Ma in sullo scorcio di maggio l’intrigo cominciò ad arruffarsi
ancora più. Il Re si metteva in corrispondenza col Comitato
rivoluzionario polacco di Londra (quindi indirettamente col Mazzini)
e ne approvava tutte le proposte; conveniva con lui di sollecitare
il moto ungherese-galliziano, escludendone affatto il Klapka e il
Türr, fermo il comando supremo a Garibaldi; metteva in comunicazione
il Plenipotenziario del Comitato (signor Bulewsky) col suo ministro
dell’Interno (allora Ubaldino Peruzzi); s’impegnava a fornire l’erario
dell’impresa e intanto ne sborsava i primi fondi; consentiva che
in Italia si ordinassero i primi quadri del Corpo spedizionario e
prometteva d’inviarlo a sue spese in Moldavia, ed altre concessioni e
soccorsi.[301]
Intanto però che il Re stringeva questi accordi, coll’Emigrazione
polacco-ungherese, quindi, giova ripeterlo, col Mazzini stesso, che
n’era la mente, fosse diffidenza de’ suoi nuovi soci, fosse istinto
di autorità o bisogno di far da sè, fosse il gusto di cospirare
anche nella cospirazione, il fatto è ch’egli, all’insaputa così del
Mazzini, come del Bulewsky, avviava segretamente col Garibaldi un’altro
complotto che invece di assicurare l’esito della progettata impresa,
riuscì, come vedremo tra poco, al fine precisamente opposto, di farla
tramontare per sempre.
Infatti quel signor Porcelli che vedemmo comparire a Londra, incaricato
di aprire a Garibaldi le prime intenzioni del Re intorno al moto
galliziano, eccolo circa alla metà di maggio riapparire a Caprera,
abboccarsi in segreto col Generale, ripartirne tosto, ma per tornar
subito dopo col postale successivo, e così di seguito per due o
tre volte, e sempre con aria, fin troppo, di mistero e di congiura.
Contemporaneamente il Re, questo pure bisogna notare, incaricava Bixio,
allora comandante il campo di San Maurizio, di interrogare il signor
Accossato di Genova se, dati certi eventi, avrebbe potuto tenere a
disposizione del Re uno o due de’ suoi vapori;[302] mentre poi, quasi
ne’ medesimi giorni, si vedeva il Duca di Sutherland, reduce dalla
sua corsa in Oriente, approdare a Caprera, lasciarvi il suo _yacht_,
ripartirne per Torino, dov’era ricevuto dal Re, correre al Campo di San
Maurizio, esservi onorato dal Bixio d’onori fin anco eccessivi,[303]
e come epilogo e chiave insieme di tutti questi fatti il generale
Garibaldi imbarcarsi, come dicemmo, sul piroscafo del Sutherland e
partire per Ischia.
Tuttavia per alcuni giorni, nè della cagione di tutto quel sordo
andirivieni, nè della mèta ultima dell’escursione ad Ischia nulla era
trapelato per anco. Il Generale fin dal primo nascere di quell’arruffio
austro-orientale s’era chiuso nel più geloso silenzio, e, tranne
qualche parola sfuggitagli con Menotti, non aveva svelato ad anima viva
la novella trama a cui, insieme con Vittorio Emanuele, stava lavorando.
Se non che sul finire di quel mese il Generale, credendo giunta forse
l’ora d’agire, fu obbligato ad aprirsi, almeno con quelli tra’ suoi più
devoti e fidati che si era predestinati per compagni; epperò chiamato
a sè il Guerzoni, che gli faceva sempre da Segretario, gli svelò a
larghi tratti tutto il disegno. Diceva press’a poco tutto quello che
noi abbiamo narrato: il Re d’accordo con lui, imminente l’insurrezione,
il principe Couza disposto ad appoggiarla, il colonnello Frigesy
pronto, a Bukarest, ad entrare in Ungheria con una mano d’Ungheresi
e Polacchi, egli prossimo a partire per Costantinopoli, d’onde poi
a tempo opportuno entrerebbe nei Principati: aspettare per questo
un vapore da Genova che lo portasse in Oriente, intanto partissi
anch’io per Torino affine di chiamare a raccolta gli amici comuni, e
me ne indicava i nomi, e farli convenire ad Ischia. Come restasse il
Guerzoni a quella inattesa rivelazione non ridiremo: basti solo ch’egli
misurando subitamente e senza grande sforzo di acume tutti i rischi
d’una siffatta avventura, incoraggito dalla fiducia che gli accordava
il Generale e dalla coscienza d’adempiere ad un alto dovere, non si
peritò a rispondere anche a quel Garibaldi col quale era cosa sì ardua
il solo discutere, e pel quale egli nutriva una venerazione quasi
figliale, non si peritò, diciamo, a rispondergli: «che egli l’avrebbe,
come sempre, ubbidito e seguito in capo al mondo; ma che ponderasse
se quella impresa era possibile; se le notizie che riceveva da quei
paesi lontani erano certe; se i soccorsi promessi parevano bastanti;
se infine Vittorio Emanuele, re costituzionale, era autorizzato a
promettergli un aiuto che solo d’accordo col Parlamento e col Ministero
avrebbe potuto arrecargli. Infine soggiunse non intendere come anche
giunto a Costantinopoli, il Generale potesse sperare di penetrare di
là, tanto più con un seguito d’ufficiali e in atteggiamento guerresco,
fino in Gallizia, e credere che il Governo ottomano o il principe Couza
non l’avessero ad arrestare per via anche prima che l’arrestassero al
confine transilvano i battaglioni austriaci. Infine pregò, scongiurò
il Generale a pensare alla risoluzione che stava per prendere: andarne
della sua vita tanto preziosa; andarne della salvezza della patria
medesima.»
«Che cosa importa la vita,» interruppe con uno de’ suoi più fieri
accenti il Generale: «è ora di finirla: l’Italia non si libera che
colla rivoluzione. Se volete partire, partite, se no manderò un altro.»
Il Guerzoni chinò la testa e partì. Giunto a Torino dava convegno a
tutte le persone indicategli dal Generale; Benedetto Cairoli, Giovanni
Acerbi, Clemente Corte, Enrico Guastalla, Giuseppe Missori, Giacinto
Bruzzesi, Giovanni Chiassi, Francesco Cucchi, Agostino Lombardi,[304]
e manifestò loro i propositi, se non è meglio dire, la volontà del
Generale, e li invitò, come n’aveva ricevuto l’incarico, ad Ischia,
dove avrebbero ricevute più compiute istruzioni. Al messaggio del
Guerzoni unanime fu il sentimento di tutti i suoi commilitoni, unanime
il dolore di quella risoluzione del loro Generale, e il proposito di
sconsigliargliela con tutte le loro forze. Lasciatigli pertanto in
questa disposizione d’animo, fatta una visita al generale Bixio al
Campo di San Maurizio, il Guerzoni il 6 di sera (gioverà rammentarsi
di questa data) ripartiva per Ischia; dove cinque giorni dopo, tra il
12 e il 13, lo raggiungevano pure il Cairoli, il Bruzzesi, il Corte,
il Guastalla, il Lombardi, l’Acerbi; insomma quasi tutti gli ufficiali
garibaldini dianzi accennati. Se non che sullo stesso vapore col
quale avevano viaggiato gli amici di Garibaldi erasi imbarcato pure il
signor Porcelli, e come vedremo, apportatore d’una novella totalmente
inaspettata. Giunta infatti tutta questa varia comitiva a Casamicciola,
il primo ad essere ricevuto dal Generale fu Benedetto Cairoli, il
secondo il signor Porcelli, col quale il Generale volle restar solo e
si trattenne lungamente. Ma quale non fu la meraviglia di tutti gli
astanti e convenuti nel sentire, poco dopo, dalle labbra stesse del
Generale: ogni idea di partenza abbandonata, l’impresa abortita e
libero ciascuno di tornare alle proprie case?
Perchè mai? Che cosa era accaduto? Quale era la nuova cagione di quel
mutamento così repentino e inopinato?
Il _Diritto_ del 10 luglio pubblicava a titolo di documento questa
sedicente protesta.
«Domenica, 10 luglio 1864.
»Avuta certa notizia che alcuni fra’ migliori del partito
d’azione sono chiamati a prender parte ad imprese rivoluzionarie e
guerresche fuori d’Italia, i sottoscritti[305] convinti:
»Che noi stessi versiamo in gravi condizioni politiche;
»Che nessun popolo e nessun terreno sia più propizio ad una
rivoluzione per gl’interessi della libertà che l’italiano;
»Che le imprese troppo incerte e remote, quali sono le indicate,
ordite da principi, debbano necessariamente servire più a’ loro
interessi che a quello dei popoli;
»Credono loro dovere e per isgravio della loro coscienza
dichiarare:
»Che l’allontanarsi dei patrioti italiani in questi momenti non può
che riuscire funesto agli interessi della patria.»
Come ognun vede, questo scritto senza data, senza firma, buttato là
dal giornale stesso che lo pubblicava senza una parola di conferma e
di schiarimento; che vagamente parlava di progetti generici in paesi
ipotetici, non poteva avere in sè stesso alcun valore, e sarebbe
probabilmente passato nel pubblico o inosservato o incompreso, come una
delle cento novelle de’ giornali che nascono al mattino e la sera son
morte.
Tale non fu il pensiero di Vittorio Emanuele. Sia che egli si fosse
avveduto del mal passo in cui s’era impigliato[306] e stesse spiando
uno scappavia per districarsene; sia che fosse sinceramente persuaso di
non poter più dopo quella pubblicazione del 10 luglio condurre colla
dovuta segretezza la trama avviata (anche i Re galantuomini quando
cospirano non dicono mai tutto intero l’animo loro), il fatto sta che
egli vede, o immagina, o finge vedere in quella anonima protesta una
denunzia pensata, una perfidia calcolata, una ostilità deliberata di
tutto quel partito d’azione col quale aveva fino allora congiurato e
trovando in questo solo fatto un motivo a’ suoi occhi plausibile per
giustificare la sua ritirata, annunzia a Garibaldi (per una lettera
recata da quello stesso Porcelli) che visto oramai il disegno propalato
da’ suoi stessi amici, e se compromesso col governo, si scioglieva da
ogni impegno e disdiceva l’opera intrapresa.
Grande fu naturalmente l’indignazione di Garibaldi a questo inaspettato
messaggio, e nella prima concitazione dell’animo, vedendo egli pure
nella protesta del 10 luglio la cagione prima della fallitagli impresa,
corse egli pure, sospinto da maligne suggestioni, a sospettarne autori
coloro che più erano in voce di avversi alla spedizione e primo di
tutti il suo segretario Guerzoni, che n’era invece più di tutti non
che innocente affatto inconsapevole.[307] Pochi giorni di riflessione
però bastarono a riaprirgli gli occhi, ed a fargli discernere di
nuovo i veri dai falsi amici. Quanto più grande era la sconvenienza,
diciamo senz’altro, la colpa della protesta del 10 luglio, tanto più
appariva impossibile che alcuno degli ufficiali garibaldini convenuti
o chiamati ad Ischia vi avesse partecipato. Nè Cairoli, nè Acerbi, nè
Corte, nè Guastalla, nè Missori, nè Cucchi, nè Chiassi, nè Bruzzesi,
nè Lombardi, nè Guerzoni erano uomini da dissimulare il loro pensiero,
o da rimpiattarsi dietro i nascondigli dell’anonimo per esprimerlo.
Essi non approvavano quella scorreria austro-orientale, e non lo
nascondevano; essi potevano anche tentare d’opporvisi manifestando
schiettamente il loro dissenso; ma chi appena li conosceva li sapeva
assolutamente incapaci di abusare d’un segreto che il loro Generale
avesse loro confidato, e molto meno di cospirare di soppiatto contro di
lui per farne abortire i disegni. Non era certo da coloro che l’avevano
sino allora seguito in silenzio e ad occhi chiusi da Varese a Marsala e
da Sarnico ad Aspromonte, che Garibaldi poteva temere un atto, non che
di slealtà, di defezione o di rivolta. Anzi tanto era, a que’ giorni,
tenace il loro attaccamento, e cieca la loro devozione, che se egli si
fosse ostinato a partire e avesse detto loro come l’udimmo altre volte
«chi vuol restare resti: andrò anche solo;» mettiamo pegno che nessuno
di que’ suoi fedeli, pur credendo di perdersi con lui, avrebbe avuto
cuore d’abbandonarlo.
Fortunatamente a cessare per lui e per l’Italia questo pericolo
venne la lettera di Vittorio Emanuele, e il dì appresso, 14 luglio,
Garibaldi, cupo, triste, aggrondato, ripartiva sullo _Zuavo di
Palestro_ per la sua Caprera, null’altro portando seco del gran fuoco
artificiale di Londra e del tizzone passionatamente covato d’Ischia,
che un pugno di cenere; la cenere amara di due sogni distrutti.