XIX.

E però resterà sempre inesplicabile come gli storiografi austriaci

persistano a negarla.

[Illustrazione: Schizzo topografico delle operazioni di

Garibaldi nel Trentino — 1866]

La battaglia cominciò avversa ai Garibaldini; le loro perdite furono

gravissime; il numero de’ prigionieri fu dura e non immeritata

lezione.[339] Nessuno pensa a contrastare nè il valore degli Imperiali,

nè, sia pur detto, l’inferiorità del loro numero (largamente compensata

però dalla superiorità delle armi); ma infine ogni battaglia è un

succedersi alternato di rovesci e di trionfi, dei quali il trionfo o il

rovescio finale rimane l’arbitro supremo. E il successo finale fu (come

negarlo?) avverso agli Austriaci. Essi volevano scacciar Garibaldi

dalle soglie della Valle di Conzei e di Ledro, e non vi riuscirono:

essi volevano romperne le due ale, sfondarne il centro, ributtarlo al

di là di Storo, e non vi riuscirono: ad essi il vanto d’aver preso alle

nove Bezzecca; a Garibaldi la gloria d’averla ripresa a mezzogiorno per

non perderla più.[340]

Fu quella l’ultima prova dei Garibaldini in Tirolo. Al 23 mattina il

generale Kuhn, avvertito del rapido avanzar di Medici, volgeva contro

il nuovo suo avversario il grosso delle sue forze non lasciando in

faccia a Garibaldi che i presidii dei forti e pochi distaccamenti di

sostegno, e nel giorno stesso il condottiero dei Volontari tuttora

ignaro di questo movimento spingeva innanzi tutta la sua linea,

occupando sopra Val di Conzei, Campi, serrando più dappresso Riva,

trasportando nelle Giudicarie il Quartier generale a Cologna, e

cominciando l’investimento di Lardaro. Se non che, il 25 mattina,

quando tutto era pronto nel campo garibaldino per il bombardamento

di quel forte e per un altro passo in avanti verso la Sarca, giungeva

l’annunzio del primo armistizio di otto giorni, prodromo manifesto di

tregua più lunga e forse della pace.

Quel che sarebbe avvenuto se la guerra avesse continuato a nessuno

è dato profetare. Probabilmente il Medici, che era ad una marcia

da Trento, vi sarebbe entrato prima e senza Garibaldi; se no, e

nell’ipotesi che il Kuhn avesse potuto protrarre la resistenza,

Garibaldi in pochi giorni avrebbe dato la mano al suo Luogotenente;

e nell’uno e nell’altro caso stretto in un anello di ferro il loro

nemico, e compiuta in pochi giorni la conquista del Trentino.

Certo da quel fatale 25 luglio cominciava per Garibaldi il periodo

più brillante e fruttuoso. Padrone oramai delle due valli principali

che dal Garda rimontano a Trento e delle convalli finitime; libero

di spiegare di fronte, sopra uno scacchiere tutto suo le proprie

forze e di marciare in battaglia contro un nemico inferiore di numero

e che veniva a perdere la sola superiorità fino allora goduta del

terreno propizio, Garibaldi avrebbe certamente dovuto dare o sostenere

contro il suo intraprendente nemico un’altra e più grossa battaglia;

ma sarebbe stata finale e decisiva, e a quali braccia si sarebbe

concessa la vittoria non è difficile il prevedere. Tutto fino allora

gli era stato contrario: l’imperizia degli ufficiali, l’inesperienza

delle milizie, l’inefficacia delle armi, persino la soverchianza del

numero, nel quale aveva trovato assai più un inciampo che un aiuto. E

nulla ridiciamo di quella ferita che gli rubò metà della sua forza e

costrinse lui, il più attivo forse e onnipresente dei Capitani moderni,

a far la guerra sopra una carta topografica, o dal fondo d’una carrozza

accomodata a lettiera.

Pure se non stupì novellamente il mondo con strepitose vittorie,

non allegrò nemmeno i suoi nemici con alcuna sconfitta. Lentamente,

ma assiduamente fece ogni giorno un passo innanzi e dal terreno

conquistato nemmeno l’arte del suo valente avversario valse a

sradicarlo. Non corse come Joubert nel 1797; ma non ebbe neanche, come

Joubert, le spalle sicure da ogni minaccia, la larga valle dell’Adige

per linea d’operazione, i vincitori di Millesimo, di Castiglione e di

Rivoli per soldati, la floscia inettitudine dei Kerpen e dei Laudon

per avversaria, le vittorie di Bonaparte e di Massena per esempio ed

incitamento. Non corse, perchè, come disse egli stesso, «su per le

montagne non si corre;» ma in quindici giorni s’era posto già in grado

di prendere con maggior energia l’offensiva su tutta la linea, e in

meno di venticinque sarebbe stato probabilmente padrone di Trento.

«Noi conveniamo (dice uno storico militare)[341] che la campagna

garibaldina del 1866 rassomiglia poco a quella del 1860, non solamente

rispetto ai frutti raccolti, ma eziandio rispetto alle operazioni in sè

stesse. Tuttavia essa ebbe un merito che forse nessuna delle operazioni

più brillanti di Garibaldi potè vantare: fu più ordinata e, nonostante

la massa considerabile delle forze, più metodica di qualsivoglia sua

impresa. Sembra invece che alla maggior parte de’ suoi subalterni

sia mancata la conoscenza del mestiere e soprattutto la pratica di

quelle tre colonne con avanguardia e riserva, così ben conosciuta

dai Prussiani, necessaria in montagna anche più che in pianura, e

che convenientemente usata avrebbe risparmiato alle sue masse, il più

delle volte rinserrate entro strette angustissime, il fuoco micidiale

dei fiancheggiatori nemici, lasciati troppo liberi nei loro movimenti

d’aggiramento sulle alture circostanti.

»Quando pertanto si tenga conto di questa circostanza, lieve

all’aspetto, ma importantissima a spiegare le gravi perdite toccate;

quando si tenga conto altresì dell’inferiorità relativa dei Corpi

volontari rispetto al materiale; dello scarso appoggio loro prestato,

contro ogni aspettazione, dalle popolazioni trentine; del formidabile

avversario da essi trovato nel corpo del generale Kuhn; nel difetto

d’una flottiglia dominante sul Lago di Garda; infine del subitaneo

troncarsi della campagna, si deve riconoscere che le operazioni di

Garibaldi, sebbene all’apparenza non abbiano conquistato che poche

leghe di territorio nemico, son ben lontane dall’offrire alcun appiglio

di biasimo o di sprezzo. Esse diedero dei risultati sostanzialmente

utili e non certamente ingloriosi: esse fecero testimonianza in ogni

caso della stessa virile tenacità, del medesimo eroico slancio di

cui avevano dato tante volte prova i Volontari, dietro l’esempio

dell’illustre loro Capitano.»

E con questo giudizio del dotto ufficiale chiudiamo il nostro. Il 3

agosto la sospensione d’armi era prolungata d’un’altra settimana, e

il 10 dello stesso mese il generale Garibaldi riceveva dal generale

La Marmora il seguente telegramma: «Considerazioni politiche esigono

imperiosamente la conclusione dell’armistizio per il quale si richiede

che tutte le nostre forze si ritirino dal Tirolo, d’ordine del Re.

Ella disporrà quindi in modo che per le ore quattro antimeridiane di

posdimani 11 agosto le truppe da lei dipendenti abbiano lasciato le

frontiere del Tirolo. Il generale Medici ha dalla sua parte cominciato

i movimenti.»

Quale scossa abbia provato in quel momento il cuore dell’Eroe, lo

storico può indovinarlo, ma affermarlo con certezza non può. Forse

le vergogne immeritate di Custoza e di Lissa; la Venezia accettata

come una elemosina dalle mani straniere; il Trentino perduto; Trieste

abbandonata; il confine orientale d’Italia aperto da tutte le parti;

tanto eroico fiore di giovani vite inutilmente sacrificato, tutto

ciò passò come nembo di foschi fantasmi sull’animo di Garibaldi e vi

suscitò in tumulto i pensieri da anni soffocati dell’antica rivolta;

ma al tempo stesso un pensiero più alto, uno spettro più terribile si

levò contro lo stuolo delle maligne tentazioni e le fugò in un istante.

Garibaldi non tradì nemmeno ai più intimi la sua interna tempesta;

tranquillo prese la penna e rispose egli stesso al La Marmora questa

sola parola: «Obbedisco.» E con quell’ultima vittoria sopra sè stesso

chiuse la campagna.

Garibaldi, Vol. 2 (of 2) · 第 97 / 147 题