Ma come ognuno immagina, l’infelice successo della Sabina non aveva
rallentato un solo istante l’opera di Garibaldi, nè quella de’ suoi
amici. Trasferitosi sull’aprirsi di luglio alle Terme di Monsummano,
dove lo conduceva la necessità, tutt’altro che fittizia, di curare la
sua implacabile artritide, diceva subito ad alcuni suoi commilitoni,
accorsi a visitarlo: «A Roma ci si andrà; e se hanno impedito a
quei duecento valorosi di entrarvi, i duecento diverranno duemila,
e i duemila ventimila.» E a Pescia, arringando il popolo raccolto
sulla piazza a festeggiarlo, soggiungeva: «Dobbiamo andare a Roma a
snidarvi quel vivaio di vipere;» così a Montecatini, a Castelfranco,
a Lucca, sempre e dovunque ribattendo il medesimo chiodo e predicando
il medesimo verbo, con quel suo linguaggio ignaro di eufemismi,
fiammeggiante d’amor patrio, ma che troppo spesso urtando nella corda
delicata delle credenze religiose non era sempre, specialmente tra le
popolazioni delle campagne, il più opportuno e convincente.
Nè oramai si trattava più di sole parole. Uno dei maggiori ostacoli
alla felice riuscita della meditata riscossa era quell’antagonismo
più volte accennato del _Comitato d’insurrezione_ e del _Comitato
Nazionale_, che dividendo i patriotti romani in due campi (e quando si
volesse contare la frazione mazziniana del _Comitato d’azione_ in tre)
formava la cagione principale della loro mutua debolezza.
A Garibaldi però era sempre parso che la prima e più urgente necessità
fosse quella di cessare, a qualsiasi patto, quel funesto dissidio,
adoperando ogni maniera di sforzi affinchè tutti coloro che nelle due
parti ponevano al disopra delle astiosità partigiane il pensiero della
patria, stringessero in un sol fascio le loro forze e procedessero
concordi al conseguimento del fine comune. E a così onesto desiderio,
partecipato dalla eletta dei fuorusciti romani, sembrò rispondere,
quasi senza contrasto, l’adempimento; sembrò, diciamo, perchè si vedrà
in appresso che la festeggiata concordia era più apparente che reale;
più tra i gregari che fra i capi; più tra pochi individui che nella
pluralità de’ due partiti.
Comunque, il patto fu sancito, e il _Comitato Nazionale Romano_ e il
_Centro d’insurrezione_, scontenti però sempre quelli del _Comitato
d’azione_, si fusero in un nuovo ed unico Comitato e lo annunziarono ai
loro concittadini in questo manifesto:
«Romani!
»Il voto comune, il voto di tutti quelli a cui batte il cuore
per l’onore e la libertà della patria, si è realizzato. Non più
dissensi, non più divisioni; tutte le frazioni del partito liberale
si sono data la mano, hanno unite le forze per abbattere per sempre
questo resto del governo papale e dare Roma all’Italia.
»Il Comitato Nazionale Romano ed il Centro d’insurrezione fanno
quindi luogo ad una Giunta Nazionale Romana, la quale assume la
suprema direzione delle cose.
»Rallegriamoci di questa santa concordia, e diamo opera a
fecondarla con unità di fede e di disciplina, con unità di
propositi e di sacrifizi. Il fascio romano è ora veramente formato:
facciamo che non si sciolga mai più, e che presto ci dia la
vittoria.
»Romani!
»I cittadini rispettabili che fanno parte della Giunta a cui
rassegniamo l’ufficio, sono degni dell’alta missione; ma a nulla
riuscirebbero senza il vostro concorso.
»Secondateli adunque fidenti ed animosi, e l’impresa non fallirà.
Vogliamolo tutti, e ben presto venticinque milioni di fratelli
saluteranno Roma capitale d’Italia.
»Roma, 13 luglio 1867.
»IL COMITATO NAZIONALE ROMANO.
»IL CENTRO D’INSURREZIONE.»
Queste parole, a dir vero, suonavano tutt’altro che promessa di azione
immediata; ma Garibaldi, credulo sempre a quello che più desiderava,
non curandosi di indagare quanto quella lega fosse salda e sincera,
e se dietro quei Comitati, diremmo quasi, quegli stati-maggiori,
stesse la milizia d’un popolo veramente deliberato ai cimenti cui era
invitato; ingannato, come ai giorni di Sarnico e d’Aspromonte, dalle
manifestazioni in gran parte artificiali delle città italiane;[348]
fidente, come sempre, nella propria forza e incrollabile nella
sua volontà, stimò giunta l’ora di raccogliere i frutti della sua
predicazione e di passare dalle parole ai fatti.
Trasferitosi a Vinci (nella villa del conte Masetti, al Ferrale),
riepiloga di là in un lunghissimo manifesto le idee che era venuto fin
allora sparsamente predicando;[349] convoca presso di sè quelli tra
i suoi amici che in quel momento stimava più devoti o meno renitenti
a’ suoi concetti, e coll’usato stile, più da Generale che impartisca
degli ordini a’ suoi luogotenenti che da capo politico, il quale
proponga delle risoluzioni a’ suoi seguaci, li lega a’ suoi disegni;
commette a Francesco Cucchi di andare a Roma ad annodare in sua mano
le prime fila della trama avviata: manda suo figlio Menotti a tastare
il terreno e stringere le prime relazioni nel mezzogiorno; delega
Giovanni Acerbi, l’Intendente dei Mille, alla raccolta dei giovani
e delle armi alla frontiera umbro-toscana e lo manda in suo nome a
scandagliare le intenzioni di Rattazzi; indi passa egli stesso a Siena,
a Montepulciano, a Orvieto, a Rapolano scuotendo fin sulle porte del
Gran Nemico la fiaccola incendiaria della sua parola, colla quale senza
posa da tre mesi lo minacciava.
Ed appariva tanto evidente che oramai l’impresa era non solo deliberata
nel suo animo, ma imminente, che ad un banchetto offertogli in Siena
dalla storica Accademia de’ _Rozzi_, rispondendo al professore Stocchi,
il quale pareva indirettamente consigliarlo a differire il segnale
della magnanima riscossa a tempi più maturi, esclamò: «No, no, questo
non è il mio pensiero: _alla rinfrescata_ moveremo.»
E _alla rinfrescata_ diventò, da quel giorno, la segreta parola
d’ordine di tutti i Garibaldini. Invano il Rattazzi aveva risposto
all’Acerbi severe parole, non solo togliendogli ogni speranza che il
Governo avrebbe aiutato l’avventura, ma esplicitamente dichiarandogli
che l’avrebbe con tutte le sue forze impedita; invano i principali
del partito avanzato e gli stessi suoi più devoti amici, quali il
Crispi, il Cairoli, il Miceli, il Guastalla, si mostravano o avversi
all’impresa, o sgomenti delle difficoltà e dei pericoli onde essa era
piena: Garibaldi, o non accettava discussioni o le troncava con uno
de’ suoi soliti motti dittatoriali, e camminava imperturbato per la sua
via.