II.

L’11 febbraio il Ministero Ricasoli, disapprovato egli pure nella

perpetua lite del diritto di riunione, aveva sciolto la Camera e

bandito nuove elezioni generali. Dal canto suo la Sinistra parlamentare

si apparecchiò a sostenere la lotta dichiarando in un manifesto agli

elettori il proprio programma, e invitando al tempo stesso Garibaldi

a venir sul continente a prestargli l’appoggio del suo nome e del suo

prestigio. Il Generale non si sentiva molto disposto a quella parte; ma

un mezzo impegno già contratto coi Veneti di andarli presto a visitare,

il desiderio di far cosa gradita a’ suoi amici, la speranza di trovar

in quel viaggio una propizia occasione per cominciare la sua propaganda

per Roma; lo indussero ad accettare l’invito e il 22 sera arrivò

inaspettato, fuorchè da pochi, in Firenze.[342]

Giunto colà però non volle indugiarsi. All’indomani aveva già fatto

adesione al programma della Sinistra,[343] e il 23 s’era già messo

in viaggio per la Venezia. Superfluo il dire le ovazioni. Era quella

la prima volta che i Veneti lo vedevano e da ciò solo s’argomenti il

loro entusiasmo. Come però dei due fini pei quali egli s’era mosso, la

campagna elettorale e l’apostolato per Roma, quella non era per lui

che l’accessorio e questo soltanto il principale; così i suoi amici

che s’erano lusingati di trovare in lui un destro e potente procolo

delle loro candidature, dovettero ben presto persuadersi quanto fosse

stato grande errore affibbiargli quell’ufficio così disadatto alle

sue spalle e cominciarono piuttosto a tremare del suo patrocinio che a

rallegrarsene.

Dovunque arrivava, dal terrazzo della casa o dell’albergo che

l’ospitava, era costretto dagli stessi inviti della folla a pronunciare

un discorso; ma ogni discorso, dopo un esordio il più delle volte

freddo e stentato sul tema obbligato delle elezioni, si conchiudeva

sempre in una perorazione, ancora più obbligata: Roma. Anche gli

argomenti che adoperava per raccomandare questo o quel candidato

ricascavano tutti nel ritornello: «Eleggete degli uomini che vi

conducano presto a Roma.» A Bologna diceva: «Mandate al Parlamento

degli uomini che ci facciano andare a Roma come a casa nostra, e che

abbiano più a cuore gli interessi del popolo che quelli dei preti.» A

Ferrara, proponendo a deputato il dottor Riboli, soggiungeva: «Bisogna

prepararsi a difendersi dai preti, a combattere il clericalismo,

perchè è tempo che cessi la di lui preponderanza in Italia.» A Venezia

ancora più chiaramente, dal balcone di casa Zecchini dove era ospite,

esclamava:

«Abbiamo ancora un bocconcino che non manca di avere la sua importanza:

Roma. Dunque Roma, che quei signori mitrati non vogliono cedere

all’Italia, e che pure è nostra capitale!... colle buone o colle

cattive faremo in modo che ce la diano.

»Quei signori preti, che per tanti secoli l’hanno goduta, deturpata,

trascinata nel fango, e del primo popolo ne han fatto una cloaca,

sarebbe tempo che finissero d’insudiciarci, che ci lasciassero la

nostra capitale.... Io sono persuaso che l’Italia ha abbastanza

valorosi per prendersela colle armi. Ma non credo che sia il caso.

Roma è nostra, è nostra legalmente. In conseguenza andremo a Roma come

andiamo nella nostra stanza, in casa nostra.

»Spero che non vi sarà bisogno di prendere le armi! troppo facile

sarebbe andarvi colle armi — noi siamo assuefatti a imprese ben più

ardite!...

»Dunque oggi gli Italiani devono ottenere Roma coi mezzi legali;

chiederla al Governo italiano, e per conseguenza mandare rappresentanti

al Parlamento che non patteggino coi preti, nè coi complici dei preti,

nè coi protettori dei preti.» E una voce dalla folla rispondeva: _El

parla come un Dio!_[344]

Partito da Venezia andava a ripetere press’a poco le medesime cose a

Chioggia, Treviso, Udine, Palmanuova, Belluno, Feltre, Vicenza, Verona,

dappertutto; e dappertutto conchiudendo con una sentenza strana davvero

sulla sua bocca: che Roma bisogna prima chiederla coi mezzi pacifici e

legali; soltanto esauriti questi, coll’armi. Ora che cosa voleva egli

dire con quelle insolite parole? Ubbidiva egli ad una raccomandazione

fattagli a Firenze da’ suoi amici, ma nell’esprimere il concetto

suggeritogli, confondeva i «mezzi morali» coi quali il Parlamento aveva

dichiarato di voler andare a Roma, coi «mezzi legali» coi quali si

poteva chiedere al Parlamento stesso che affrettasse la soluzione del

grande problema? In verità crediamo che non avrebbe saputo spiegarlo

egli stesso, tanto era evidente che quella frase era un artificio

oratorio insufflatogli da qualche nascosta Egeria, il quale non

rispondeva ad alcuno degli abituali concetti della sua mente, nè molto

meno agli eroici impulsi del suo cuore.

Ma in quel suo viaggio anche più delle sue parole parvero strani gli

atti. O fosse stato colto da uno di quegli accessi di misticismo, dei

quali nessun uomo di ardente fantasia va immune, o a forza di scavare

il problema che aveva sotto mano fosse arrivato alla conclusione

che a rendere compiuta la emancipazione dal Vaticano era necessario

principiare da una rivoluzione religiosa; o gli fosse anche balenata

l’idea (con uomini siffatti tutte le ipotesi sono permesse) d’esser

egli il Maometto, la voce e la spada di siffatta rivoluzione, fatto

è che egli non poteva ormai pronunciare una concione politica senza

mescolarvi insieme la buona novella di una certa sua religione

naturale, un quissimile di quella di Giangiacomo, senza preti, senza

culto e senza altari, e che, secondo lui, doveva redimere l’umanità

intera, a patto però, s’intende, di cominciare dalla redenzione di

Roma.

E l’effetto di quella sua predicazione fu tale che un giorno in

Verona un sarto, certo Amadio Somma, convertito, a quanto pare, al

suo evangelio, avendogli portato innanzi un suo bambino di nove mesi

non battezzato per anco, perchè gli desse il battesimo della sua nuova

religione civile, egli, Garibaldi, alla presenza di due testimoni,[345]

imposta sul catecumeno la mano, colla formola: «Io ti battezzo in nome

di Dio e del legislatore Gesù. Possa tu divenire un apostolo del vero;

ama il tuo simile; assisti gli sventurati; sii forte a combattere i

tiranni dell’anima e del corpo: sii degno del bravo Chiassi di cui ti

impongo il nome,» — lo battezzò.

La quale scena sarebbe bastata a seppellire sotto una valanga di

ridicolo qualsiasi uomo più famoso, ma non Garibaldi. I suoi amici ne

sorrisero; i suoi avversari ne borbottarono un po’; ma egli restò, come

prima, intatto sul suo piedistallo, l’idolo delle moltitudini.

Lasciato il Veneto, passò in Lombardia e in Piemonte, dovunque

ricevendo le stesse accoglienze, e dovunque ripetendo le stesse

raccomandazioni, le stesse prediche e le stesse cerimonie. A Mantova

diceva: «Avversate i preti, ma non i preti come Tazzoli, Grioli e

Grazioli, veri sacerdoti di Dio.» A Torino, festeggiato dall’intera

cittadinanza, ossequiato oltre che dai capi delle corporazioni operaie

e democratiche, dai principali dell’antico partito moderato, quali

i Rorà, i Ferraris, i San Martino, dopo la Convenzione di settembre

divenuti ardentissimi per Roma; confortava, dal balcone del palazzo

Pallavicino, quel popolo «fortissimo, che aveva dato la prima spinta,

a dare l’ultima e portarci verso la nostra capitale, Roma;» ad

Alessandria battezzava colla stessa formola, «in nome di Dio e di Gesù

liberale,» altri figli di popolani, imponendo loro i nomi di Bottino,

Lombardi e Cappellini, martiri i primi due del Tirolo, l’ultimo di

Lissa!

E finito anche quel giro si riduceva nella fine di marzo a San Fiorano,

nella villa dello stesso Pallavicino, dove colle lettere e coi discorsi

privati continuava la propaganda che in pubblico aveva cominciata.

Intanto la nuova Camera era stata convocata, e poichè essa non appariva

affatto diversa da quella che il barone Ricasoli aveva disciolta,

e persino in quella maggioranza, che egli aveva sperato ritemprare

al battesimo delle urne, rispuntavano gli stessi screzi, gli stessi

attriti, gli stessi germi di sorda opposizione, che l’avevano indotto

a congedarla, così rinnovando il poco lodevole esempio del 1861, senza

attendere alcun voto che lo giudicasse, rassegnò il potere. E come nel

1861 un uomo era già designato a raccoglierlo, e lo raccolse difatti:

Urbano Rattazzi.

Se non che il ritorno al governo del deputato d’Alessandria aveva,

segnatamente rispetto alla questione romana, un significato che a

nessuno poteva sfuggire. Anzitutto il Rattazzi era pur sempre l’uomo

d’Aspromonte; colui, è vero, che aveva fracassato un piede a Garibaldi,

ma colui altresì che l’aveva lasciato scorrazzare in armi un terzo

d’Italia, poi tenutolo prigioniero come un sovrano vinto in battaglia e

alla fine amnistiato.

In secondo luogo le sue opinioni intorno a Roma erano note. Aveva

proclamato per mezzo del suo ministro Durando l’urgenza del gran

problema; aveva censurata la Convenzione di settembre; s’era opposto

al Contratto Langrand Dumonceau; sorrideva della libertà della Chiesa,

non intendendo farle alcuna concessione «se non quando fosse cessato

il poter temporale dell’autorità ecclesiastica ed il Governo italiano

fosse insediato in Roma.»

Infine egli non era ancora la Sinistra, ma ne era il precursore. I

suoi rapporti coi capi più autorevoli della parte avanzata non erano

un mistero per alcuno. Essi non sedevano nella sala del Consiglio, ma

ne occupavano le anticamere; non salivano al palazzo Riccardi per le

grandi scale, ma tenevano le chiavi di quelle segrete: Rattazzi li

conteneva e moderava, e, occorrendo, non ristava dallo sconfessare

pubblicamente le loro idee; ma era manifesto che non avrebbe potuto

reggersi a lungo su quel sottile pernio tra la Destra e la Sinistra

sul quale si studiava bilicarsi, e che il giorno s’avvicinava a gran

passi in cui per necessità di cose, non potendo cadere tra le braccia

de’ moderati, sarebbe caduto di nuovo tra quelle de’ rivoluzionari suoi

fatali amici.

Ora quanto questa condizione del Governo giovasse ai progetti

rivoluzionari che mulinavano pel capo di Garibaldi e de’ suoi amici non

è chi nol vegga: possiamo anzi affermare che solo dal giorno in cui

il Rattazzi salì al potere, le idee del partito d’azione, vaghe fino

allora, incominciarono a disegnarsi con qualche chiarezza ed a prendere

una forma rilevata e concreta in un principio d’azione.

E i primi segni di questa maggiore alacrità apparvero ne’ Romani

stessi. Quel medesimo _Centro d’insurrezione_, al quale più su

accennammo, pubblicando nel 1º d’aprile il primo suo Manifesto ai

Romani, annunziava trascorsa ormai l’ora delle tacite proteste e

delle imbelli manifestazioni; bandiva la necessità dell’insurrezione

e riconoscendo Garibaldi col titolo di Generale romano, lo pregava ad

assumere la direzione della patriottica impresa e a darle esecuzione

per mezzo degli uomini che a lui fosse piaciuto designare. E Garibaldi,

cui nessun eccitamento poteva essere più caro a quei giorni, non

cercando chi e quanti fossero coloro che gli parlavano sì alto in

nome di Roma, non curandosi di scandagliare fino a qual punto la

realtà delle cose, la volontà dei Romani, le ragioni dell’opportunità,

consuonassero a sì magnifiche promesse, rispondeva quasi subito,

dichiarandosi superbo, diceva, del titolo che gli era rinnovato di

Generale romano; accettando senza più l’incarico commessogli; eleggendo

per coordinare il lavoro di Roma e quello della restante Italia un

_Centro d’emigrazione_, il quale allacciato a sua volta ad una rete

di _Sub Centri_ provinciali e locali, doveva fare il censimento degli

idonei alle armi, raccogliere l’_Obolo della Libertà_, contrapposto

all’_Obolo di San Pietro_, e apparecchiare quanti mezzi fossero in suo

potere per la nuova levata che s’annunziava vicina.

E tutto ciò così scopertamente, con tanto rumore di proclami e di

programmi, e pubblico via vai di emissari e di agenti, che il barone

Malaret, ministro di Francia a Firenze, egregiamente informato d’ogni

più minuto particolare dalla doppia polizia del suo Governo e del

cardinale Antonelli, si trovò nella necessità di presentare i suoi

reclami al Rattazzi e di obbligarlo ad ufficiali assicurazioni.[346]

Le quali, a dir vero, non avrebbero potuto essere nè più oneste nè

più accorte: scarsi i mezzi di Garibaldi per essere temibili; sacri al

Governo italiano gl’impegni assunti colla Convenzione del settembre,

e risoluta la sua volontà di farla rispettare; soltanto non poter egli

starsi garante che pochi individui isolati non riuscissero a schizzare

nel Pontificio per la frontiera; avvenendo il caso però, tener per

certissimo che il Governo di Sua Santità avrebbe saputo averne ragione

da sè.

E il Rattazzi, giova ridirlo, fino a quel giorno, anzi per molti

giorni e mesi ancora parlava sincero. Egli disapprovava ogni conato

intempestivo verso Roma e non lo nascondeva; egli non voleva nè

denunziare nè perseguitare gli agitatori; ma non aveva alcun vincolo

con essi: s’illudeva, come altre volte, sulle forze di Garibaldi, e

sperava che il nuovo nembo da lui addensato si scioglierebbe da sè

in un acquazzone d’estate; ma in ogni ipotesi egli si credeva forte

e destro abbastanza per sorprenderlo ed arrestarlo a tempo. Solo

quando sopraffatto dal turbine non vedrà più modo di scongiurarlo, si

nasconderà anch’egli tra le nubi e vi soffierà dentro per la disperata

speranza di poterne usufruttare lo scoppio a beneficio della sua

politica e dell’Italia.

Garibaldi, Vol. 2 (of 2) · 第 101 / 147 题