà ch’egli gridò la

grande nemica dell’umana famiglia? Ma rassicuratevi. L’uomo che vi sta

dinanzi non fu mai un dialettico; il sentimento domina troppo il suo

intelletto, l’amore sovrasta troppo ai suoi odii, perchè egli possa,

coll’inflessibilità d’un Convenzionale e la brutalità d’un Comunardo,

giungere imperturbato alle ultime illazioni de’ suoi principii ed

erigere sopra monti di teste, al chiaror delle torcie petroliere, la

città nuova de’ suoi sogni.

Perisca pure la logica, ma sia salva l’umanità; e però la stessa voce

che poco prima nelle medesime pagine scrollava come vento impetuoso le

mura della vecchia società, risponderà a coloro che gli rinfacciarono

di non saper usare strumenti più efficaci e più pronti: «E che!

bisognerà dunque distruggere la società, annientare il tuo e il mio,

e tornar cogli orsi a vivere nelle selve? Pochi, cacciati dal rimorso

o chiamati da una popolare vocazione, lo potranno; ma i più, ma tutti

coloro che avranno udito la voce dell’Eterno e compreso la necessità

di cooperare colla virtù a’ suoi alti disegni, coloro rispetteranno i

sacri legami della società di cui sono membri, ameranno i loro simili,

serviranno scrupolosamente alle leggi ed agli uomini che ne sono gli

arbitri ed i ministri, e onoreranno sopra ogni cosa i Principi buoni e

saggi che sapranno prevenire o guarire la moltitudine crescente degli

abusi e dei mali che senza posa ci assalgono e ci percuotono.[424]»

Ora si riuniscano tutte le idee capitali di questa dottrina, e si

spiri loro un’anima; si raccolgano tutti i lineamenti sparsi dell’uomo

immaginario che ci passò davanti, e si gettino nella forma concreta e

salda d’un uomo vivo e vero; si dia quindi a quest’uomo reale e storico

lo stesso istinto del bene e intuito del vero, lo stesso concetto

della vita e del mondo, lo stesso amore appassionato della natura e la

stessa antipatia invincibile della società; si compia la sua figura

colla semplicità de’ costumi, il gusto della libertà campestre, il

fastidio della vita cittadina, il bisogno profondo e ineffabile di

solitudine e di pace; non si nascondano per questo alcune delle ombre

che frastagliano anco più scuramente la fronte del simbolico _Emilio_:

la sensibilità eccessiva, la mobilità impetuosa, la intemperanza

delle passioni, la crudezza del linguaggio; si collochi quest’essere

fantasioso e ardente, sdegnoso e pio, istintivo e geniale innanzi

alla civiltà d’un secolo non più, credo, ma non meno corrotto di

quanti l’hanno preceduto, in faccia alle religioni bugiarde non ancora

sfatate, alla clerocrazia tuttora prepotente, ai privilegi mutati, ma

non distrutti, alle caste trasformate, ma non annichilite, al grido

delle nazioni oppresse, all’urlo delle plebi affamate, al gemito dei

bambini venduti, al pane salato dalle lagrime di vergogna della donna

prostituita, e tuttavia saporito al dente dello Stato, e ciò fatto si

dia ad un uomo simile il cuore d’un eroe e il braccio d’un atleta, lo

si armi d’una spada, in luogo d’una penna; si converta ognuna delle

sue idee e delle sue passioni in un fatto, e ogni fatto in un prodigio;

gli si apra per arena il vecchio e il nuovo mondo, e lo si segua sopra

un’interminabile Via Sacra che va da Laguna a Montevideo, dal Salto a

Roma, da Varese a Marsala, dal Volturno a Bezzecca, da Mentana a Dijon;

si riepiloghi finalmente tutta questa epopea nell’egloga di Caprera;

si nasconda tutto questo mondo di gloria e di virtù in una povera urna,

fra due bambine, sotto un’acacia, — e si avrà Garibaldi.

Garibaldi, Vol. 2 (of 2) · 第 136 / 147 题