XXII.

Fu quella l’ultima stagione campale dell’Eroe e non poteva chiudere

con azione più cavalleresca la sua cavalleresca epopea. Mille pensieri

potevano trattenerlo; ma nella Francia caduta egli non vide che un

grande e miserando infortunio, ed accorse a sollevarlo. Ciò basta

alla sua gloria. Non ridiremo per altro quello che pure è ritornello

obbligato di tutti i discorsi, ch’egli sia andato a quell’impresa

soffocando i ricordi di Roma, di Nizza e di Mentana, perchè ciò non è.

Noi vogliamo il nostro Eroe grande, ma lo vogliamo soprattutto vero.

Garibaldi distingueva due Francie: quella di Napoleone, e quella del

Popolo francese; la prima aveva rubato all’Italia Nizza e Roma, e

non le avrebbe perdonato mai; la seconda non era stata che la vittima

inconscia e lo strumento involontario del predatore, e per essa gli era

parso il più semplice dei doveri offrire il sangue e la vita.

Epperò non è vero ch’egli siasi offerto alla Francia soltanto quando

vi fu proclamata la Repubblica; ma è verissimo che se vi fosse durato

l’Impero, egli non vi sarebbe andato mai. Della sua andata in Francia

non avrebbe fatto mai una questione astratta di Monarchia e Repubblica

(non la fece nemmeno in Italia), e qualunque fosse il governo prescelto

dal popolo francese, egli non avrebbe consultato che i diritti della

sventura e i doveri della fratellanza, e sarebbe accorso; ma ne

avrebbe fatto sempre una questione di Bonapartismo. Convien prendere

l’uomo qual era. Il suo amore alla Francia aveva per confine l’odio al

Bonaparte: finchè essa tollerava quell’uomo, e volontaria o no se ne

faceva complice e satellite, non meritava più che un braccio si levasse

per lei, e conveniva che il suo destino si adempisse.

Libera invece del Bonaparte, ecco che la Francia si trasfigura: i

suoi vizi scompaiono; le sue virtù ingigantiscono; essa torna la

grande, la forte, la invincibile, la madre della libertà, la nutrice

dell’incivilimento, caduta un istante, per colpa non sua, sotto il

ferro d’un despotismo parente a quello onde s’è appena liberata, ma

che è dovere di quanti uomini liberi sono nati da quel seno, ed hanno

succhiato quel latte, di rialzare e redimere.

Magnanimo illuso! Nemmeno l’accoglienza fatta a lui medesimo valse ad

aprirgli gli occhi. Stimarono grande mercè concedere a quel Capitano

di ventura una condotta; gli avareggiarono prima gli uomini, poi le

armi, poi le vesti; sdegnarono ch’egli comandasse ad una sola compagnia

dell’esercito regolare; avrebbero reputato sacrilego che un solo de’

loro più ignoti generali ubbidisse a’ suoi ordini; lo tormentarono

infine per quattro mesi di angherie, di sospetti, di calunnie, ed

egli impavido e rassegnato a tutto, ingollò fino al fondo l’aceto e il

fiele di che lo abbeverarono; e quando suo figlio e suo genero, stanchi

ormai delle incessanti vessazioni, gli fanno dire che se durano ancora

avrebbero dato le loro dimissioni: «Ebbene, dice, vadano pure: faremo

la guerra anche senza di loro.»

E quella guerra, la fece come nessuno dei generali che si sarebber

creduti umiliati di ubbidirlo, seppe farla. Fra lui e i suoi

Luogotenenti, sempre però ispirati da lui, sostenne nel corto spazio

di quattro mesi oltre venti combattimenti, de’ quali le giornate di

Pasques e di Dijon vere battaglie, ed eccettuato il fallito colpo

notturno di Dijon non fu battuto mai. Soccorse i generali francesi suoi

vicini, e non ne fu soccorso: vide fin dal primo giorno l’importanza di

Dôle, e non fu per colpa sua se gli eserciti nemici la ripresero senza

colpo ferire.

Fu detto che egli ignorò la mossa del generale Manteuffel e che questi

lo tenne a bada con una sola brigata; ma basti rileggere con un istante

di spassionatezza la storia di quella campagna per vedere quanto, in

quella asserzione, vi sia d’ingiusto e di falso.

«Il passaggio dell’armata di Manteuffel al nord (dice Garibaldi

stesso)[389] per aiutare quella di Werder era noto a me come alle

mie quattro brigate: la seconda comandata dal colonnello Lobbia, e

la quarta da Ricciotti manovravano insieme a tutti i nostri corpi di

_francs-tireurs_, ed erano distaccate per contrariare la congiunzione

degli eserciti nemici.»

Che poi il Manteuffel abbia baloccato Garibaldi con una sola brigata

è ancora più falso. Anzitutto, e qui preghiamo i militari a guardare

la Carta e a leggere le storie ufficiali, fino al 17 o 18 di gennaio

Manteuffel fu incerto se prendere la strada di Dijon o quella di

Vesoul, sicchè fino a quel giorno le sue avanguardie avviluppavano

può dirsi Dijon alla distanza di una giornata di marcia, e certo in

quel momento non si vorrà pretendere che Garibaldi solo andasse a dar

di cozzo nell’intera armata del Generale prussiano. In secondo luogo

è affatto inesatto che quando il Manteuffel decise di continuare per

Vesoul egli si lasciasse addietro per ischermo soltanto la brigata

Kettler; fino dal 21 sera c’era la divisione Zastrow che manovrava

sempre nei dintorni di Montbard, e Garibaldi, che aveva nemici di

fianco, di fronte, da tutti i lati, sopra un’area di oltre cinquanta

chilometri, non poteva certo supporre, come non era, che quelle truppe

appartenessero ad una sola brigata.

Finalmente è vero che la brigata Kettler fu la sola ad attaccare Dijon,

dimostrando in quelle tre giornate un valore ed un ardimento veramente

mirabili; ma ciò non conduce a concludere che le sue forze fossero così

sproporzionate a quelle del nemico che assaliva; o che anche, data la

sproporzione, questi potesse far di più che respingere l’attacco. Non

era sì grande la sproporzione: poichè la brigata Kettler, rinforzata

da un reggimento di cavalleria, contava pur sempre i suoi diecimila

combattenti; mentre Garibaldi non poteva opporgli che il vecchio

esercito dei Vosgi scemato allora della brigata Lobbia, chiusa in

Langres, cioè circa sedicimila uomini, una metà dei quali _mobiles,

moblots_ e _mobilisés_, gente che si batteva intermittentemente, o non

si batteva affatto.[390]

Ma ammessa pure dalla parte garibaldina una tal quale superiorità

numerica (troppo pareggiata dalla inferiorità morale), chiediamo

a tutti gli uomini che in siffatte questioni vedono lume, che cosa

poteva far Garibaldi assalito così gagliardamente per tre giorni, se

non ributtare gli assalti, e conservare quella città che il governo di

Bordeaux gli replicava ogni giorno di difendere _inébranlablement_?

Forse si pretenderebbe che co’ suoi diciottomila uomini egli dovesse

al tempo stesso batter Kettler e assalir Manteuffel, forte di ben

sessantamila, il quale, sia detto per soprappiù, il 21 mattina non

aveva più nemmeno l’inquietudine di Bourbaky già disfatto il 18 alla

Lisaine?

Poteva, è vero, tentarlo dopo, quando respinto il Kettler e rinforzato

di nuove milizie e nuove artiglierie, la condizione disperata del

Bourbaky richiedeva uno sforzo disperato, e sappiamo che lo tentò. Lo

tentò; ma la nostra molta fede nel genio di Garibaldi non va sino al

punto di credere che il suo temerario tentativo[391] sarebbe approdato.

Lo sfacelo dell’esercito di Bourbaky era cominciato molto prima della

sconfinata di Pontarlier; e non c’era più forza umana che lo potesse

arrestare. Garibaldi avrebbe sacrificato inutilmente il suo esercito,

il suo nome, forse la sua vita, ma non avrebbe potuto mutare i decreti

della sorte.

Tutto quanto un uomo, un soldato, un cittadino poteva fare per la più

cara, la più diletta delle patrie, Garibaldi lo fece per la Francia;

e ciò spiega sempre più perchè gli imbastigliati di Gravelotte e di

Sédan, i capitolati di Metz e di Parigi non gli abbiano perdonato mai

l’oltraggio di quel beneficio. Soltanto dopo la sua morte una parte

della Francia parve voler cancellare l’ingratitudine dell’altra parte,

decretando espressioni di pubblico cordoglio; e noi ne siamo lieti, non

già per Garibaldi, che oramai «s’è beato e ciò non ode,» ma per l’onore

della Francia stessa.

[Illustrazione: SCHIZZO TOPOGRAFICO della CAMPAGNA DI FRANCIA

— 1870]

Garibaldi, Vol. 2 (of 2) · 第 121 / 147 题