Ma dietro al corpo di Garibaldi prigioniero restava la sua anima;
restava nell’eco infocata de’ cento manifesti e de’ mille discorsi,
restava in quelle demosteniche parole: «I Romani hanno il diritto
d’insorgere; gl’Italiani hanno il dovere di aiutarli, e spero lo
faranno a dispetto della prigionia di cinquanta Garibaldi:» e, se
un dubbio fosse ancora possibile, restava in quest’ultima lettera a
Francesco Crispi, scritta sulla nave stessa che lo portava a Caprera,
e nella quale non sapresti se più ammirare il senso fatidico dell’Eroe
che presentiva in un atto di suprema energia la soluzione del grande
problema, o la virtù del patriota che non fa della salvezza della
patria un misero piato di vanità o di primazia, ed è sempre pronto
ad ecclissarsi dietro chiunque inalberi prima di lui il vessillo
redentore.
«Caro Crispi,
»Dopo ben maturo esame della situazione, io vedo un solo modo di
rimediarla a soddisfazione della nazione e del governo.
»Invadere Roma coll’esercito italiano e subito.
»Non creda il governo di contentare l’Italia in altro modo. Essa
perdonerà le sue miserie, ma non la sua degradazione. Ed oggi
non solo la nazione italiana si sente oltraggiata, ma si sente
oltraggiato l’esercito; e se in Alessandria, quando ero acclamato
dall’intiera guarnigione, io avessi detto una parola che suonasse
lavacro delle vergogne italiane, uffiziali e soldati mi avrebbero
seguíto ovunque.
»Per cotali considerazioni il governo si persuada che, con pochi
giorni d’energia, esso tutto accomoda, si concilia la nazione
intiera e dove vi fosse minaccia esterna di volerlo inceppare, noi
solleveremo fino alle donne, ai bambini, e certo il mondo vedrà
risoluzione di popolo, come forse non ha veduto ancora.
»Rispondetemi subito.
»Vostro
»G. GARIBALDI.
»27 settembre 1867.»
Ora in cospetto d’una causa così santa e di una fede sì ardente, e
dopo tante ripetute manifestazioni della medesima volontà, al punto in
cui erano giunte le cose, un dilemma si presentava chiaro ai vecchi
garibaldini e a tutto in generale il partito democratico italiano: o
sconfessare il loro Capo, rinnegando con lui tutto il proprio passato
rivoluzionario e dando una mentita a tutte le idee sin allora espresse
in Parlamento e fuori circa al modo di risolvere la questione romana;
o continuare l’opera da lui avviata, giovandosi soltanto della sua
forzata e temporanea assenza per compierne meno precipitosamente
gli apparecchi e sceglierne con maggior ponderatezza l’opportunità e
l’istante.
Se non che, come accade sovente, alla concordia nel fine non andava di
pari passo l’accordo dei mezzi. Crispi, ormai buttatosi corpo e anima
nella congiura, Fabrizi, Cucchi, Cairoli, Guastalla, Miceli, La Porta,
Oliva, Guerzoni, tutta in generale la frazione politico-militare del
partito garibaldino opinavano sempre che il segnale della riscossa
dovesse partire da Roma, e che qualsiasi anticipato moto di bande,
mettendo sull’allarme il Governo pontificio, non potesse che nuocere
alla riuscita dell’impresa principale. Menotti, invece, Canzio, Acerbi
e qualcun altro, tenendosi più ligi alle istruzioni del Generale,
persistevano a credere che le due mosse dovessero andare parallele;
che la insurrezione di Roma non accadrebbe mai, o difficilmente, senza
l’esempio e l’eccitamento della insurrezione della campagna, e che
questa non potrebbe mai ottenersi se non per mezzo di una irruzione di
Volontari che la suscitasse.
Tuttavia il dissidio non era tra amici e commilitoni impacificabile,
e già pareva che l’idea dell’iniziativa romana, caldeggiata, più
che da tutti, dal Cucchi, che la dava, se il tempo non mancasse
alla preparazione, per sicura, e dal Crispi, che oltre a tant’altre
ragioni tentava dimostrare non renitente il Rattazzi col quale
aveva frequenti convegni, pareva, dico, che quell’idea cominciasse a
prevalere; quando ad un tratto, all’improvviso per tutti, una mano di
forse centocinquanta giovani, dei quali soltanto un terzo armati di
pessimi fucili, capitanati dal trentino Luigi Fontana, uno dei Mille,
appiattati fino a quel giorno nelle macchie d’una _Bandita_ viterbese,
chi dice spinti dalla fame, chi dalla paura d’essere smacchiati e presi
dalle truppe italiane spedite alla loro caccia, passano il confine,
si buttano sopra Acquapendente e dopo una zuffa accanita vi fanno
prigionieri trentadue gendarmi pontifici e s’impossessano della terra.
Fu il trabocco della bilancia: Acerbi e Menotti si credettero impegnati
d’onore ad accorrere in aiuto degli arditi che pei primi eransi
gettati allo sbaraglio; e tra quei medesimi che fino allora erano
stati piuttosto avversi a qualsiasi intempestiva invasione armata,
cominciava a farsi strada l’idea che fosse mestieri soccorrere i
combattenti e che in ogni caso non si potesse abbandonarli. Ecco
perciò Acerbi dar l’ordine alle altre sue genti, che aveva raccozzate
nei dintorni d’Orvieto, di sconfinare; ecco Menotti partire per
Terni col proposito di fare altrettanto; ecco Nicotera prepararsi ad
imitarli. Fra il 2 e il 5 ottobre tutto l’agro viterbese e la Sabina
formicolavano di bande. Il 4 era passato Menotti con soli venti
uomini; ma il 7 ne aveva seicento, ed occupato Nerola, sul confine
sabino, aveva già respinta una prima ricognizione di Pontifici. Il 3, i
Garibaldini d’Acquapendente rinforzati da alcune centinaia di camicie
rosse, guidate dal maggiore Ravini, occupavano prima San Lorenzo, poi
Bagnorea, da dove il 5, dopo un eroico ma sfortunato combattimento,
eran ricacciati in disordine su Castiglione; alcune squadriglie
stormeggiavano presso Bolsena, ed altre nei dintorni di Viterbo;
e finalmente Acerbi, dopo lungo e non bene giustificabile indugio,
compariva in mezzo a’ suoi e annunziata la sua prodittatura, piantava
il Quartier generale a Torre Alfina.
Che faceva ora innanzi a questa marea crescente il Governo? Urbano
Rattazzi fino a quel momento, fino cioè alla passata delle bande,
aveva parlato ed agito chiaramente. Tutt’al più qualche eccessivo
gli poteva rinfacciare un po’ di lentezza nella caccia de’ Volontari
accorrenti a Garibaldi, e qualche reazionario di non aver fino dalle
prime fatto man bassa su tutte le libertà, e posta mezza Italia in
istato d’assedio; ma insomma gli uomini equi ed imparziali dovranno
convenire che un governo liberale in una monarchia costituzionale,
in una questione nazionale d’indole così delicata e complessa, come
quella suscitata dalla crociata garibaldina, non poteva fare di più.
Egli aveva protestato apertamente che disapprovava quel moto e che
l’avrebbe, occorrendo, impedito anco colla forza: aveva confermato
il fatto col detto, sequestrando, disperdendo, incarcerando: anche
i più esigenti conservatori non potevano chiedergli di più. Se non
che, quando il torrente malgrado tutti gli sforzi dilagò e parve
manifesto che l’arrestarlo non era più possibile senza opporgli dighe
di cadaveri umani; quando il fatto si chiarì più forte d’ogni consiglio
e il sentimento patriottico soverchiava anche ne’ più prudenti ogni
considerazione politica;[354] quando infine la repressione del conato
garibaldino poteva parere una sconfessione dell’idea nazionale ed
essere interpretata come un atto di paura o di soggezione all’Impero
Francese, unico protettore rimasto al Papato, allora il gabinetto
Rattazzi non poteva più esitare: o cedere ad altri immediatamente
il governo della pubblica cosa (e non sarebbe stato nè onesto nè
coraggioso), o secondare arditamente, anzi governare egli stesso il
moto che non aveva potuto impedire.
Ma come tutti i deboli e i mediocri, prese non diremo nemmanco una
via di mezzo, ma cento viottole torte che non conducevano ad alcuna.
Oggi sequestrava i fucili de’ Volontari e domani metteva in mano
dei Comitati garibaldini quelli degli arsenali governativi:[355]
non permetteva che i Volontari sconfinassero in grosse bande, e li
lasciava passare alla spicciolata; conveniva che una insurrezione in
Roma sarebbe stata il taglio macedone di tutti i nodi, e largheggiava
di danari in suo soccorso e forniva di passaporti coloro che volessero
entrarvi ad aiutarla, ma non aveva il coraggio di confessarlo, e
soprattutto d’aiutarla pubblicamente; minacciava ripetutamente al
Governo francese di occupar Roma al primo annuncio d’insurrezione,
e alle troppe parole non faceva mai seguire il fatto. Il solo
audace partito di cui si sentì capace fu la istituzione d’una certa
_Legione Romana_, che doveva a’ suoi occhi imprimere il suggello
d’un’insurrezione veramente paesana e spontanea a quella che fin
allora era stata accusata di importazione forestiera, e forzare anche
la più incredula diplomazia a riconoscerne la autentica romanità. Il
qual disegno, piccino in sè stesso, ordito ad insaputa dei principali
capi garibaldini, e pregiudicato fin dal nascere dal sospetto d’una
cospirazione nella cospirazione, finì poi, per le mani indegne cui fu
affidato, a degenerare in un vero pericolo ed in un danno reale per
l’impresa stessa cui mirava giovare.
Infatti il ministro Rattazzi, fidatosi, con una cecità che riesce
tuttora inesplicabile, a certo Filippo Ghirelli, emigrato romano e già
maggiore prima di Garibaldi, eppoi dell’esercito, commise a lui non
solo l’ordinamento ed il comando della _Legione_, ma persino il titolo
e le facoltà di Commissario regio nel distretto d’Orte; dei quali
titoli e facoltà quel nobil campione del valore romano seppe usare
così bene che per saggio della sua onestà svaligiò in compagnia del
famigerato barone Franco Mistrali la Posta d’Orte; per documento della
sua accortezza politica impose una taglia di 25,000 franchi al clero
della stessa città; per riprova infine de’ suoi talenti militari tagliò
la ferrovia tra Orte e Corese, base delle comunicazioni ferroviarie
della rivolta; per la quale ultima prodezza, prima ancora che il
Fabrizi lo destituisse, fu cacciato via da’ suoi stessi soldati col
grido di traditore.
Ciò non ostante, l’insurrezione si sosteneva, e quantunque breve,
ognuna delle colonne invadenti aveva fatto un passo avanti. Il 13
ottobre, Nicotera, dopo un ritardo, a dir vero, poco giustificabile,
riusciva a sconfinare a Vallecorsa con oltre ottocento uomini (dei
quali peraltro soltanto alcune centinaia armate alla meglio) e
s’avviava l’indomani per Falvaterra. Nel giorno stesso Menotti si
spingeva fino a Montelibretti, che contrastava all’indomani per tutto
il giorno al nemico, abbandonandolo senza plausibile ragione la sera;
ma per ricuperarlo al mattino vegnente.[356] In fine il 15 ottobre
l’Acerbi, rimastosi immobile tutti quei giorni a Torre Alfina, moveva
con tutte le sue forze sopra San Lorenzo, ne sloggiava il nemico e si
preparava a marciare su Viterbo, che si diceva pronta ad insorgere al
primo apparire delle camicie rosse.
Solo Roma non dava ancora alcun segno di vita, nè lo poteva. Una
sollevazione generale, uno di quegli impeti spontanei e irresistibili
di popolo, che, senza bisogno di disegni e d’apparecchi, coll’armi
sole dello sdegno e dell’amor patrio, fa crollare in poche ore le
più antiche tirannidi, in Roma non era possibile. L’infiacchimento
degli animi e de’ corpi, naturale effetto della centenaria educazione
sacerdotale, e l’idea propagata dalla funesta scuola del _Comitato
Nazionale_, e infiltratasi anche nelle fibre de’ più energici, che
unica soluzione sperabile alla questione romana fossero il consenso
delle maggiori Potenze cattoliche e l’opera lenta dei mezzi morali,
avevano doma, se non ispenta, l’antica virtù del popolo romano, e
toltagli la fede di poter da sè solo vendicarsi in libertà. Però
sola cosa sperabile e conseguibile in Roma era una sommossa parziale;
un colpo di mano degli elementi più rivoluzionari e gagliardi della
città (e non abbondavano), preparato artificialmente nel segreto d’una
congiura, epperò soggetto ai mille eventi ed ai mille pericoli di tutte
le congiure. Affinchè però anche un siffatto colpo di mano potesse
riuscire in una città quale Roma, due condizioni erano indispensabili:
che il lavoro preparatorio potesse essere condotto con una certa
libertà e sicurezza: che in ogni caso le braccia pronte a tentarlo
fossero armate. Ora al 16 ottobre Roma non aveva ancora una sola arma
da guerra; e quanto a cospirare, la sveglia data alla polizia papale
dalla invasione garibaldina, l’aveva reso così pericoloso e difficile
che poteva dirsi un vero miracolo se la trama non era dieci volte
al giorno scoperta e disfatta. Appena infatti la prima banda ebbe
sconfinato, il Governo pontificio lasciò ogni ritegno; e raddoppiati i
posti militari; chiuse o vegliate più gelosamente le porte; frugando
case ed alberghi; espellendo i forestieri sospetti; mettendo alle
calcagna d’ogni patriotta un birro; perlustrando notte e giorno la
città; minacciando con pubbliche gride i cittadini, pose Roma, senza
dirlo apertamente, in un vero stato d’assedio. Ora introducete armi
e cospirate in siffatta città! Cucchi, Guerzoni, Adamoli, Bossi,
Cella, stretti in lega coi membri più operosi della Giunta Nazionale,
lavoravano arditi e indefessi; ma, senza che nessuno osasse confessarlo
all’altro, tutti sentivano gli influssi di quel nemico che fin da
principio aveva più d’ogni altro cooperato ad accrescere le difficoltà
dell’opera loro: la sollevazione intempestiva e forse sterile delle
province, che aveva reso pressochè impossibile la sorpresa della
capitale.