XII.

Nella sera stessa in cui Garibaldi arrivava a Terni, la tanto promessa

e invocata e sudata insurrezione romana scoppiava;... ma ohimè! eterno

apologo delle montagne partorienti!

A tutto rigore, nonostante i prodigi d’operosità e d’ardire del Cucchi

e de’ suoi compagni, gli apparecchi dell’impresa non erano ancora

compíti; e non foss’altro, le armi, quelle armi, senza le quali i

congiurati romani si protestavano impotenti a qualunque sforzo, non

erano per anco potute penetrare in Roma; e gli unici duecento fucili

su cui gl’insorti potevano contare, dopo essere rimasti sepolti per

alquanti giorni sotto la pozzolana della riva sinistra del Tevere,

era parso grande fortuna disotterrarli e nasconderli in certa Vigna

Matteini, a circa un miglio da Porta San Paolo. Però tutto l’arsenale

dell’insurrezione consisteva in alcune serque di bombe Orsini e di

_rewolvers_ e in qualche barile di polvere. Ma il Comitato di Firenze

a nome del Rattazzi stesso, il generale Fabrizi da Terni, tutti

scrivevano o facevano dire al Cucchi: «una schioppettata, una sola

schioppettata, per carità,» e la schioppettata fu tirata.

Nel disegno de’ congiurati, troppo a dir vero complicato, il più grosso

drappello, guidato dal Cucchi stesso, doveva assalire il Campidoglio,

e se gli veniva fatto d’impadronirsene, asserragliarvisi; un’altra

squadra, comandata dal colonnello Bossi, tentare lo stesso colpo

sul corpo di guardia di Piazza Colonna: Guerzoni con cento uomini

condurre, sforzando la Porta San Paolo, il carico delle armi dalla

Villa Matteini entro la città, e presso Campo Vaccino distribuirle:

Giuseppe Monti minar la caserma Serristori: Francesco Zoffetti ed altri

sette cannonieri inchiodare le artiglierie di Sant’Angelo: i fratelli

Cairoli infine (benchè il loro magnanimo tentativo non potesse dirsi

concertato, almeno quanto al tempo e al modo, col Comitato Romano)

dovevan scendere pel Tevere fino a Ripetta, apportando ai Romani parte

delle armi di Terni, e, quel che più montava, l’aiuto d’un manipolo

di valorosi, le cui forze potevansi dire centuplicate e dalla prodezza

singolare dei Capitani e dall’apparire inopinato.

E tutto ciò a giorno e ora fissa: il 22 ottobre alle ore sette della

sera.

Se non che coteste fila erano troppe, perchè potessero essere tutte

forti del pari e qualcuna spezzandosi non producesse lo sfasciamento

dell’intera trama. La polizia era già in sull’all’erta: tutti i

particolari forse non conosceva; ma pareva certa del giorno e dell’ora,

e frattanto il generale Zappi, governatore di Roma, faceva murare

sei delle dodici porte della città; raddoppiava i posti di Piazza

Colonna e del Campidoglio; tratteneva in quartiere le truppe ed

altre siffatte precauzioni. Però il Guerzoni (che in luogo dei cento

promessi, compagni n’aveva sette), sorpreso quasi tosto nella Villa

Matteini e assalito da una compagnia di Zuavi rinfrancata da Gendarmi e

Dragoni, era costretto, dopo breve lotta, ad abbandonare le armi agli

aggressori; l’assalto del Campidoglio, alla cui difesa stava nascosto

il De Curten con due compagnie, fallì; quello di Piazza Colonna,

dispersi i congiurati anche prima dell’ora, non potè nemmeno essere

tentato; la caserma Serristori saltò in parte; ma gli Zuavi, quei

medesimi che erano andati ad assalire Vigna Matteini, ne erano usciti;

sicchè fu assai più il rumore che il danno; i Cairoli infine, del cui

arrivo nè Cucchi nè alcun altro era stato avvertito in tempo, pervenuti

nella notte del 22 con settantasei compagni all’altezza di Ponte Molle,

e udito di là il fallimento della sperata sollevazione, eran stati

costretti a tenersi rimpiattati nella notte fra i canneti della riva

ed a cercarsi, alla prim’alba, un rifugio meno periglioso nella Villa

Glori sui Monti Parioli. Scoperti anche colà, assaliti nel pomeriggio

da un nemico tre volte soverchiante, piagato a morte Enrico, rotto

da ben dieci ferite Giovannino, l’un fratello spirante nelle braccia

dell’altro esangue, decimata in breve la più bella schiera di prodi che

l’Italia da molto tempo avesse partorito, il campo restò al numero ed

alla forza, miserabile conquista dei vincitori, ara perenne di gloria

al sacro stuolo dei vinti.[363]

E tuttavia non fu quella la catastrofe più tragica di quell’infelice

conato. Nel lanificio Ajani in Trastevere, alcuni patriotti avevano

raccolte poche armi col proposito di usarle, se, come speravasi,

Roma era decisa a ritentare la riscossa. Se non che scoperto per

l’imprudenza d’un fanciullo il ricovero, circuita e battuta da ogni

lato la casa, gli assaliti infiammati dallo spartano esempio di

Giuditta Tavani-Arquati si preparano a disperata difesa. Combattono

prima dagli abbaini, dalle finestre, dalle porte; poscia, penetrata

l’onda degli aggressori, invase le scale, sfondati gli ultimi serragli

che il furore aveva innalzati, il combattimento si muta in zuffa

feroce, al pugnale, coll’ugne, co’ denti; dominante in mezzo a tutti

la eroica Giuditta, che incuora, comanda, combatte, fino a che, già

cadutole al fianco il marito e il figlio giovanetto, essa medesima

ai replicati colpi soccombe, ingombrando con altri nove cadaveri la

memorabile casa, fumante di orrida strage.

E il magnanimo fatto bastò esso solo a scontar l’inerzia di Roma nel

1867. Nè più operose e risolute s’eran mostrate le provincie. Viterbo,

che da tanto tempo andava promettendo all’Acerbi, già grosso di mille

uomini, di insorgere, non ne aveva ancora trovato, fino al 22, nè la

forza nè la opportunità, sicchè il Prodittatore era sempre alla sua

famosa Torre Alfina: Menotti, da parte sua, dopo il combattimento del

14 ottobre, sospettoso di nuovi assalti, costretto a cercarsi una

stanza più propizia al vivere e all’ordinarsi, dopo aver errato un

po’ alla ventura da Nerola a Monte Calvario e da questo a Pericle,

finiva col riparare a Scandriglia nel territorio del Regno; similmente

il Nicotera tra il 23 e il 24 mattina non s’era ancora mosso da

Veroli; talchè quando Garibaldi giunse sul teatro della guerra trovò

la insurrezione delle provincie paralizzata, quella della capitale

soffocata, le bande scoraggite e disordinate; e insomma l’insieme

della situazione anco peggiore di quella in cui l’aveva lasciata al suo

partire per Caprera.

E tuttavia al suo giungere sul teatro della guerra uomini e cose

risentirono tosto l’impulso della sua mano poderosa. Tutte le colonne

del centro, tanto quella che Menotti aveva riportata a Scandriglia

come le altre che stavano organizzandosi a Terni od erano già in

cammino per passare il confine, ricevevano tutte insieme e nel giorno

stesso (22 ottobre) l’ordine di muovere senza ritardo e di venirsi

a concentrare a Monte Maggiore e Passo Corese. Però la sera del 25

Garibaldi stesso poteva telegrafare al Comitato Centrale di Firenze:

«Occupo Passo Corese e Monte Maggiore con le forze riunite di Menotti,

Caldesi, Salomone, Mosto e Friggesy.» Concentramento, diciamolo subito,

ammirabile, favorito di certo dalla inerzia de’ Pontifici, ma che per

la rapidità di pensiero con cui fu concepito e d’azione con cui fu

eseguito, merita nota come quello che assicurava al piccolo esercito

insurrezionale la prima condizione della vittoria: l’unità delle forze.

Ma che cos’erano codeste forze di cui parla il telegramma di Garibaldi,

com’erano formate, ed a quanto salivano?

Che fossero colonne, quali di due, quali di tre o quattro battaglioni

formanti, come i Bersaglieri dell’esercito, unità tattica ed

amministrativa da sè, ma riuniti sotto il comando dei colonnelli

già nominati, lo possiamo dire; ma conoscere ed accertare a quanto

ascendessero i loro uomini, cioè, per dirla militarmente, a quanto

sommasse la loro _forza_, fu impossibile cosa a noi, ma crediamo lo

sia stato, e lo sarà sempre ai comandanti stessi, allo Stato Maggiore

e a tutti quanti ebbero tra le mani alcune delle fila di quel _lavoro

di Penelope_[364] a cui s’era ridotto, per le ragioni già discorse,

l’organismo dell’esercito insurrezionale. Pure non temiamo dilungarci

troppo dal vero tenendoci intorno ai settemila uomini.

Garibaldi intanto andava molinando come prendere di notte e per

sorpresa Monte Rotondo. È desso l’antico _Eretum_, poi feudo degli

Orsini, dei Barberini, dei Grillo ed ora dei Montefeltro, una delle

solite cittaduzze della Comarca, lanciata sopra un’altura se non

inaccessibile, molto ardua di certo, ricinta da mura non a prova di

cannone ma tali da scoraggiare le scalate; ha due porte massicce e

gagliardamente sbarrate; ha nel centro, ultimo ridotto, un castello

quadrato, solido, fitto di finestre e di feritoie d’ogni guisa: è

posizione forte per sè, non solo, ma chiave di posizioni; guarda e

domina, a occidente la grande via Salara e la ferrata; a mezzogiorno,

per mezzo di Mentana, la Nomentana e Tiburtina, e tutte insomma le

principali vie strategiche che dalla sinistra del Tevere sboccano in

Roma; munito d’artiglieria, può essere buon punto di ritirata e di

difesa a chi lo possiede, un cimento per chi deva impadronirsene, una

minaccia per chi l’abbia alle spalle, e finchè si parli o si scriva

d’arte militare, resterà sempre arduo il comprendere come lo Stato

Maggiore pontificio o non l’abbia guernita anticipatamente di tutte

le forze capaci d’una lunga difesa, o, quello che tornava ancora

più opportuno appena Garibaldi vi apparve dattorno minaccioso, non

siasi tenuto pronto a spedirvi da Roma un nerbo di truppe sufficienti

a sostenere gli assediati ed attaccare sul fianco gli assalitori.

Lasciarono invece che Garibaldi facesse a sua posta un giorno ed una

notte, nè si decisero a partire da Roma che la mattina del 26, due ore

dopo che Monte Rotondo aveva già capitolato.

Fallita però, per le consuete ragioni per cui falliscono quasi sempre

tutte le imprese notturne, la sorpresa ordinata per la notte del 24,

non restò che l’attacco di fronte e fu ordinato per l’alba del 25.

A difesa di Monte Rotondo stavano circa trecento uomini, tutti della

Legione d’Antibo, ed ora può ben dirsi, tutti dell’esercito francese,

alcuni gendarmi e dragoni a cavallo e due pezzi di artiglieria da

sedici. Avevano asserragliate le porte, aperto nelle mura un ordine

di feritoie, occupate le finestre delle case che sovrastavano, e non

sappiamo se ignorando la presenza di tutto l’esercito di Garibaldi o

per alto sentimento d’onore militare, s’apprestarono a vigorosa difesa.

Le colonne di Valzanía, Mosto, Friggesy e Caldesi, erano destinate

all’assalto; quella di Salomone fu lasciata a guardia della stazione

della ferrovia e della Salaria, d’onde era buona regola attendersi da

un istante all’altro un attacco di fianco. Il lato scelto all’attacco

fu il meridionale e la Porta San Rocco, ma pare che la scelta non fosse

bene ponderata. Se la posizione nemica fosse stata meglio riconosciuta,

si sarebbe scoperto che dal lato occidentale, dove le mura cessano e

le case cominciano, gli approcci erano assai più agevoli e la presa

più facile e meno costosa. Assalita invece di fronte, nel suo punto

più forte, dovea essere pagata al caro prezzo di diciannove ore di

combattimento e del sangue più prezioso.

Valzanía e Caldesi attaccarono con parte delle loro genti dalla destra,

appoggiandosi al convento di Santa Maria; Mosto co’ suoi Genovesi

veniva di fronte; da sinistra, sboccando dal convento de’ Cappuccini,

Friggesy; Menotti dirigeva, sotto gli ordini del padre, l’azione

generale. Malgrado che i nostri soperchiassero di numero, era sempre

un combattimento disuguale. I nemici al sicuro dietro le feritoie e

armati di squisite armi di precisione; i nostri a petto nudo, scoperti,

veri bersagli viventi ai tiri nemici, armati di quegli arnesi che

tutti sanno, affranti per giunta dagli stenti per le rapidissime

marcie di due giorni, gittati a cozzare contro pareti inaccessibili che

vomitavano la morte! pure andavano e morivano al grido di Garibaldi e

d’Italia, lietamente. Gli ufficiali, è vero, brillavano tra i primi

nello sbaraglio, e molti di loro, i Mosto, i Martinelli, gli Uziel,

i Sabbatini, i Giovagnoli cadevano quali morti e quali feriti. Ma

tutta la giornata era trascorsa, la sera stava per calare e il nemico

continuava il suo fuoco micidiale e non dava alcun segno di resa.

«Ma pur bisogna vincere, grida Garibaldi, bisogna vincere stanotte,»

e ordinava che si raccogliessero in fretta tutti i mezzi per

incendiare la porta. Ed ecco subitamente ufficiali e soldati formare

una mobile catasta di legne e zolfo, e fattasi di quella al tempo

stesso una barricata e un brulotto, sospingerla, sotto il grandinar

incessante delle fucilate, contro la porta e appiccarvene le fiamme.

La porta verso le otto cominciò ad ardere, ed a mezzanotte cascava

già carbonizzata e sfasciata da tutte le parti. Però anche questa

operazione era costata molte vite generose, tra le quali il capitano

Sabbatini di Sogliano, perocchè il nemico non aveva mai smesso un

momento dal trarre contro gl’incendiari. Alla fine appena scavato un

pertugio i Volontari, proprio come onda che abbia trovato la stura,

vi si precipitarono dentro. I Dragoni nella loro caserma esterna si

arresero; ma gli Antiboini serrati nel castello non vollero udir parola

di dedizione, e appena albeggiato ricominciarono a moschettare, e

con fuoco più terribile, i Garibaldini stipati per le strade, onde fu

forza rizzare una barricata e appiccare l’incendio anche alla porta

del castello. Allora minacciati essi pure dalle fiamme, veduto ormai

svanire l’ultimo raggio di quella speranza di soccorso che forse li

tenne in vita, verso le nove del mattino stesso alzarono bandiera

bianca, e la resa fu stipulata.

Caddero tutti, senza onore d’armi, prigionieri di guerra, lasciando i

due cannoni con poco più di settanta cariche e tutte le altre munizioni

da bocca e da guerra che possedevano. Una compagnia li scortò a Passo

Corese e li consegnò alle truppe italiane, primo ed ultimo trofeo

della campagna. Ai nostri questa giornata costò centoquaranta feriti e

quaranta morti, cifra che ci venne confermata dal Medico Capo del corpo

sanitario dell’esercito insurrezionale, e che possiamo ritenere esatta.

Verso le undici antimeridiane del giorno stesso una colonna di

Pontificii di circa duemila uomini di tutte le armi, zuavi, antiboini,

cacciatori esteri, mezzo squadrone di dragoni, e mezza sezione

d’artiglieria, con tutto comodo, con tutta placidezza, usciva da

Porta Pia per andare in soccorso dei difensori di Monte Rotondo, e

arrivava verso le quattro del pomeriggio presso alla stazione. Ivi

gli avamposti di Salomone accolsero la testa di colonna a fucilate,

ond’essa, avvedutasi che tutto era finito su a Monte Rotondo, con molto

disordine, quasi tornasse da una rotta (noi stessi ne fummo testimoni

oculari) rientrò il giorno dopo in Roma.

Garibaldi, Vol. 2 (of 2) · 第 111 / 147 题