_Il Patriotta e l’Umanitario._
Pura quanto quella del guerriero, incontestata più di quella del
capitano è la gloria del patriotta. Se fra gli eroi della spada è
difficile trovargli il simigliante, trovargli l’uguale nello stuolo
degli eroi della patria lo è ancora più. E ciò perchè quello che egli
offerse in olocausto all’Italia supera in valore tutto quanto fino a
lui, anche i più grandi cittadini, anche Washington, il grandissimo
fra tutti, avevano offerto alla patria loro. Tutti come lui diedero
alla loro terra natale il meglio di sè stessi: il sangue, la vita,
gli averi, le gioie del domestico focolare, persino, costosissimo fra
i sacrifici, le palme più meritate della gloria ed i risentimenti più
legittimi dell’ambizione; ma nessuno di loro le immolò, come lui, il
tesoro più sacro del suo petto, la fede dell’anima sua.
La patria creata dal genio e dalla virtù di Washington fu quella
vagheggiata da lui: fra il suo concetto politico e la volontà de’ suoi
concittadini nessun divario essenziale e nessun dissenso: il Virginiano
diede alle Colonie da lui redente e federate le istituzioni pensate ed
elaborate dalla sua mente, le suggellò, a dir così, dello stampo del
suo spirito e ottenne un frutto e un premio dell’opera sua che nessun
altro maggiore.
Di Garibaldi diverso il destino. Egli non sortì la mente pratica del
grande Piantatore; il genio della politica non era il suo e non v’è
mestieri di riprova. Discernere tra la verità ideale e la realtà
effettuale la distanza e la differenza non era da lui; veder ciò
che nel suo paese ed anche nel suo tempo fosse fattibile era al di
sopra o al di sotto, secondo il punto da cui lo si consideri, del suo
intelletto, e il solo trovarsi di fronte ad una questione pratica, se
non era militare, lo confondeva e paralizzava.
Epperò il contrasto profondo tra quello che i suoi coetanei preferirono
e quello ch’egli amò; tra gl’ideali del suo capo e quelli della sua
patria. Il suo ideale religioso fu la Religione naturale o il Deismo
filosofico, che dir si voglia, di Gian Giacomo; e l’Italia è per
due terzi cattolica, per l’altro terzo scettica o indifferente. Il
suo ideale politico fu una specie di Repubblica patriarcale con un
Dittatore temporaneo, assistito da un Consiglio di _probi viri_, «la
Repubblica della gente onesta,[413]» come egli la chiamava; e l’Italia
è e vuol essere monarchica. Il suo ideale sociale è un quissimile di
società pastorale, nè colta, nè barbara, vivente nella semplicità e
nell’innocenza, retta da un regime che sarebbe un che di mezzo tra il
comunismo sansimoniano, «a ciascuno secondo la sua capacità, a ciascuna
’capacità secondo il suo lavoro,» e il nuovo socialismo della cattedra,
«governo largitore di tutti i beni e riparatore di tutti i mali;» e
l’Italia si dibatte ancora contro gli avanzi del passato e non osa
sbarbicare le ultime radici delle antiche caste e dei vieti privilegi.
Quale abisso adunque tra l’anima di quell’uomo e le aspirazioni del
suo paese; quanti conflitti dolorosi, quante tentazioni insidiose, o
di sciogliere il litigio coi colpi di spada dei Cesari, dei Cromwell
e dei Napoleonidi, imponendo alla patria ignara e riluttante la legge
della sua volontà, o di abbandonarla, come persona che si sprezza, alla
meritata servitù!
Ora Garibaldi non seguì nè l’uno, nè l’altro consiglio, gettò sull’ara
della Patria i suoi amori e i suoi odii, le sue più care speranze,
le sue più carezzate chimere, e senza chiederle alcun prezzo del suo
sacrificio la servì e la salvò.
Nel 1848 proclamava, primo fra i repubblicani, la necessità di
stringersi al re Carlo Alberto, e non dipese da lui se la sua spada,
che poteva essere forse la salvezza d’Italia, fu ricacciata nel fodero.
Nel 1857 è ancora il primo a sottoscrivere con Daniele Manin e Giorgio
Pallavicino il patto d’unione dell’Italia con Casa di Savoia ed a
fondare con essi quel nuovo partito nazionale, che fu la base popolare
dell’imminente risorgimento.
Nel 1859 non esita ad offrire il suo braccio al Re Galantuomo, e
trascinata dietro al suo esempio tutta la gioventù più gagliarda ed
attuosa d’Italia, suggella sui campi di battaglia l’unione auspicata
della rivoluzione con la monarchia.
Nel 1860 infine, quando il nodo del problema italiano sembrava
giunto a tale che la monarchia nè poteva tagliarlo colla spada,
senza compromettersi, nè lasciarlo in balía della rivoluzione, senza
abdicare, nè scioglierlo coll’artificio dei compromessi e delle
transazioni, senza nuocere al suo principio vitale, Garibaldi ancora
scioglie il nodo intricato e ponendosi a capo di un’impresa, che
adempiva insieme ai fini della rivoluzione ed agli obblighi della
monarchia, amplia il patto dei plebisciti e fonda sovra essi il nuovo
regno.
Nè a questo patto venne meno più. Aspromonte e Mentana furono
certamente, il primo un grande errore, il secondo una grande temerità,
entrambi una illegalità; ma astraendo anche da quel segreto viluppo
di equivoci e di ambiguità, che in tanta parte li giustificarono, essi
devono essere giudicati piuttosto un conato di insurrezione contro la
politica d’un governo, che un atto di ribellione contro le istituzioni
d’uno Stato.
Non si dimentichi mai che tanto sulla bandiera di Aspromonte, quanto su
quella di Mentana, il motto era pur sempre quello di Marsala; e l’aspro
dissidio insorto per questo fatto fra Garibaldi e Mazziniani, ne indica
meglio d’ogni altro argomento la capitale importanza.
Nè bisogna credere che tutte le conseguenze di Aspromonte e di Mentana
siano state malefiche. Non si scordi che l’Italia nel 1861 non era
ancora che un simulacro; le mancavano Roma e Venezia, le veniva meno,
cosa anche più triste, la speranza e l’ardire di presto acquistarle.
Roma era serrata nel circolo vizioso dei voti della Camera e della
Convenzione di settembre, che ne rimettevano la liberazione al doppio
miracolo dei «mezzi morali» e del consenso della Francia; Venezia
poteva, è vero, aspettare più fidente la fortuna d’una nuova alleanza;
ma era sempre l’aspettazione del fato.
Ora un uomo che sorgesse protesta viva della volontà nazionale contro
la lettera dei trattati e le ambagi della diplomazia, che fosse sempre
pronto a spingere il governo, se si arrestava, a scuotere la nazione,
se intorpidiva; che serrando insieme l’Italia e la Francia nel dilemma
implacabile: «Roma o morte,» rendesse sempre più accorti coloro che ci
contendevano la nostra capitale, dei pericoli d’un più lungo rifiuto;
un uomo simile non poteva mai dirsi senza un influsso benefico sui
destini della patria sua, nè egli stimare del tutto compiuta la sua
missione.
Oltre di che, e sta in ciò l’importante, quella propaganda,
quell’agitazione, anche quelle rivolte, non erano che uno sfogo
ed una distrazione offerta alla parte rivoluzionaria, la quale, o
abbandonata a sè stessa, o caduta in potere d’altri capi, avrebbe assai
probabilmente varcata quella barriera che il generale Garibaldi le
impedì sempre d’oltrepassare.
E in ciò veramente si assomma l’opera benefica del grande patriotta
negli estremi suoi anni. Egli gettò più volte in mezzo alla Nazione
parole terribili, che potevano essere pericolosissimi tizzoni
d’incendio, ma quando li vide prossimi a divampare in fiamme minacciose
al sacro edificio della patria, egli stesso accorse pel primo e sotto
il suo piede li soffocò.
Egli fu, finché visse, come un Dio Termine sulla strada della
rivoluzione, innanzi al quale anche i più esaltati e temerari de’ suoi
seguaci si sarebbero sempre arretrati. Tutto potevano dire, tutto
potevano tentare, ma lui vivo il grido ultimo della discordia, il
segnale irrevocabile della guerra civile non avrebbero osato darlo mai.
Il pensiero di Garibaldi è in questo rispetto limpidissimo. Prima
l’unità, la concordia, la volontà d’Italia; poi, se vi sia posto,
i sogni della sua mente. Si congiungano le parole che egli, reduce
dal primo esiglio, indirizzava nel 1848 ai Nizzardi: «Tutti quei
che mi conoscono sanno se io sia mai stato favorevole alla causa dei
re; ma questo fu solo perchè i principi facevano il male d’Italia;
ora invece io sono realista e vengo ad esibirmi coi miei al Re di
Sardegna, che s’è fatto il rigeneratore della nostra Penisola;» si
congiungano con quelle ch’egli scriveva alla vigilia, staremmo per
dire, della sua morte: «La Casa di Savoia ha fatto molto per la patria
e merita rispetto. Ma quand’anche avesse fatto meno, ha la grandissima
maggioranza degl’Italiani per sè, e il sentimento della maggioranza noi
dobbiamo rispettarlo, perchè è la continuazione dei plebisciti. Volerlo
disconoscere e combattere sarebbe accendere la guerra civile e quindi
distruggere colle nostre stesse mani l’opera nostra;» e nell’esordio
e nella conclusione di questo discorso, attraverso i contrasti, gli
sviamenti, le alternative, che sono il portato necessario di tutte le
grandi lotte, avrete riassunto da Garibaldi stesso il suo testamento
politico.
E ciò non ostante resterà sempre dubbio se più della patria sua abbia
amato le altrui. È questo il tratto più singolare e più radioso
della sua immagine. Il patriotta s’immedesimava talmente in lui
all’umanitario che era difficile il discernere quale dei due fosse il
più vero e il più grande. Primo precetto della sua «Religione del Vero»
egli stimava l’evangelico: «Non fare ad altri quel che non vorresti
fatto a te stesso;[414]» e con questa norma nel cuore, l’indipendenza,
la libertà, la felicità che voleva per la patria sua, le voleva
per tutte le altre. Su questo proposito la sua dottrina era di una
semplicità biblica. Dio avea creato tutti gli uomini uguali e tutti
i popoli fratelli, dividendoli in tante famiglie quanti i linguaggi,
ed imponendo loro per dimora tante regioni distinte, di cui la natura
stessa aveva, con linee eterne di mari e di monti, tracciati i confini.
Soltanto la cupidigia e la nequizia di pochi uomini, nequitosissimi
fra tutti i preti, violarono quei confini, tentarono confondere quelle
lingue, falsarono il disegno di Dio. Ad essi perciò guerra perpetua:
_guerra anzi alla guerra_, di cui essi pei primi gittarono il mal seme
nel mondo. Sopprimere gli eserciti stanziali, primi alimentatori e
provocatori della guerra, braccia sottratte al lavoro, sangue rapito
alla vita economica delle società moderne, trasformandoli in una
milizia volontaria, chiamata soltanto a difesa dei diritti e della
libertà dei popoli: fondare una Unione Europea delle Nazioni «con un
rappresentante per ciascuna, uno Statuto fondamentale, il cui primo
articolo fosse: la guerra è impossibile, ed il secondo: ogni lite
delle nazioni sarà liquidata da un Congresso:» proclamare l’unità
dell’umana famiglia, cementandola, se fosse possibile, coll’unità d’una
sola _lingua mondiale_;[415] ecco i sogni che l’Eroe incessantemente
perseguiva e da cui era egli stesso perseguito, e talvolta anche nel
tumulto delle sommosse e il fragor delle battaglie, ma che egli era
sempre pronto non solo a bandire e predicare, ma a suggellare col
sangue.
Non una causa umana cui fosse indifferente; non una giusta rivolta a
cui, anco non potendo colla spada, non partecipasse colla voce e colla
penna; non un appello d’oppressi a cui non abbia risposto: presente.
Nel mezzo secolo da lui vissuto nell’uno e l’altro mondo, congiurano,
insorgono, combattono, quali per la libertà, quali per l’indipendenza,
Brasiliani, Platensi, Spagnuoli, Portoghesi, Polacchi, Ungheresi,
Serbi, Rumeni, Greci, Jugo-Slavi, da ultimo anco i Francesi, e non uno
di questi popoli che non abbia ricevuto da lui, se non l’aiuto del suo
braccio, un soccorso di armi, o di danari, un consiglio utile, una
parola confortatrice ed amorosa, e spesso, inviati direttamente da
lui, o mossi dall’influsso del suo apostolato, manipoli di valorosi
che nelle più remote contrade propagano l’onore della camicia rossa
e combattono e muoiono per la libertà dei popoli fratelli al grido di
«Viva Garibaldi!»
Nè la sola causa dei popoli l’interessava. Il problema sociale
l’occupava anche più del politico. Convinto più che mai che le
disuguaglianze sociali fossero non già l’effetto d’una legge naturale,
irrevocabile e fatale, ma il prodotto della perversità di pochi uomini
o furbi o prepotenti, era contro la società in uno stato di guerra
aperta e continua.
E non era un filosofo che meditasse le cause e gli effetti, nè uno
statista che distinguesse i mali rimediabili dagl’irrimediabili, e
ne apprestasse i provvedimenti e le leggi: era un plebeo, un paria,
un diseredato che giudicava della società matrigna in cui si trovava
sbalestrato dietro le impressioni del momento, secondo l’effetto più
sensibile e più, staremmo per dire, drammatico che ne riceveva; secondo
i criteri assoluti di chi vive solitario nelle proprie idee ed ignora
la realtà.
La vista, a mo’ d’esempio, d’un signore in panciolle che passasse in
carrozza dinanzi a un contadino sudante alla canicola, curvo sulla
marra, gli strappava lo stesso gemito di rabbia, le stesso gesto di
minaccia che il contadino stesso lanciava alle spalle del superbo
gaudente. Credeva la società una lega dei forti contro i deboli, de’
furbi contro gl’ingenui, dei ricchi contro i poveri, e senza esitare un
istante, in qualunque causa, stava istintivamente cogli ultimi.
Aveva per vangelo la onestà impeccabile dell’operaio, la bontà
innocente del contadino, la brutalità feroce del padrone, la furberia
rapace del mercante, la boria ignorante del nobile; e su questi criteri
regolava i suoi giudizi. Credeva sul serio ai lauti stipendi della
burocrazia, alle ricchezze ammassate dai ministri, ai sordidi traffici
dei deputati, alle orgie sardanapalesche della Corte, a tutti i luoghi
comuni della eloquenza tribunizia, con questa differenza tuttavia che i
tribuni le ripetevano per convenzione e per mestiere; egli con tutta la
ingenuità della fede e la profondità del sentimento.
Aveva insomma della società il concetto pessimista di Gian Giacomo, e
come Gian Giacomo avrebbe voluto rinnovarla da cima a fondo per mezzo
d’una revisione del suo patto fondamentale, cominciando naturalmente la
riforma da sè stesso e dalla sua famiglia.
Come però queste idee non potevano essere accettate, od anche accettate
in parte non potevano subito nè tutte in una volta essere effettuate,
e il mondo continuava a girare sul suo vecchio asse senza curarsi
dei sognatori che l’avrebbero voluto far andare a modo loro, così
ad ogni nuova disdetta che la realtà dava alle sue dottrine, ad ogni
nuovo disinganno che la società in generale o l’Italia in particolare
gli facevano patire, il suo umore si faceva acre, il suo pessimismo
peggiorava, la sua misantropia filantropica (sentiamo il bisticcio,
ma a Garibaldi, che abborriva gli uomini perchè rifiutavano il bene
che avrebbe voluto far loro, s’adatta a capello), la sua misantropia
filantropica s’inaspriva, e, vero «burbero benefico,» sfogava la sua
atrabile sulle spalle di coloro che amava di più e per la cui felicità
s’affannava da mezzo secolo, ed era pronto ad ogni istante a dare la
vita.