III.

_L’uomo privato_.

Questo, se non c’inganniamo, l’uomo pubblico; ma e l’uomo privato?

L’uomo privato fu tale egli pure, che se anche non avesse compiuto

alcuna delle azioni famose per cui diventò storico, sarebbe stato

tuttavia un esemplare singolarissimo della specie umana, degno di

tutto lo studio dello psicologo e dell’artista. Il biondo fanciullo

che dipingemmo scorrazzante sulla riviera di Nizza; il bel Corsaro che

vedemmo ammaliare la povera Anita alla fontana di Laguna; il trionfante

Dittatore del 1860, che al suo apparire faceva squittire in coro le

picciotte siciliane: _Oh quant’è beddu!_ aveva serbato fino agli ultimi

anni la sua maschia bellezza, una bellezza però tutta sua, lontana dal

tipo comune della bellezza eroica e guerriera; originale e novissima

essa pure.

Perocchè Garibaldi non poteva dirsi un «bell’uomo,» nel senso più

usitato della parola. Era piccolo: aveva le gambe leggermente arcate

dal di dentro all’infuori, e nemmeno il busto poteva dirsi una

perfezione. Ma su quel corpo, non irregolare nè sgraziato di certo,

s’impostava una testa superba; una testa che aveva insieme, secondo

l’istante in cui la si osservava e il sentimento che l’animava, del

Giove Olimpico, del Cristo e del Leone, e di cui si potrebbe quasi

affermare che nessuna madre partorì, nessun artista concepì mai

l’eguale. E quante cose non diceva quella testa; quanto orizzonte di

pensieri in quella fronte elevata e spaziosa, quanti lampi d’amore e di

corruccio in quell’occhio piccolo, profondo, scintillante, che marchio

insieme di forza e d’eleganza in quel profilo di naso greco, piccolo,

muscoloso, diritto, formante colla fronte una sola linea scendente a

perpendicolo sulla bocca; quanta grazia e quanta dolcezza nel sorriso

di quella bocca, che era certo, anche più dello sguardo, il lume più

radioso, il fascino più insidioso di quel viso, e che nessuno oramai

il quale volesse serbare intera la libertà del proprio spirito, poteva

impunemente mirar davvicino.

A questa singolar bellezza poi, che era già per sè sola una potenza,

la natura, madre parzialissima a questo suo beniamino, aggiunse

l’agilità e la forza; non veramente la forza muscolare dell’atleta,

ma quella particolare forza nervosa che si rattempra e ingagliardisce

coll’esercizio e che, associata all’agilità, rende capace il corpo

delle più ardue prove e delle più arrischiate ginnastiche.

E che ginnasta fosse Garibaldi lo sappiamo da lui stesso. «Credo

d’essere nato anfibio,» soleva dire per esprimere la facilità con cui

fin dalla prima volta in cui si buttò in acqua si trovò naturalmente a

galla. Abbiamo notato infatti le persone da lui salvate dall’acqua, e

sono sedici: il che potrebbe bastare, anche non essendo Garibaldi, alla

rinomanza d’un uomo.

E come nuotava, cavalcava, saltava, s’arrampicava, tirava di carabina,

di sciabola, occorrendo di pugnale, senza che nessuno gliel’avesse mai

insegnato, e avendone trovato soltanto nella struttura delle proprie

membra e negli istinti della propria indole il segreto e la maestria.

Del suo corpo poi, come uomo che sa d’averne bisogno, era curantissimo.

Egli non vestì sempre il costume con cui il mondo s’abituò a vederlo

fin dal 1860. In America alternò, secondo i casi, il vestire paesano

del _gaucho_, la giacca del capitano di mare, e l’uniforme bianca,

rossa e verde della _Legione Italiana_; venuto in Italia, se non era

sotto le armi, nel qual caso tornava alla tunica rossa orlata di verde

(non camicia per anco), al cappello piumato a larghe falde, al mantello

bianco ed ai calzoni grigi instivalati; indossava un grosso soprabito

abbottonato sino al mento, e fu con quello che noi lo vedemmo per la

prima volta a Torino nel 1859.

Soltanto la mattina del 5 maggio comparve sullo scoglio di Quarto

colla camicia rossa e il _poncho_ sulle spalle; e sia stato amore di

quell’assisa fortunata o certezza che quella foggia si attagliasse

meglio d’ogni altra alla sua figura, non l’abbandonò mai più.

Ma anche più che all’eleganza del vestire, tenne alla nettezza della

persona. Usava frequente bagni e lavacri d’ogni sorte; aveva delle

sue mani, de’ suoi denti, de’ suoi capelli una cura attentissima; non

avreste trovata sulle sue vesti, spesso logore e strappate, una sola

macchia. Strano a dirsi come quel mozzo paresse un gentiluomo. Nel

primo abbordo aveva quel non so che di semplice e decoroso insieme che

è il primo incantesimo con cui tutti i grandi uomini pigliano di solito

i minori. Non dava che del _voi_; tenne il _tu_ per i figli e per i

più vecchi e più intimi amici; e fuori che al Re non l’abbiamo sentito

dare del _lei_ a chicchessia. Nel ricevere porgeva egli per il primo

famigliarmente la mano; alle signore, tanto più se onorande per età o

per lignaggio, gliela baciava con galanteria di cavaliere.

Nei colloqui preferiva l’ascoltare al parlare, segno questo pure di

cortesia aristocratica. Nelle cose minime, nelle questioni secondarie

d’etichetta o di forma, quando si trattasse di rendere un servizio,

di liberarsi da un fastidio, o di concedere un favore, fosse colui

che gli parlava ricco o povero, umile o potente, era d’un’amabilità

e d’un’arrendevolezza affascinanti. E da ciò la sua troppa facilità

nel concedere commendatizie ed attestati d’onestà e di patriottismo

anche ai meno meritevoli, e l’abuso che tanti indegni poterono fare

della sua parola e del suo nome. Ma in tutti gli argomenti a’ suoi

occhi importanti, quando fosse in giuoco alcuna delle sue opinioni

predilette, o degli affetti dominanti del suo cuore, allora il discorso

cominciava a diventar difficile, e se l’interlocutore s’infervorava

nelle obbiezioni, con una sentenza, un motto, talvolta una scrollata

di spalle, troncava la disputa. Nel 1864 quando visitò Lord Palmerston

in casa sua, avendo questi condotta la discussione sulla Venezia e

tentato di fargli capire che la questione veneta era da rimettersi al

tempo, alla Diplomazia, ai Trattati: «Ma che cosa mi dite, interruppe

di scatto, chè non è mai troppo presto per gli schiavi rompere le

loro catene,» e con una mossa subitanea piantò stupito e quasi a bocca

aperta il suo eloquente contradittore.[416]

E ciò sganni una buona volta coloro che, non sappiamo con quali fini,

si son sempre finto un Garibaldi automa senza idee e senza volontà, e

di cui i pochi furbi che l’accostavano potevano a lor grado guidare i

movimenti e far scattare le molle. Delle idee ne aveva poche, ma tanto

più tenaci quanto più avevano trovato libero il campo dello spirito

in cui abbarbicarsi. Discutere con lui era anche per quelli che più

stimava ed ascoltava, la più ardua e più erculea delle imprese. Era

una sfera d’acciaio brunito che non lasciava presa d’alcuna parte.

Francesco Crispi, nel di lui elogio funebre alla Camera dei Deputati,

disse: «Non ci fu uomo che sia stato come lui forte nelle sue volontà;

egli fece sempre soltanto quello che volle, ma non volle che il bene

d’Italia,» e questa affermazione d’un testimonio che gli fu al fianco

nei più gravi momenti della patria, ci dispensa dal dirne di più.

Le maniere gentili traevano risalto dai costumi semplici. Pochi

uomini più di lui furono nel bere più sobri, nel cibo più parchi.

Fino agli ultimi anni, in cui il vino gli fu ordinato quasi per

medicina, bevette sempre acqua e dell’acqua migliore si pretendeva

buon gustaio finissimo, e l’assaporava, e la decantava talvolta ai

commensali, che non erano sempre del suo gusto, come il più prelibato

de’ nettari. Quanto alle vivande, mangiava poca carne, anche per un

residuo di scrupoli pittagorici che non aveva mai saputo vincere;

prediligeva il pesce, i frutti e i legumi. Un piatto di fichi e di

baccelli lo metteva d’appetito meglio d’un fagiano tartufato! Il pesce

godeva, quand’era sano, pescarselo da sè; e allora due o tre volte

la settimana, al pallido lume di Venere-Diana, presi seco or l’uno or

l’altro de’ suoi figli e per turno questo o quello de’ suoi compagni di

Caprera (quasi sempre, nel 1854, anche lo scrittore di questo libro),

scendeva in canotto, ed ora al largo, ora nei seni più pescosi di

quella pescosissima marina, passava tal volta coll’amo, tal altra coi

filaccioni, quasi mai colle reti, l’intera mattinata, tornandone, rare

volte, a mani vuote, quasi sempre con tanto di preda da fornire il

desinare a lui e a tutta la colonia.

Ma la sua passione predominante fu l’agricoltura. «Di professione

_Agricoltore_,» scriveva egli stesso sulla scheda del Censimento del

1871, e non aveva mentito. Un terzo della Caprera fu ridotto fruttifero

per molta parte del lavoro sudato della sua fronte, o colla scorta de’

suoi precetti e per impulso della sua volontà.

La prima sua opera era stato un vigneto sopra un piccolo altipiano,

a metà via tra la sua casa e Punta Rossa, ma quantunque l’uva, tutta

bianca, ne fosse squisita, la vendemmia non compensò mai la fatica e

la spesa. Più tardi, già preoccupato del problema del pane quotidiano,

volle tentare la coltura dei cereali, e ridusse a frumento un quadrato

di forse quattro ettari; ma qui pure, per colpa non del cultore, ma del

terreno, il frutto non corrispose al dispendio.

Ma il suo vero amore, era il podere modello di Caprera, era il

Fontanaccio. Esso pure, fino al 1859 non era che dura roccia, e d’anno

in anno ci fece la vite, il fico, il pesco, il mandorlo, il fico

d’India, e, sebben più sensibili alle sferzate di grecaio, gli agrumi.

E colà ogni mattina, per lunghi anni, coperto il capo da un cappellone

a larghe falde, in camicia rossa sempre, armato di coltelli e di

forbici agricole, di cui gran parte portava appesi ad una cintura,

passava le lunghe ore a potare, sfrondare, innestare; lieto fin che

lo lasciavano solo, rannuvolato tostamente se un visitatore importuno,

se un telegramma malarrivato, venivano ad interrompergli il piacere di

quelle gradite occupazioni.

Nè agiva empiricamente. Nella sua biblioteca i Trattati d’Agronomia

abbondavano, e parte col sussidio dei libri, parte col consiglio

di questo o quell’agronomo, che metteva subito nel novero de’ suoi

amici, parte coll’aiuto del suo ingegno, naturalmente incline a tutti

gli studi fisici, s’era formato un corredo di idee scientifiche e

razionali, che certo molti de’ più grossi agricoltori d’Italia non

hanno mai posseduto.

Epperò fece venire d’Inghilterra macchine agricole, aprì fosse di

scolo per dar esito alle acque piovane, sanò dalle sotterranee i

terreni più plastici, sostituì alla rotazione dodicennale la coltura

più intensiva delle alberate e degl’ingrassi e agli ingrassi provvide

coll’allevamento del bestiame; (ebbe persino centocinquanta capi

di armento bovino e quattrocento d’ovino); a poco a poco fornì quel

suo podere, strappato zolla per zolla alla breccia ed al granito, di

tutto quanto la scienza ha indicato di più acconcio alla sua coltura;

e stalle e concimaie e capanni per marcimi e lettimi, e colombaie e

alveari e via dicendo; e si rovinò del tutto. Garibaldi non fu mai

ricco; ma i suoi pochi risparmi fatti in America, le eredità fatte dai

fratelli, i denari ricavati dai ricchi regali mandatigli, i denari

stessi donatigli o prestatigli dagli amici di tutto il mondo; tutto

andò a finire nel pozzo senza fondo di Caprera, che non restituì mai al

suo innamorato cultore nemmeno il salario quotidiano delle fatiche che

per circa venti anni le aveva spese d’attorno.

Ma non sempre poteva stare nei campi; e i giorni di pioggia e di vento,

o i più crudi dell’inverno, li passava in casa, seduto quasi sempre,

dopo il 60, di faccia alla terrazza della casa nuova che guardava il

mare, intento alla lettura e alla scrittura. Lesse molto e un po’ di

tutto; ma nessuno vorrà dirlo per questo un lettore portentoso. Dei

libri, già dicemmo quelli che prediligeva: gli storici principalmente

di Grecia e di Roma; i trattati d’Agronomia e di Matematica; e sopra a

tutti, i poeti; e fra questi, come è noto, Ugo Foscolo degli italiani;

Chenier e Voltaire fra i francesi. Negli ultimi anni s’era preso

d’amore per Guerrazzi e Vittor Hugo; due autori non fatti certamente

per temperargli la fantasia, e per la _Storia dell’Italia antica_ di

Atto Vannucci, di cui citava intere pagine anche ne’ suoi romanzi;

ma diletto fra tutti, compagno inseparabile delle sue veglie, primo

confidente del suo spirito, il Carme dei _Sepolcri_, di cui gli

trovaron presso il letto di morte aperto il volume.

Nello scrivere invece inesauribile, infaticabile, e rispetto a tante

altre cose che faceva, prodigioso. E non diciamo delle sue lettere,

testimoni troppo eloquenti della scorrevolezza della sua penna; ma egli

scrisse, in vecchiaia, tre romanzi: _Clelia o il Governo del Monaco_;

_Cantoni il Volontario_ e _I Mille di Marsala_; e da molti anni aveva

intrapreso a scrivere in versi sciolti la storia della sua vita, e

noi stessi, nel 1864, ne udimmo parecchi squarci dalla sua bocca.

Intralasciato poi, per qual ragione non sapremmo dire, questo lavoro,

riprese lo stesso tema in prosa, scrivendo le sue _Memorie_, dal giorno

in cui le lasciò nel 1850, fino, crediamo, alla campagna di Francia. E

queste _Memorie_, ci consta nel modo più certo, egli le affidò, or sono

quattr’anni, in una cassetta chiusa, al figlio Menotti, coll’ordine

espresso di non mostrarle finchè fosse vivo ad alcuno, e soltanto

trascorso un certo termine dalla sua morte, pubblicarle.[417]

Mescolate poi alle _Memorie_ autobiografiche, si trovarono fra

le sue carte, e si troveranno anche più quando si spoglino tutte,

pensieri staccati, frammenti di problemi, appunti, studi fisici e

matematici;[418] persino uno specchietto dei conti di casa, che non

oseremmo affermare tornassero perfettamente.

Infine, poeta nell’anima, cui non era forse mancato per esserlo anche

nell’arte, che il tirocinio degli studi e l’esercizio della tecnica,

e poesia vivente egli stesso, non seppe resistere mai alle tentazioni

d’una certa sua musa bizzarra e selvaggia che le si era annidata nel

cervello, ed empiva quaderni di versi, di cui talvolta l’udimmo noi

stessi recitarne lunghi brani, talchè non ci meraviglierebbe che un

giorno sbucasse fuori dalle sue carte anche un Canzoniere.

E non solo in versi italiani[419] scriveva, ma spesso in francesi, come

ne ha già fatto testimonianza l’inno di guerra composto in Francia

e recitato durante l’assalto notturno di Dijon; e ne fa conferma lo

squarcio di questo Carme, scritto a Vittor Hugo nel 1867, in risposta

della sua _Voix de Guernesey_, rovente ancora delle collere recenti

di Mentana e dove, in mezzo al rombar monocorde delle tribunizie

invettive, senti echeggiare qua e là, fieri e solenni, i giambi del

Barbier.

Quand plus heureux jadis, aux champs de Parthénope,

Mes jeunes miliciens ont étonné l’Europe,

Essuyant leurs pieds nus sur le tapis des rois,

Donnant à leur pays ce qui fut tant de fois

Le rêve, le soupir, l’espoir de nos ancêtres,

Crois-tu qu’ils ont servi, combattu pour des maîtres?

L’amour de la patrie fut leur seule passion,

Et de l’humanité libre la mission.

Ce n’est pas vrai qu’aux rois nous ayons fait l’aumône;

Nous servions l’Italie, nous ne servions personne.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Si de l’Europe alors la phalange d’élite

Avait de son appui encouragé de suite

Les nouveaux Argonautes en leurs braves élans,

Le Lucifer de Rome avait fini son temps;

Le monde était guéri de la lèpre infernale,

Et l’horrible mensogne, à son heure fatale,

Aurait du despotisme accéléré le sort!

Mais les nations toujours ont le terrible tort

De laisser une sœur seule dans la bataille,

Seule des potentats affronter la mitraille!

Eux, ils sont bien unis, à l’heure du danger;

Et les peuples, jamais ne sauront partager

Le péril en commun pour la cause commune?

De l’humaine famille à la sainte tribune

On entendit la voix de la noble Albion

Imposant fièrement: «Pas d’intervention!»

Seule! et l’on vit alors le superbe despote

Reculant sans réplique au devant du grand vote,

Aller chercher ailleurs des peuples à duper,

Des tyrans à produire, et le monde à tromper.

Mais la liberté sainte, au sein de l’Amérique,

Oh! n’est pas un vain mot, et le sol du Mexique

Sera longtemps fécond par le sang des Français.

L’Américain, de maîtres, il n’en voudra jamais!

Bons pour nous, surannés, remplis, pétris de vices,

Serviteurs de nos rois, agents de leurs polices!

Ils ont trouvé la voie de nous tromper toujours,

Par leurs statuts masqués, par leurs prêtres, leurs cours,

Des marches de l’autel, où le clergé-mensogne

Nous montre le salut. C’est hideux, quand j’y songe!

Nous courons aux tribunes, où nos sages parleurs,

À force de grands mots, nous dorent nos malheurs.

Le mouchard, l’alguazil, sont décorés, sont maîtres;

Il faut, pour prospérer, être serviles ou traîtres;

Le sang de nos enfants sert à river nos fers;

La superstition, ce monstre des enfers,

Plane encore sur le monde, et, comme l’hydre antique,

Ressuscite toujours dans l’affreuse boutique

Du prêtre, et le tyran, dont elle est le soutien,

De sa fausse piété nous montre le maintien.

De l’or des nations on construit la mitraille,

Les instruments de mort: et le champ de bataille

Est toujours des humains l’arène, où de leurs droits

Au jugement du sabre ont appelé les rois.

Ton pays et le mien, par un vil servilisme,

Sont courbés lâchement sous l’impérialisme

Par qui nos champs sont clos et nos sillons blanchis

Des os des malheureux que le monstre a trahis

Avec les vains appâts de conquête, de gloire.

Le monde est un charnier dont il dore l’histoire.

«L’empire c’est la paix,» dit-il, le vieux menteur,

Tandis que de la guerre il est l’instigateur.

Toujours, toujours poussant les peuples au carnage,

L’Europe n’a suffi pour contenter sa rage.

Oh! de l’humanité, quand ce cœur malfaisant

Aura cessé de battre, on verra reparaître

Le fraternel amour, les vertus, le bien-être;

Et de la liberté le soleil radieux

Des nations trompées dessillera les yeux.

Caprera, décembre 1867.

Garibaldi, Vol. 2 (of 2) · 第 133 / 147 题