IX.

Ma torniamo a Caprera. La _Gazzetta Ufficiale_ del 27 settembre

stampava: «Il generale Garibaldi avendo manifestato il desiderio

di ritornare a Caprera, il Governo, trovando questa intenzione

conforme alla sua, vi ha tosto aderito;» ma in queste parole l’organo

governativo mentiva a una metà del vero, e ne dissimulava l’altra

metà. Mentiva quando diceva che il Generale aveva chiesto egli stesso

di tornarsene a Caprera; come vedemmo, posto al bivio dal generale

Pescetto o di restar prigione nella fortezza d’Alessandria, o di

tornarsene senza condizioni al suo eremo, egli non aveva fatto che

appigliarsi a questo partito come al minor male; dissimulava poi la

parte più importante della verità, quando taceva che appena toccata

terra il generale Garibaldi era stato posto sotto la custodia d’una

squadra prima di quattro, poi di cinque, finalmente di nove[357]

legni da guerra, e rinchiuso nella sua isola se non veramente come un

prigioniero, come un relegato a confino.

Il Generale tuttavia ricusò in sulle prime di credere ad una sì aperta

mancanza di fede, e continuando a reputarsi libero de’ suoi passi e

delle sue azioni tempestava di lettere e di telegrammi il Cucchi ed il

Crispi perchè alla lor volta mantenessero la data parola e mandassero

un vapore a prenderlo.[358] Il che nè il Cucchi, nè il Crispi potevano

fare: il Cucchi perchè era in Roma; il Crispi perchè sapeva bene quali

erano gli ordini del Governo e non poteva sperare di mutarli se non

col mutare della politica generale del Governo stesso. E per questo

egli scriveva al Generale: «State tranquillo: ottime disposizioni e

spero non tarderete a vederne conseguenze;» e per questo il Generale

continuava ancora per alquanti giorni a pazientare ed attendere.

Venne però il momento in cui l’inganno non fu più possibile. Agli 8 di

ottobre infatti avendo voluto far la prova d’imbarcarsi sopra il vapore

postale che tocca periodicamente la Maddalena, un legno della crociera,

la Sesia, tirò replicatamente su di lui e forzatolo a montare al suo

bordo lo ricondusse a Caprera. Allora finalmente aperti gli occhi

all’evidenza, mandò quella specie di ruggito di leone incatenato che

suonava così:

«Caprera, 10 ottobre 1867.

»Amici carissimi,

»Sono veramente prigioniero, e vi lascio pensare con che spirito,

sapendo Menotti ed i miei amici impegnati sul territorio romano.

»Impegnate il mondo perchè non mi lascino in questo carcere.

»Un saluto a tutti dal

»sempre vostro

»G. GARIBALDI.»

Ma gli amici erano tuttora divisi in due; alcuni, quali il Crispi, il

Fabrizi, il Cairoli, il Guastalla, fidenti sempre negli accordi col

Rattazzi, opinavano che il Generale avrebbe assai meglio giovato a sè

ed alla causa sua attendendo in Caprera l’esito de’ negoziati: altri

invece, tra questi principalissimo Stefano Canzio, diffidente di tutte

quelle ambagi, non ammetteva dimore; e non vedendo altra salute che

nel ritorno del Generale sul continente, prima ancora che la signora

Mario recasse da Caprera il biglietto testè citato, lavoravano a

tutt’uomo alla sua liberazione. Non passavano infatti tre giorni che

Stefano Canzio, noleggiata colla mediazione di Andrea Sgarallino e col

danaro d’Adriano Lemmi, l’instancabile e inesauribile tesoriere della

rivoluzione, la paranzella _San Francesco_, e avuto seco a bordo Andrea

Viggiani, espertissimo marinaio della Maddalena, salpava da Livorno,

e dopo tre giorni di traversíe e di rischi d’ogni fatta, ingannata

felicemente la crociera in mezzo alla quale fu costretto a passare,

approdava alla Maddalena, poco lunge dalla punta della Moneta, e per

mezzo della signora Collins, una Inglese dimorante da lunghi anni in

quel paraggio, riusciva a rendere avvertito del suo arrivo il Generale

e a comunicargli il fine che l’aveva condotto.

E il Generale, che a guisa dell’uomo del Vangelo era sempre pronto,

inviava tostamente il Basso con la figlia Teresita alla Moneta, e

concertava col genero questo disegno di fuga.

Egli, il Generale, tragitterebbe di notte da Caprera alla Moneta,

e di là in una barca da pesca tenterebbe di afferrar la Sardegna, o

nel porto di Liscia o in quello d’Arsachena; il Canzio e il Viggiani

colla _San Francesco_, girata la Maddalena, andrebbero a lor volta a

prender terra sulla costa orientale sarda e nel porto di Brandinchi

l’aspetterebbero.

Garibaldi, Vol. 2 (of 2) · 第 108 / 147 题