Ma tutto ciò era molto facile a dirsi, e forse per il Canzio ed il
Viggiani, intraprendenti e audaci, non straordinariamente difficile
ad effettuarsi; ma per il Generale, guardato a vista nell’isola,
addirittura portentoso e quasi impossibile.
Una squadra di nove legni da guerra senza contare i minori[359]
guardava Caprera da tutti i lati, visitando qualsiasi barca salpasse
dall’isola, od anche solo la costeggiasse, ricacciando indietro tutte
quelle i cui andamenti fossero appena sospetti e tirando a palla,
come fu fatto sul Generale stesso e sulla figlia, su quanti navigatori
di quelle acque non si mostrassero pronti ad obbedire al comando. La
vigilanza era dunque rigorosissima e dato lo scopo non poteva essere
minore in quello stretto di Bonifacio, tutto frastagliato, come
un arcipelago di scogli e bassi fondi, intorno ad un’isola, quale
Caprera, tutta seni, calanche, porticciuoli innumeri e di cui Garibaldi
conosceva come un pesce i più misteriosi recessi.
«Per guardare un’isola simile — esclamava ancora il comandante Isola —
non c’era che legare una barca ad ogni scoglio.... e per essere sicuri
che Garibaldi non fuggisse imbarcarselo a bordo d’un legno da guerra e
portarselo a fare un viaggio all’estero.»
Pure il capo della crociera, non pago delle prese precauzioni,
raddoppiava ogni giorno d’astuzie e di vigilanza. Ora mandava a terra
con studiati appigli i suoi ufficiali a spiare le mosse del Generale in
casa sua: ora gli si presentava egli stesso col pretesto di chiedere
nuove della sua salute, in fatto per accertarsi della sua presenza;
ora infine poneva sotto guardia speciale di un’apposita squadriglia di
barche da guerra tutti i legni grandi e piccoli del Generale, cioè il
canotto, il _Yacht_, dono d’Inghilterra, un’altra barca, e tutto quanto
insomma galleggiava nel porto dello Stagnarello, che era il principale
asilo della piccola flottiglia di Caprera.[360]
Allora adunque la fuga poteva dirsi quasi disperata, e allora Garibaldi
la tentò.
A lui di tutto quell’arsenale non era rimasto, perduto in un magazzino
tra gli altri rottami marinareschi, che un canottino, una chiatterella,
uno di quei gingilli, diremo così, sottili, leggieri, fragili, capaci
appena d’un uomo e d’un remo, che i cacciatori pisani usano per
la caccia delle anitre e delle beccaccie nelle morte gore de’ loro
paduli, e che appunto dal nome della caccia son chiamati _beccaccini_.
Mai più sospettare che Garibaldi si sarebbe avventurato a traversare
uno stretto di mare su quella tavola che un buffo di vento poteva
capovolgere ed un’ondata ingoiare; mai più sospettare che il gingillo
fosse uno strumento bellico, e che il _beccaccino_ del cacciatore
dovesse portare la guerra al Papato! Fu dunque non visto, dimenticato,
trascurato, che so io, non calcolato e non contato. Lo contò per altro
Garibaldi, che nell’anima chiusa covava la fuga colla fissazione del
forzato nell’Ergastolo; lo contò sì bene che, colta una notte oscura,
lo fece, a spalle d’un suo fido, trasportare e rimpiattare ben bene
in una delle più ascose insenature del così detto Passo della Moneta,
punto che, per essere più prossimo all’isola della Maddalena, serviva a
meraviglia al disegno che già molinava in mente e di cui quel trasporto
poteva dirsi la prima mossa esecutrice. Fatto ciò, si disse ammalato, e
chiuso in camera, invisibile per parecchi giorni ad anima viva, stette
ad aspettare l’occasione. E l’occasione, come dicemmo, navigava già
alla sua volta, e gliela conduceva la _paranzella_ di Stefano Canzio.
Durante tutta la giornata del 16 era regnata una fitta nebbia,
frequente in que’ paraggi, e la notte perciò prometteva d’essere
oscurissima. Garibaldi scelse quella; e verso le 10, calato solo al
nascondiglio del suo _beccaccino_, si spiccò da terra e s’avventurò al
tragitto. Bisognava possedere l’occhio felino, veggente nelle tenebre,
di Garibaldi; essere vissuto in que’ mari da quindici anni, saperne
a memoria pietra a pietra tutti gli scogli e quasi indovinare dove
vegliano a fior d’acqua e dove dormono insidiosi; essersi provato dieci
altre volte a passare illeso in mezzo ad una flotta nemica, conoscere a
prova tutte le leggi, tutte le manovre, tutti gli strattagemmi, tutte
le abitudini della gente di mare, da quelle del mozzo a quelle del
nostromo, da quelle dell’ammiraglio a quelle del corsaro, per concepire
anche solo la speranza di poter approdare a quel modo, in quell’ora,
con cento occhi e cento fanali puntati su di voi, in un porto o ad una
riva qualunque.
Tanto più che le barche della crociera non solo potevano vedere, ma
udire; e il più lieve batter di remo, persino un insolito frangere
d’onda, bastava a destarne l’allarme.
Il problema era dunque doppio: avanzare senza farsi vedere e vogare
senza farsi sentire; ridurre a un punto impercettibile la barca, e a un
fiato quasi insensibile il remeggio ed ogni altro rumore. E Garibaldi
lo risolse. Disteso allungato immobile dentro il suo guscio, in guisa
da formare con esso e colla superficie del mare quasi una linea sola,
maneggiando coll’agilità del _piroghiere_ indiano la spatola che
gli tien luogo di remo, studiando la rotta, spiando ogni ostacolo,
misurando ogni colpo, vogando leggiero e costante, inoltrando guardingo
e veloce, come uno smergo che strisci sull’acqua, scivola via.
Le storie narrano di molti aiuti prestati dai piccoli ai grandi; da
quella notte del 16 ottobre esse dovranno anche registrare l’aiuto
prestato dal piccolo navicello maremmano al grande vincitor di Palermo,
al grande vinto di Mentana.
Ci fu anzi un momento in cui Garibaldi passò così rasente ad un barcone
di guardia che poteva persin sentire le parole delle sentinelle;
pure anche in quel momento nessuno sospettò di lui ed egli continuò
felicemente, fino alla Maddalena, il tragitto. Sbarcato poi, la signora
Collins lo ricoverò in casa sua, e là, sotto la duplice tutela della
santità della donna e della inviolabilità d’una bandiera che non
tollera insulti, passò il resto della notte.
Alla mattina del 17, nessun movimento insolito, nessuno indizio di
novità importante nelle acque di Caprera e della Maddalena; soltanto
una barca di pescatori fu veduta passare tra l’isolotto San Stefano e
la Punta Rossa, colla prua verso Liscia o verso Arsachena. Per sola
formalità, la barca giunta in vicinanza di un legno di crociera,
probabilmente il _Ferruccio_, ebbe il _Chi va là?_ — _Pescatori!_
fu risposto. Infatti pescatori maddalenesi d’aragoste e _corallini_
di Torre del Greco rifanno ogni mattina quella strada e per quella
direzione, ed era già cosa convenuta di lasciarli liberamente passare.
Nella barca, tinta la barba, camuffato da pescatore, insieme con Basso,
il servo Maurizio e il marinaio Cuneo, v’era Garibaldi.
Sbarcò in una insenata della Punta di Sardegna e quivi in una _conca_
(specie di caverna) passò la notte. Al mattino seguente montato sopra
uno di que’ ginnetti sardi che ballano sulle roccie, per valli e per
monti, su per sentieri dove appena s’inerpica il caprone selvatico, per
diciassett’ore di seguito, arrestandosi appena per lasciar rifiatare le
bestie, giunse presso Porto San Paolo, dove riposatosi alcune ore nello
_stazzo_ del pastore Jaceddu, continuò di lì a poco per Brandinchi; e
colà trovati Canzio e Viggiani, colto un vento fresco di poppa in sulle
tre e mezzo pomeridiane del 18 mise alla vela per la costa toscana.
E così il vecchio Corsaro tornava signore del regno ampio de’ venti
e sarà bravo chi lo arriva. Superato all’alba del 19 il Canale di
Piombino, giunse in poche ore in vista della rada di Vado, a poche
miglia da Livorno e verso le nove del mattino vi atterrò. Colà però
nuovo e non meno fastidioso ostacolo. Tutta quella spiaggia vadese è
un impasto così appiccaticcio di rena e di alghe, che mettervi il piede
senza restarvi invischiati dentro è quasi impossibile.
Ecco dunque tutta la brigata de’ fuggitivi, ma più Garibaldi cui
la ferita d’Aspromonte rendeva penosissimo il camminare, costretta
ad aprirsi faticosamente un sentiero tramezzo quei paduli, spesso
affondando fino a mezza gamba e avanzando a piccoli passi, talvolta
non potendo nè avanzare nè retrocedere; ma pure a forza di volontà
e di costanza riuscendo a sfangare da quella melma ed a guadagnare
finalmente le case di Vado.
E da quel punto tutto va a seconda. Canzio noleggiati in Vado due
baroccini monta egli stesso sul primo col Generale, che aveva ripreso
per precauzione il suo vecchio nome di guerra di «Giuseppe Pane;» sul
secondo vengon dietro gli altri tre compagni, e via allegramente tutti
insieme alla volta di Livorno. E quivi pure il Generale non arrivava a
tutti inaspettato. Entrato per vie remote in città, riposatosi alcune
ore in casa degli Sgarallino, monta verso la mezzanotte sul legno da
posta, che Adriano Lemmi aveva già apparecchiato, e a trotto serrato,
senza voltarsi indietro, correndo senza posa quel resto di notte e
tutta la mattina successiva, in sul mezzogiorno del 20 arrivava in
Firenze.
Ad Empoli gli erano mossi incontro, già edotti del suo arrivo, Enrico
Guastalla e Benedetto Cairoli; e tant’era la gioia che sfavillava
dall’animo del Generale che buttandosi tra le braccia di Benedetto
esclamò: «Di tante rischiate imprese che ho tentato in vita mia la più
ardua e la più bella, e di cui sentirò un certo vanto fino che campi, è
codesta mia fuga da Caprera.»