Se non che accadeva a quei giorni un fatto singolarissimo. Un gruppo
de’ più avanzati socialisti europei, fra i quali il Barny francese,
il Fazy svizzero, il Bakounine russo ed altri, s’era dato l’intesa di
convocare a Ginevra pel mese di settembre un _Congresso internazionale
della pace_ (per chieder cioè la pace universale perpetua, la
soppressione degli eserciti stanziali, la federazione dei nuovi Stati
d’Europa ed altre siffatte bazzecole), e naturalmente al Congresso
fra i famosi campioni della democrazia cosmopolita era stato invitato
il famosissimo fra tutti Giuseppe Garibaldi. Si poteva credere però
che quell’invito a discorrere e sentir discorrere di pace, per un
uomo tutto affaccendato in apparecchi di guerra non potesse, in quel
momento almeno, tornare il più opportuno ed accetto; ma non così
per l’Eroe nostro. Nulla anzi a’ suoi occhi di più propizio di quel
Concilio ecumenico dei sacerdoti della libertà aperto nella «Roma
dell’intelligenza» per dare solennità alla Crociata da lui bandita
contro l’altra «Roma bugiarda del Papato;» talchè lasciato a Menotti
il mandato di continuare il lavoro incominciato, parte improvviso
per Belgirate dove prende seco Benedetto Cairoli, e accompagnato
da Giuseppe Missori, Alberto Mario, il professor Ceneri, Vincenzo
Caldesi, Mauro Macchi, il dottor Riboli ed altri che non sapremmo dire,
continua per Ginevra. E questa volta pure perdoneremo al lettore la
cronica delle accoglienze; Ginevra in questo non fu diversa da Londra
nè ad alcuno dei tanti luoghi in cui la maliarda figura di quell’uomo
comparve. Ivi pure riuscito a gran stento ad aprirsi un varco nella
calca, fino alla casa che doveva ospitarlo e presentato dal signor
Fazy al popolo ginevrino che dalla piazza lo acclamava, il Generale lo
arringa in lingua francese, con un discorso che fu certo uno de’ più
nobili che gli uscissero dal labbro in quei giorni e del quale basti il
saggio di questi due periodi, ad attestare la eloquenza.
. . . . . . .
»La magnifica accoglienza fattami nella vostra città m’inorgoglisce
e forse mi dà troppa baldanza. In ogni modo, essa m’incoraggia a
dire la verità; e se io avessi la disgrazia di travisarla, crederei
di aver commesso un sacrilegio, in un paese donde la libertà del
pensiero si va spandendo in tutte le pianure di Europa, a quel
modo che vi diffondono le acque sgorgate dalle sue ghiacciaie.
(_Applausi strepitosi._)
»Qui i vostri antenati ebbero animo di assalire tra i primi
cotesta pestilenziale istituzione che si chiama: il Papato. A voi,
cittadini di Ginevra, che vibraste i primi colpi alla Roma papale,
non è più l’iniziativa ch’io domando; ma vi domando di compir
l’opera dei vostri padri, quando noi recheremo gli ultimi colpi
al mostro. Vi ha nella missione degli Italiani che lo custodirono
così a lungo nel loro seno una parte espiatoria; noi faremo il
debito nostro. A quell’uopo il vostro consenso potrebbe esserci
necessario; io lo spero.» (_Applausi._)
Nè dissimile fu l’accoglimento che all’indomani ricevette al Congresso
di cui teneva la presidenza Giulio Barny ed in mezzo al quale
spiccavano variamente illustri i nomi di Edgardo Quinet, di Pietro
Leroux, di Stefano Arago, di Luigi Bückner e di altre celebrità della
democrazia mondiale. Non dissimile l’accoglimento alla persona, ma
assai diverso quello alle idee. Anco in quell’assemblea battagliavano
troppi partiti: i socialisti puri della scuola manchesteriana, avversi
a qualunque guerra per qualsivoglia pretesto o ragione: gli atei e
miscredenti ad oltranza, nemici deliberati d’ogni religione e del nome
stesso di Dio e convenuti colà col semplicissimo assunto di chiederne
la soppressione: i clericali cattolici zelanti della pace evangelica
e sotto quella maschera infiltratisi anche in quel Congresso, ma,
quando mai, propizi a quella sola guerra che restituisse alla Chiesa
romana il tolto potere; infine i dottrinari della democrazia svizzera,
professanti la libertà panacea di tutti i mali; ma soprattutto
gelosi della neutralità del loro paese e paurosi di arrischiarne con
sovversive dottrine la pace.
Ora Garibaldi in mezzo a costoro era, senza saperlo, come un disperso
nel campo nemico: e lo vide ben presto, quando levatosi a rispondere al
signor Schmidlin oratore dei clericali, e al signor Fazy oratore dei
democratici svizzeri, tentò ribattere in un discorso le loro opinioni
per affermare la propria, negli otto articoli di questa proposta:
«1º Tutte le nazioni sono sorelle.
»2º La guerra tra di loro è impossibile.
»3º Tutte le querele che sorgeranno tra le nazioni dovranno essere
giudicate da un Congresso.
»4º I membri del Congresso saranno nominati dalle Società
democratiche dei popoli.
»5º Ciascun popolo avrà diritto di voto al Congresso qualunque sia
il numero dei suoi membri.
»6º Il Papato, essendo la più nociva delle sètte, è dichiarato
decaduto.
»7º La religione di Dio è adottata dal Congresso e ciascuno de’
suoi membri si obbliga di propagarla. Intendo per religione di Dio
la religione della verità e della ragione.
»8º Supplire al sacerdozio delle rivelazioni e della ignoranza col
sacerdozio della scienza e della intelligenza.
»La democrazia sola può rimediare al flagello della guerra.
»Lo schiavo solo ha il diritto di far la guerra al tiranno; è il
solo caso in cui la guerra è permessa.»
A questo colpo inatteso, che dava nel petto a tutte, può dirsi, le
idee predominanti nel Congresso, il rimbalzo dello sdegno e della paura
collegati insieme fu irrefrenabile. Indarno il Quinet coll’autorevole
parola, e il Ceneri e il Macchi colla persuasiva si studiarono
difendere le proposte del Generale; i clericali suscitandovi contro
la reazione del sentimento cattolico, gli Svizzeri facendo appello al
sentimento ancora più forte ne’ loro concittadini della tranquillità
e sicurezza della Confederazione, riuscirono a far tale pressione
sul Congresso ed a raggruppar intorno ad essi tale maggioranza, che
tutte le proposte di Garibaldi furono scartate e surrogate da una di
quelle mozioni verbose e vuote di cui gli archivi del dottrinarismo
democratico sono così ricchi, ma che nulla contenendo di sostanziale e
di sodo non ci sembrano meritare la fatica d’essere trascritte.
Garibaldi però non attese nemmeno la votazione de’ suoi articoli, e
già fiutato il vento infido, pago d’aver gettato in faccia all’Europa
democratica ivi congregata la sua bomba incendiaria, tornava l’11
mattina, per la via del Sempione in Italia, e sostato brevemente
a Belgirate, metteva capo a Genestrello, altra villa del suo amico
Pallavicino presso Voghera.
Colà però lo raggiungevano tosto importanti notizie da Roma che lo
consigliarono ad affrettare il suo ritorno in Toscana.
Quelle notizie dicevano certa la insurrezione purchè il braccio di
Roma fosse armato: facile l’impadronirsi di due porte e la sorpresa
delle ferrovie conducenti a Roma: utile con un colpo di mano occupar le
due stazioni d’Orte e di Ceprano; necessario soltanto armi e danaro:
tutta la Carboneria, numerosa a Roma, pronta a secondare il moto
appena Garibaldi facesse appello. La _Giunta romana_ poi rincarando
su queste speranze dichiarava, venuta l’ora dell’azione, ogni indugio
pericoloso, urgente la costituzione d’un fondo di cassa, al quale, in
forma di prestito gratuito o rimborsabile, invitava nuovamente tutti
gli Italiani a contribuire.
E come ognuna di queste parole scendeva soave all’animo già
febbricitante dell’Eroe, così da Genestrello stesso, senza frapporre
un’ora, rispondeva confermando l’appello della _Giunta romana_ con
questo nuovo manifesto:
«_Alla Giunta Nazionale Romana._
»Genestrello, 16 settembre 1867.
»Il vostro appello agli Italiani non andrà perduto.
»In Italia sonvi molti paolotti, molti gesuiti, molti che
sacrificarono sull’altare del ventre. Ma, è pure consolante il
dirlo, vi sono molti prodi di San Martino, molti eroici bersaglieri
del Re d’Italia, molti soldati della prima artiglieria del mondo,
molti nepoti dei trecento Fabii ed un avanzo dei mille di Marsala,
i quali, se non m’inganno, hanno prodotto centomila giovani che
temono oggi di esser troppi a dividere la misera gloria di cacciar
dall’Italia mercenari stranieri e negromanti.
»Circa ai mezzi, l’Italia ebbe sempre la disgrazia d’essere troppo
ricca per mantenere eserciti stranieri, e fra i suoi ricchi non
mancano patriotti che tosto porgeranno, ne sono sicuro, le loro
splendide offerte.
»Avanti adunque, o Romani, spezzate i rottami dei vostri ferri
sulle cocolle dei vostri oppressori, e d’avanzo saranno gl’Italiani
che divideranno le vostre glorie.
»Vostro
»GARIBALDI.»
E ciò detto, partiva al dì vegnente (17) per Firenze.