Descrivere la sorpresa, la scossa, la gioia e lo sgomento insieme,
cagionati da quell’inaspettata apparizione, noi non lo sapremmo.
Governo, Parlamento, cittadini, erano tutti sossopra. I telegrammi
della vigilia avevano per l’appunto assicurato che Garibaldi era sempre
a Caprera, non solo ben sorvegliato e custodito, ma anche un po’
ammalato e quindi costretto a rimanere in camera; e la mattina dopo
eccotelo, come uno spettro balzato di sotterra, a Firenze. Fu detto
subito che il Governo l’aveva lasciato scappare, e quanto non fosse
vero lo sappiamo! Chi non l’aveva veduto non voleva crederlo. Vedutolo,
il fáscino della sua persona riguadagnava tutti i cuori. Il popolo
lo contemplava col superstizioso stupore con cui si contemplerebbe
un redivivo: gli amici lo consultavano con ansietà: gli avversari lo
interrogavano con rispetto: tutti gli si affollavano dintorno trepidi
ed inquieti, come se egli portasse nelle pieghe del suo _puncho_ i
destini d’Italia.
E quel che è più, nessuna forza poteva pel momento opporglisi. Il
Governo non esisteva più che di nome. Fin dal 18 ottobre ad Urbano
Rattazzi, dopo aver respinto uno ad uno i partiti che il Governo
francese pretendeva imporgli, ora dell’intervento momentaneo sul
territorio pontificio per disarmarvi i Volontari; ora dell’intervento
misto in Roma, francese e italiano, per tutelarvi il Pontefice e
proporvi d’accordo la questione romana ad un Congresso europeo, non era
rimasta aperta altra via che quella dell’intervento puro e semplice in
Roma, non già coll’intento, dichiarava il Rattazzi medesimo, di tagliar
colla spada il nodo della questione romana, ma di tutelare insieme
alla indipendenza spirituale del Santo Padre gli interessi de’ Romani
rimettendo nelle loro mani l’arbitrio delle loro sorti politiche.
Come, però, al solo annuncio di questo disegno il Governo francese
s’era tosto inalberato minacciando a sua volta di rioccupare Roma,
e se avesse fatto un sol passo innanzi di intimar guerra all’Italia;
così il Gabinetto Rattazzi, ridotto al bivio estremo, o di raccogliere
il guanto di sfida della Francia, o di sottomettersi a’ suoi voleri,
non avendo potuto trovarsi concorde nè sull’uno nè sull’altro partito,
rassegnò i suoi poteri indicando al Re il generale Cialdini come
l’unica persona politica che in quell’istante potesse succedergli.[361]
Ma poichè d’altra parte il Cialdini, giunto in Firenze soltanto
nella giornata del 21, era più lontano che mai dal riuscire nella
composizione del Gabinetto, così il Rattazzi perchè non era più
Ministro, il Cialdini perchè non lo era ancora, nessuno de’ due si
sentiva l’autorità e la forza di porre le mani sul grande ribelle, il
quale in poche ore era ridivenuto più potente che mai, e oramai padrone
di tutti i suoi passi.
Il Cialdini, è vero, tentò nella mattina del 22, prima per mezzo
del Crispi, poi direttamente egli stesso, di persuaderlo a fermarsi
e a ritirarsi nuovamente nell’ombra, assicurandolo che la questione
romana non sarebbe abbandonata, nè l’intervento straniero permesso;
ma le scariche a polvere sulle corazze producono lo stesso effetto.
Fermo, tenace più che mai nel suo proposito, banditi l’un dopo l’altro
due nuovi appelli di guerra,[362] nel secondo de’ quali, credulo
immantinente ad una fola, sparsa non si sa come, in Firenze, che i
Romani fossero insorti, diceva: «A Roma i nostri fratelli innalzano
barricate e da ieri sera si battono cogli sgherri della tirannide
papale. L’Italia spera da noi che ognuno faccia il suo dovere;»
arringato due volte dal suo albergo in Piazza Santa Maria Novella
il popolo fiorentino, scompare improvviso come era venuto; e in sul
pomeriggio del giorno stesso con un treno straordinario procacciatogli
dal Crispi parte per Terni, dove saputo che il Cialdini ed il Rattazzi,
postisi per un istante d’accordo, avevano dato ordine d’inseguirlo
(inseguirlo fu detto, ma non raggiungerlo), sconfinò, in sul primo
albeggiare del 23, da Passo Corese.