III.

In sui primi di maggio Garibaldi passava di Lombardia in Toscana.

Sostato un giorno a Firenze, andava a prender stanza nella villa del

deputato Cattani-Cavalcanti, a Castelletti presso Firenze. Ora, che

questo tramutamento si collegasse ai disegni su Roma era visibile a

chicchessia, e il fatto non tardò a dimostrarlo.

Nella prima settimana di giugno il Generale riceveva in Castelletti una

visita inaspettata. Due incaricati dal _Comitato Nazionale Romano_, di

quel Comitato che era l’antagonista nato del partito d’azione e che per

la sua propaganda eternamente temporeggiatrice s’era acquistato il non

immeritato titolo d’addormentatore, si presentarono a lui, dicendosi

a nome de’ loro mandanti pronti a entrare in accordo col _Centro

d’insurrezione_ e desiderosi di intendersi con lo stesso Generale,

circa al programma d’azione. Il come e il quando di quest’azione pare

non dicessero: forse si restrinsero a generiche dichiarazioni ed a

vaghe profferte; ma Garibaldi, ignaro delle ambagi e delle sfumature

del linguaggio, avvezzo a veder dietro ogni detto un fatto, non si

cura di chieder di più, e tenendo subito per conchiusa l’alleanza,

e per decisa indifferibilmente l’azione, spaccia ai due Comitati di

Terni, il _Nazionale_ e l’_Insurrezionale_, certi Galliano e Perelli

col mandato di prendervi alcune centinaia di fucili che sapeva nascosti

colà fin dai giorni d’Aspromonte, armare con questi quanti giovani o

fuorusciti romani si potessero raccogliere, e fatta irruzione nello

Stato Pontificio, gettarvi la prima favilla dell’incendio. Trasognarono

all’inatteso messaggio i patriotti ternani: il rappresentante del

Comitato moderato, certo Mauri, protestò di nulla potere senza espresso

ordine de’ suoi capi (riprova codesta che il _Comitato Nazionale_

non aveva promesso nulla di positivo), e ricusò di ubbidire; il

rappresentante del _Comitato d’azione_, certo Frattini, caldo patriotta

e vecchio cospiratore, persuaso dalle molte parole del Perelli e

del Galliano che la mossa fosse combinata coi Comitati di Roma sì

_Nazionale_ che _Insurrezionale_, e tutto pronto al di là del confine

per aiutarla; vinto ancora più dal nome di Garibaldi, di cui i due

emissari presentavano un’amplissima credenziale, consentì a secondarli

e dar la sua mano all’impresa. Nè furon lunghi gli apparecchi: appena

due giorni dopo, il 19 giugno, il Perelli e il Galliano raccoltisi con

altri centoquattro giovani nel convento di San Martino, tragittata

sopra una barca del Frattini stesso la Nera e ricevute colà presso

le armi, s’incamminarono diviati verso la Sabina. Se non che quasi

sul punto di sconfinare, nei pressi di Ponte Catino e Castelnuovo, un

pelottone del 7º Granatieri, imboscato da più giorni in quelle macchie,

circuì in un battibaleno la colonna e fatta per intimorirla una scarica

all’aria, le intimò la resa.[347] Infatti il Rattazzi, eccitato, anzi

pungolato senza posa, dalla polizia francese, più vigilante forse e

informata della sua, era da oltre una settimana sulle orme di tutta la

congiura, impartendo ordini rigorosissimi a tutte le autorità così di

terra come di mare, affinchè le custodie della doppia frontiera fossero

raddoppiate, e ad ogni costo s’impedisse il passaggio di qualsiasi

banda d’armati; e, come ognun vede, era stato fedelmente e zelantemente

ubbidito.

Pari però all’ingrata sorpresa, il clamore dei delusi. Nessuno voleva

assumere la paternità del fallito tentativo, e ogni parte se ne

scaricava sull’avversa. Garibaldi indignato imprecava al Governo,

«birro del Papa;» il partito d’azione incolpava di tradimento il

_Comitato Nazionale_, accusandolo persino d’aver egli spinto il

Generale a quella scorreria coll’intenzione di pubblicarne le trame e

comprometterlo; il _Comitato Nazionale_ invece apertamente sconfessava

l’intempestivo conato e persisteva a raccomandare ai Romani la pazienza

e l’aspettazione. Era insomma il consueto palleggio di accuse, di

recriminazioni e di vituperii che suol seguitare tutte le imprese

fallite, di mezzo al quale sarebbe bensì facile trarre una prova di più

delle passioni partigiane; ma non la verità.

Non dobbiamo però tacere che tra mezzo al tumulto delle voci contrarie

quella che ci sembrò allora, e ci sembra tuttodì la meno vera, la

meno probabile, la meno dimostrata, fu quella che appose al _Comitato

Nazionale_ d’aver tradito per cieco livore di parte l’impresa da lui

medesimo suggerita e apparecchiata. Fino a prova contraria noi non

abbiamo alcuna ragione per credere a tanta scelleraggine. Aggiungiamo

anzi, che tutte le ragioni ci sforzano a discrederla. E ciò non solo

perchè la onestà privata, fino ad oggi indisputata, dei componenti

del Comitato Romano ci sta garante della loro probità politica; ma

anche perchè se fosse stata soltanto probabile la perfidia apposta al

Comitato, Garibaldi, che non era certo sulla via dei riguardosi riserbi

e dei temperati discorsi, non l’avrebbe taciuta, ed in ogni caso il

Comitato stesso, per ispudorato che si potesse supporre, non avrebbe

mai osato di infliggere un biasimo pubblico ad un’azione della quale

ognuno avrebbe potuto dirgli ad ogni istante: «Tacete, voi stessi ne

foste complici.»

No: l’enormezza stessa dell’accusa attesta per la sua incredibilità.

Reputiamo superfluo cercare l’autore responsabile di quel tentativo,

che potrebbe dirsi il prologo sbagliato d’un dramma male abbozzato; ma

se quell’autore si volesse cercare, lo si cerchi in Garibaldi stesso.

Egli ideò e volle e fece eseguire la scorreria; egli scambiando le

indeterminate profferte del Comitato moderato per impegni positivi

d’azione, e fidandosi alle notizie dubbie ed ai suggerimenti fallaci

di agenti innominati ed oscuri, e sprezzando ogni consiglio di

preparazione e d’opportunità e dimenticandosi persino di prevenire

de’ suoi disegni il Centro di Roma e il Centro di Firenze e tutti i

suoi principali amici e cooperatori, egli pel primo rese inevitabile

il fallimento d’un’intrapresa che aveva già in sè tanti rischi e tante

difficoltà.

Già dicemmo che Garibaldi non fu mai cospiratore, e il modo con

cui egli condusse la Campagna preparatoria di Mentana lo proverà

luminosamente. Ciò non scema la sua grandezza; ma aggiunge un

lineamento più originale e caratteristico alla sua straordinaria

figura.

Garibaldi, Vol. 2 (of 2) · 第 102 / 147 题