_L’uomo privato_.
Questo, se non c’inganniamo, l’uomo pubblico; ma e l’uomo privato?
L’uomo privato fu tale egli pure, che se anche non avesse compiuto
alcuna delle azioni famose per cui diventò storico, sarebbe stato
tuttavia un esemplare singolarissimo della specie umana, degno di
tutto lo studio dello psicologo e dell’artista. Il biondo fanciullo
che dipingemmo scorrazzante sulla riviera di Nizza; il bel Corsaro che
vedemmo ammaliare la povera Anita alla fontana di Laguna; il trionfante
Dittatore del 1860, che al suo apparire faceva squittire in coro le
picciotte siciliane: _Oh quant’è beddu!_ aveva serbato fino agli ultimi
anni la sua maschia bellezza, una bellezza però tutta sua, lontana dal
tipo comune della bellezza eroica e guerriera; originale e novissima
essa pure.
Perocchè Garibaldi non poteva dirsi un «bell’uomo,» nel senso più
usitato della parola. Era piccolo: aveva le gambe leggermente arcate
dal di dentro all’infuori, e nemmeno il busto poteva dirsi una
perfezione. Ma su quel corpo, non irregolare nè sgraziato di certo,
s’impostava una testa superba; una testa che aveva insieme, secondo
l’istante in cui la si osservava e il sentimento che l’animava, del
Giove Olimpico, del Cristo e del Leone, e di cui si potrebbe quasi
affermare che nessuna madre partorì, nessun artista concepì mai
l’eguale. E quante cose non diceva quella testa; quanto orizzonte di
pensieri in quella fronte elevata e spaziosa, quanti lampi d’amore e di
corruccio in quell’occhio piccolo, profondo, scintillante, che marchio
insieme di forza e d’eleganza in quel profilo di naso greco, piccolo,
muscoloso, diritto, formante colla fronte una sola linea scendente a
perpendicolo sulla bocca; quanta grazia e quanta dolcezza nel sorriso
di quella bocca, che era certo, anche più dello sguardo, il lume più
radioso, il fascino più insidioso di quel viso, e che nessuno oramai
il quale volesse serbare intera la libertà del proprio spirito, poteva
impunemente mirar davvicino.
A questa singolar bellezza poi, che era già per sè sola una potenza,
la natura, madre parzialissima a questo suo beniamino, aggiunse
l’agilità e la forza; non veramente la forza muscolare dell’atleta,
ma quella particolare forza nervosa che si rattempra e ingagliardisce
coll’esercizio e che, associata all’agilità, rende capace il corpo
delle più ardue prove e delle più arrischiate ginnastiche.
E che ginnasta fosse Garibaldi lo sappiamo da lui stesso. «Credo
d’essere nato anfibio,» soleva dire per esprimere la facilità con cui
fin dalla prima volta in cui si buttò in acqua si trovò naturalmente a
galla. Abbiamo notato infatti le persone da lui salvate dall’acqua, e
sono sedici: il che potrebbe bastare, anche non essendo Garibaldi, alla
rinomanza d’un uomo.
E come nuotava, cavalcava, saltava, s’arrampicava, tirava di carabina,
di sciabola, occorrendo di pugnale, senza che nessuno gliel’avesse mai
insegnato, e avendone trovato soltanto nella struttura delle proprie
membra e negli istinti della propria indole il segreto e la maestria.
Del suo corpo poi, come uomo che sa d’averne bisogno, era curantissimo.
Egli non vestì sempre il costume con cui il mondo s’abituò a vederlo
fin dal 1860. In America alternò, secondo i casi, il vestire paesano
del _gaucho_, la giacca del capitano di mare, e l’uniforme bianca,
rossa e verde della _Legione Italiana_; venuto in Italia, se non era
sotto le armi, nel qual caso tornava alla tunica rossa orlata di verde
(non camicia per anco), al cappello piumato a larghe falde, al mantello
bianco ed ai calzoni grigi instivalati; indossava un grosso soprabito
abbottonato sino al mento, e fu con quello che noi lo vedemmo per la
prima volta a Torino nel 1859.
Soltanto la mattina del 5 maggio comparve sullo scoglio di Quarto
colla camicia rossa e il _poncho_ sulle spalle; e sia stato amore di
quell’assisa fortunata o certezza che quella foggia si attagliasse
meglio d’ogni altra alla sua figura, non l’abbandonò mai più.
Ma anche più che all’eleganza del vestire, tenne alla nettezza della
persona. Usava frequente bagni e lavacri d’ogni sorte; aveva delle
sue mani, de’ suoi denti, de’ suoi capelli una cura attentissima; non
avreste trovata sulle sue vesti, spesso logore e strappate, una sola
macchia. Strano a dirsi come quel mozzo paresse un gentiluomo. Nel
primo abbordo aveva quel non so che di semplice e decoroso insieme che
è il primo incantesimo con cui tutti i grandi uomini pigliano di solito
i minori. Non dava che del _voi_; tenne il _tu_ per i figli e per i
più vecchi e più intimi amici; e fuori che al Re non l’abbiamo sentito
dare del _lei_ a chicchessia. Nel ricevere porgeva egli per il primo
famigliarmente la mano; alle signore, tanto più se onorande per età o
per lignaggio, gliela baciava con galanteria di cavaliere.
Nei colloqui preferiva l’ascoltare al parlare, segno questo pure di
cortesia aristocratica. Nelle cose minime, nelle questioni secondarie
d’etichetta o di forma, quando si trattasse di rendere un servizio,
di liberarsi da un fastidio, o di concedere un favore, fosse colui
che gli parlava ricco o povero, umile o potente, era d’un’amabilità
e d’un’arrendevolezza affascinanti. E da ciò la sua troppa facilità
nel concedere commendatizie ed attestati d’onestà e di patriottismo
anche ai meno meritevoli, e l’abuso che tanti indegni poterono fare
della sua parola e del suo nome. Ma in tutti gli argomenti a’ suoi
occhi importanti, quando fosse in giuoco alcuna delle sue opinioni
predilette, o degli affetti dominanti del suo cuore, allora il discorso
cominciava a diventar difficile, e se l’interlocutore s’infervorava
nelle obbiezioni, con una sentenza, un motto, talvolta una scrollata
di spalle, troncava la disputa. Nel 1864 quando visitò Lord Palmerston
in casa sua, avendo questi condotta la discussione sulla Venezia e
tentato di fargli capire che la questione veneta era da rimettersi al
tempo, alla Diplomazia, ai Trattati: «Ma che cosa mi dite, interruppe
di scatto, chè non è mai troppo presto per gli schiavi rompere le
loro catene,» e con una mossa subitanea piantò stupito e quasi a bocca
aperta il suo eloquente contradittore.[416]
E ciò sganni una buona volta coloro che, non sappiamo con quali fini,
si son sempre finto un Garibaldi automa senza idee e senza volontà, e
di cui i pochi furbi che l’accostavano potevano a lor grado guidare i
movimenti e far scattare le molle. Delle idee ne aveva poche, ma tanto
più tenaci quanto più avevano trovato libero il campo dello spirito
in cui abbarbicarsi. Discutere con lui era anche per quelli che più
stimava ed ascoltava, la più ardua e più erculea delle imprese. Era
una sfera d’acciaio brunito che non lasciava presa d’alcuna parte.
Francesco Crispi, nel di lui elogio funebre alla Camera dei Deputati,
disse: «Non ci fu uomo che sia stato come lui forte nelle sue volontà;
egli fece sempre soltanto quello che volle, ma non volle che il bene
d’Italia,» e questa affermazione d’un testimonio che gli fu al fianco
nei più gravi momenti della patria, ci dispensa dal dirne di più.
Le maniere gentili traevano risalto dai costumi semplici. Pochi
uomini più di lui furono nel bere più sobri, nel cibo più parchi.
Fino agli ultimi anni, in cui il vino gli fu ordinato quasi per
medicina, bevette sempre acqua e dell’acqua migliore si pretendeva
buon gustaio finissimo, e l’assaporava, e la decantava talvolta ai
commensali, che non erano sempre del suo gusto, come il più prelibato
de’ nettari. Quanto alle vivande, mangiava poca carne, anche per un
residuo di scrupoli pittagorici che non aveva mai saputo vincere;
prediligeva il pesce, i frutti e i legumi. Un piatto di fichi e di
baccelli lo metteva d’appetito meglio d’un fagiano tartufato! Il pesce
godeva, quand’era sano, pescarselo da sè; e allora due o tre volte
la settimana, al pallido lume di Venere-Diana, presi seco or l’uno or
l’altro de’ suoi figli e per turno questo o quello de’ suoi compagni di
Caprera (quasi sempre, nel 1854, anche lo scrittore di questo libro),
scendeva in canotto, ed ora al largo, ora nei seni più pescosi di
quella pescosissima marina, passava tal volta coll’amo, tal altra coi
filaccioni, quasi mai colle reti, l’intera mattinata, tornandone, rare
volte, a mani vuote, quasi sempre con tanto di preda da fornire il
desinare a lui e a tutta la colonia.
Ma la sua passione predominante fu l’agricoltura. «Di professione
_Agricoltore_,» scriveva egli stesso sulla scheda del Censimento del
1871, e non aveva mentito. Un terzo della Caprera fu ridotto fruttifero
per molta parte del lavoro sudato della sua fronte, o colla scorta de’
suoi precetti e per impulso della sua volontà.
La prima sua opera era stato un vigneto sopra un piccolo altipiano,
a metà via tra la sua casa e Punta Rossa, ma quantunque l’uva, tutta
bianca, ne fosse squisita, la vendemmia non compensò mai la fatica e
la spesa. Più tardi, già preoccupato del problema del pane quotidiano,
volle tentare la coltura dei cereali, e ridusse a frumento un quadrato
di forse quattro ettari; ma qui pure, per colpa non del cultore, ma del
terreno, il frutto non corrispose al dispendio.
Ma il suo vero amore, era il podere modello di Caprera, era il
Fontanaccio. Esso pure, fino al 1859 non era che dura roccia, e d’anno
in anno ci fece la vite, il fico, il pesco, il mandorlo, il fico
d’India, e, sebben più sensibili alle sferzate di grecaio, gli agrumi.
E colà ogni mattina, per lunghi anni, coperto il capo da un cappellone
a larghe falde, in camicia rossa sempre, armato di coltelli e di
forbici agricole, di cui gran parte portava appesi ad una cintura,
passava le lunghe ore a potare, sfrondare, innestare; lieto fin che
lo lasciavano solo, rannuvolato tostamente se un visitatore importuno,
se un telegramma malarrivato, venivano ad interrompergli il piacere di
quelle gradite occupazioni.
Nè agiva empiricamente. Nella sua biblioteca i Trattati d’Agronomia
abbondavano, e parte col sussidio dei libri, parte col consiglio
di questo o quell’agronomo, che metteva subito nel novero de’ suoi
amici, parte coll’aiuto del suo ingegno, naturalmente incline a tutti
gli studi fisici, s’era formato un corredo di idee scientifiche e
razionali, che certo molti de’ più grossi agricoltori d’Italia non
hanno mai posseduto.
Epperò fece venire d’Inghilterra macchine agricole, aprì fosse di
scolo per dar esito alle acque piovane, sanò dalle sotterranee i
terreni più plastici, sostituì alla rotazione dodicennale la coltura
più intensiva delle alberate e degl’ingrassi e agli ingrassi provvide
coll’allevamento del bestiame; (ebbe persino centocinquanta capi
di armento bovino e quattrocento d’ovino); a poco a poco fornì quel
suo podere, strappato zolla per zolla alla breccia ed al granito, di
tutto quanto la scienza ha indicato di più acconcio alla sua coltura;
e stalle e concimaie e capanni per marcimi e lettimi, e colombaie e
alveari e via dicendo; e si rovinò del tutto. Garibaldi non fu mai
ricco; ma i suoi pochi risparmi fatti in America, le eredità fatte dai
fratelli, i denari ricavati dai ricchi regali mandatigli, i denari
stessi donatigli o prestatigli dagli amici di tutto il mondo; tutto
andò a finire nel pozzo senza fondo di Caprera, che non restituì mai al
suo innamorato cultore nemmeno il salario quotidiano delle fatiche che
per circa venti anni le aveva spese d’attorno.
Ma non sempre poteva stare nei campi; e i giorni di pioggia e di vento,
o i più crudi dell’inverno, li passava in casa, seduto quasi sempre,
dopo il 60, di faccia alla terrazza della casa nuova che guardava il
mare, intento alla lettura e alla scrittura. Lesse molto e un po’ di
tutto; ma nessuno vorrà dirlo per questo un lettore portentoso. Dei
libri, già dicemmo quelli che prediligeva: gli storici principalmente
di Grecia e di Roma; i trattati d’Agronomia e di Matematica; e sopra a
tutti, i poeti; e fra questi, come è noto, Ugo Foscolo degli italiani;
Chenier e Voltaire fra i francesi. Negli ultimi anni s’era preso
d’amore per Guerrazzi e Vittor Hugo; due autori non fatti certamente
per temperargli la fantasia, e per la _Storia dell’Italia antica_ di
Atto Vannucci, di cui citava intere pagine anche ne’ suoi romanzi;
ma diletto fra tutti, compagno inseparabile delle sue veglie, primo
confidente del suo spirito, il Carme dei _Sepolcri_, di cui gli
trovaron presso il letto di morte aperto il volume.
Nello scrivere invece inesauribile, infaticabile, e rispetto a tante
altre cose che faceva, prodigioso. E non diciamo delle sue lettere,
testimoni troppo eloquenti della scorrevolezza della sua penna; ma egli
scrisse, in vecchiaia, tre romanzi: _Clelia o il Governo del Monaco_;
_Cantoni il Volontario_ e _I Mille di Marsala_; e da molti anni aveva
intrapreso a scrivere in versi sciolti la storia della sua vita, e
noi stessi, nel 1864, ne udimmo parecchi squarci dalla sua bocca.
Intralasciato poi, per qual ragione non sapremmo dire, questo lavoro,
riprese lo stesso tema in prosa, scrivendo le sue _Memorie_, dal giorno
in cui le lasciò nel 1850, fino, crediamo, alla campagna di Francia. E
queste _Memorie_, ci consta nel modo più certo, egli le affidò, or sono
quattr’anni, in una cassetta chiusa, al figlio Menotti, coll’ordine
espresso di non mostrarle finchè fosse vivo ad alcuno, e soltanto
trascorso un certo termine dalla sua morte, pubblicarle.[417]
Mescolate poi alle _Memorie_ autobiografiche, si trovarono fra
le sue carte, e si troveranno anche più quando si spoglino tutte,
pensieri staccati, frammenti di problemi, appunti, studi fisici e
matematici;[418] persino uno specchietto dei conti di casa, che non
oseremmo affermare tornassero perfettamente.
Infine, poeta nell’anima, cui non era forse mancato per esserlo anche
nell’arte, che il tirocinio degli studi e l’esercizio della tecnica,
e poesia vivente egli stesso, non seppe resistere mai alle tentazioni
d’una certa sua musa bizzarra e selvaggia che le si era annidata nel
cervello, ed empiva quaderni di versi, di cui talvolta l’udimmo noi
stessi recitarne lunghi brani, talchè non ci meraviglierebbe che un
giorno sbucasse fuori dalle sue carte anche un Canzoniere.
E non solo in versi italiani[419] scriveva, ma spesso in francesi, come
ne ha già fatto testimonianza l’inno di guerra composto in Francia
e recitato durante l’assalto notturno di Dijon; e ne fa conferma lo
squarcio di questo Carme, scritto a Vittor Hugo nel 1867, in risposta
della sua _Voix de Guernesey_, rovente ancora delle collere recenti
di Mentana e dove, in mezzo al rombar monocorde delle tribunizie
invettive, senti echeggiare qua e là, fieri e solenni, i giambi del
Barbier.
Quand plus heureux jadis, aux champs de Parthénope,
Mes jeunes miliciens ont étonné l’Europe,
Essuyant leurs pieds nus sur le tapis des rois,
Donnant à leur pays ce qui fut tant de fois
Le rêve, le soupir, l’espoir de nos ancêtres,
Crois-tu qu’ils ont servi, combattu pour des maîtres?
L’amour de la patrie fut leur seule passion,
Et de l’humanité libre la mission.
Ce n’est pas vrai qu’aux rois nous ayons fait l’aumône;
Nous servions l’Italie, nous ne servions personne.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Si de l’Europe alors la phalange d’élite
Avait de son appui encouragé de suite
Les nouveaux Argonautes en leurs braves élans,
Le Lucifer de Rome avait fini son temps;
Le monde était guéri de la lèpre infernale,
Et l’horrible mensogne, à son heure fatale,
Aurait du despotisme accéléré le sort!
Mais les nations toujours ont le terrible tort
De laisser une sœur seule dans la bataille,
Seule des potentats affronter la mitraille!
Eux, ils sont bien unis, à l’heure du danger;
Et les peuples, jamais ne sauront partager
Le péril en commun pour la cause commune?
De l’humaine famille à la sainte tribune
On entendit la voix de la noble Albion
Imposant fièrement: «Pas d’intervention!»
Seule! et l’on vit alors le superbe despote
Reculant sans réplique au devant du grand vote,
Aller chercher ailleurs des peuples à duper,
Des tyrans à produire, et le monde à tromper.
Mais la liberté sainte, au sein de l’Amérique,
Oh! n’est pas un vain mot, et le sol du Mexique
Sera longtemps fécond par le sang des Français.
L’Américain, de maîtres, il n’en voudra jamais!
Bons pour nous, surannés, remplis, pétris de vices,
Serviteurs de nos rois, agents de leurs polices!
Ils ont trouvé la voie de nous tromper toujours,
Par leurs statuts masqués, par leurs prêtres, leurs cours,
Des marches de l’autel, où le clergé-mensogne
Nous montre le salut. C’est hideux, quand j’y songe!
Nous courons aux tribunes, où nos sages parleurs,
À force de grands mots, nous dorent nos malheurs.
Le mouchard, l’alguazil, sont décorés, sont maîtres;
Il faut, pour prospérer, être serviles ou traîtres;
Le sang de nos enfants sert à river nos fers;
La superstition, ce monstre des enfers,
Plane encore sur le monde, et, comme l’hydre antique,
Ressuscite toujours dans l’affreuse boutique
Du prêtre, et le tyran, dont elle est le soutien,
De sa fausse piété nous montre le maintien.
De l’or des nations on construit la mitraille,
Les instruments de mort: et le champ de bataille
Est toujours des humains l’arène, où de leurs droits
Au jugement du sabre ont appelé les rois.
Ton pays et le mien, par un vil servilisme,
Sont courbés lâchement sous l’impérialisme
Par qui nos champs sont clos et nos sillons blanchis
Des os des malheureux que le monstre a trahis
Avec les vains appâts de conquête, de gloire.
Le monde est un charnier dont il dore l’histoire.
«L’empire c’est la paix,» dit-il, le vieux menteur,
Tandis que de la guerre il est l’instigateur.
Toujours, toujours poussant les peuples au carnage,
L’Europe n’a suffi pour contenter sa rage.
Oh! de l’humanité, quand ce cœur malfaisant
Aura cessé de battre, on verra reparaître
Le fraternel amour, les vertus, le bien-être;
Et de la liberté le soleil radieux
Des nations trompées dessillera les yeux.
Caprera, décembre 1867.