Ma anche il nemico non era stato inerte. Nel giorno stesso in cui
Garibaldi si preparava a risalire la Valsabbia, l’Arciduca Alberto
pensava ad un movimento generale di tutto l’esercito imperiale,
talchè il dì appresso, 1º luglio, mentre i tre corpi del Quadrilatero
passavano il Mincio sui quattro ponti di Peschiera, di Monzambano, di
Borghetto e di Goito, il generale Kuhn, comandante il corpo austriaco
di operazione in Tirolo, spingeva innanzi le teste delle sue colonne
al di qua dello Stelvio, del Tonale e del Caffaro, preparandosi a
riprendere l’offensiva ed a capitanare egli stesso col grosso delle sue
forze una punta in Valcamonica.
E in quale posizione sarebbero venute a trovarsi le milizie garibaldine
non è chi non veda. Se l’esercito imperiale del Mincio avanzava ancora
d’una tappa; se le colonne del generale Kuhn compivano la loro mossa,
Garibaldi sarebbe stato o prima o poi inevitabilmente schiacciato.
Fortunatamente l’Arciduca Alberto s’arrestò. In quel 1º di luglio
pareva che tutti i campi fossero stati colti dalla febbre del
movimento; e in quello stesso giorno anche il generale La Marmora,
che comandava ancora la sinistra dell’esercito italiano, ordinava
all’intero corpo del generale Della Rocca di ripassare l’Oglio ed
il basso Chiese e di spingere una ricognizione, senza però impegnar
alcun combattimento, fino al Mincio. Questa mossa, che nella mente
del generale La Marmora doveva ridursi ad un semplice esercizio di
gambe, anzi per usare la celebre frase, ad una mostra «tanto per
far qualcosa;» questa mossa salvò Garibaldi. L’Arciduca Alberto,
infatti, il quale a sua volta aveva varcato il Mincio senza scopo
ben determinato e soltanto per muover campo e foraggiare alquanto sul
territorio lombardo, veduta da un lato quella avanzata dell’esercito
italiano sul Mincio, e dall’altro avuto sentore del riavvicinarsi
di Cialdini alle sponde del Po, insospettito, non senza ragione,
d’un ritorno offensivo che poteva coglierlo nel fianco e scalzarlo
dalla sua base, deliberò subitamente di ritornar sui suoi passi, non
solo riconducendo nei suoi alloggiamenti sulla sinistra del Mincio
l’esercito del Quadrilatero, ma ordinando a Kuhn di fare altrettanto
sulle Alpi, ripassando cioè il già varcato confine e riprendendovi le
sue prime posizioni difensive.[322]
Il generale Kuhn tuttavia, pur obbedendo agli ordini del suo
Generalissimo e cominciando nel pomeriggio del 2 il suo movimento
retrogrado, lasciò a guardia dello Stelvio a Sponda Lunga, del Tonale
a Ponte di Legno, e del Caffaro a Bagolino e Monte Suello forti
retroguardie che dovevano non solo proteggere la sua ritirata, ma
disputare, se il destro si porgeva, con energici contrassalti il
terreno e impedire l’avanzare degli assalitori.
E nacquero da ciò i combattimenti del 3 e 4 luglio di Monte Suello e
Vezza, che stiamo per raccontare brevemente.
Infatti nel pomeriggio del 2 luglio, intanto che la Brigata Corte, 1º e
3º reggimento, marciava alla volta del Caffaro, due colonne austriache,
di cui ancora non era dato misurare la forza, scendevano in senso
contrario, l’una da Moerno per Hano su Treviso, l’altra da Bagolino
per Presegno su Lavenone, rendendo così inevitabile per l’indomani uno
scontro. Nè il colonnello Corte pensò a fuggirlo; anzi rinforzate le
sue avanguardie che già erano giunte a Ponte d’Idro, e mandate quattro
compagnie col maggiore Salomone a girare per le pendici del Monte Berga
le alture di Bagolino, si preparava cautamente al conflitto, quando
Garibaldi, giunto nel frattempo a Rocca d’Anfo, venne a precipitarlo.
Siccome le due colonne nemiche s’erano ripiegate l’una a Moerno e
l’altra a Monte Suello, Garibaldi deliberò di non lasciar loro alcuna
tregua, e inviate altre due compagnie di Bersaglieri da Rocca d’Anfo,
guidate dai capitani Evangelisti e Bezzi, ad aggirare per la destra
Monte Suello, senza nemmeno attendere che l’aggiramento fosse compiuto,
ordinò al colonnello Corte di assalire di fronte la postura nemica e
di espugnarla. Nè si può dire che ai Garibaldini scarseggiassero le
forze; il colonnello Corte, non ostante i molti distaccamenti, aveva
sempre sotto mano diciassette compagnie e una batteria da campagna; ma
la postura nemica era gagliardissima; il Suello sbarra quasi a picco le
due vie di Bagolino e del Caffaro; quattro compagnie di _Kaiser-Jäger_
(800 uomini) lo custodivano, altre quattro compagnie di fanti ne
guardavano i dintorni, e snidarli di lassù a punta di baionetta era
difficile impresa. Ma Garibaldi, impaziente quel giorno e nervoso
fuor dell’usato, non volle persuadersene, e se ne ebbe a pentire
ben presto. Ordinato l’assalto, i Volontari si slanciarono animosi;
impotenti a rispondere coi loro sfocati ferravecchi alle eccellenti
carabine dei Tirolesi, non indietreggian per questo, e non ostante la
grandine di fuoco che li fulmina e li dirada, avanzano, avanzano sempre
e costringono ad ogni carica il nemico a cedere il passo, a risalire
ancora più in alto per cercare una nuova trincea sulle vette del monte.
Ma a tal punto anche le ultime forze degli assalitori vengono meno.
Indarno Bruzzesi e Corte rianimano colla voce e coll’esempio la lena
affranta dei loro valorosi; indarno gli ufficiali prodigano al fuoco
le vite fiorenti; e Bottino muore, Vianello muore, Trasselli e Piazzi e
Carlo Mayer e tant’altri cadono feriti sull’erta sanguinosa; indarno lo
stesso Garibaldi urla, rampogna, tempesta; ferito egli stesso al sommo
della coscia, è costretto a riconoscere la necessità della ritirata.
Ritirata però compiuta col massimo ordine, colla faccia al nemico,
e che avrebbe dovuto levargli dal capo ogni velleità d’inseguimento.
Egli invece, illuso da quel movimento retrogrado, pensa scendere sulla
strada del Caffaro, e, formandosi in colonna, passare a sua volta dalla
difesa all’offesa. Fu il suo passo falso: chè sfolgorato di fianco dai
quattro pezzi posti in batteria sui poggi di Sant’Antonio e ributtato
di fronte dalle compagnie del terzo reggimento, fu costretto a riparare
di nuovo, sanguinolento, dietro le roccie del Monte Suello, seminando
il terreno di molti de’ suoi morti o feriti.
La sera intanto era calata; i due campi stavan di fronte incapaci, sì
l’uno che l’altro, di dare un passo avanti, quando le quattro compagnie
del Salomone, mandate sin dal mattino a circuire la sinistra nemica,
essendo apparse sulla cima del Berga, gli Austriaci temendo, a ragione,
di vedersi all’indomani chiusa ogni via, abbandonarono nella notte
stessa la forte posizione e raggiunsero su per le Giudicarie il loro
Corpo principale.[323]
Ma se il combattimento di Suello non fu per le armi garibaldine che
uno scacco passeggiero, lo scontro di Vezza fu una vera sconfitta.
Nel pomeriggio del 3 luglio i sei battaglioni confidati al colonnello
Cadolini per la difesa della Valcamonica erano così distribuiti: il 1º
battaglione Bersaglieri (maggiore Castellini), un battaglione del 5º
reggimento (maggiore Caldesi) e due compagnie del 44º di Guardia mobile
a Vezza sopra Edolo, a pochi chilometri dal Tonale; tre battaglioni
del 5º reggimento, sotto gli ordini diretti dello stesso Cadolini, a
Campolaro di fronte al passo di Croce Domini, sulla via che congiunge
la Valcamonica alla Valtrompia.
Ora la retroguardia austriaca rimasta di guardia al Tonale saputa la
scarsa forza che le stava di fronte, obbedendo essa pure all’ordine
di proteggere il concentramento generale della difesa del Tirolo
con opportuni ritorni offensivi, deliberò di assaltare in Vezza
l’accampamento garibaldino non tanto per aprirsi un varco a imprese
maggiori, quanto per dare una scossa (frase prediletta del generale
Kuhn) al suo nemico e togliergli la volontà di avanzar troppo
sollecito. La mattina del 4 perciò una colonna di milledugento
imperiali, scortati da due pezzi d’artiglieria, piomba su Vezza,
e giovata dalla posizione infelicemente scelta dai difensori,
dall’assenza del comandante in capo, dal dissenso dei due ufficiali che
ne tenevano le veci[324] e infine dalla cieca avventatezza del maggiore
Castellini, che a petto scoperto si precipitò sull’inimico; posti fuori
di combattimento in men di tre ore, tra morti (14) e feriti (66) ben
ottanta gregari, morto lo stesso Castellini che sconta eroicamente
il temerario ardimento, morti il capitano Frigerio e il tenente
Prada, costringe il rimanente, malgrado sforzi disperati di valore, a
ripiegare su Edolo, per tornarsene poi nella sera medesima a Ponte di
Legno assai malconcia essa pure, ma paga del piccolo e forse insperato
trionfo.
E con questo ultimo scontro, il periodo dei combattimenti difensivi
delle milizie garibaldine in Lombardia era chiuso per sempre. Il 5
luglio Garibaldi portava il suo Quartier generale da Rocca d’Anfo a
Bagolino, e da quel giorno la campagna del Tirolo potè dirsi veramente
cominciata. Prima però di narrarne le vicende ci conviene esaminare
brevemente in quali condizioni Garibaldi la intraprendeva.
Nella seconda settimana di luglio disseminati da Brescia a Lodrone e da
Salò ad Edolo ubbidivano a Garibaldi quaranta battaglioni di fanteria;
due battaglioni di Bersaglieri riuniti in dieci reggimenti e cinque
brigate; tre batterie di artiglieria da campagna ed una da montagna;
due squadroni di guide a cavallo; quattro compagnie di Zappatori,
i quali sommati ai relativi corpi del treno, dell’intendenza,
dell’ambulanza,[325] componevano un totale di trentottomila uomini,
ventiquattro cannoni, dugento cavalli; non contati due piroscafi, dei
quali uno solo poteva navigare, e sei barche cannoniere prive fino al
6 luglio di cannoni e d’artiglieri, e ai quali era commesso non già di
fare, ma di simulare la difesa del Lago di Garda.
Ora nessuno negherà che una simile forza stimata alla sola stregua del
numero e paragonata a quella del nemico non potesse dirsi soverchiante
e quasi strapotente; soltanto a fare una forza non basta una massa,
e il valore d’un numero non è determinato dal solo esponente. Che
cos’erano in realtà quei trentottomila uomini? Come armati, come
vestiti, come ordinati, come agguerriti? come comandati? Chi sa come
sono nati i Volontari ha già sulle labbra la risposta.
Per armi, i macchinosi schioppettoni d’ordinanza del 1866, inferiori
anche al fucile ordinario austriaco, pressochè inservibili nella guerra
alpestre, se già non poteva dirsi altrettanto in ogni sorta di guerra;
incapaci poi di gareggiare nè da vicino, nè da lontano colle celebrate
armi di precisione del nemico contro il quale perciò ogni garibaldino
veniva a trovarsi in una necessaria e quasi organica inferiorità:
quella stessa inferiorità a cui lamentò d’aver soggiaciuto l’austriaco
contro il fucile ad ago del suo nemico di Sadowa.
E pari all’armi veniva la perizia di chi doveva trattarle. Nè per
colpa loro. Soldati improvvisati, sbalzati dopo un mese di caserma e
una settimana di piazza d’armi, al campo; ignari moltissimi del come
si caricasse uno schioppo; ignari parecchi di quel che uno schioppo
si fosse; armati la più parte per via, spesso alla vigilia d’andare al
fuoco; non esercitati al bersaglio, non addestrati alle marcie, nuovi
affatto alla montagna, quei trentottomila uomini non rappresentavano
una forza militare proporzionata al loro numero; essi erano tutt’al più
un gran campo di reclute; il rudimento d’un mirabile esercito, atto a
crescere e perfezionarsi più rapidamente di qualsivoglia altro, ma che
fino al termine del suo tirocinio restava pur sempre fra le mani del
suo Capitano uno strumento imperfetto, una lama mal temprata che egli
era obbligato a trattare tanto più riguardosamente, quanto più delicata
e gentile era la materia onde si componeva.
E non si discorra degli ufficiali. Il modo usato nella loro scelta
dà la norma della qualità loro. Scarsi di numero, lo erano ancora
più di capacità. Non mancavano i buoni e nemmeno gli ottimi; ma la
valanga dei mediocri, non senza mistura di pessimi, li soffocava.
Sentivasi soprattutto (fatte qui pure le debite eccezioni) il difetto
di ufficiali generali e superiori; più benemeriti la maggior parte
per servigi resi alla patria che ragguardevoli per gesta militari.
Come nei gregari così ne’ comandanti sovrabbondava il valore,
scarseggiavano l’arte e l’esperienza. Molti non avevano mai tenuto
un comando effettivo di truppe in campagna, e la stagion campale
più lunga che avesser veduta era quella di Sicilia del 1860. Non si
parli poi della guerra di montagna; era per essi un mondo nuovo; un
continuo viaggio d’esplorazione in terra incognita, in mezzo alla quale
avanzavan brancolando, interamente persi e disorientati. Nessuno, o,
per non esagerare, ben pochi coloro che sapessero come coprirsi nelle
marcie, guardarsi negli accampamenti, piantar un avamposto, misurare
approssimativamente una distanza, leggere con certa sicurezza una
carta. Anche ai migliori falliva in sulle prime il senso dell’insolito
terreno sul quale eran chiamati a guerreggiare, e soltanto più tardi,
dopo alcune settimane di lezioni, spesso dolorose, cominciavano
ad acquistarlo. «Fate l’aquila,» diceva loro Garibaldi; ma quando
principiarono a impararlo la guerra finì.
E non eran queste sole le cagioni che scemavano il valore di quelle
milizie in cui pure grandeggiavano tante nobili virtù; un’altra ve
n’era, forse la più grave di tutte: la infelicissima composizione dei
reggimenti, interamente disadatta alla guerra che dovevano combattere.
Anche qui l’imprevidenza aveva cagionato la precipitazione e la
precipitazione il disordine. A Garibaldi occorreva una formazione
svelta, leggiera, elastica, atta alle marcie, ai volteggiamenti,
alle sorprese della montagna; gli fu consegnata invece una compagine
abborracciata di corpi mastodontei, taluno de’ quali toccava, tal
altro superava i quattromila uomini, difficili a maneggiarsi in rasa
campagna, ma che tra i picchi delle Retiche, in quella guerra quasi
aerea di falchi e di camosci, diventavano per chi doveva comandarli
un problema ed un impaccio incessante; una cagione quotidiana di
quella lentezza, di quei ritardi, di quei contrattempi che, nei monti
principalmente, o costano la sconfitta o fanno pagar più sanguinosa la
vittoria.
E a rendere più evidente quanto siamo venuti sin qui discorrendo, si
volga uno sguardo al teatro nel quale Garibaldi era stato obbligato ad
agire. A’ suoi occhi l’impresa del Tirolo non poteva esser condotta con
rapidità e sicurezza, se non da chi avesse saputo a tempo assicurarsi
la signoria del Garda. Però il consiglio da lui dato fin dal 10 maggio
a Caprera di stabilirvi senza indugio una flottiglia di combattimento
e di trasporto capace non solo di tener spazzato il Lago dalle navi
nemiche, ma altresì, e più ancora, di tragittare sulla riva veneta
quante forze fossero stimate espedienti così a penetrare nel Trentino
per la valle del Sarca, come a dar la mano all’esercito italiano che
vinta la linea del Mincio si fosse incamminato verso l’alto Adige.
E in entrambi questi casi, sia che il buon consiglio fosse stato
seguito, sia che l’eventualità fortunata si fosse verificata, i
quarantamila Volontari non sarebbero stati più di troppo. Libero di
spiegarli e di muoverli per le tre grandi vie dell’Oglio, del Chiese
e dell’Adige, collegate tra di loro dalle squadriglie del Garda,
Garibaldi avrebbe potuto trarre dal suo esercito numeroso tutto il
frutto di cui era capace e marciare più rapidamente alla vittoria.
Invece quel che accadde è noto. Il Garda abbandonato alla difesa di
quattro o cinque squallide carcasse su le quali doveva essere gran
mercè, non di cacciare, ma di fuggire alla caccia del nemico, fu
in realtà e per tutta la durata della campagna un lago austriaco;
dal Mincio, anzichè l’annuncio della vittoria, suonò il grido
spaventato «d’un disastro irreparabile;» e per l’effetto combinato di
quell’imprevidenza e di questa sventura, ogni possibilità di operare
per la sponda orientale del Garda e per le due rive dell’Adige venne a
fallir per sempre.
Allora naturalmente non restò a Garibaldi che un partito:[326] tentare
l’irruzione di fronte e prendere la strada più diretta e vicina,
invadere il Tirolo per le valli del Chiese e di Ledro, e girati secondo
i casi, o sforzati i forti che le sbarrano, salir in tre colonne per le
Giudicarie la convalle di Conzei e la valle del Sarca nella direzione
di Trento, sotto la quale avrebbe potuto dare una battaglia finale e
decisiva con tutte le sue forze collegate.
Però chi abbia percorso una volta sola quelle Alpi, od anche volga
soltanto un’occhiata rapida alla loro Carta, comprenderà di leggieri
che penetrare con quarantamila uomini nelle anguste gole di quelle
vallate era quanto voler penetrar di colpo colla folla di Serse nella
bocca delle Termopili.
Nel primo istante, fino a che l’imbocco delle valli non fosse superato
e gli invasori non avessero guadagnato tanto terreno da potervisi
distendere e manovrare, l’avanzare per essi non poteva essere che assai
lento e penoso, e piuttosto un tentar a destra e a manca mille sentieri
e mille varchi, che un vero avanzare. Naturalmente in quelle strette
non ci potevano capire che le teste di colonna; epperò si può affermare
con tutta asseveranza che soltanto nel giorno in cui da un lato ebbe
posato saldamente il piede all’imbocco delle Giudicarie e dall’altro
colla presa d’Ampola afferrata la chiave della valle di Ledro; soltanto
cioè tra il 17 e il 18 luglio, Garibaldi potè spiegare in linea tutte
le sue forze e adoperarle utilmente.
Ma se Garibaldi era assai men forte di quello che appariva, il suo
avversario non era tanto debole quanto egli stesso voleva far credere.
Il generale Kuhn non poteva disporre, è vero, che di diciassettemila
uomini, trentadue cannoni e duecento cavalli; ma chi consideri come
quei diciassettemila uomini erano comandati, istruiti ed armati, e
quale rinforzo trovavano nel terreno stesso che dovevano proteggere,
nell’indole stessa della guerra difensiva che dovevano combattere,
vedrà la pretesa superiorità delle forze italiane scemare d’assai, e
la partita de’ due contendenti, per un reciproco compenso di vantaggi e
svantaggi, quasi pareggiarsi.
Composti in gran parte di quei Cacciatori imperiali che l’Austria
leva dal seno stesso del Tirolo, e i quali contendono agli Svizzeri la
fama di migliori tiratori d’Europa; formati abilmente in quattro mezze
brigate leggiere, di cui l’unità tattica predominante era la compagnia;
spalleggiati e collegati tra di loro da due grosse brigate di riserva;
armati di quei loro _Stutzen_ di precisione, che tra gli alpigiani
tirolesi sono quasi un’arma tradizionale e domestica; protetti oltre
che dai baluardi naturali del suolo, che è di per sè solo un grande
campo trincerato, da un sistema di forti asserraglianti le principali
arterie del paese (Lardaro nelle Giudicarie, Ampola e Ponal in Val
di Ledro, Riva in quella della Sarca, Buco di Vela e Doblino presso
Trento), quei diciassettemila combattenti potevano dirsi nel fatto
raddoppiati e fino a che non li avesse raggiunti sulle loro rupi la
baionetta garibaldina tenersi pressochè invincibili. Nè ciò basta
ancora: li comandava uno de’ più abili uomini di guerra dell’Austria;
quel generale Kuhn, che passa oggi ancora per uno de’ più dotti maestri
della guerra di montagna,[327] il quale, accoppiando alla prodezza
ed all’ingegno uno studio lungo e approfondito dello scacchiere che
era chiamato a difendere, diventava anche per Garibaldi un avversario
veramente temibile; il solo, forse, fra tanti che n’aveva scontrati in
trent’anni di guerra, il solo degno di lui.
E tuttavia la sorte preparava al Generale austriaco un altro immenso,
inestimabile vantaggio: Garibaldi era ferito! Conviene aver veduto
Garibaldi in campagna, conoscere il suo modo di guerreggiare,
ricordarsi quale partito egli sapesse trarre dalla sua prediletta
abitudine di salire ogni mattina il punto più culminante e sovente più
avanzato della sua linea per esplorare le mosse e le posizioni nemiche,
per comprendere tutto il valore di quella parola. La ferita era più
molesta che grave; ma dapprima configgendolo in letto, poscia, durante
la convalescenza, vietandogli l’uso del cavallo e non permettendogli
altro modo di locomozione che la carrozza, si risolveva difatto per
quell’uomo e quel Capitano in una vera e grossa infermità che lo
paralizzava in uno de’ punti più vitali della sua energia.
Ridotto a far la guerra, come suol dirsi, a tavolino, ed a fidarsi alle
relazioni de’ suoi luogotenenti, che non sempre erano i più fedeli ed
abili interpreti del suo pensiero; posto nell’impossibilità di essere
egli il primo esploratore o la prima vedetta del proprio esercito, che
tutto vede co’ suoi occhi, dirige colla sua voce, ravviva colla sua
presenza, il Capitano del 1866 non era più in realtà che un Garibaldi
dimezzato, uno spirito prigioniero del proprio corpo, privo degli
strumenti principali del suo genio: il moto e la vista.
Certo, che anche ferito e chiuso fra quattro pareti, l’occhio più
vigile del suo campo era sempre lui. Quel che Garibaldi vedeva,
concepiva, divinava anche dal fondo della sua cameruccia di Storo,
è inenarrabile e forse incredibile. Col solo aiuto d’una Carta
topografica egli passeggiava su per le creste e dentro i valloni
del Tirolo meglio di quegli stessi ufficiali che pur v’andavano e ne
venivano ogni mattina. Quante volte non lo udimmo noi stessi indicare
un sentiero, rilevare una posizione, scoprire una scorciatoia che i
suoi migliori luogotenenti non avevano talvolta nemmeno sospettata! Era
una meraviglia incessante; e non esitiamo ad affermare che tra tutte
le campagne combattute fino allora, quella in cui emerse maggiormente
la potenza geniale del nostro Capitano fu quella del Tirolo. Soltanto
era, come dicemmo, una potenza i cui effetti non potevano più farsi
sentire colla rapidità ed efficacia con cui si fece sentire altra volta
ad altri nemici, allorquando Garibaldi, in pieno possesso di tutte
le sue membra e di tutte le sue forze, era il primo nelle marcie, il
primo alle avanguardie, il primo alle scoperte, l’ultimo alle ritirate,
e poteva col sussidio del suo colpo d’occhio maraviglioso confermare
le ispirazioni della mente e vegliarne l’applicazione. Però ringrazi
il generale Kuhn, il suo bravo _Kaiser-Jäger_ di Monte Suello: quella
palla così bene aggiustata nella gamba del suo avversario gli vinse la
migliore sua battaglia.