Oltre di che il combattimento di Condino non ritardò d’un giorno
solo, una sola delle operazioni garibaldine.[335] Non a settentrione
della Val di Ledro, dove il forte d’Ampola investito gagliardamente
dall’artiglieria italiana fin dal 17 mattina, dopo due giorni di
valida, ma inutile resistenza capitolava a discrezione;[336] non
a mezzodì della Valle, dove il colonnello Spinazzi dopo un breve e
felice scontro s’impadroniva del passo di Monte Notta e si sgombrava
il cammino fino al Lago di Ledro; non nelle Giudicarie, dove Garibaldi
aveva già fatto riprendere Cimego, ed occupare, mercè un’ardita
sorpresa dei due battaglioni del 9º reggimento, Friggesy e Cairoli,
quel Monte Giovo, che egli fino al risveglio del 16 aveva sempre
creduto in mano de’ suoi e che costituiva, siccome dicemmo, il pernio
delle comunicazioni tra la sinistra, la destra e il centro garibaldino
e il loro baluardo più forte e più avanzato.
E poichè questi tre fatti quasi simultanei, l’occupazione di Monte
Giovo, la presa di Monte Notta, e la caduta d’Ampola, aprendo ai
Garibaldini gli sbocchi principali di Val di Ledro avevano obbligata
la brigata Grünne ad abbandonare tosto Bezzecca, epperò anche l’imbocco
della Valle di Conzei, e la strada del Ponal e di Riva; così Garibaldi
ne approfittò tostamente ordinando alla brigata Haug di occupare col 5º
e 7º reggimento le posizioni testè sguernite dal nemico, facendone al
tempo stesso appoggiare il movimento in avanti dal 9º reggimento sceso
dal Giovo ad occupare Tiarno e dal 2º reggimento Spinazzi invitato a
scendere verso Ledro.
Ma tra l’antico Guerrillero e il Maestro della guerra di montagna il
duello era infaticabile. Nel giorno stesso in cui Garibaldi pensava ad
avanzare da un lato, il generale Kuhn molinava d’assalirlo dall’altro.
Saputo infatti che quella spedizione di Val Sugana che gli era fatta
presentire fin dal 16 luglio era ancora lontana, e che in ogni caso non
avrebbe potuto essergli addosso prima di tre o quattro giorni, concepì
il disegno, non privo d’audacia, di giovarsi di quel frattempo per dare
prima un’altra delle sue batoste a Garibaldi, eppoi voltarsi con tutte
le sue forze contro il suo luogotenente che s’avanzava dalla Brenta.
Però staccate alcune truppe e artiglierie a rinforzo delle piccole
brigate destinate a custodia degli sbocchi di Val d’Arsa e Val Sugana,
compose nuovamente col resto delle sue truppe due colonne mobili; l’una
delle quali, forte di seimila uomini sotto gli ordini del generale
Kaim, doveva per le Giudicarie attaccare la sinistra e il centro
garibaldino, mentre l’altra, grossa di quattromilacinquecento uomini e
quattro pezzi, capitanata dal Montluisant, piombando per Val di Conzei
tra Tiarno e Bezzecca, doveva sfondarne la destra, e di là convergendo
su Ampola e Storo dar la mano alla colonna scendente per Val di Chiese
e con forze riunite schiacciare il nemico.
Il giorno prestabilito al nuovo assalto fu il 21 luglio. Il corpo
Montluisant, al quale spettava evidentemente lo sforzo principale,
doveva scendere in due colonne (Krynicki alla sua destra, Grünne alla
sinistra) su Val di Conzei, e appoggiato da una terza colonna che
aveva l’ordine di sboccare da Riva, pigliare Bezzecca da tre parti
e sgominarne i difensori. Ed anche in quel giorno accadde quel che
vedemmo nella giornata di Condino.
Il generale Garibaldi non aveva preveduto l’attacco; il generale Haug,
che aveva l’ordine di arrestarsi a Bezzecca, volle spingere il 5º
reggimento a Locca dentro la Valle di Conzei; il colonnello Chiassi si
credette a sua volta in dovere di proteggere la sua fronte avviando
innanzi un battaglione d’avanguardia fino a Lensumo, e proprio nel
momento in cui quel battaglione stava per prendere posizione al di
là di Lensumo era colto di sorpresa dalla colonna di sinistra del
Montluisant (maggiore Grünne) e in parte fatto prigioniero, e in parte
ributtato in grande disordine sopra Locca.
Ma anche Locca era una posizione infelicissima, e se n’avvide tosto il
bravo Chiassi, il quale, assalito di lì a poco e avvolto da ogni parte
da entrambe le colonne di Montluisant, dopo non lungo e assai disuguale
combattimento fu ricacciato a sua volta sopra Bezzecca lasciando per
via, morti, o feriti, o prigionieri, alcune centinaia dei suoi.
Non per questo il prode Colonnello smarrì l’animo invitto, chè presa
posizione all’ingresso di Bezzecca tra la chiesa e il cimitero,
sostenuto soltanto da due pezzi dell’artiglieria regolare e da
alcuni manipoli dei Bersaglieri di Mosto, si accinse ad una seconda
e più disperata difesa. Indarno. Le armi di precisione, le posizioni
dominanti, la conoscenza dei luoghi, lo scompiglio introdottosi nelle
file garibaldine sin dal principio dell’azione, davano al nemico tale
vantaggio che la resistenza non poteva esser lunga.
I Garibaldini facevano prodezze; ma cannoneggiati da ogni parte da una
numerosa artiglieria, costretti come al solito a guardar con le inutili
armi al braccio un nemico quasi invulnerabile, che dall’alto delle sue
roccie li bersagliava come selvaggina al fermo e li decimava, circuito
in breve dalla colonna Krynicki il poggio della Chiesa estremo baluardo
della difesa, e minacciata da quella del Grünne la stessa via di
Bezzecca, tornarono nuovamente in fuga precipitosa fin dentro le case
del villaggio, sul quale già calavano urlando vittoria i Cacciatori
nemici.
Chiassi però, travolto suo malgrado dall’onda rigurgitante de’ suoi,
non vuol disperare ancora; ma nel punto in cui tenta far argine colla
voce e coll’esempio alla rotta e raccogliere intorno a sè un manipolo
de’ più risoluti per tentare un ultimo disperato contrassalto, una
palla lo coglie al petto e lo stramazza morto sul campo.[337]
In quel momento, circa le otto, arrivava da Tiarno il generale
Garibaldi. Era, s’intende, in carrozza, costretto perciò a restar
sulla strada, posto nell’impossibilità di abbracciare da un punto
eminente tutto il campo di battaglia. Pure quello che non poteva
vedere indovinò, e diede immantinente i suoi ordini come se tutta la
situazione gli stesse spiegata innanzi sopra una carta. Menotti con
quanto ha sottomano del 9º reggimento piombi da Tiarno sulla destra del
nemico; il colonnello Spinazzi sbocchi da Molina e lo avvolga per la
destra; il 7º reggimento e i rotti avanzi del 5º e dei Bersaglieri si
slancino di fronte e tutti insieme riprendano ad ogni costo Bezzecca,
chiave della posizione, premio supremo della vittoria.
Menotti, impedito dai sentieri torti e malagevoli, tarda a comparire
in linea; Spinazzi, o ricevesse tardi o fraintendesse l’ordine, non
compare affatto: gli Austriaci frattanto non solo si son resi padroni
incontrastati di Bezzecca, ma già sboccano fuori del villaggio, già
coronano le alture circostanti di artiglierie e si preparano ad un
terzo e finale attacco contro l’estrema linea garibaldina. Stringeva
il pericolo: la strada di Tiarno è tempestata dai proiettili nemici,
e Garibaldi vi è il più visibile e cercato bersaglio. Le palle
sibilano, guizzano, rimbalzano, ravvolgono in un nembo di polvere
la sua carrozza; uno de’ cavalli è già ferito: una delle guide a
cavallo (Giannini) che la scortano è morta; i suoi aiutanti Cairoli,
Albanese, Damiani, Miceli, Cariolato, Civinini gli fanno scudo de’
loro corpi, tentano strapparlo da quel posto mortale e salvar lui, se
non è possibile salvar la giornata. Ma Garibaldi ha sul volto la calma
delle tragiche risoluzioni: la calma del Salto, e di Calatafimi: «Là
si vince o si muore.» Sordo ai consigli, insensibile al pericolo, tutto
assorto nelle peripezie della pugna, fa avanzar al galoppo la batteria
di riserva ed ordina al maggiore Dogliotti, eroico in quel giorno,
di convergere i suoi fuochi principalmente su Bezzecca, additandogli
egli stesso, con colpo d’occhio maestro, la posizione più propizia
all’appuntamento dei pezzi. «Però mi ci vorrà più di mezz’ora!...»
grida il bravo Dogliotti...: «Fate più presto che sia possibile,»
esclamò Garibaldi: «mi troverete qui vivo o morto.» E le otto bocche
stupendamente dirette dal Dogliotti producono tosto il loro terribile
effetto; il nemico sfolgorato dentro Bezzecca, ributtato sulla via dai
bravi del 7º reggimento, ben presto colto di fianco dal 9º reggimento,
è costretto ad arrestarsi, a ripiegar su Bezzecca ed a provvedere a
sua volta alla difesa. Ma nulla è fatto se Bezzecca non è ripresa, ed
è quello l’ultimo sforzo della battaglia. Garibaldi lo vuole: ogni
bravo lo ascolta. Ed ecco Menotti, Canzio, Ricciotti, Bedeschini,
Rizzi, Mosto, Antongini, Pellizzari, improvvisata una falange coi
più volonterosi di tutti i corpi, lanciarsi tutti insieme, intanto
che il cannone del Dogliotti manda in fiamme Bezzecca, a testa bassa,
al passo di corsa, al grido d’Italia e di Garibaldi, sul villaggio,
e scacciarne, dopo una lotta corpo a corpo, gli ultimi difensori,
inseguirli colla baionetta alle reni fino al di là di Enguiso e di
Lensumo alle falde del Monte Pichea d’ond’erano discesi.
E poichè nell’ora stessa anche la colonna Kaim, che doveva scendere
in Val di Chiese, avea trovato i Garibaldini pronti a riceverla e dopo
breve avvisaglie era stata respinta su tutti i punti, così la vittoria
del 21, facile a Condino, contrastata e sanguinosa a Bezzecca, fu
compiuta su tutta la linea.[338]