Gli avvenimenti frattanto erano corsi colla rapidità delle cose che
hanno in sè stesse il loro impulso e la loro ragione. Il 6 marzo
pervenivano a Firenze le proposte dell’alleanza prussiana; il 7 il
generale Govone partiva per Berlino, latore delle controproposte
del La Marmora: l’8 d’aprile il Trattato offensivo e difensivo era
conchiuso: dal 12 al 27 aprile tutte le disposizioni preparatorie della
mobilitazione erano state prese: il 27 veniva incorporata la seconda
categoria della classe 1844: il 28 decretato il richiamo delle due
classi in congedo, e la formazione dei depositi: in sui primi di maggio
l’esercito veniva ordinato e mobilitato in sedici divisioni attive
e quattro Corpi d’armata, che andavano concentrandosi tra Cremona,
Piacenza, Bologna: finalmente il 6 maggio era decretata la formazione
di cinque reggimenti di Volontari, il comando dei quali era commesso al
generale Garibaldi; stabiliti i depositi a Como ed a Bari, aperti nel
14 dello stesso mese gli arruolamenti.
La lode schietta però che la storia deve tributare al generale La
Marmora ed al suo Ministero della Guerra per la rapidità con cui in
breve tempo, e malgrado la necessità di serbare in sul principio il
segreto, fece passare l’esercito (indebolito dalla smania intermittente
delle economie e mancante persino dell’ultima sua classe) dal
piede di pace al piede di guerra, portandolo in poche settimane,
sufficientemente istruito e provvisto, sulle prime linee d’operazione,
quella lode, diciamo, non gli potrà esser concessa, nè per il modo con
cui provvide all’armamento della flotta, nè per l’indugio che frappose
all’ordinamento dei Volontari.
E lasciando a cui ne spetti il doloroso assunto di parlare dell’armata,
ecco quale fu la condotta del Governo verso i Volontari.
Nell’opera ufficiale la _Campagna del 1866 in Italia_, si legge:
«L’idea della formazione dei Corpi volontari si presentò al Ministero
sino dai primi indizi di guerra come questione risolta di sua natura.
Se non che le considerazioni che lo avevano trattenuto da qualunque
misura d’armamento manifesto, gli impedivano di porre per tempo mano a
qualsiasi provvedimento di tale fatta, che avrebbe potuto essere segno
di guerra decisa.[311]»
Queste ultime considerazioni se giustificano, fino a un certo punto,
il ritardo della chiamata pubblica dei Volontari (e anche questa
poteva essere anticipata di parecchi giorni), non ci pare abbiano lo
stesso valore per iscusare il troppo lungo indugio frapposto alla
loro formazione ed ordinamento. Appunto perchè la istituzione de’
Corpi volontari era «già questione risolta di sua natura;» appunto
per ciò importava che ne fossero da tempo apparecchiati i quadri, il
vestiario e l’armamento. Nè contro siffatte provvisioni preparatorie
poteva stare la ragione della prudenza politica accampata giustamente
contro gli arruolamenti. Questi erano per necessità pubblici; quelli
potevano anche essere segreti, o almeno larvati e dissimulati in guisa
da togliere ogni appicco legittimo alle rimostranze diplomatiche, e
da poter essere poi in ogni evento, senza grande compromissione, o
negati, o attenuati, o disdetti. Come si preparavano negli arsenali
armi e vesti per trecentomila soldati, nulla vietava se ne preparassero
alcune migliaia di più per i Volontari, che già si sapeva di non poter
rifiutare; come i Comitati di Stato Maggiore lavoravano pubblicamente
da circa due mesi alla mobilitazione dell’esercito, nulla avrebbe
impedito di affidare a Comitati segreti di ufficiali superiori
garibaldini la composizione ed epurazione dei quadri, opera fra tutte
ardua, lenta ed importante. Nè soltanto circa al tempo si sbagliò; ma
altresì circa al numero della milizia cui si doveva provvedere; anzi
il primo errore derivò manifestamente dal secondo. Il Ministero, lo
confessò egli stesso, non aveva calcolato che su quattordici o al più
quindicimila Volontari.[312] Ma davvero non si sa intendere su quale
criterio questo calcolo fosse basato. Nel 1860 Garibaldi tra utili ed
inutili rassegnò circa quarantamila Volontari, ond’era ragionevolmente
presumibile ch’egli ne avrebbe contati altrettanti nel 1866; più anzi
se si tenga conto che la sanzione reale, dando all’istituzione dei
Volontari un carattere prettamente monarchico e governativo, avrebbe
spinto sotto le insegne garibaldine molti che nel 1860 per ritrosia
o diffidenza politica ne avevano rifuggito, e che infine la guerra
all’Austria era la guerra più popolare di tutte; la guerra nazionale
per eccellenza.
Ma per credere ai quarantamila Volontari, per apparecchiarne in tempo
opportuno l’agguerrimento, per adoperarli con fiducia e con profitto,
occorreva una fede che al generale La Marmora era disgraziatamente
sempre mancata. L’uomo che in Parlamento aveva dichiarato d’aver per la
sola parola _rivoluzione_ un’antipatia invincibile, non poteva essere
un amico sincero e cordiale di quella milizia e di quel Capitano che a’
suoi occhi rappresentavano l’incarnazione armata dell’esecrata parola.
Tutto ciò che sapeva di popolare, di improvvisato, di exlege, gli era
istintivamente sospetto. Però i Volontari egli poteva subirli come
fece nel 1859, ma non amarli; reputarli in qualche caso non inutili,
non mai necessari. Nei suoi _Ricordi_ rammenta con certa compiacenza
d’aver proposto egli il _mezzo termine_ di _Cacciatori delle Alpi_;
ma quel _mezzo termine_ era la estrema concessione a cui gli fosse
dato arrivare: il di più lo poteva concedere, molto a malincuore, alla
opinione pubblica, al pregiudizio popolare, alla opportunità politica,
non mai alla sua coscienza. A’ suoi occhi un corpo grosso di Volontari
era militarmente un imbarazzo e politicamente un pericolo. E tanto più
in quell’anno 1866, in cui colla guerra veniva a coincidere la partenza
de’ Francesi da Roma! Perocchè, domanda a’ lettori uno de’ suoi più
devoti biografi: che cosa poteva accadere se Garibaldi alla testa di
quaranta o cinquantamila Volontari rifiutava di deporre le armi fino
a che i Francesi avessero sgombrato, o fosse marciato direttamente
su Roma? «L’Imperatore non aveva mancato di mostrarsi inquieto di
questa eventualità e per quanto il Ministro a Parigi avesse tentato di
rassicurarlo, questi non si lusingava di esservi riuscito.[313]»
Date pertanto queste idee, che dal punto di vista strettamente
monarchico e conservatore in cui il La Marmora si poneva erano
logiche, le conseguenze furono immancabili ed immediate. I presunti
quindicimila Volontari diventarono in meno d’una settimana trentamila,
talchè non bastando più i due depositi di Como e di Bari a capirli,
non che ad acquartierarli, fu mestieri sospenderne per alquanti giorni
gli arruolamenti, stabilire in fretta e furia altri quattro depositi:
Varese, Gallarate, Barletta, Bergamo; portare i battaglioni da venti a
quaranta, raddoppiare e triplicare di conserva i mezzi d’armamento e di
corredo, i quali, però, nonostante tutto il buon volere dei Reggitori
della guerra, restarono sempre, fino alla fine della campagna, e per
numero e per qualità inadeguati al bisogno.
E più grave ancora apparve la insufficienza de’ quadri. Le Commissioni
di scrutinio non posavano nè dì nè notte; ma strette dall’urgenza,
sopraffatte dal lavoro, dovettero ben presto abbandonare ogni proposito
di cerna rigorosa, prendendo gli ufficiali come venivano loro alle
mani, spesso e malgrado loro fra i meno idonei, e mandandoli poi,
a sorte ed a casaccio, a questo o quel reggimento; taluno de’ quali
veniva così a sovrabbondare d’inetti ed altri a mancare de’ necessari.
E poichè la confusione del centro non poteva a meno d’irradiarsi,
moltiplicando, alla periferia, i comandanti di corpo incalzati pur
essi dalla fretta, «che l’onestade ad ogni atto dismaga,» obbligati
a provvedere al tempo stesso con pochi e spesso inesperti ufficiali
all’arruolamento ed all’epurazione, ai quadri ed all’amministrazione,
alle distribuzioni ed alle proviande, erano di necessità forzati a
trascurare, o almeno a non curare quanto avrebbero dovuto o voluto la
istruzione e la disciplina, che erano il supremo e più urgente bisogno
di quelle improvvisate milizie.
Tuttavia e malgrado questi difetti, anzi staremmo per dire vizi
organici, l’opera preparatoria procedeva senza sosta, e Garibaldi,
null’altro potendo, si sforzava d’agevolarla col consiglio e
coll’esempio. Pregato a non muoversi da Caprera, pel timore che la sua
venuta sul continente potesse accrescere gl’imbarazzi del Governo,
aveva subito obbedito; ricevuto l’annunzio della sua nomina, vi
aveva risposto pubblicamente con fervide proteste di gratitudine e
di devozione al Re ed a’ suoi Ministri;[314] interpellato da amici,
da commilitoni, da società politiche sul da farsi, rispondeva a tutti
una sola parola; «Guerra e concordia.[315]» Infine quando sulla fine
di maggio il colonnello Vecchi si recò a Caprera, incaricato dal
Governo di concertare con lui le ultime provvisioni per il comando e
l’ordinamento dei Volontari, ed esporgli insieme il piano di guerra
stabilito per la imminente campagna, egli pose uno studio singolare
nel mostrarsi arrendevole su tutti i punti, riducendo al più stretto
necessario le sue domande, e protestandosi contento di qualunque parte
gli si volesse assegnare.
Circa ai Volontari approvò quasi senza discutere tutto quanto era
stato predisposto; chiedendo soltanto che al corpo fossero aggiunti
uno squadrone di guide, un battaglione di Bersaglieri volontari, e,
se dovesse operare in Tirolo, alcune batterie da montagna: nominò
egli, poichè glie n’era lasciata la facoltà, i Comandanti di corpo, e
gli ufficiali dello Stato Maggiore, esprimendo però il desiderio, che
non fu poi soddisfatto, di poter accettare nei quadri gli ufficiali
che avevano disertato per lui ai giorni d’Aspromonte e che perciò
erano stati cassati dai ruoli dell’esercito. Interpellato circa
all’Intendenza, rispose: «Datemi Acerbi e del danaro, e basta;»
consultato circa al concetto di ordinare i venti reggimenti in quattro
divisioni, esternò qualche dubbio, natogli principalmente dal timore
che un siffatto ordinamento potesse nuocere alla mobilità e speditezza
del corpo; ma rimettendosi anche in questo al giudizio de’ suoi capi.
Soggiunse, tuttavia, che qualora la propostagli formazione fosse
deliberata, egli proporrebbe per comandanti delle quattro divisioni,
Nino Bixio, suo figlio Menotti, Nicola Fabrizi, e, questo solo
basterebbe a nobilitare l’uomo, il generale Pallavicini, quel medesimo
che l’avea ferito ad Aspromonte. Nè questo gli bastò, chè discorrendo
della eventualità di combattere sopra un terreno più vasto, dichiarò
che avrebbe tenuto a onore e fortuna singolari l’avere sotto i suoi
ordini una divisione dell’esercito regolare, la quale ben pensava
che a fianco dei suoi Volontari avrebbe rappresentato la più nobile
incarnazione dell’unità della patria.
E tutto ciò, meno gli ufficiali disertori, gli fu prontamente e
largamente promesso; ma in qual misura al lungo promettere sia
seguito l’attendere lo vedremo in appresso. Quanto poi al disegno
generale della guerra, espresse, poichè erane richiesto, il suo
parere, lasciando però anche intorno a siffatto argomento chiaramente
trasparire che nessuno più di lui era alieno dall’imporre le proprie
idee, e che unico suo pensiero in quella guerra era di servire il
proprio paese e di combattere. A’ suoi occhi il concetto sul quale lo
Stato Maggiore generale italiano pareva essersi già fermato, di agire
sul Po allo scopo di girare il quadrilatero, distraendo l’attenzione
del nemico con alcune dimostrazioni sul Mincio, era buono in massima;
solamente alla sua felice riuscita credeva indispensabili due
condizioni: che sul Po, d’onde doveva partire lo sforzo principale,
fosse concentrato il grosso dell’esercito e che alla dimostrazione sul
Mincio fossero assegnate poche divisioni, le quali più che a combattere
dovessero pensare a muoversi e manovrare. Quanto poi a sè stesso,
non negò di mirare ad una impresa più vasta ed arrischiata, meditata
a lungo e del cui buon successo sentiva quasi di poter rispondere.
«L’intendimento suo (lo diremo colle stesse parole della Storia
ufficiale) non era già di tentare una punta della Dalmazia attraverso
alle provincie slave del mezzodì verso l’Ungheria e porre piede
nell’Istria alle spalle di Pola; ma sbarcare presso Trieste, occupare
quella città e manovrare verso nord sul rovescio delle Alpi Giulie
e Carniche per impadronirsi dei passi che dal Veneto conducono nelle
valli della Sava e della Drava.[316]»
Se non che avendo il colonnello Vecchi fatto considerare a Garibaldi
che il Governo italiano non avrebbe potuto impegnarsi in quel progetto
«se non a guerra cominciata, quando la situazione politica e militare
si fosse rettamente disegnata,» (quando cioè l’esercito italiano fosse
riuscito a postarsi gagliardamente nel Veneto, e la Confederazione
Germanica, che la Prussia aveva interesse a non disgustare, avesse
chiarito meglio i suoi propositi circa Trieste e l’Istria), il Generale
si persuase subito della gravità di queste ragioni (specie della
prima, che era la sola valida), e diede al suo interlocutore questa
testuale risposta, che basta di per sè sola a qualificare i sentimenti
con cui egli s’accingeva a quell’impresa: «Certamente ho anch’io,
come gli altri, il mio piano di campagna. Espongo le mie idee, se
sono consultato, e naturalmente ho piacere di vederle messe in opera;
ma non farò mai difficoltà ad eseguire i comandi del capo supremo
dell’armata.[317]»
Siccome però il colonnello Vecchi aveva pure dovuto soggiungergli
che, nel primo periodo della guerra, il Governo l’aveva destinato ad
operare in Tirolo, donde soltanto nel momento in cui la spedizione
transadriatica fosse matura avrebbe potuto essere richiamato, il
Generale accettò tosto l’offertagli impresa e volgendosi senz’altro a
studiare i mezzi che potessero agevolargliene la riuscita, «richiamava
fin d’allora l’attenzione sulla necessità di provvedere alla difesa
del Lago di Garda, consigliando di armare batterie potenti, anche
fino a venti o trenta pezzi, su zattere da rimorchiarsi col mezzo di
vapori o di canotti a remi, assicurando aver egli stesso impiegato
un tale espediente con successo nel Plata. Consigliava pure, e
vivamente raccomandava, che si riunissero sulle rive del Garda molte
imbarcazioni, quand’anche si fosse dovuto trasportarle colla ferrovia
da punti lontani, e ciò per transitare attraverso il Lago grosse forze,
e prendere piede sulla sponda sinistra, nello scopo di facilitare il
passaggio del Mincio all’esercito e di assicurare il possesso di quella
regione collinosa, che forma il punto più debole del Quadrilatero.»
E soggiunge il dotto ufficiale, da cui abbiamo tolto a bello studio
queste parole: «e a nessuno sfuggì la saggezza di tale consiglio; ma
la mancanza di tempo, la ressa, e tant’altre cagioni note e malnote
impedirono di effettuarlo, sicchè (notevoli parole) mentre l’Austria
signoreggiava il Lago di Garda colle fortificazioni di Peschiera e
di Riva, ed una flottiglia di sei cannoniere e di due vapori a ruote,
armate le prime di due pezzi ciascuna ed i secondi di sei pezzi, noi
non avevamo sul Lago che cinque cannoniere male in arnese, armate
ciascuna di tre pezzi; una sola di esse in buono stato, le altre
inabili al movimento.[318]»
Nè con questo vogliamo dire che seguendo quei concetti le fortune del
1866 sarebbero state diverse; pur troppo gli spropositi commessi e i
difetti apparsi nella preparazione e nella condotta di quella guerra
furono tali che non si sa più quale disegno, per eccellente che fosse,
avrebbe potuto dar la vittoria; a noi basti dire che le idee colle
quali si combattè nel 1866 non furon quelle di Garibaldi, che nessuno
de’ suoi consigli fu ascoltato, e nessuna delle sue proposte accolta e
messa in atto.
La campagna del 1866 fu in realtà la negazione di ogni concetto. Fra
la dimostrazione sul Mincio e l’irruzione dal Po, fu scelto un mezzo
termine che aveva i difetti di entrambi i sistemi, senza alcuno de’
vantaggi che la scelta risoluta e l’attuazione compiuta d’un solo
avrebbe portati seco. Le parti furono invertite: l’accessorio divenne
il principale, e il principale l’accessorio; il passaggio del Po fu
subordinato alla dimostrazione sul Mincio, la quale poi si mutò in
un’irruzione; ma perchè anche la irruzione non era stata nè seriamente
pensata, nè risolutamente voluta, nè convenientemente predisposta,
si tramutò a sua volta in un’azione, anzi in una sequenza d’azioni
imprevedute, estemporanee, sconnesse, che avrebbero reso difficile la
vittoria anche ad un esercito più prode e più numeroso di quello che
fu mandato a dar di cozzo ciecamente contro i colli di Sommacampagna
e di Custoza, la mattina del 24 giugno. Che se a questo fondamentale
errore si aggiunga la funesta dualità del comando e la discordia dei
capi, con tutto il corteo degli equivoci, dei malintesi, dei puntigli,
dei ripicchi che ne furono il naturale portato, si spiegherà ancora più
facilmente, senza bisogno di acute disquisizioni strategiche, come una
campagna che pareva vinta prima che intrapresa, cominciata con tanta
superiorità di forze, e ardore di milizie, ed entusiasmo di popoli,
esordisse da una sconfitta, indarno palliata col barbarico eufemismo
d’_insuccesso_, e dopo una ritirata precipitosa senza ragione, e un
lungo ozio senza scusa, finisse in una passeggiata militare senza
gloria e in una conquista senza merito.