Colà giunto però erano tali ancora gli ostacoli e tanti i motivi di
indugio e di prudenza, che qualunque altro uomo ne sarebbe stato
scosso; non Garibaldi. Roma non era armata ancora, nè per quanto
si fossero studiati fin allora tutti i passi di terra e di mare per
introdurvi quei pochi fucili che stavan sempre nascosti nei pressi
di Terni e di Follonica, nessuno n’aveva ancora trovato la via. I
principali fra gli amici del Generale persistevano sempre presso di lui
nel concetto di lasciare a Roma l’iniziativa del moto, apparecchiando
bensì in silenzio i mezzi per accorrerle in soccorso; ma evitando
ogni apparenza di una importazione artificiale e facendo in ogni caso
seguire l’irruzione delle bande all’insurrezione della capitale; non
questa a quella.
Infine il ministro Rattazzi, dopo aver dato qualche segno e qualche
promessa di tacita acquiescenza, forse nella speranza di guadagnar
tempo, e aver persino condisceso a lasciar continuare in segreto
gli apparecchi dell’invasione, purchè il Generale acconsentisse a
ritirarsi ed a scomparire nella sua Caprera;[350] spinto ora e sempre
più dai richiami e dai ministri della Francia, rappresentata allora in
Firenze dal signor De la Villestreux, tornava ai suoi primi propositi,
protestandosi deliberato ad impedire anco colla forza qualsiasi
violazione della Convenzione di settembre e dandone la prova col
raddoppiare le guardie alla frontiera e col rinnuovare gli ordini della
più severa vigilanza.
A tutto ciò però Garibaldi non movea collo nè piegava sua costa: le
armi in un modo o nell’altro sarebbero entrate: a’ suoi amici faceva le
mostre di consentire ai loro consigli, ripetendo anzi a taluno di loro
che l’iniziativa romana la teneva indispensabile;[351] ma non cessava
per questo dall’avviare quanti Volontari gli capitavano verso i confini
e dal concentrarvi come ad un campo ormai prestabilito l’attuazione
e la forza: al Governo infine rispondeva sdegnosamente rifiutando
la condizione del ritiro in Caprera; e dichiarandosi a sua volta
deliberato a qualunque cimento. Tutt’al più piegando all’argomento
sempre più evidente che Roma non era ancora preparata, consentiva a
differire la mossa fino agli ultimi di settembre; non però a sospendere
e molto meno a mascherare alcuni degli apparecchi avviati.
Epperò, prima che l’agosto finisse, tutte le parti erano nella sua
mente assegnate e tutti gli ordini distribuiti come alla vigilia
d’un’entrata in campagna. Il Cucchi, munito d’un’amplissima sua
credenziale che lo eleggeva suo rappresentante in Roma, partiva
un’altra volta per la città eterna a prendervi la direzione del
moto creduto imminente; Menotti ed Acerbi doveano tenersi pronti a
sconfinare colla gente già raccolta, il primo da Terni coll’obbiettivo
su Monterotondo; l’altro da Orvieto coll’obbiettivo su Viterbo, mentre
Nicotera e Salomone dovevano fare altrettanto da Aquila e Pontecorvo
verso Velletri; a Canzio era commesso di allestire una spedizione
marittima che andasse a gettarsi sulle coste pontificie tra Montalto e
Corneto, compiendo così l’invasione da tutte le parti. Nè il Generale
arrestavasi a questi ordini guerreschi, ma colla consumata abilità del
guerrillero prevedeva tutti i casi possibili, distribuendo a tutti i
capi delle colonne designate queste particolareggiate istruzioni:
«1º Punto di concentrazione delle colonne invadenti il territorio
romano — Viterbo.
»2º Si raccomanda ad ogni comandante di colonna di non impegnare
combattimenti colle truppe pontificie, senonchè con molta
probabilità di riuscita. Ed ove le forze nemiche sieno superiori,
manovrare di modo da concentrarsi su Viterbo ove si troverà
probabilmente la colonna principale.
»3º Ove un comandante di colonna si trovasse nella assoluta
necessità di combattere, egli deve ricordarsi e ricordare ai suoi
che il mondo intiero ha gli occhi su di noi e sa che noi siamo
assuefatti a vincere.
»4º A qualunque costo i comandanti delle colonne non devono
impegnarsi in combattimenti colle truppe dell’esercito italiano.
»5º Scopo del movimento è il rovesciare il governo dei preti,
proclamare Roma capitale d’Italia e lasciare il popolo romano in
piena libertà sulle proprie condizioni di plebiscito.
»6º Credo superfluo il raccomandare molto un lodevole contegno
verso le popolazioni. I militi della libertà, nostri fratelli
d’armi, sono assuefatti a trattare il popolo da fratelli e giammai
vi fu esempio che si macchiassero di brutture.
» 7º Si darà alle colonne l’organizzazione ch’ebbero in tutti i
tempi i corpi volontari — acciocchè essi si presentino al paese
ispirandovi la fiducia — e la paura ai nemici d’Italia.
»8º I comandanti delle colonne hanno il diritto d’impossessarsi
d’ogni cosa appartenente alle autorità nemiche a profitto della
rivoluzione.
»9º Abbisognando di viveri od altro, ne faranno richiesta alle
autorità municipali o locali, rilasciando loro idonee ricevute.
»10º Una colonna che si trovi nell’impossibilità di concentrarsi
alla colonna principale — manovrerà di modo da non combattere con
isvantaggio, inquietando il nemico quanto è possibile — e procurerà
frattanto di mettersi in comunicazione col quartiere generale.
»11º In quest’impresa gl’Italiani devono ben penetrarsi d’avere su
di loro gli occhi del mondo intiero — e che quindi il nome italiano
deve uscirne bello, radiante di gloria, salutato con entusiasmo e
rispetto da tutte le nazioni.
»12º Fra le eventualità possibili, vi è quella di essere io
arrestato. In quel caso, il movimento deve continuare colla stessa
impavidezza — come se fossi libero. E deve pur continuare anche che
arrestassero la maggior parte dei capi.
»13º In caso non riuscisse una colonna nell’intento, le altre
devono continuare il moto come se nulla fosse successo.
»G. GARIBALDI.»