E fermato il disegno, il modo d’esecuzione, e gli esecutori furono
presto trovati. Quei medesimi fedeli del governo che s’erano fino
allora assunto di guidare i primi passi dell’eroe sul suolo britannico,
quei medesimi s’impegnerebbero a condurnelo fuori. La sera del 16
infatti il duca di Sutherland, il signor Seely, il dottor Fergusson,
medico della Regina, il generale Eber, il colonnello Peard, il signor
Gladstone, e pochi altri amici del Generale si raccolsero a consiglio
in Stafford-House e convennero prestamente sul da farsi: Il Generale
doveva esser un ammalato: il dottor Fergusson l’avrebbe attestato;
i suoi ospiti amici, compresi dall’obbligo di risparmiare al grande
patriota i danni e i pericoli d’un viaggio più disastroso, si sarebbero
tolto l’assunto di consigliargli il ritorno desiderato: il Duca di
Sutherland, ottenuto l’assenso, l’avrebbe fatto a poco a poco dileguare
portandoselo via sul suo velocissimo _yacht_; e tutto sarebbe riuscito
al suo fine senza scandali e senza compromissioni.
Con quest’accordo la mattina del 17 il dottor Fergusson cominciò a
fare al Generale, ignaro ancora di quella parte d’ammalato immaginario
che gli era preparata, la sua prima visita, e notò in lui tracce così
profonde di stanchezza, e lo trovò così sofferente anche nella gamba
sana costretta a sostenere parte del lavoro della ammalata che non
potè a meno di dichiarare al Duca di Sutherland, «i suoi timori sugli
effetti che ne potevano derivare dalla permanente eccitazione prodotta
da quelle ripetute ovazioni, che gli stessi uomini più robusti non
avrebbero potuto affrontare.»
Come restasse a questa lettera inattesa il nobile Duca, inutile ridire:
tutta Stafford-House fu piena in poche ore della dolorosa notizia, e
l’argomento della malattia del Generale su tutte le labbra de’ suoi
ospiti e frequentatori.
Il dottor Fergusson però, da medico coscienzioso, non poteva fidarsi al
giudizio di una sola visita, e volle ripeterne una seconda: ma ahimè
il pronostico non poteva essere diverso! Non solo il Generale era
stanco, non solo «ne conveniva egli stesso;» non solo era manifesta
la sua fisica debolezza, ma cominciava già a trasparire la mentale.
Infelice eroe, stanco, debole, sofferente nella gamba destra per
contraccolpo della sinistra, e quasi scemo di mente! L’Archiatro di
Sua Maestà la Regina Vittoria non poteva più esitare; e presa tosto
la penna non più soltanto al duca di Sutherland, ma anche al suo
collega il signor Seely, scrisse risolutamente che, viste le miserande
condizioni del generale Garibaldi, «riteneva ormai pericoloso per lui
l’adempiere a tutti i presi impegni;» e consigliava perciò «sì l’uno
che l’altro e tutti i suoi amici d’Inghilterra di cercare un mezzo
qualsiasi per distoglierlo dalle imprudenti emozioni delle sue visite
progettate.[279]»
La parola era detta; il dado era tratto e conveniva tosto giuocare
l’ultima posta. Ecco infatti il Duca di Sutherland, il signor Seely, il
generale Eber, il colonnello Chambers, il signor Negretti, tutti quanti
gli artefici ed i complici della trama stringersi attorno al Generale e
tentare di persuaderlo con tutti gli argomenti che loro occorrevano, al
passo desiderato. Indarno. Il Generale, o troppo ingenuo per sospettare
l’intrigo o troppo furbo per mostrar d’accorgersene, rispondeva a tutti
invariabilmente: «che non s’era mai sentito così bene come da quando
era venuto in Inghilterra;» in ogni caso pochi giorni di riposo gli
sarebbero bastati a rimetterlo dalla momentanea stanchezza; non potere
però in alcun modo deludere l’aspettazione di tanti cari amici, di
tante illustri città, e mancare alla propria promessa. Innanzi a questa
non preveduta resistenza, i manipolatori della partenza si trovarono
un po’ sconcertati e stimarono necessario di invocare l’autorevole
intervento dello stesso Cancelliere dello Scacchiere. E questi accettò,
e nella sera medesima del 18, in presenza del Duca di Sutherland,
del dottor Fergusson, del signor Seely, del colonnello Peard, del
generale Eber, del signor Negretti e di due o tre altri amici[280] del
Generale, ebbe con questi un lungo colloquio. L’assunto era arduo: la
veste ufficiale onde il signor Gladstone era rivestito ne accresceva le
difficoltà; ma egli seppe tirarsi d’impiccio con mirabile delicatezza e
maestria. Accortosi prestamente che quell’argomento ormai logoro «della
salute» non aveva più alcuna presa sull’animo d’un uomo che credeva
e protestava di sentirsi benissimo, vi scivolò sopra lievemente e
volse tutta l’arte a toccare altri tasti più graditi o meno stridenti.
Dichiarò che parlava come amico, non come membro del governo; respinse,
sprezzandolo come indegno di confutazione, ogni sospetto di ingerenza
forestiera e di secondo fine politico: assicurò il Generale che
qualunque fosse la sua risoluzione nessun Inglese si sarebbe permesso
di mancare ai doveri dell’ospitalità; desiderava soltanto fargli
considerare come ormai, visitata Londra, lo scopo principale del
suo viaggio fosse raggiunto, e come quelle stesse splendide ovazioni
che erano uno dei più mirabili avvenimenti del nostro tempo, anzichè
crescere, potessero, colla continuata ripetizione, scemare della loro
dignità e bellezza: in ogni caso nessuno poter pretendere che gli
impegni da lui presi dovessero tenersi per incondizionati e assoluti;
sì che quando non credesse di sciogliersi da tutti restavagli sempre
l’espediente di limitare le sue visite ai luoghi più vicini e più
importanti, facendo valere verso gli altri la ragione indiscutibile
della salute e della necessità di riposo che avrebbe tagliato corto a
tutte le querele e a tutte le pretese. Ed altre cose disse e avrebbe
potuto soggiungere l’eloquente ministro, se il Generale n’avesse avuto
mestieri.
Ma egli, che fino allora non aveva voluto o saputo capire, vide come
in un lampo tutta la situazione. Più il signor Gladstone si studiava
a girar attorno alla ragione principale che l’aveva mosso a parlare,
e più questa ragione, come per effetto di chiaroscuro, risaltava; più
adoperava a tener lontano dal suo discorso l’ombra del governo e più
quell’ombra ricompariva e il suo pensiero erompeva. Il solo fatto del
suo intervento in quel negozio era un fatto politico; il solo trovarsi
a fianco agli uomini che da tre giorni peroravano per la causa della
partenza, parlava più eloquentemente d’ogni discorso. Il Generale
dunque capì, e alzandosi di scatto dalla sedia con quel suo fulmineo
risolvere che tante volte scompigliava i calcoli più studiati de’ suoi
avversari: «No! disse, con voce secca e imperiosa, credo impossibile
fare una scelta fra città e città, e dare la preferenza piuttosto
all’una che all’altra, sarebbe scortesia ch’io non commetterò mai.
Piuttosto, se credete che debba partire, partirò domani.[281]»
Alla sortita inattesa, così il signor Gladstone come i suoi colleghi
restarono alquanto sconcertati.
Non era infatti una partenza precipitata e quasi clandestina che essi
s’eran proposto di ottenere dal Generale: un siffatto modo avrebbe
avuto l’aspetto o d’una fuga o d’uno sfratto, e destate anche più
vive quelle agitazioni che essi miravano a spegnere. Essi chiedevano
soltanto un lento ritiro; un allontanamento a piccole giornate; un
dileguarsi insensibile che togliesse ogni sospetto di violenza e
vestisse tutte le sembianze d’un atto volontario e spontaneo del
Generale stesso. Però quando udirono quelle due parole: «partirò
domani,» misurarono tosto il pericolo e corsero tutti insieme al riparo
adoperandosi con ogni miglior argomento a smuovere il loro ospite da
una risoluzione che rischiava di guastare i loro disegni assai più
d’un reciso rifiuto. Ma il Generale fu in quella sera irremovibile; e
soltanto la mattina dopo (19), assalito nuovamente dalle insistenti
preghiere di quasi tutti i suoi consiglieri della vigilia,[282]
irretito, fors’anco sedotto, dalle provette blandizie della Duchessa
madre di Sutherland e dalle rosee grazie della giovane sua nuora, finì
col cedere e col dichiarare che sarebbe partito come e quando ai loro
amici fosse piaciuto. Era la vittoria desiderata, e non restava più
che bandirla nei giornali per rendere impossibile colla pubblicità
qualsiasi pentimento. Infatti nello stesso pomeriggio del 19, i signori
Duca di Sutherland e Seely inviavano al _Times_ le tre lettere del
dottor Fergusson, da noi già compendiate, facendole precedere da questa
loro dichiarazione che annunciava la prossima partenza dell’eroe,
precisandone persino il giorno ed il modo:
«All’Editore del _Times_.
»Il Duca di Sutherland ed il signor Seely presentano i loro omaggi
all’editore del _Times_ e gli trasmettono copia delle lettere
ricevute dall’illustre professore Fergusson sullo stato sanitario
del generale Garibaldi.
»In conseguenza di ciò, il Generale si trova costretto a rinunciare
al suo progetto di visitare le provincie, e partirà da Londra
venerdì mattina. S’imbarcherà sul _yacht_ del Duca di Sutherland,
il quale lo accompagnerà alla sua residenza dell’isola di Caprera.»