X.

Ma tutto ciò era molto facile a dirsi, e forse per il Canzio ed il

Viggiani, intraprendenti e audaci, non straordinariamente difficile

ad effettuarsi; ma per il Generale, guardato a vista nell’isola,

addirittura portentoso e quasi impossibile.

Una squadra di nove legni da guerra senza contare i minori[359]

guardava Caprera da tutti i lati, visitando qualsiasi barca salpasse

dall’isola, od anche solo la costeggiasse, ricacciando indietro tutte

quelle i cui andamenti fossero appena sospetti e tirando a palla,

come fu fatto sul Generale stesso e sulla figlia, su quanti navigatori

di quelle acque non si mostrassero pronti ad obbedire al comando. La

vigilanza era dunque rigorosissima e dato lo scopo non poteva essere

minore in quello stretto di Bonifacio, tutto frastagliato, come

un arcipelago di scogli e bassi fondi, intorno ad un’isola, quale

Caprera, tutta seni, calanche, porticciuoli innumeri e di cui Garibaldi

conosceva come un pesce i più misteriosi recessi.

«Per guardare un’isola simile — esclamava ancora il comandante Isola —

non c’era che legare una barca ad ogni scoglio.... e per essere sicuri

che Garibaldi non fuggisse imbarcarselo a bordo d’un legno da guerra e

portarselo a fare un viaggio all’estero.»

Pure il capo della crociera, non pago delle prese precauzioni,

raddoppiava ogni giorno d’astuzie e di vigilanza. Ora mandava a terra

con studiati appigli i suoi ufficiali a spiare le mosse del Generale in

casa sua: ora gli si presentava egli stesso col pretesto di chiedere

nuove della sua salute, in fatto per accertarsi della sua presenza;

ora infine poneva sotto guardia speciale di un’apposita squadriglia di

barche da guerra tutti i legni grandi e piccoli del Generale, cioè il

canotto, il _Yacht_, dono d’Inghilterra, un’altra barca, e tutto quanto

insomma galleggiava nel porto dello Stagnarello, che era il principale

asilo della piccola flottiglia di Caprera.[360]

Allora adunque la fuga poteva dirsi quasi disperata, e allora Garibaldi

la tentò.

A lui di tutto quell’arsenale non era rimasto, perduto in un magazzino

tra gli altri rottami marinareschi, che un canottino, una chiatterella,

uno di quei gingilli, diremo così, sottili, leggieri, fragili, capaci

appena d’un uomo e d’un remo, che i cacciatori pisani usano per

la caccia delle anitre e delle beccaccie nelle morte gore de’ loro

paduli, e che appunto dal nome della caccia son chiamati _beccaccini_.

Mai più sospettare che Garibaldi si sarebbe avventurato a traversare

uno stretto di mare su quella tavola che un buffo di vento poteva

capovolgere ed un’ondata ingoiare; mai più sospettare che il gingillo

fosse uno strumento bellico, e che il _beccaccino_ del cacciatore

dovesse portare la guerra al Papato! Fu dunque non visto, dimenticato,

trascurato, che so io, non calcolato e non contato. Lo contò per altro

Garibaldi, che nell’anima chiusa covava la fuga colla fissazione del

forzato nell’Ergastolo; lo contò sì bene che, colta una notte oscura,

lo fece, a spalle d’un suo fido, trasportare e rimpiattare ben bene

in una delle più ascose insenature del così detto Passo della Moneta,

punto che, per essere più prossimo all’isola della Maddalena, serviva a

meraviglia al disegno che già molinava in mente e di cui quel trasporto

poteva dirsi la prima mossa esecutrice. Fatto ciò, si disse ammalato, e

chiuso in camera, invisibile per parecchi giorni ad anima viva, stette

ad aspettare l’occasione. E l’occasione, come dicemmo, navigava già

alla sua volta, e gliela conduceva la _paranzella_ di Stefano Canzio.

Durante tutta la giornata del 16 era regnata una fitta nebbia,

frequente in que’ paraggi, e la notte perciò prometteva d’essere

oscurissima. Garibaldi scelse quella; e verso le 10, calato solo al

nascondiglio del suo _beccaccino_, si spiccò da terra e s’avventurò al

tragitto. Bisognava possedere l’occhio felino, veggente nelle tenebre,

di Garibaldi; essere vissuto in que’ mari da quindici anni, saperne

a memoria pietra a pietra tutti gli scogli e quasi indovinare dove

vegliano a fior d’acqua e dove dormono insidiosi; essersi provato dieci

altre volte a passare illeso in mezzo ad una flotta nemica, conoscere a

prova tutte le leggi, tutte le manovre, tutti gli strattagemmi, tutte

le abitudini della gente di mare, da quelle del mozzo a quelle del

nostromo, da quelle dell’ammiraglio a quelle del corsaro, per concepire

anche solo la speranza di poter approdare a quel modo, in quell’ora,

con cento occhi e cento fanali puntati su di voi, in un porto o ad una

riva qualunque.

Tanto più che le barche della crociera non solo potevano vedere, ma

udire; e il più lieve batter di remo, persino un insolito frangere

d’onda, bastava a destarne l’allarme.

Il problema era dunque doppio: avanzare senza farsi vedere e vogare

senza farsi sentire; ridurre a un punto impercettibile la barca, e a un

fiato quasi insensibile il remeggio ed ogni altro rumore. E Garibaldi

lo risolse. Disteso allungato immobile dentro il suo guscio, in guisa

da formare con esso e colla superficie del mare quasi una linea sola,

maneggiando coll’agilità del _piroghiere_ indiano la spatola che

gli tien luogo di remo, studiando la rotta, spiando ogni ostacolo,

misurando ogni colpo, vogando leggiero e costante, inoltrando guardingo

e veloce, come uno smergo che strisci sull’acqua, scivola via.

Le storie narrano di molti aiuti prestati dai piccoli ai grandi; da

quella notte del 16 ottobre esse dovranno anche registrare l’aiuto

prestato dal piccolo navicello maremmano al grande vincitor di Palermo,

al grande vinto di Mentana.

Ci fu anzi un momento in cui Garibaldi passò così rasente ad un barcone

di guardia che poteva persin sentire le parole delle sentinelle;

pure anche in quel momento nessuno sospettò di lui ed egli continuò

felicemente, fino alla Maddalena, il tragitto. Sbarcato poi, la signora

Collins lo ricoverò in casa sua, e là, sotto la duplice tutela della

santità della donna e della inviolabilità d’una bandiera che non

tollera insulti, passò il resto della notte.

Alla mattina del 17, nessun movimento insolito, nessuno indizio di

novità importante nelle acque di Caprera e della Maddalena; soltanto

una barca di pescatori fu veduta passare tra l’isolotto San Stefano e

la Punta Rossa, colla prua verso Liscia o verso Arsachena. Per sola

formalità, la barca giunta in vicinanza di un legno di crociera,

probabilmente il _Ferruccio_, ebbe il _Chi va là?_ — _Pescatori!_

fu risposto. Infatti pescatori maddalenesi d’aragoste e _corallini_

di Torre del Greco rifanno ogni mattina quella strada e per quella

direzione, ed era già cosa convenuta di lasciarli liberamente passare.

Nella barca, tinta la barba, camuffato da pescatore, insieme con Basso,

il servo Maurizio e il marinaio Cuneo, v’era Garibaldi.

Sbarcò in una insenata della Punta di Sardegna e quivi in una _conca_

(specie di caverna) passò la notte. Al mattino seguente montato sopra

uno di que’ ginnetti sardi che ballano sulle roccie, per valli e per

monti, su per sentieri dove appena s’inerpica il caprone selvatico, per

diciassett’ore di seguito, arrestandosi appena per lasciar rifiatare le

bestie, giunse presso Porto San Paolo, dove riposatosi alcune ore nello

_stazzo_ del pastore Jaceddu, continuò di lì a poco per Brandinchi; e

colà trovati Canzio e Viggiani, colto un vento fresco di poppa in sulle

tre e mezzo pomeridiane del 18 mise alla vela per la costa toscana.

E così il vecchio Corsaro tornava signore del regno ampio de’ venti

e sarà bravo chi lo arriva. Superato all’alba del 19 il Canale di

Piombino, giunse in poche ore in vista della rada di Vado, a poche

miglia da Livorno e verso le nove del mattino vi atterrò. Colà però

nuovo e non meno fastidioso ostacolo. Tutta quella spiaggia vadese è

un impasto così appiccaticcio di rena e di alghe, che mettervi il piede

senza restarvi invischiati dentro è quasi impossibile.

Ecco dunque tutta la brigata de’ fuggitivi, ma più Garibaldi cui

la ferita d’Aspromonte rendeva penosissimo il camminare, costretta

ad aprirsi faticosamente un sentiero tramezzo quei paduli, spesso

affondando fino a mezza gamba e avanzando a piccoli passi, talvolta

non potendo nè avanzare nè retrocedere; ma pure a forza di volontà

e di costanza riuscendo a sfangare da quella melma ed a guadagnare

finalmente le case di Vado.

E da quel punto tutto va a seconda. Canzio noleggiati in Vado due

baroccini monta egli stesso sul primo col Generale, che aveva ripreso

per precauzione il suo vecchio nome di guerra di «Giuseppe Pane;» sul

secondo vengon dietro gli altri tre compagni, e via allegramente tutti

insieme alla volta di Livorno. E quivi pure il Generale non arrivava a

tutti inaspettato. Entrato per vie remote in città, riposatosi alcune

ore in casa degli Sgarallino, monta verso la mezzanotte sul legno da

posta, che Adriano Lemmi aveva già apparecchiato, e a trotto serrato,

senza voltarsi indietro, correndo senza posa quel resto di notte e

tutta la mattina successiva, in sul mezzogiorno del 20 arrivava in

Firenze.

Ad Empoli gli erano mossi incontro, già edotti del suo arrivo, Enrico

Guastalla e Benedetto Cairoli; e tant’era la gioia che sfavillava

dall’animo del Generale che buttandosi tra le braccia di Benedetto

esclamò: «Di tante rischiate imprese che ho tentato in vita mia la più

ardua e la più bella, e di cui sentirò un certo vanto fino che campi, è

codesta mia fuga da Caprera.»

Garibaldi, Vol. 2 (of 2) · 第 109 / 147 题