Giungemmo così a quell’anno 1866 che doveva essere la prova di fuoco
del nostro valore e non fu che la superflua conferma della nostra
fortuna. Le origini della guerra che sta per iscoppiare, i negoziati
diplomatici che la prepararono, gli interessi e le alleanze che ne
furono il fondamento, sono noti e non sarebbe di questo libro il
riandarli punto per punto e nemmeno il compendiarli. Soltanto ci sia
lecito rammentare, a onore della generazione che governò i primordi del
nostro risorgimento, come i primi a scoprire, quasi divinare, quella
comunanza di interessi e d’intenti che segretamente stringeva l’Italia
e la Prussia, e grado grado le preparava a trovarsi un giorno sui
medesimi campi, contro il medesimo nemico, furono gli uomini di Stato
italiani.
Questo concetto, che trent’anni fa poteva parere poco meno che una
utopía, fu, staremo per dire, vaticinato nel 1848 da Pellegrino Rossi
in una delle sue tre celebri lettere da Roma, che morte repentina
gli impedì di pubblicare;[308] ripreso nel 1858 dal conte di Cavour,
che tentava pel primo farne oggetto di diplomatiche trattative, fu di
nuovo enunciato da lui nel Parlamento del 1861 come un’eventualità non
lontana e nell’anno stesso, mercè la fida e ascoltata parola di Alfonso
La Marmora che n’era sempre stato caldo favoreggiatore, insinuato
per la prima volta nella Corte di Berlino, dove il solo nome d’Italia
metteva tuttora il ribrezzo d’una befana.[309]
Quanto poi al 1866, nessuno che abbia letto i documenti di quell’anno
potrà negare oramai che una gran parte del merito della conchiusa
alleanza non ispetti al generale La Marmora. Il Bismarck fu il primo
a concepirne il disegno e intavolarne i negoziati, e non gli torremo
questo vanto; a patto però che non si neghi al La Marmora l’altro non
minore d’aver prontamente afferrata la mano che, ancora esitando, gli
era stesa, e soprattutto d’essere rimasto fedele ai patti stipulati
anche quando l’alleato col suo contegno, e l’avversario colle sue
offerte, lo tentavano a violarli.
Furono la sua coerenza, la sua fermezza, la sua lealtà, non disgiunta
in taluni istanti da molta prudenza ed accortezza, che condussero
in porto quella nave respinta, in sulle prime, da tanti venti, e che
abbandonata un giorno dallo stesso suo maggior pilota, per poco mancò
di naufragare. Se il generale La Marmora col mettere risolutamente
l’Imperatore de’ Francesi nelle confidenze del trattato non ne avesse
assicurata all’Italia ed alla Prussia l’amichevole neutralità, non
sappiamo se il conte di Bismarck sarebbe riuscito da solo a condurre a
termine un disegno di cui la Francia aveva tanta ragione d’adombrarsi;
se quando l’Austria propose il disarmo simultaneo (21 aprile) e
la Prussia l’accettò, e Napoleone III lo consigliava, l’Italia non
avesse risposto accelerando i suoi armamenti, non è ben certo con
quale altra carta il conte di Bismarck avrebbe potuto rimettere la
partita pericolante; se infine, anche essendone giustificato dalle
ambiguità del suo alleato,[310] il La Marmora avesse consentito alle
proposte di cessione della Venezia, fattegli dall’Austria per mezzo
di Napoleone III, a sola condizione di restare neutrale nella lotta
imminente fra i due Potentati tedeschi, ognuno intende che non solo
della lega italo-prussiana non restava più nemmeno la memoria, ma
assai probabilmente la vittoria di Sadowa si sarebbe compiaciuta di
volare sotto altre bandiere. E dicasi pure che il rifiuto del generale
La Marmora non fu, insomma, che il semplice adempimento d’un volgare
dovere; resta tuttavia a sapersi quali interpretazioni avrebbe dato ad
un siffatto dovere il Machiavelli prussiano se per avventura l’Austria
gli avesse fatto offrire di ritirarsi in perpetuo dalla Confederazione
germanica, a patto solo di lasciarla scapriccire in Italia. Assai
probabilmente l’uomo che ci offriva la sua amicizia, e ratificava poco
dopo i preliminari di Gastein, che interpretava il Trattato dell’8
aprile obbligatorio soltanto per l’Italia e si rifiutava di impegnare
la Prussia a soccorrerci nel caso che l’Austria ci assalisse; che
aveva sempre considerato la questione di Venezia «come una carta
da giuocare,» buona a puntarsi così contro l’Austria per amicarsi
l’Italia, come contro l’Italia per ingraziarsi l’Austria; assai
probabilmente, diciamo, un uomo siffatto si sarebbe intascato il lauto
e gratuito compenso, lasciando solo nelle peste il dabbene alleato, fra
l’ammirazione ancora più probabile di tutti i volghi cui non sarebbe
parso vero di gridare lui genio portentoso della politica e il gabbato
ministro italiano un povero gonzo!... Onore ad Alfonso La Marmora, che
preferì per sè il rischio d’una reputazione perpetua di dabbenaggine e
per la patria sua le alee cimentose ma onorate d’un’amicizia non bene
saldata e d’una guerra sempre ardua, al marchio, che nessuna gloria
avrebbe scancellato e nessun guadagno riscattato, di mancatore di fede.