V.

Se non che accadeva a quei giorni un fatto singolarissimo. Un gruppo

de’ più avanzati socialisti europei, fra i quali il Barny francese,

il Fazy svizzero, il Bakounine russo ed altri, s’era dato l’intesa di

convocare a Ginevra pel mese di settembre un _Congresso internazionale

della pace_ (per chieder cioè la pace universale perpetua, la

soppressione degli eserciti stanziali, la federazione dei nuovi Stati

d’Europa ed altre siffatte bazzecole), e naturalmente al Congresso

fra i famosi campioni della democrazia cosmopolita era stato invitato

il famosissimo fra tutti Giuseppe Garibaldi. Si poteva credere però

che quell’invito a discorrere e sentir discorrere di pace, per un

uomo tutto affaccendato in apparecchi di guerra non potesse, in quel

momento almeno, tornare il più opportuno ed accetto; ma non così

per l’Eroe nostro. Nulla anzi a’ suoi occhi di più propizio di quel

Concilio ecumenico dei sacerdoti della libertà aperto nella «Roma

dell’intelligenza» per dare solennità alla Crociata da lui bandita

contro l’altra «Roma bugiarda del Papato;» talchè lasciato a Menotti

il mandato di continuare il lavoro incominciato, parte improvviso

per Belgirate dove prende seco Benedetto Cairoli, e accompagnato

da Giuseppe Missori, Alberto Mario, il professor Ceneri, Vincenzo

Caldesi, Mauro Macchi, il dottor Riboli ed altri che non sapremmo dire,

continua per Ginevra. E questa volta pure perdoneremo al lettore la

cronica delle accoglienze; Ginevra in questo non fu diversa da Londra

nè ad alcuno dei tanti luoghi in cui la maliarda figura di quell’uomo

comparve. Ivi pure riuscito a gran stento ad aprirsi un varco nella

calca, fino alla casa che doveva ospitarlo e presentato dal signor

Fazy al popolo ginevrino che dalla piazza lo acclamava, il Generale lo

arringa in lingua francese, con un discorso che fu certo uno de’ più

nobili che gli uscissero dal labbro in quei giorni e del quale basti il

saggio di questi due periodi, ad attestare la eloquenza.

. . . . . . .

»La magnifica accoglienza fattami nella vostra città m’inorgoglisce

e forse mi dà troppa baldanza. In ogni modo, essa m’incoraggia a

dire la verità; e se io avessi la disgrazia di travisarla, crederei

di aver commesso un sacrilegio, in un paese donde la libertà del

pensiero si va spandendo in tutte le pianure di Europa, a quel

modo che vi diffondono le acque sgorgate dalle sue ghiacciaie.

(_Applausi strepitosi._)

»Qui i vostri antenati ebbero animo di assalire tra i primi

cotesta pestilenziale istituzione che si chiama: il Papato. A voi,

cittadini di Ginevra, che vibraste i primi colpi alla Roma papale,

non è più l’iniziativa ch’io domando; ma vi domando di compir

l’opera dei vostri padri, quando noi recheremo gli ultimi colpi

al mostro. Vi ha nella missione degli Italiani che lo custodirono

così a lungo nel loro seno una parte espiatoria; noi faremo il

debito nostro. A quell’uopo il vostro consenso potrebbe esserci

necessario; io lo spero.» (_Applausi._)

Nè dissimile fu l’accoglimento che all’indomani ricevette al Congresso

di cui teneva la presidenza Giulio Barny ed in mezzo al quale

spiccavano variamente illustri i nomi di Edgardo Quinet, di Pietro

Leroux, di Stefano Arago, di Luigi Bückner e di altre celebrità della

democrazia mondiale. Non dissimile l’accoglimento alla persona, ma

assai diverso quello alle idee. Anco in quell’assemblea battagliavano

troppi partiti: i socialisti puri della scuola manchesteriana, avversi

a qualunque guerra per qualsivoglia pretesto o ragione: gli atei e

miscredenti ad oltranza, nemici deliberati d’ogni religione e del nome

stesso di Dio e convenuti colà col semplicissimo assunto di chiederne

la soppressione: i clericali cattolici zelanti della pace evangelica

e sotto quella maschera infiltratisi anche in quel Congresso, ma,

quando mai, propizi a quella sola guerra che restituisse alla Chiesa

romana il tolto potere; infine i dottrinari della democrazia svizzera,

professanti la libertà panacea di tutti i mali; ma soprattutto

gelosi della neutralità del loro paese e paurosi di arrischiarne con

sovversive dottrine la pace.

Ora Garibaldi in mezzo a costoro era, senza saperlo, come un disperso

nel campo nemico: e lo vide ben presto, quando levatosi a rispondere al

signor Schmidlin oratore dei clericali, e al signor Fazy oratore dei

democratici svizzeri, tentò ribattere in un discorso le loro opinioni

per affermare la propria, negli otto articoli di questa proposta:

«1º Tutte le nazioni sono sorelle.

»2º La guerra tra di loro è impossibile.

»3º Tutte le querele che sorgeranno tra le nazioni dovranno essere

giudicate da un Congresso.

»4º I membri del Congresso saranno nominati dalle Società

democratiche dei popoli.

»5º Ciascun popolo avrà diritto di voto al Congresso qualunque sia

il numero dei suoi membri.

»6º Il Papato, essendo la più nociva delle sètte, è dichiarato

decaduto.

»7º La religione di Dio è adottata dal Congresso e ciascuno de’

suoi membri si obbliga di propagarla. Intendo per religione di Dio

la religione della verità e della ragione.

»8º Supplire al sacerdozio delle rivelazioni e della ignoranza col

sacerdozio della scienza e della intelligenza.

»La democrazia sola può rimediare al flagello della guerra.

»Lo schiavo solo ha il diritto di far la guerra al tiranno; è il

solo caso in cui la guerra è permessa.»

A questo colpo inatteso, che dava nel petto a tutte, può dirsi, le

idee predominanti nel Congresso, il rimbalzo dello sdegno e della paura

collegati insieme fu irrefrenabile. Indarno il Quinet coll’autorevole

parola, e il Ceneri e il Macchi colla persuasiva si studiarono

difendere le proposte del Generale; i clericali suscitandovi contro

la reazione del sentimento cattolico, gli Svizzeri facendo appello al

sentimento ancora più forte ne’ loro concittadini della tranquillità

e sicurezza della Confederazione, riuscirono a far tale pressione

sul Congresso ed a raggruppar intorno ad essi tale maggioranza, che

tutte le proposte di Garibaldi furono scartate e surrogate da una di

quelle mozioni verbose e vuote di cui gli archivi del dottrinarismo

democratico sono così ricchi, ma che nulla contenendo di sostanziale e

di sodo non ci sembrano meritare la fatica d’essere trascritte.

Garibaldi però non attese nemmeno la votazione de’ suoi articoli, e

già fiutato il vento infido, pago d’aver gettato in faccia all’Europa

democratica ivi congregata la sua bomba incendiaria, tornava l’11

mattina, per la via del Sempione in Italia, e sostato brevemente

a Belgirate, metteva capo a Genestrello, altra villa del suo amico

Pallavicino presso Voghera.

Colà però lo raggiungevano tosto importanti notizie da Roma che lo

consigliarono ad affrettare il suo ritorno in Toscana.

Quelle notizie dicevano certa la insurrezione purchè il braccio di

Roma fosse armato: facile l’impadronirsi di due porte e la sorpresa

delle ferrovie conducenti a Roma: utile con un colpo di mano occupar le

due stazioni d’Orte e di Ceprano; necessario soltanto armi e danaro:

tutta la Carboneria, numerosa a Roma, pronta a secondare il moto

appena Garibaldi facesse appello. La _Giunta romana_ poi rincarando

su queste speranze dichiarava, venuta l’ora dell’azione, ogni indugio

pericoloso, urgente la costituzione d’un fondo di cassa, al quale, in

forma di prestito gratuito o rimborsabile, invitava nuovamente tutti

gli Italiani a contribuire.

E come ognuna di queste parole scendeva soave all’animo già

febbricitante dell’Eroe, così da Genestrello stesso, senza frapporre

un’ora, rispondeva confermando l’appello della _Giunta romana_ con

questo nuovo manifesto:

«_Alla Giunta Nazionale Romana._

»Genestrello, 16 settembre 1867.

»Il vostro appello agli Italiani non andrà perduto.

»In Italia sonvi molti paolotti, molti gesuiti, molti che

sacrificarono sull’altare del ventre. Ma, è pure consolante il

dirlo, vi sono molti prodi di San Martino, molti eroici bersaglieri

del Re d’Italia, molti soldati della prima artiglieria del mondo,

molti nepoti dei trecento Fabii ed un avanzo dei mille di Marsala,

i quali, se non m’inganno, hanno prodotto centomila giovani che

temono oggi di esser troppi a dividere la misera gloria di cacciar

dall’Italia mercenari stranieri e negromanti.

»Circa ai mezzi, l’Italia ebbe sempre la disgrazia d’essere troppo

ricca per mantenere eserciti stranieri, e fra i suoi ricchi non

mancano patriotti che tosto porgeranno, ne sono sicuro, le loro

splendide offerte.

»Avanti adunque, o Romani, spezzate i rottami dei vostri ferri

sulle cocolle dei vostri oppressori, e d’avanzo saranno gl’Italiani

che divideranno le vostre glorie.

»Vostro

»GARIBALDI.»

E ciò detto, partiva al dì vegnente (17) per Firenze.

Garibaldi, Vol. 2 (of 2) · 第 104 / 147 题