_L’Eroe e il Capitano._
Tale fu l’uomo di cui ci siamo avventurati a narrare la vita. Molti
particolari vi potranno essere aggiunti, molti aneddoti intarsiati,
molti falli corretti; ma se l’amore dell’opera nostra non ci ha
fatto sin qui fitto velo al giudizio, confidiamo che i tratti più
caratteristici della sua figura vi siano tutti raccolti e bastevolmente
lumeggiati.
Giuseppe Garibaldi fu principalmente «l’Eroe», e sarà questo
l’antonomastico nome col quale vivrà nella storia. Il coraggio,
l’agilità, la forza, la fortuna, la vaghezza delle imprese ardue e
maravigliose, la famigliarità col pericolo, il disprezzo della morte,
la fede nella vittoria, una tal quale presunzione d’invulnerabilità
taumaturgica, tutte le doti essenziali all’eroe, egli le compendiò e
fuse in sè medesimo con una forma così eletta e così tipica, che non è
mestieri ridirne di più. Pure non basta: _Multi fuere ante Agamemnona
fortes_; quelli che siam venuti sin qui enumerando in Garibaldi son
pure gli attributi comuni dell’eroismo, e Achille, Orlando, Leonida,
Epaminonda, Aroldo, il Cuor di Leone, il Cid, Bajardo, quali li
concepirono insieme la leggenda e la storia, ponno vantarsi di averli
posseduti quanto lui, taluno forse, in talun caso, più di lui.
La virtù invece che lo distingue e lo solleva sulla falange di tutti
gli eroi fino ad ora conosciuti, e lo accomuna piuttosto a quella
speciale famiglia d’uomini di guerra che furono insieme guerrieri e
capitani, quali i Maratonomachi, l’Africano, il Barbarossa, Giovanni
delle Bande Nere, il Morosini, il gran Condé, Gustavo Adolfo, è la
calma imperturbabile, la serenità olimpica, la padronanza sovrana del
campo di battaglia, per la quale anche travolto nei vortici più furiosi
della pugna egli poteva seguirne e dominarne con occhio sicuro e freddo
giudizio le peripezie, e nel momento stesso in cui sembrava sparire
nella mischia come l’ultimo dei combattenti, giganteggiava sul campo
come un ispirato capitano.
Ed eccola detta la gran parola, quella che a molti sarà la più ostica
di questo libro, ma per la quale appunto l’abbiamo scritto: la parola
che tarderà lungo tempo ad essere accolta nei sinedri delle vecchie
cricche militari, ma che alla fine, non già per merito nostro, o
nemmeno di alcun più poderoso propugnatore di noi, ma per solo merito
intrinseco della sua verità, finirà a farsi strada e trionfare.
Garibaldi fu un gran Capitano e di terra e di mare; e se la _Campagna
del Parana_ (rammentiamo le azioni in cui principalmente il Capitano
rifulse) e la _Ritirata da Roma_, la _Presa di Palermo_ e la _Battaglia
del Volturno_, la _Campagna del Trentino_, fatta a tavolino o in
carrozza, e la _Campagna di Francia_, fatta infermo a sessantatrè anni,
tra gli ostacoli e le difficoltà d’ogni maniera che ci sono note, non
bastano a decretargli un siffatto titolo, non sappiamo più con quale
criterio si estimerà oggimai la capacità degli uomini, nè perchè si
dirà grande un poeta pei suoi poemi, e un artista pe’ suoi marmi e per
le sue tele, e non un capitano per le sue battaglie e le sue vittorie.
La natura lo aveva fatto capitano, ed è questo ancora il miglior
modo d’esserlo. Perocchè la guerra è arte; la scienza ne determina
i canoni e le appresta gli strumenti, ma l’atto supremo della sua
estrinsecazione è essenzialmente una creazione artistica; un pensiero
cioè sorpreso, divinato, tradotto in un baleno in un’azione viva, che
può essere il tocco d’un pennello, l’atteggiamento d’un periodo, la
mossa d’una divisione, e che in tutti i casi richiede quella medesima
potenza di ispirazione e di esecuzione che non si apprende nè da
maestri nè da libri, che la natura sola dà a taluni predisposti da essa
a riceverla, e che diede a Garibaldi.
Nè vogliam dire che la natura abbia dovuto concedergli molto.
Le doti per essere grande capitano sono rare, ma non sono le più
sublimi. La guerra è in fondo una gran caccia, nella quale capitano e
soldati fanno, volta a volta, la parte della fiera, del bracco e del
cacciatore. Ora date ad un uomo gli istinti della fiera che si trafuga
e si difende, del cane che la imposta e la stana, del cacciatore che la
circuisce e l’assale, e avrete nelle sue qualità essenziali il grande
uomo di guerra: avrete Garibaldi.
Gli si aggiungano poi come doti peculiari, se non veramente a lui
solo, a pochissimi come lui: un senso profondo e quasi fatidico del
terreno, tanto che indovinarne, dal punto di veduta militare, il
carattere, misurarne l’estensione, stimare quanta truppa vi possa
capire in colonna od in battaglia, era per lui, può dirsi, l’affare
d’un’occhiata: l’attitudine, perfezionatagli di certo dallo studio
delle matematiche, di leggere con tanta sicurezza e precisione
nelle carte topografiche da potere, come gli accadde nel Trentino,
far la guerra quasi esclusivamente su quelle: la facoltà acuitagli
dall’esercizio della navigazione, di essere orientato sempre e di
guidarsi, perduta ogni altra scorta, anco colle stelle, sicchè non gli
accadde mai di perdere la strada, spessissimo di trovarla dove nessuno
la sospettava: la virtù di non allarmarsi mai, sorella a quella di
non lasciarsi mai sorprendere, e figlie entrambi di altre due qualità
naturali: il sangue freddo e il fiuto del pericolo; sicchè nel 1859
presso Casale, essendosi alcuni de’ suoi esploratori precipitati nella
stanza dove desinava, gridando ansanti: «Il nemico! Il nemico!» —
«Ebbene,» disse, senza interrompere il pittagorico pasto, «lasciatelo
venire, dopo pranzo lo riceveremo;» la sua qualità d’anfibio, sicchè
poteva giovarsi a suo grado dell’uno e dell’altro elemento, e nella
terra, dove un ammiraglio avrebbe trovato un incaglio, egli trovare
uno sbocco, e nell’acqua, dove un generale avrebbe scorto un ostacolo,
egli vedere un veicolo: la potenza infine acquistata essa pure nelle
ginnastiche della gioventù nomade e marinaresca, di durare più di
chicchessia alla fatica ed alle privazioni della vita guerriera,
d’onde quella sua abitudine d’essere il primo alzato nel suo campo e
il primo a farne suonare la _Diana_, per andare, albeggiando appena,
ad esplorare egli stesso, molto al di là delle proprie linee, le
posizioni del nemico; si aggiungano, dicevamo, o meglio ancora, si
innestino sulla prima radice della sua natura eroica tutte queste
qualità omogenee ed affini a quella prima, e si avrà la spiegazione
perchè Garibaldi, avendo letti pochi trattati d’arte militare, e forse
nessuno, non avendo mai sostenuto esami in nessuna Accademia, nè fatto
manovrare una compagnia sopra nessun campo di Marte, abbia potuto sopra
quaranta combattimenti, tra i quali almeno sette giornate campali
(il 30 aprile e il 3 giugno a San Pancrazio, Milazzo e il Volturno,
Bezzecca e le tre giornate di Dijon), vincere almeno trentasette volte
il nemico,[408] e sconfitto veramente, disfatto in guisa da dover
abbassare le armi ed arrendersi alla mercè del vincitore, non lo sia
stato mai.
Gli mancò, è vero, per la guerra a cui fu condannato, l’occasione di
sviluppare grandi concetti strategici; ma tutti quelli che suggerì od
effettuò: la marcia manovra su Palermo; la occupazione difensiva della
sinistra del Volturno; il progetto di Campagna consigliato nel 1866,
concorde a quello proposto dal generale Moltke; la disapprovazione
data in Francia alla mossa del Bourbaky; il consiglio ripetuto e non
ascoltato di occupare in ogni caso gagliardamente Dôle; tutti questi ed
altri esempi provano abbastanza che l’intelletto strategico non mancava
certo al nostro Capitano, e che gli fallì soltanto l’opportunità di
sperimentarlo egli stesso sopra campi più vasti.
Certo il suo merito risalta più spiccatamente nelle operazioni
tattiche. Per la guerra di partigiano, marciar di notte, dormire
il giorno, spiegarsi possibilmente coperto; cansar la lotta, se
non è sicura la vittoria; costretto ad accettare il combattimento
in condizioni sfavorevoli, protrarre fino a notte la resistenza,
perchè di notte la ritirata è più sicura; caricati dalla cavalleria,
formare la massa in difesa, preferibile al quadrato vuoto che si muove
con difficoltà e presenta una fronte troppo debole e troppo estesa
all’assalitore. Per la guerra grossa poi «riunire il più di forze
possibili sul punto tattico o obbiettivo di campo di battaglia, massima
di tutti i grandi uomini di guerra; pericolose però le colonne serrate,
specialmente dopo il perfezionamento delle armi: in ogni caso lasciare
accostar il nemico: bersagliarlo di pochi colpi ben diretti, e quando
sia vicino, fidar sempre nella baionetta e caricarlo.
Questi i precetti principali, ch’egli riassunse in tanti scritti,[409]
e professò con l’esempio. «Lasciateli venire,» gridava al Volturno.
«Sedetevi, che vincerete,» urlava a Mentana. «Un soldato non deve
aver mai vergogna di coprirsi per colpir meglio il nemico,» esclamava
a Dijon; ed era la stessa voce che ordinava al momento opportuno le
cariche a _ferro freddo_ e le capitanava.
Che cosa mancava dunque a quest’uomo perchè gli si potesse contrastare
il titolo di gran Capitano? Di aver mai fatto la grossa guerra, nè
condotte le grandi masse degli eserciti moderni. Davvero, che questo
argomento sia ripetuto da un pubblico profano e ignaro di siffatte
questioni lo si capisce, ma che possa essere in buona fede adoperato
da’ militari, sorprende e attrista ad un tempo. E qual uomo di guerra
fu egli assunto al comando supremo delle grandi masse, se non dopo
aver fatto le sue prove comandando le minori? Oh come! Nella gerarchia
militare chi ha comandato un reggimento è presunto capace di comandare
una brigata, e chi una brigata una divisione, e così di seguito, e
questa presunzione di capacità non varrà per Garibaldi?
Voi, Tedeschi, eleggeste generalissimo de’ vostri eserciti il
Moltke, che prima di Sadowa non aveva mai guidato in guerra un
solo battaglione; voi, Francesi, deste il bastone di maresciallo a
Mac-Mahon, che prima di Magenta non aveva mai condotto al fuoco una
divisione; voi, Italiani, reputaste capaci il generale La Marmora e il
generale Cialdini, di comandare in capo tutto l’esercito italiano, sol
perchè il primo aveva capitanato 15,000 uomini in Crimea, e il secondo
ne aveva guidati altrettanti a Castelfidardo ed a Gaeta; e nessuno di
voi riconoscerà che Garibaldi, il quale cominciò a guidarne parecchie
migliaia fin dal 1849; che al Volturno ne comandava 30,000, e nel
Trentino 35,000, possa bastare all’ufficio, a cui pure i gallonati e
piumati suoi colleghi furono reputati meritevoli? Col criterio di non
reputar Capitano chi non ha comandato grandi eserciti, Napoleone I,
che non ne comandò, nella prima e più gloriosa sua campagna d’Italia,
più di 30,000, non sarebbe mai stato che un _guerrillero_, e Hoche,
Massena, Lannes, Augereau, che eran già salutati grandi generali quando
non avevano ancora condotto al fuoco che le minuscole divisioni della
Repubblica, non sarebbero rimasti che dei _cabecillas_.
Certo, a dirigere le grandi masse, Garibaldi solo non sarebbe bastato;
ma quale più sommo Capitano vi bastò? Anco a Garibaldi faceva mestieri
quello che occorse a Napoleone, all’Arciduca Carlo, a Wellington, a
Moltke, una corona d’interpreti intelligenti, e di cooperatori fidi;
uno Stato maggiore istrutto, e generali di divisione valenti; un
servizio organizzato di amministrazione, d’ambulanza, di provianda;
ma se a lui pure fosse stato concesso tutto ciò, con quanta maggior
libertà ed efficacia non avrebbe potuto attuare i suoi concetti e far
sentire alla macchina ben congegnata posta nelle sue mani l’impulso
del suo genio! Gli eserciti mancarono a Garibaldi, non Garibaldi
agli eserciti! Egli partì co’ Mille di Marsala; ma sarebbe partito
assai più volentieri, noi lo vedemmo, con una brigata dell’esercito
regolare,[410] e quando voleva esprimere il gran conto in cui
teneva l’esercito italiano, invocava l’onore «di combattere alla sua
sinistra.»
Strana logica invero!
Fino ad ora si era sempre creduto che chi fu capace di far bene
co’ pochi potesse essere presunto idoneo a far meglio co’ più; ma a
Garibaldi pare che questa maniera di ragionamento non sia applicabile.
Egli è escluso dalla legge del perfezionamento umano. Fosse stato, come
dicevano i Piemontesi d’una volta, una _vecchia giberna_ invecchiata
fra le piazze d’armi e le caserme, avrebbe potuto dire egli pure il
suo bravo «porto nel mio zaino il bastone di Maresciallo;» ma aver
guerreggiato per circa quarant’anni, nel vecchio e nel nuovo mondo,
portar sul corpo dieci ferite, presentare uno stato di servizio di
sedici campagne[411] e quaranta combattimenti; aver battuto in America
Oribe e Brown, in Italia Oudinot e Colonna, Landi e Bosco, Lanza e
Ritucci, Urban e Kuhn, e in Francia Keller, Danemberg e Kettler, tutto
ciò non dà diritto ad alcuna promozione.
Guerrigliero cominciò, guerrigliero visse, guerrigliero morì.
Diverso fu il giudizio di Abramo Lincoln, che gli fece offrire il
comando d’un esercito della grande repubblica americana; diverso quello
dell’austriaco D’Aspre, che nel 48 esclamava: «Un sol uomo avrebbe
potuto ancora salvar l’Italia, e non fu compreso;» diverso quello del
prussiano generale Manteuffel, che pochi anni or sono scriveva: «Se il
generale Bourbaky avesse operato secondo i suoi consigli, la campagna
dei Vosgi sarebbe stata la più fortunata combattuta nel 1870-71 dalle
armi francesi.[412]»
Diversi i pareri dei moderni storici militari, quali il Rustow e il
Lecomte, che studiarono un po’ più attentamente e spassionatamente
le sue campagne; ma ciò non conta. Non è un generale,» cominciò a
mormorare qualche professore d’arte militare, che non aveva letto mai
probabilmente una sola pagina delle sue guerre; «non è un generale,»
ripetè in coro la scolaresca, e «non è un generale,» fece eco il
pubblico pappagallo; e con questa sentenza pronunciata senza esame,
senza motivi e senza processo fu accompagnato al sepolcro.
E frattanto la prima vittima di questi errori e di questi pregiudizi,
propri a dir vero a tutto ciò che tiene ancora della casta e
dell’accademia, fu l’Italia. Pensino invece gl’Italiani, se il valore
reale di quest’uomo fosse stato giustamente estimato, quanti rovesci
di meno e quanti trionfi di più! Pensi il valoroso esercito nostro,
quanto corteo di novelle vittorie avrebbe scortato le sue bandiere, se
colui che vinse coi cento e coi mille, coi diecimila e coi trentamila,
nel piano e sui monti, cogli scamiciati e cogli inermi, avesse
potuto capitanare le agguerrite schiere di Palestro, di San Martino
e di Gaeta, e nella sera della fatale Custoza, dare, a chi l’avesse
interrogato sul da farsi, la classica risposta: «dormire sul campo.»
Ma anche per lui la giustizia verrà dal di fuori e comincerà dopo
morto. Fra pochi anni i giudizi degli stranieri, più intelligenti e più
spassionati dei suoi compaesani, saranno conosciuti, i preconcetti e le
gelosie che vietarono sin qui la conoscenza e la manifestazione della
verità saranno spenti, le storie militari del nostro tempo e del nostro
paese saranno meglio scritte, più lette e meglio apprezzate, e allora
forse l’Italia comprenderà a qual caro prezzo abbia pagato l’errore
d’aver partorito dal suo seno un grand’uomo di guerra e d’averlo
disconosciuto.