X.

Garibaldi però non rimaneva a lungo nella sua isola. Il 19 di giugno

collo stesso vapore con cui era giunto d’Inghilterra e che il Duca

di Sutherland, dopo un giro in Oriente, aveva rinviato nelle acque di

Caprera a disposizione del Generale, questi approdava improvvisamente

nell’isola d’Ischia, prendendo stanza in Casamicciola presso un

suo amico.[293] Pretesto, come al solito, il bisogno di curare in

quelle terme salutari la sua artritide: ragion vera un progetto di

spedizione in Oriente, di cui erano state segnate, durante il viaggio

d’Inghilterra, testè lungamente narrato, le prime linee.

Ma qui pure ci troviamo tra le mani un’aggrovigliata matassa della

quale non ci è possibile sbrogliare i fili senza rifarci parecchi

mesi addietro e ripassar nuovamente la Manica. È noto che Vittorio

Emanuele non ebbe mai grande tenerezza per la formola «il Re regna

e non governa.» Scrupoloso de’ suoi doveri, ma geloso de’ suoi

diritti; infiammato dell’alto orgoglio di non essere soltanto nella

grande impresa commessagli dalla Provvidenza un simbolo vano od un

gonfaloniere passivo, ma un artefice operoso ed un utile combattente;

unico forse tra i Principi costituzionali, se non lo uguaglia il

Taciturno, che in tempi procellosi abbia saputo conciliare la tutela

delle prerogative regie colla osservanza delle libertà popolari; egli

non credeva venir meno alla costituzione giurata, se partecipava un po’

più che astrattamente alla politica del suo Stato e dentro i termini

della legge faceva sentire l’influsso del suo pensiero e qualche volta

il peso della sua volontà. Da ciò quindi quella che fu chiamata la

politica segreta o personale di Vittorio Emanuele; da ciò quella nomea

di Re cospiratore a cui ogni nuova lettera che si pubblichi di lui

aggiunge un documento; da ciò infine quell’ordito sottile d’intrighi,

di complotti, di congiure mazziniane, garibaldine, regie, italiane,

polacche, ungheresi, rumene, serpeggiante come una vegetazione spuria

nelle pagine della storia palese, che sorprende il più delle volte ed

arresta lo storico, e gli impedisce di scrutare e conoscere fino al

fondo la verità, od anco conosciutala di scoprirla e proclamarla tutta

quanta. E così dicasi ora dell’episodio d’Ischia.

Vittorio Emanuele, dopo aver fino al 1862 cospirato a modo suo con

tutti coloro che accettavano di far l’Italia con lui, nel 1863 fa

l’ultimo passo a cui un re possa giungere, e si risolve a cospirare

anche con colui che gli diceva apertamente di volerla fare contro di

lui: con Giuseppe Mazzini. In un libro recente[294] questa pagina

dei rapporti segreti tra Vittorio Emanuele e Giuseppe Mazzini fu,

non potremmo dire se fedelmente, certo diffusamente scritta, e il

lettore potrà attingere di colà più ampi particolari. Al nostro

racconto basta il rammentarne questo solo: che per oltre un anno

Re e Tribuno continuarono a carteggiare segretamente fra loro, ed

a dibattere in vario senso, per mezzo di confidenti e di cifrari,

progetti d’insurrezioni nella Venezia, nella Polonia, nella Gallizia,

nell’Ungheria, nei Principati, senza però riuscire ad intendersi mai.

Nè lo potevano. Mentre infatti il Mazzini voleva che la rivoluzione

veneta precedesse, come scintilla all’incendio, tutte le altre, e

che il Governo italiano se ne facesse complice e aiutatore; Vittorio

Emanuele rifuggiva da idea siffatta; dichiarava che qualsiasi

tentativo di simil genere l’avrebbe non solo abbandonato, ma represso,

e consentiva soltanto a secondare copertamente i moti progettati

della Gallizia, dell’Ungheria e dei Principati, dei quali però non

s’impegnava a profittare «se non quando prendessero tali proporzioni

da tenere fortemente occupata l’Austria e da permettere all’esercito

italiano di tentare l’impresa comune con probabilità di riuscita.[295]»

Erano, come ognun vede, due concetti totalmente opposti e destinati a

non incontrarsi mai. Mazzini mirava a farsi stromento della monarchia,

e Vittorio Emanuele della rivoluzione: entrambi volevano la stessa

impresa, ma nessuno de’ due intendeva rinunciare all’altro il diritto

e l’onore di compierla; entrambi eran guidati dallo stesso fine, ma nel

mentre il tribuno, responsabile soltanto del credito d’un partito, era

pronto a giuocare tutto su una carta; il Re, mallevadore della sorte

d’un’intera Nazione, era deciso a non rischiare nulla all’azzardo;

disposto bensì ad accettare od affrettare l’opportunità come e d’onde

che sia; ma col fermo proposito di tenersi sempre libero di giovarsene

o di ripudiarla a sua posta, e di respingerne da sè e dall’Italia la

responsabilità.

È vero che in una seconda fase delle trattative[296] Mazzini aveva

acconsentito anche a posporre il moto veneto al galliziano a patto

soltanto che gli si fosse lasciata preparare una introduzione d’armi

pel Veneto; ma il Re, risoluto più che mai a non impegnarsi in cosa

alcuna che potesse compromettere l’Italia e scemare la libertà d’azione

del suo governo, ricusò anche questo patto; sicchè non corse molto

tempo che ogni negoziato fra i due illustri cospiratori andò rotto per

sempre.[297]

Rotti i negoziati, ma non abbandonata l’idea. Vittorio Emanuele

non voleva rinunciare a quella sua chimera, forse troppo favorita,

dell’insurrezione galliziana; e, sia che la credesse un mezzo, come

pensò taluno, d’allontanare dall’Italia i più torbidi elementi; sia

che vi intravedesse davvero una opportunità ed una leva, la leva

tanto desiderata della nuova riscossa italiana, n’aveva fatto da due

anni uno dei punti di mira della sua politica segreta. Però mentre ne

carteggiava col Mazzini, ne trattava insieme col Klapka e col Türr,

capi del Governo insurrezionale ungherese, ne cospirava con altri

suoi agenti secondari a Costantinopoli, a Belgrado, a Bukarest, e

finalmente, verso la metà d’aprile, proprio ne’ medesimi giorni in

cui il Generale arrivava in Inghilterra, risolveva d’aprirsene anche

con lui. Infatti verso il 15 d’aprile arrivava a Londra certo signor

Porcelli, uno degli emissari segreti del Re, coll’incarico da lui

di esporre al Generale il progetto galliziano, e promettergli, se

acconsentisse, tutti gli aiuti che potesse desiderare. Il Generale

però cansò dal dare una risposta immediata e decisiva, e ciò tanto più

che per un progetto quasi consimile era già impegnato col Comitato

insurrezionale polacco residente in Londra presieduto da certo

Borzilawski e in relazione col Mazzini. Scorsi però quattro o cinque

giorni arrivò d’Italia, con un mandato quasi consimile, un messaggiero

anche più importante, il generale Klapka in persona, e poichè Garibaldi

era già a Clifden Park, la visita tra i due famosi soldati avvenne

colà. Quel che siansi detto, nè noi, nè alcun altro saprebbe affermare,

poichè restarono chiusi in camera e soli;[298] ma non è difficile

l’indovinarlo. L’argomento del loro discorso fu certo l’insurrezione

galliziana, della quale il Klapka, per desiderio del Re, era destinato

ad essere uno dei capi.[299] Anche in quel giorno però crediamo che

nulla da veruna parte siasi definitivamente stabilito; e in questa

credenza ci rafferma il fatto che il Klapka non era beneviso alla parte

rivoluzionaria degli Ungheresi e dei Polacchi, coi quali Garibaldi

teneva sempre corrispondenza e che stimava imprudente, almeno per

allora, lo scontentare.[300]

Intanto al partire del Generale dall’Inghilterra ecco press’a poco

la situazione; press’a poco, perchè in tutte le congiure, massime

in quella che aveva per campo mezza Europa, v’è sempre una parte

misteriosa, cangiante e, ci si perdoni la frase, volatile, che nessuno

può cogliere con sicurezza e fissare.

Mazzini, in rotta momentanea col Re, ma in pace momentanea con

Garibaldi, anima del Centro rivoluzionario polacco-ungherese

del Borzylawski e in rapporto con tutti i Comitati rivoluzionari

immaginabili, che predica, e, come dice egli, prepara la sommossa

veneta, prima se possibile, dopo se non lo è, di quella galliziana; ma

in ogni caso, insurrezione entro l’anno dappertutto, ad ogni costo, col

Re, con Garibaldi, col Klapka, con tutti.

Il Re, che vuole il moto serbo-ungherese-galliziano anteriore al

veneto, cospira per questo col Klapka, col Türr, con Garibaldi, pronto,

come vedremo tra poco, a cospirare di nuovo col Mazzini e co’ suoi, se

convenivano nelle sue idee, e accettavano la sua disciplina.

Klapka, che promette il moto galliziano-ungherese a patto che non sia

guastato con conati intempestivi, nè caschi in mani rivoluzionarie.

Il Comitato rivoluzionario magiaro-polacco, che promette la stessa

cosa a patto che non ne sia affidato il comando a Klapka; Garibaldi

finalmente pronto a tutto, amico di tutti, legato insieme con Vittorio

Emanuele, con Mazzini, col Borzylawski, con chicchessia, indifferente

a cominciare dalla Venezia o dall’Ungheria, dalla Serbia o dalla

Gallizia, purchè si cominciasse; e compendio e conclusione di tutto

quest’agitarsi di tanti cuori generosi e di tanti nobili spiriti,

un’ombra trattata come cosa salda; un tesoro negli spazi immaginari

speso per realtà; una enorme cambiale d’eroismo e di sangue tratta

sulla vita di ben dieci milioni d’uomini, ma che nessuno ha fino allora

accettata; insomma una rivoluzione, certa, infallibile, europea, a cui

nulla oramai mancava, fuorchè una cosa insignificante: i popoli che la

facessero.

Garibaldi, Vol. 2 (of 2) · 第 88 / 147 题