_Tutto l’uomo._
Ed ora chi è quest’uomo?
Nasce nella oscura casipola d’un porto da una famiglia di umili
marinai, e già immortale prima della morte, migra dalla terra cogli
onori d’un Re ideale, nella gloria d’un’apoteosi olimpica, lasciando
dietro a sè piuttosto la tristezza d’un astro che s’allontani per
salire ad una sfera più fulgida, che il dolore d’un uomo che muoia.
Trascina la giovinezza in una faticosa vicenda di monotone navigazioni
e di travagliati esigli; e ad un tratto irrompe dalla sua penombra coi
fulgori d’un’apparizione fantastica, e di grado in grado ascendendo
giganteggia nell’arena del nostro secolo come uno de’ suoi più
portentosi figliuoli.
Sbalestrato dall’Oriente all’Occidente, volta a volta pedagogo e
corsaro, mandriano e guerrigliero, agricoltore e capitano, candelaio
e dittatore, la sua vita si svolge nel ciclo di tre generazioni con
tutte le varietà e i contrasti, le sorprese e gli incantesimi d’un
poema ariostesco, mentre colla fusione della storia e della leggenda,
della realtà e della poesia sembra risuscitare la classica unità della
omerica epopea.
È un corsaro; ma comincia il suo byroniano romanzo liberando gli
schiavi neri trovati a bordo della nave predata e rifiutando dai
mercanti prigionieri gli scrigni di gemme che gli offrono per il loro
riscatto.
È un filibustiere; ma una volta, cadutogli nelle mani colui che sei
anni prima gli aveva inflitto l’oltraggio anche più che il dolore della
tortura, lo rimanda libero e perdonato.
È un avventuriere; ma, lo diremo colle stesse parole del generale
Pacheco, «se recavasi negli uffici del Governo era soltanto per
domandare la grazia d’un cospiratore, o per chiedere qualcosa a favore
d’un infelice.»
È un condottiere; ma non riceve altro soldo dal paese a cui consacra
da dodici anni la vita, che la razione del gregario: distribuisce fra
i feriti, gli ammalati e le vedove dell’esercito il primo regalo che
la Repubblica gli fa; rifiuta i gradi e gli onori che essa gli offre;
e di fatto, se non di nome, Generale Ammiraglio, quasi Dittatore, non
possiede che una camicia, i piedi gli sboccano dagli stivali sfondati,
e non ha tanto da pagare il lume del povero abituro in cui si ricovera.
Lo immaginano un fiero lupo di mare e di terra, ispido e coriaceo, vago
soltanto degli spettacoli sanguinosi delle cariche e degli arrembaggi;
eppure l’uomo che nel _saladero_ di Camacua con soli tredici compagni
sfidava, cantando, l’assalto di trecento cavalieri e accettava di
seppellirsi tra le fiamme e le rovine del suo fragile asilo piuttosto
che arrendersi, o che nelle acque del Paranà dopo tre giorni di lotta
«a ferro freddo,» piuttosto che ammainar la bandiera, faceva saltar
egli stesso l’ultimo legno della sua flottiglia; era lo stesso che
in un giorno di battaglia marciando contro il nemico s’arrestava,
dimentico, ad ascoltare il gorgheggio d’un usignolo innamorato, e che
udendo in una cruda notte d’inverno belar tra le rupi della sua Caprera
un’agnella abbandonata, s’alzava di letto per andare, tra il rigor del
libeccio ed il frizzar di brumaio a cercare la derelitta e ospitarla
nella sua medesima stanza.
Lo acclamano infine l’Ettore di Montevideo, il Camillo di Roma,
l’Argonauta di Marsala; ma l’uomo a cui poteva parer poca gloria
la statua di Giove Ultore che dall’alto del Gianicolo assicura il
Quirinale e sfida il Vaticano, non chiede all’Italia, non invoca
dalla sua famiglia altro pegno d’amore che di dormire poca cenere in
un’urnetta di granito, accanto al sarcofago delle sue bambine, sotto
l’acacia che l’ombreggia; novissimo fantasma d’eroe che non potendo
morire come Orlando sulla catasta dei nemici, muore come Washington,
decretando a sè stesso il «rogo di Pompeo.»
Chi è dunque quest’uomo? Costretto a vivere la vita nomade e quasi
selvaggia dei _gauchos_ e dei _rastreadores_; mescolato dalla sua
fortuna alla schiuma degli avventurieri e dei fuorbanditi di tutte le
stirpi, cresciuto suo malgrado alla scuola delle rivoluzioni e delle
guerre perpetue, travolto a controgenio nella mischia di fazioni feroci
e sanguinarie, conserva intatta in mezzo a tanto contagio la nativa
purità dell’anima sua, riportando dal forzato consorzio qualche difetto
e qualche stranezza, non un solo abito vizioso nè un solo sentimento
colpevole.
Braccio designato di tutte le congiure, campione atteso di tutte le
rivolte, alfiere desiderato di tutte le parti; si consacra a tutte, ma
non serve a nessuna, e nel tumultuante pandemonio delle chiese, delle
confessioni, delle sette del suo tempo, si innalza come un Pontefice a
cui tutti si volgono e s’inchinano, e che nessuno può dir suo.
Ama dell’amore geloso e intollerante del selvaggio la sua patria, e va
cavaliere errante di tutte le patrie e crociato di tutte le libertà.
Proclama la fratellanza dei popoli, ma ad ogni straniero che s’accampi
entro il sacro confine della sua terra, grida minaccioso lo sfratto del
poeta:
Ripassin l’Alpi e tornerem fratelli.
Si protesta repubblicano, ed offre due volte la sua spada a due re.
Resta democratico rivoluzionario socialista; ma partendo per la più
maravigliosa delle sue imprese riconsacra sulla bandiera il patto
d’Italia con Vittorio Emanuele e la monarchia dei plebisciti.
È un Dittatore onnipotente per la gloria e la fortuna, e festeggia
egli stesso l’arrivo del Re e dell’esercito che vengono a spodestarlo;
e fatto nascostamente bottino d’un sacco di civaie, colla ricchezza
di questa preda, colla gioia di chi perdendo il potere ricupera la
libertà, dispare novellamente nella solitudine del suo mare.
È un ribelle, e scrive sulla bandiera il nome del Re a cui si ribella;
poi ferito e imprigionato da lui, continua a restargli fedele, e per la
causa per cui era caduto di palla italiana sul colle d’Aspromonte, cade
di palla austriaca a piedi di Monte Suello.
È un Belial, un Lucifero, un Dragone; sfolgora la grande simonia
del Poter Temporale colle invettive di Dante, e odia la Chiesa
Romana dell’odio di Lutero; a sentirlo si direbbe che sia pronto a
cominciar da un istante all’altro una Saint-Barthélemy di cattolici,
e se incontra uno di quei preti ch’egli chiama _buoni_, è il primo
a stendergli la mano, e crede ancora alla possibilità d’un clero
evangelico, amico della libertà e del progresso; e cerca nelle parole
di Cristo i precetti della _Religione del Vero_, e confida alle sue
_Memorie_ la sua fede in Dio e nell’anima immortale.
Chi è dunque quest’uomo?
Vittor Hugo, il Garibaldi della lirica, lo chiama «l’eroe dell’ideale,»
ma è un responso apollineo: Giulio Michelet esclama: «Degli eroi non
ne conosco che uno: Garibaldi;» ma l’iperbole tradisce la difficoltà
del giudizio: Giorgio Sand scrive: «Garibaldi non assomiglia a nessuno,
pure v’è qualcosa in lui di misterioso che fa pensare;» ma in tal
modo ripropone il problema, non lo risolve. Una delle più celebrate
effemeridi della Gran Brettagna l’_Athenæum_[423] tenta seriamente di
trovare in lui l’incarnazione del veltro allegorico:
Questi non ciberà terra nè peltro
Ma sapienza ed amore e virtute;
ma con ciò non fa che addensare sulla fronte del Proteo le nebbie del
più oscuro simbolo dantesco.
I partiti se lo palleggiano; i repubblicani lo contrastano ai
monarchici; i rivoluzionari lo levano al cielo; i reazionari lo
inabissano nel fango; i preti di Sicilia lo annunziano dai pergami
come un nuovo Messia, i preti di Roma lo folgorano d’anatemi come
un Anticristo; la rettorica consuma tutte le sue metafore; l’amore
profonde tutti i suoi inni; l’idolatria esaurisce i suoi incensi;
l’odio erutta tutte le sue bestemmie; la critica stanca i suoi occhi
e la filosofia i suoi ragionamenti; ed egli, al pari della favolosa
Jungfrau, di cui a tutti è concesso ascendere i fianchi e superare le
prime vette, ma a nessuno toccare la cima, ravvolta nell’intatto velo
delle nevi eterne; egli nasconde ancora la parte più alta e più pura di
sè stesso, e dalla sua solitaria rupe continua a sfidare i definitori e
gl’interpreti.
Ancora una volta: chi è quest’uomo?
Il lettore rammenta certamente quell’apparizione quasi fantastica del
secolo XVIII che fu chiamata l’uomo di Rousseau. Prediletto figlio
della natura, dotato delle più nobili facoltà, più ricco d’istinto che
di ragione, e più di sensibilità che di riflessione, uscito più che a
mezzo dallo stato di barbarie, ma ancora esitante sul confine della
civiltà, e portando sempre seco in tutti i passi della sua vita le
abitudini, i gusti e i ricordi della nativa selvatichezza; cresciuto
nella fede che la natura abbia creato l’uomo virtuoso e felice, e la
società sola l’abbia fatto colpevole e infelice; carezzato dal sogno
d’una età reditura di perfezione e di felicità, da cui non già le colpe
sue, ma la prepotenza di pochi malvagi l’abbiano sbandito; educato a
vedere in un ipotetico contratto sociale, quando e come scritto non si
saprebbe, il patto leonino del più astuto o del più forte imposto al
più dabbene e al più debole, l’uomo di Gian Giacomo, quantunque non
corrisponda ad alcuna realtà storica e sia manifestamente il portato
di un erroneo concetto, rappresenta ancora in una figura simbolica
quella lotta antica e perenne della società e della natura, dell’ideale
umanitario, e dell’ideale politico, d’onde uscirono ed usciranno in
perpetuo, insieme alle periodiche convulsioni del genere umano, i
periodici progressi del suo incivilimento.
Agli occhi dell’Adamo ginevrino la natura è la madre, e la società è la
matrigna; da quella la cornucopia di tutti i beni, da questa il vaso di
Pandora di tutti i mali.
Dio si rivela da sè stesso alla coscienza umana nelle opere della sua
creazione, nei beneficii della sua provvidenza, e la società ne oscura
il limpido concetto colla fola delle religioni, le superstizioni dei
culti, il mendacio de’ sacerdoti. La terra fu concessa dal Creatore
per stanza e nutrimento di tutti i suoi figli, e la società sancisce
l’usurpazione del più forte e il furto della proprietà. La natura creò
dal suo grembo tutti gli uomini uguali, e la società vi sostituisce la
superfetazione dei privilegi e delle caste. La natura largì a tutti
i cuori i diritti del libero amore, e la società li sconosce o li
violenta coll’imposizione delle nozze artificiali e indissolubili. La
natura donò alle arti pacifiche e benigne dell’uman genere il fuoco de’
suoi soli, i metalli delle sue viscere, la scintilla de’ suoi corpi,
tutte le arcane potenze de’ suoi elementi, e l’egoismo o l’ambizione
di pochi privilegiati convertirono tutte quelle forze benefiche
in istrumenti di distruzione e di rovina. La natura infine scrisse
nell’anima d’ogni suo figliuolo i sentimenti della giustizia, della
carità e dell’amore, e dacchè in un angolo di quest’aiuola si strinse
il primo consorzio umano,
. . . . . . . . . . Una feroce
Forza il mondo possiede, e fa nomarsi
Dritto!
Tutto in questo dorato ergastolo della civiltà, dove l’uomo della
natura si sente incarcerato, tutto gli è sospetto ed esoso. La scienza
è un pericolo, il lusso un oltraggio, i trovati dell’uman pensiero
un’insidia, le arti, le arti stesse divine, ponno mutarsi in scuola del
vizio ed in veleno della virtù.
Quale meraviglia pertanto se un uomo siffatto traendo a fil di logica
le ultime conseguenze delle sue premesse, conformando il fatto alla
dottrina, brandisse la fiaccola d’Erostrato e appiccasse egli stesso
le fiamme ai bugiardi templi di quella civiltà ch’egli gridò la
grande nemica dell’umana famiglia? Ma rassicuratevi. L’uomo che vi sta
dinanzi non fu mai un dialettico; il sentimento domina troppo il suo
intelletto, l’amore sovrasta troppo ai suoi odii, perchè egli possa,
coll’inflessibilità d’un Convenzionale e la brutalità d’un Comunardo,
giungere imperturbato alle ultime illazioni de’ suoi principii ed
erigere sopra monti di teste, al chiaror delle torcie petroliere, la
città nuova de’ suoi sogni.
Perisca pure la logica, ma sia salva l’umanità; e però la stessa voce
che poco prima nelle medesime pagine scrollava come vento impetuoso le
mura della vecchia società, risponderà a coloro che gli rinfacciarono
di non saper usare strumenti più efficaci e più pronti: «E che!
bisognerà dunque distruggere la società, annientare il tuo e il mio,
e tornar cogli orsi a vivere nelle selve? Pochi, cacciati dal rimorso
o chiamati da una popolare vocazione, lo potranno; ma i più, ma tutti
coloro che avranno udito la voce dell’Eterno e compreso la necessità
di cooperare colla virtù a’ suoi alti disegni, coloro rispetteranno i
sacri legami della società di cui sono membri, ameranno i loro simili,
serviranno scrupolosamente alle leggi ed agli uomini che ne sono gli
arbitri ed i ministri, e onoreranno sopra ogni cosa i Principi buoni e
saggi che sapranno prevenire o guarire la moltitudine crescente degli
abusi e dei mali che senza posa ci assalgono e ci percuotono.[424]»
Ora si riuniscano tutte le idee capitali di questa dottrina, e si
spiri loro un’anima; si raccolgano tutti i lineamenti sparsi dell’uomo
immaginario che ci passò davanti, e si gettino nella forma concreta e
salda d’un uomo vivo e vero; si dia quindi a quest’uomo reale e storico
lo stesso istinto del bene e intuito del vero, lo stesso concetto
della vita e del mondo, lo stesso amore appassionato della natura e la
stessa antipatia invincibile della società; si compia la sua figura
colla semplicità de’ costumi, il gusto della libertà campestre, il
fastidio della vita cittadina, il bisogno profondo e ineffabile di
solitudine e di pace; non si nascondano per questo alcune delle ombre
che frastagliano anco più scuramente la fronte del simbolico _Emilio_:
la sensibilità eccessiva, la mobilità impetuosa, la intemperanza
delle passioni, la crudezza del linguaggio; si collochi quest’essere
fantasioso e ardente, sdegnoso e pio, istintivo e geniale innanzi
alla civiltà d’un secolo non più, credo, ma non meno corrotto di
quanti l’hanno preceduto, in faccia alle religioni bugiarde non ancora
sfatate, alla clerocrazia tuttora prepotente, ai privilegi mutati, ma
non distrutti, alle caste trasformate, ma non annichilite, al grido
delle nazioni oppresse, all’urlo delle plebi affamate, al gemito dei
bambini venduti, al pane salato dalle lagrime di vergogna della donna
prostituita, e tuttavia saporito al dente dello Stato, e ciò fatto si
dia ad un uomo simile il cuore d’un eroe e il braccio d’un atleta, lo
si armi d’una spada, in luogo d’una penna; si converta ognuna delle
sue idee e delle sue passioni in un fatto, e ogni fatto in un prodigio;
gli si apra per arena il vecchio e il nuovo mondo, e lo si segua sopra
un’interminabile Via Sacra che va da Laguna a Montevideo, dal Salto a
Roma, da Varese a Marsala, dal Volturno a Bezzecca, da Mentana a Dijon;
si riepiloghi finalmente tutta questa epopea nell’egloga di Caprera;
si nasconda tutto questo mondo di gloria e di virtù in una povera urna,
fra due bambine, sotto un’acacia, — e si avrà Garibaldi.