Il 10 giugno, il generale Garibaldi, chiamato finalmente dal Ministero,
s’imbarcava a Caprera sul _Piemonte_ (quello stesso auguroso piroscafo
della spedizione di Marsala), e da Genova correva diritto in Lombardia
a passarvi la prima rivista de’ suoi Volontari. L’11 era a Como; il 12
a Monza, ove si ordinavano le guide, indi a Varese e Gallarate; il 13
a Lecco; il 17 a Bergamo, dove s’era stabilito il deposito del primo
battaglione Bersaglieri; e con quale entusiasmo d’amore l’accogliessero
quei giovani che vedevano in lui la gemina personificazione della
patria e della vittoria, lo si immaginerà di leggieri. I Volontari
erano ancora nello scompiglio della prima formazione. I quadri erano
tuttora incompiuti, scarseggiavano il vestiario e le buffetterie, un
battaglione aveva le camice rosse e non i berretti, un altro le uose e
non i calzoni: a tutti poi mancavano le armi; pure Garibaldi, anzichè
crucciarsene, si compiaceva di quel disordine e vedendosi sfilar
davanti quel carnevale bizzarro e pittoresco di tinte e di foggie che
ormai era la veste abituale e caratteristica del garibaldino, esclamava
gioiendo: «Non erano diversi i _Mille_.» A tutti però raccomandava la
disciplina, l’esercizio al bersaglio, la scherma della baionetta; a
tutti lasciava di quelle sue parole colle quali era solito da tant’anni
a trascinarsi dietro la gioventù italiana; e a trasformare anche i
più fiacchi e restii in anime d’eroi, pronti ad ogni cimento e ad ogni
sacrificio.[319]
Ma oramai, come egli stesso diceva, l’ora delle parole era passata
e suonava quella de’ fatti. Il 19, cessate in Germania le incertezze
che fino allora avevano tenuto in sospeso anche l’Italia, la guerra
era deliberata: il generale La Marmora lasciava il Ministero per
recarsi ad assumere il comando dell’esercito: le dieci divisioni del
Mincio e le sette del Po si avvicinavano alle sponde de’ due fiumi
apparecchiandosi al passaggio; e il generale Garibaldi da Brescia,
dove aveva già stabilito il suo Quartiere generale, moveva col 1º
reggimento (colonnello Corte), col 2º (colonnello Spinazzi) e col 1º
battaglione de’ Bersaglieri (maggiore Castellini), i soli armati fin
allora, moveva, dico, alla volta di Salò; allineandosi così all’estrema
sinistra dell’esercito e prendendo in sua custodia i valichi della
Valsabbia e della sinistra del Garda, primo passo alle operazioni in
Tirolo. Ed anche Salò non era che una tappa. Esplorate egli stesso
nella giornata del 21 giugno le posizioni intorno al Caffaro,[320]
appena è raggiunto dal secondo reggimento ripiglia la sua marcia
avanti; sicchè tra il 23 e il 24 viene a trovarsi con tutte le milizie
di cui poteva pel momento disporre nei dintorni del Lago d’Idro,
tra Hano, Vestone e Rocca d’Anfo, e all’indomani, nel giorno stesso
di Custoza, spingere le sue teste di colonna al Ponte del Caffaro e
a Monte Suello, prime chiavi di quel confine che era impaziente di
varcare.
Se non che nella sera stessa giungeva al Quartier generale di Salò,
dove Garibaldi dimorava ancora, l’inaspettato annunzio dell’infelice
giornata combattuta tra il Mincio e l’Adige, e nel mattino vegnente
l’ordine di proteggere Brescia, anzi per dir la frase usata dal
Quartier generale del Re, «di proteggere l’eroica Brescia.» E
l’annunzio e l’ordine erano per il nostro Capitano due volte
dolorosi: poichè alla trafitta ch’egli pure al pari d’ogni altro
cittadino dovette sentire per quel primo infelice esperimento delle
armi italiane, si associava nell’animo suo il rammarico di dovere
abbandonare quelle due posizioni di Monte Suello e del Caffaro; la
prima fortunatamente occupata senza colpo ferire, l’altra valorosamente
difesa in quella stessa mattina del 25 contro un furioso assalto di
nemici;[321] e perdute le quali non si sapeva quanto sangue sarebbe
occorso a riconquistarle. Tuttavia non v’era luogo ad esitare, e
Garibaldi s’apprestò ad eseguire l’ordine coll’usata sua energia
e rapidità. Richiama in gran fretta le truppe accampate intorno
ai confini, e le fa scendere a marcia forzata lungo la riviera del
Lago; fa avanzare da Brescia a Lonato il 3º reggimento (colonnello
Bruzzesi), che vi era appena giunto e appena vi aveva preso le armi;
chiama contemporaneamente da Bergamo, per ferrovia, il 4º (colonnello
Cadolini), di cui già aveva spedito il primo battaglione a custodia
della Valcamonica minacciata da un’incursione austriaca, corre egli
stesso nella sera del 25 a Lonato, e scorto a colpo d’occhio il partito
che si poteva trarre da quella cerchia di contrafforti che girano
dall’estrema punta occidentale del Garda ai poggi di Castiglione,
scagliona colà tra Padenghe, Lonato e l’Esenta tutte le forze che può
avere sottomano e si prepara a disperata battaglia.
L’allarme fortunatamente fu vano. Il Generalissimo austriaco non aveva
alcuna intenzione di rischiare in conflitti spicciolati la facile
gloria del 24; e, da qualche scorribanda d’esploratori in fuori, si
tenne serrato nel suo Quadrilatero, intento assai più a spiare le mosse
del Cialdini che sperava avrebbe passato il Po e si sarebbe ingolfato
nel dedalo d’acque del Polesine. Ma indarno: l’esercito del Mincio
era già in ritirata sull’Oglio, disposto, pareva, a continuarla fino a
Cremona; l’esercito del Po, per naturale conseguenza, contromarciava
a sua volta per prendere posizione tra Bologna e Modena, e coprire
Firenze; talchè tra il 27 e il 30 giugno non restarono più difaccia
agli Austriaci che dieci o undicimila Volontari; più alcuni squadroni
dell’esercito regolare volteggianti tra il Chiese e il Mincio, e, non
si deve dimenticarlo, i petti dei Bresciani, risoluti, se lo straniero
avanzasse fin sotto le loro mura, a rinnovare le fiere prodezze del
1849.
Al 1º luglio però erano giunti in Lombardia dal mezzogiorno tre dei
cinque reggimenti che si organizzavano colaggiù; e poichè da un lato
appariva manifesto che l’Arciduca Alberto non aveva alcuna intenzione
di passare il Mincio e dall’altro contro simili scorrerie potevano
bastare le nuove Legioni sopraggiunte, Garibaldi, d’accordo col
Quartier generale, lascia una parte delle sue forze (terzo, sesto e
nono reggimento) a guardia delle sue spalle, e a protezione di Brescia,
tra Salò e Lonato; invia il quarto reggimento col primo battaglione
Bersaglieri a rinforzare le difese della Valcamonica; e incamminasi
egli stesso col primo e secondo reggimento e il 2º battaglione
Bersaglieri (maggiore Mosto) verso il confine trentino per ripigliarvi
le posizioni che Custoza, con tanto suo cruccio, l’aveva costretto ad
abbandonare.