Avvennero per tal modo le tre giornate di Dijon. La mattina del 21
la brigata Kettler compariva sulle alture di Hauteville in faccia a
Talant e apriva contro queste posizioni e contro quelle di Fontaine
un fuoco micidiale. Nel medesimo tempo numerosi battaglioni si
spingevano nella pianura che si stende tra Hauteville, Daix, Talant
e Fontaine, intanto che un’altra colonna nemica accennava una
diversione dal lato di Plombières sull’estrema sinistra francese. Ma
sei pezzi, posti in posizione e diretti da Garibaldi in persona sui
poggi di Talant, arrestavano tosto con tiri ammirabili l’avanzar del
nemico, smontando parecchi dei suoi cannoni; talchè dopo un breve e
felice duello d’artiglieria, Garibaldi potè lanciar all’attacco le
sue colonne. E allora da Plombières, da Hauteville, da Talant, da
Fontaine, Canzio, Tanara, Menotti, Ravelli (primi sempre gl’Italiani
e i _francs-tireurs_, oscillanti come al solito i _mobiles_),
irrompono con grandissimo impeto; gli approcci di Talant, dove stava
Menotti, sono più fieramente disputati; ma alla fine ripetute le
cariche, apparsi sull’estrema destra del nemico tra Darois e Messigny
gl’infaticabili volteggiatori di Ricciotti, il nemico fu ricacciato
fino a’ suoi accampamenti al di là di Messigny. Fu bella e meritata
vittoria, e Garibaldi superbo, non per sè ma pe’ suoi bravi compagni,
ne telegrafava l’annunzio a sua figlia Teresita in questo tenore;
«Attaccati vigorosamente dal nemico, l’abbiamo costretto a ritirarsi
dopo dieci ore di combattimento: l’esercito de’ Vosgi ancora una volta
ha ben meritato dalla Repubblica.»
Grande però la strage in ambi i campi, lamentata fra tutte l’ecatombe
degli Italiani: e Imbriani e Perla e Cavallotti e Pastoris e Bassi e
Gnecco e Settignani e Leonardi e Valdata e Cerruti e Ricci e Canova e
Cecchini e altri ed altri ancora, primo fra tutti per la nobile vita, e
per la fine miseranda, lo stesso generale Bossack, trovato cadavere due
giorni dopo sull’orlo d’un bosco verso Darois; forse abbandonato da’
suoi, probabilmente morto solo.
Non si rassegnò a questo scacco il nemico, e all’indomani si preparò a
rinnovare l’assalto. Ma Garibaldi era, s’intende, pronto a riceverlo;
non così per altro tutti i Digionesi. Narra il Bordone che nella notte
stessa dal 21 al 22 un notaio di Messigny accompagnato dal _Maire_ di
Dijon e da un generale Pellissier, cui il governo di Bordeaux aveva
confidato il comando delle _Guardie mobili_ concentrate in Dijon, fa
svegliare Garibaldi per annunziargli, tutto ansante, aver il generale
Kettler ricevuto nella notte grandi rinforzi, essere deliberato a
riattaccare al dì seguente la città ed a bombardarla se resisteva;
scongiurarlo quindi a salvar Dijon dal certissimo eccidio.
Il Generale prese allora dalle mani del notaio il foglio sul quale
era scritto il salvacondotto prussiano, guardò gli astanti con una di
quelle occhiate che soltanto coloro che gli erano famigliari potevano
comprendere, e disse: «Va bene, Signore: è questo tutto quanto avete a
dirmi?»
«Sì, Generale,» fece il notaio.... «Ebbene, replicò Garibaldi, potete
tornarvene, per non mancare alla vostra parola; ma dite a quello che
vi ha dato questo salvacondotto, che l’aspetto e che se egli non viene
andrò io a cercarlo: generale Bordone, fate accompagnare questo signore
agli avamposti e buona notte agli altri.[388]»
I Prussiani tornarono infatti, men numerosi però che il giorno
precedente e forse più per riconoscere e tener occupato il loro nemico
che per ritentare l’assalto; ma anche quel giorno i _mobiles_ cui
toccava l’onore della prima linea, capitanati dal colonnello Lhost,
che vi lasciò da prode la vita, ributtarono gli assalitori, e Garibaldi
potè ancora annunciare al governo di Bordeaux: «Oggi combattimento meno
serio di quelli di ieri, ma più decisivo, che obbligò il nemico alla
ritirata inseguito questa sera dai nostri franco-tiratori.»
Ma l’attacco finale e decisivo il generale Kettler l’aveva serbato
per il 23. Ristorato di truppe fresche e d’artiglierie, mosse per la
strada di Langres prendendo per obbiettivo il castello di Pouilly,
mascherando il suo movimento con una finta aggirante sulla strada
Saint-Apollinaire. Ma quel giorno a riceverli c’erano le genti di
Ricciotti e del Canzio, che raccolta a Lione un’altra schiera di
Volontari italiani e staccati qua e là i frammenti d’altri corpi,
era riuscito a formare una 5ª brigata, di cui era stato posto a
capo. Il castello di Pouilly, meta della battaglia, fu perduto dai
Franco-Italiani, riguadagnato e riperduto tre volte; ma alla fine
l’entrata in azione di Menotti Garibaldi sulla strada di Langres, il
valor disperato di Ricciotti e di Canzio, una carica di cavalleria
sostenuta con sufficiente valore dai _mobiles_ del Jura, ridiedero il
contrastato castello in mano ai loro primi possessori. Allora le veci
sono mutate, gli assalitori divengono assaliti; e il 1º battaglione
del 61º di Pomerania, incaricato di sostenere la ritirata, mirabile di
costanza e di solidità, ravvolto da un turbine di fuoco, perde circa
la metà de’ suoi, ma non cede il terreno che a notte alta, quando
la battaglia era perduta. Ed avvenne così che i franchi-tiratori di
Ricciotti entrando nella fattoria dove il 61º aveva fatto le ultime
prove, sotto un mucchio di cadaveri e di rovine, accanto al suo alfiere
morto, trovarono coll’asta spezzata quella bandiera prussiana, che fu
l’unico trofeo di quella campagna, entrato a tener compagnia a quelli
di Jena e di Auerstaedt nel _Duomo degli Invalidi_.
E Garibaldi che tutto il giorno era stato dove più infuriava la
mischia e che poco mancò non restasse crivellato da una scarica quasi a
bruciapelo, fattagli da una mano di nemici imboscati, Garibaldi salutò
la chiusa di quelle tre eroiche giornate con questo manifesto scritto
in francese e di cui crederemmo scemare il valore storico, voltandolo
in altra lingua.
«Aux braves de l’armée des Vosges,
»Eh bien! vous les avez revus les talons des terribles soldats de
Guillaume, jeunes fils de la liberté! Dans deux jours de combats
acharnés, vous avez écrit une page bien glorieuse pour les annales
de la République, et les opprimés de la grande famille humaine
salueront en vous encore une fois les nobles champions du droit et
de la justice.
»Vous avez vaincu les troupes les plus aguerries du monde, et
cependant vous n’avez pas exactement rempli les règles qui donnent
l’avantage dans la bataille.
»Les nouvelles armes de précision exigent une tactique plus
rigoureuse dans les lignes de tirailleurs; vous vous massez trop,
vous ne profitez pas assez des accidents de terrain, et vous ne
conservez pas le sang-froid indispensable en présence de l’ennemi,
de sorte que vous faites toujours peu de prisonniers; vous
avez beaucoup de blessés, et l’ennemi, plus astucieux que vous,
maintient, malgré votre bravoure, une supériorité qu’il ne devrait
pas avoir.
»La conduite des officiers envers les soldats laisse beaucoup à
désirer; à quelques exceptions près, les officiers ne s’occupent
pas assez de l’instruction des miliciens, de leur propreté, de la
bonne tenue de leurs armes, et enfin de leurs procédés envers les
habitants qui sont bons pour nous et que nous devons considérer
comme des frères.
»Enfin, soyez diligents et affectueux entre vous, comme vous
êtes braves; acquérez l’amour des populations dont vous êtes les
défenseurs et les soutiens, et bientôt nous secouerons jusqu’à
l’anéantir le trône sanglant et vermoulu du despotisme, et nous
fonderons sur le sol hospitalier de notre belle France le pacte
sacré de la fraternité des nations.
»Signé: G. GARIBALDI.»
Intanto che Garibaldi, fedele al mandato ricevuto, difendeva a quel
modo Dijon, il Bourbaky, sbaragliato dal Werder alla Lisaine (18
gennaio), era ributtato su Besançon; dove incalzato da nord-est dallo
stesso generale che l’aveva vinto, serrato da sud-ovest dal 7º corpo
di Manteuffel, già penetrato per Dôle (come Garibaldi aveva preveduto)
fino a Mouchard e Salins, non vedeva dietro a sè altro scampo che la
via di Pontarlier e una ritirata precipitosa per i passi del Giura. Se
non che, chiusi in men di ventiquattr’ore dalla rete degli eserciti
vincitori anche quegli ultimi valichi, il misero Bourbaky disperò; e
dopo aver tentato invano di bruciarsi le cervella, rassegnò il comando
dell’ormai disfatto suo esercito al generale Clinchant, affinchè dove e
come potesse lo riducesse in salvo.
Garibaldi però non se ne stava inerte, e appena conosciuto il primo
rovescio del Bourbaky, del quale era rimasto fino al 27 senza notizie,
lanciava, senza abbandonare Dijon sempre minacciato, tutte le forze
di cui poteva disporre sui fianchi del Manteuffel, facendo occupare
Saint-Jean de Losme da Menotti e Mont Roland presso Dôle da Baghino,
e portando egli stesso il suo Quartier generale a Mondaine. Nè colà
s’arrestava; all’appello di Clinchant, ormai chiuso in Pontarlier, si
gettava con mosse arditissime colla 4ª e 5ª brigata sulle spalle dei
Prussiani verso Bourg e Lons-le-Saulinier, deciso comunque ad aprire
un varco all’esercito amico; ma il 29 mattina giungeva a lui pure la
notizia dell’armistizio di ventun giorni conchiuso a Versailles, e
l’ordine di fermarsi sui posti occupati.
Non era quello il voto di Garibaldi e de’ suoi seguaci, tuttavia
si riconfortò nel pensiero che la tregua gli avrebbe dato modo di
riordinare e agguerrire il suo esercito, ponendolo in grado di compiere
più segnalate imprese a servizio della Repubblica. Quale non fu invece
la sua meraviglia nel sentire che tutti gli eserciti militanti nel
Giura, nel Doubs e nella Costa d’Oro erano esclusi dalla tregua e che
tanto a lui quanto al Clinchant era imposto di correre ancora la sorte
dell’armi, e far fronte al nemico!
Nè il combattere l’avrebbe sgomentato; ma dietro quell’annunzio ne
seguiva quasi subito un altro, che l’esercito dell’Est oramai serrato
nelle tanaglie di ferro del Werder e del Manteuffel, già a mezzo
disfatto dagli stenti e dalle diserzioni, s’era buttato per perduto
oltre la frontiera svizzera, abbandonando così lui solo alle prese
co’ formidabili nemici da cui fuggiva. Vide tosto il pericolo l’Eroe
italiano; se indugiava un giorno solo, la tagliuola in cui era caduto
il Bourbaky avrebbe stritolato lui pure, condannandolo inesorabilmente
ad essere come la più parte de’ generali francesi «ingabbiato sui
vagoni del bestiame» e tradotto prigioniero in una fortezza tedesca.
Non perdette però un istante; corse a Dijon, e mentre Menotti sulla
strada di Saint-Apollinaire, Baghino a Mont Roland continuavano ancora
a respingere le scorrerie de’ nemici, che tentavano avvilupparli,
Garibaldi prepara dietro di loro la ritirata di tutto l’esercito,
che in ordine perfetto, senza perder nè un uomo, nè un carro, nè un
cannone, si compie per la strada comune di Autun e la ferrata di
Beaune-Chagny, e restituisce così intatto alla Francia l’esercito
ch’essa gli aveva confidato.
Ed oramai il destino aveva detto la sua ultima parola. Il Governo
aveva convocato in Bordeaux un’assemblea di rappresentanti, che aveva
principalmente per mandato di deliberare sui preliminari conchiusi
a Versailles; e Garibaldi, eletto, per Algeri, rimise il comando
dell’esercito nelle mani del figlio Menotti e si recò all’Assemblea.
Quivi pure due partiti tenevano il campo: i rivoluzionari di tutte le
tinte, per la guerra a oltranza: i conservatori in massa, mescuglio
di bonapartisti, legittimisti, borghesi, _rurali_, per la pace ad
ogni costo. I primi accolsero Garibaldi con ovazioni frenetiche, i
secondi con oltraggi bestiali. Calmo in mezzo al tumulto babelico,
l’Eroe chiese di parlare e non gli fu concesso. Allora uscì dalla
Camera, rassegnò l’ufficio di deputato, salutò con un altro proclama
i suoi fedeli dell’esercito de’ Vosgi, e triste, scorato, schivando le
pubbliche manifestazioni, fuggendo persino le visite degli amici, nulla
avendo accettato per sè, nulla avendo chiesto per i suoi, se ne tornò
nel romitaggio della sua Caprera.