Fu quella l’ultima stagione campale dell’Eroe e non poteva chiudere
con azione più cavalleresca la sua cavalleresca epopea. Mille pensieri
potevano trattenerlo; ma nella Francia caduta egli non vide che un
grande e miserando infortunio, ed accorse a sollevarlo. Ciò basta
alla sua gloria. Non ridiremo per altro quello che pure è ritornello
obbligato di tutti i discorsi, ch’egli sia andato a quell’impresa
soffocando i ricordi di Roma, di Nizza e di Mentana, perchè ciò non è.
Noi vogliamo il nostro Eroe grande, ma lo vogliamo soprattutto vero.
Garibaldi distingueva due Francie: quella di Napoleone, e quella del
Popolo francese; la prima aveva rubato all’Italia Nizza e Roma, e
non le avrebbe perdonato mai; la seconda non era stata che la vittima
inconscia e lo strumento involontario del predatore, e per essa gli era
parso il più semplice dei doveri offrire il sangue e la vita.
Epperò non è vero ch’egli siasi offerto alla Francia soltanto quando
vi fu proclamata la Repubblica; ma è verissimo che se vi fosse durato
l’Impero, egli non vi sarebbe andato mai. Della sua andata in Francia
non avrebbe fatto mai una questione astratta di Monarchia e Repubblica
(non la fece nemmeno in Italia), e qualunque fosse il governo prescelto
dal popolo francese, egli non avrebbe consultato che i diritti della
sventura e i doveri della fratellanza, e sarebbe accorso; ma ne
avrebbe fatto sempre una questione di Bonapartismo. Convien prendere
l’uomo qual era. Il suo amore alla Francia aveva per confine l’odio al
Bonaparte: finchè essa tollerava quell’uomo, e volontaria o no se ne
faceva complice e satellite, non meritava più che un braccio si levasse
per lei, e conveniva che il suo destino si adempisse.
Libera invece del Bonaparte, ecco che la Francia si trasfigura: i
suoi vizi scompaiono; le sue virtù ingigantiscono; essa torna la
grande, la forte, la invincibile, la madre della libertà, la nutrice
dell’incivilimento, caduta un istante, per colpa non sua, sotto il
ferro d’un despotismo parente a quello onde s’è appena liberata, ma
che è dovere di quanti uomini liberi sono nati da quel seno, ed hanno
succhiato quel latte, di rialzare e redimere.
Magnanimo illuso! Nemmeno l’accoglienza fatta a lui medesimo valse ad
aprirgli gli occhi. Stimarono grande mercè concedere a quel Capitano
di ventura una condotta; gli avareggiarono prima gli uomini, poi le
armi, poi le vesti; sdegnarono ch’egli comandasse ad una sola compagnia
dell’esercito regolare; avrebbero reputato sacrilego che un solo de’
loro più ignoti generali ubbidisse a’ suoi ordini; lo tormentarono
infine per quattro mesi di angherie, di sospetti, di calunnie, ed
egli impavido e rassegnato a tutto, ingollò fino al fondo l’aceto e il
fiele di che lo abbeverarono; e quando suo figlio e suo genero, stanchi
ormai delle incessanti vessazioni, gli fanno dire che se durano ancora
avrebbero dato le loro dimissioni: «Ebbene, dice, vadano pure: faremo
la guerra anche senza di loro.»
E quella guerra, la fece come nessuno dei generali che si sarebber
creduti umiliati di ubbidirlo, seppe farla. Fra lui e i suoi
Luogotenenti, sempre però ispirati da lui, sostenne nel corto spazio
di quattro mesi oltre venti combattimenti, de’ quali le giornate di
Pasques e di Dijon vere battaglie, ed eccettuato il fallito colpo
notturno di Dijon non fu battuto mai. Soccorse i generali francesi suoi
vicini, e non ne fu soccorso: vide fin dal primo giorno l’importanza di
Dôle, e non fu per colpa sua se gli eserciti nemici la ripresero senza
colpo ferire.
Fu detto che egli ignorò la mossa del generale Manteuffel e che questi
lo tenne a bada con una sola brigata; ma basti rileggere con un istante
di spassionatezza la storia di quella campagna per vedere quanto, in
quella asserzione, vi sia d’ingiusto e di falso.
«Il passaggio dell’armata di Manteuffel al nord (dice Garibaldi
stesso)[389] per aiutare quella di Werder era noto a me come alle
mie quattro brigate: la seconda comandata dal colonnello Lobbia, e
la quarta da Ricciotti manovravano insieme a tutti i nostri corpi di
_francs-tireurs_, ed erano distaccate per contrariare la congiunzione
degli eserciti nemici.»
Che poi il Manteuffel abbia baloccato Garibaldi con una sola brigata
è ancora più falso. Anzitutto, e qui preghiamo i militari a guardare
la Carta e a leggere le storie ufficiali, fino al 17 o 18 di gennaio
Manteuffel fu incerto se prendere la strada di Dijon o quella di
Vesoul, sicchè fino a quel giorno le sue avanguardie avviluppavano
può dirsi Dijon alla distanza di una giornata di marcia, e certo in
quel momento non si vorrà pretendere che Garibaldi solo andasse a dar
di cozzo nell’intera armata del Generale prussiano. In secondo luogo
è affatto inesatto che quando il Manteuffel decise di continuare per
Vesoul egli si lasciasse addietro per ischermo soltanto la brigata
Kettler; fino dal 21 sera c’era la divisione Zastrow che manovrava
sempre nei dintorni di Montbard, e Garibaldi, che aveva nemici di
fianco, di fronte, da tutti i lati, sopra un’area di oltre cinquanta
chilometri, non poteva certo supporre, come non era, che quelle truppe
appartenessero ad una sola brigata.
Finalmente è vero che la brigata Kettler fu la sola ad attaccare Dijon,
dimostrando in quelle tre giornate un valore ed un ardimento veramente
mirabili; ma ciò non conduce a concludere che le sue forze fossero così
sproporzionate a quelle del nemico che assaliva; o che anche, data la
sproporzione, questi potesse far di più che respingere l’attacco. Non
era sì grande la sproporzione: poichè la brigata Kettler, rinforzata
da un reggimento di cavalleria, contava pur sempre i suoi diecimila
combattenti; mentre Garibaldi non poteva opporgli che il vecchio
esercito dei Vosgi scemato allora della brigata Lobbia, chiusa in
Langres, cioè circa sedicimila uomini, una metà dei quali _mobiles,
moblots_ e _mobilisés_, gente che si batteva intermittentemente, o non
si batteva affatto.[390]
Ma ammessa pure dalla parte garibaldina una tal quale superiorità
numerica (troppo pareggiata dalla inferiorità morale), chiediamo
a tutti gli uomini che in siffatte questioni vedono lume, che cosa
poteva far Garibaldi assalito così gagliardamente per tre giorni, se
non ributtare gli assalti, e conservare quella città che il governo di
Bordeaux gli replicava ogni giorno di difendere _inébranlablement_?
Forse si pretenderebbe che co’ suoi diciottomila uomini egli dovesse
al tempo stesso batter Kettler e assalir Manteuffel, forte di ben
sessantamila, il quale, sia detto per soprappiù, il 21 mattina non
aveva più nemmeno l’inquietudine di Bourbaky già disfatto il 18 alla
Lisaine?
Poteva, è vero, tentarlo dopo, quando respinto il Kettler e rinforzato
di nuove milizie e nuove artiglierie, la condizione disperata del
Bourbaky richiedeva uno sforzo disperato, e sappiamo che lo tentò. Lo
tentò; ma la nostra molta fede nel genio di Garibaldi non va sino al
punto di credere che il suo temerario tentativo[391] sarebbe approdato.
Lo sfacelo dell’esercito di Bourbaky era cominciato molto prima della
sconfinata di Pontarlier; e non c’era più forza umana che lo potesse
arrestare. Garibaldi avrebbe sacrificato inutilmente il suo esercito,
il suo nome, forse la sua vita, ma non avrebbe potuto mutare i decreti
della sorte.
Tutto quanto un uomo, un soldato, un cittadino poteva fare per la più
cara, la più diletta delle patrie, Garibaldi lo fece per la Francia;
e ciò spiega sempre più perchè gli imbastigliati di Gravelotte e di
Sédan, i capitolati di Metz e di Parigi non gli abbiano perdonato mai
l’oltraggio di quel beneficio. Soltanto dopo la sua morte una parte
della Francia parve voler cancellare l’ingratitudine dell’altra parte,
decretando espressioni di pubblico cordoglio; e noi ne siamo lieti, non
già per Garibaldi, che oramai «s’è beato e ciò non ode,» ma per l’onore
della Francia stessa.
[Illustrazione: SCHIZZO TOPOGRAFICO della CAMPAGNA DI FRANCIA
— 1870]