VII.

E fermato il disegno, il modo d’esecuzione, e gli esecutori furono

presto trovati. Quei medesimi fedeli del governo che s’erano fino

allora assunto di guidare i primi passi dell’eroe sul suolo britannico,

quei medesimi s’impegnerebbero a condurnelo fuori. La sera del 16

infatti il duca di Sutherland, il signor Seely, il dottor Fergusson,

medico della Regina, il generale Eber, il colonnello Peard, il signor

Gladstone, e pochi altri amici del Generale si raccolsero a consiglio

in Stafford-House e convennero prestamente sul da farsi: Il Generale

doveva esser un ammalato: il dottor Fergusson l’avrebbe attestato;

i suoi ospiti amici, compresi dall’obbligo di risparmiare al grande

patriota i danni e i pericoli d’un viaggio più disastroso, si sarebbero

tolto l’assunto di consigliargli il ritorno desiderato: il Duca di

Sutherland, ottenuto l’assenso, l’avrebbe fatto a poco a poco dileguare

portandoselo via sul suo velocissimo _yacht_; e tutto sarebbe riuscito

al suo fine senza scandali e senza compromissioni.

Con quest’accordo la mattina del 17 il dottor Fergusson cominciò a

fare al Generale, ignaro ancora di quella parte d’ammalato immaginario

che gli era preparata, la sua prima visita, e notò in lui tracce così

profonde di stanchezza, e lo trovò così sofferente anche nella gamba

sana costretta a sostenere parte del lavoro della ammalata che non

potè a meno di dichiarare al Duca di Sutherland, «i suoi timori sugli

effetti che ne potevano derivare dalla permanente eccitazione prodotta

da quelle ripetute ovazioni, che gli stessi uomini più robusti non

avrebbero potuto affrontare.»

Come restasse a questa lettera inattesa il nobile Duca, inutile ridire:

tutta Stafford-House fu piena in poche ore della dolorosa notizia, e

l’argomento della malattia del Generale su tutte le labbra de’ suoi

ospiti e frequentatori.

Il dottor Fergusson però, da medico coscienzioso, non poteva fidarsi al

giudizio di una sola visita, e volle ripeterne una seconda: ma ahimè

il pronostico non poteva essere diverso! Non solo il Generale era

stanco, non solo «ne conveniva egli stesso;» non solo era manifesta

la sua fisica debolezza, ma cominciava già a trasparire la mentale.

Infelice eroe, stanco, debole, sofferente nella gamba destra per

contraccolpo della sinistra, e quasi scemo di mente! L’Archiatro di

Sua Maestà la Regina Vittoria non poteva più esitare; e presa tosto

la penna non più soltanto al duca di Sutherland, ma anche al suo

collega il signor Seely, scrisse risolutamente che, viste le miserande

condizioni del generale Garibaldi, «riteneva ormai pericoloso per lui

l’adempiere a tutti i presi impegni;» e consigliava perciò «sì l’uno

che l’altro e tutti i suoi amici d’Inghilterra di cercare un mezzo

qualsiasi per distoglierlo dalle imprudenti emozioni delle sue visite

progettate.[279]»

La parola era detta; il dado era tratto e conveniva tosto giuocare

l’ultima posta. Ecco infatti il Duca di Sutherland, il signor Seely, il

generale Eber, il colonnello Chambers, il signor Negretti, tutti quanti

gli artefici ed i complici della trama stringersi attorno al Generale e

tentare di persuaderlo con tutti gli argomenti che loro occorrevano, al

passo desiderato. Indarno. Il Generale, o troppo ingenuo per sospettare

l’intrigo o troppo furbo per mostrar d’accorgersene, rispondeva a tutti

invariabilmente: «che non s’era mai sentito così bene come da quando

era venuto in Inghilterra;» in ogni caso pochi giorni di riposo gli

sarebbero bastati a rimetterlo dalla momentanea stanchezza; non potere

però in alcun modo deludere l’aspettazione di tanti cari amici, di

tante illustri città, e mancare alla propria promessa. Innanzi a questa

non preveduta resistenza, i manipolatori della partenza si trovarono

un po’ sconcertati e stimarono necessario di invocare l’autorevole

intervento dello stesso Cancelliere dello Scacchiere. E questi accettò,

e nella sera medesima del 18, in presenza del Duca di Sutherland,

del dottor Fergusson, del signor Seely, del colonnello Peard, del

generale Eber, del signor Negretti e di due o tre altri amici[280] del

Generale, ebbe con questi un lungo colloquio. L’assunto era arduo: la

veste ufficiale onde il signor Gladstone era rivestito ne accresceva le

difficoltà; ma egli seppe tirarsi d’impiccio con mirabile delicatezza e

maestria. Accortosi prestamente che quell’argomento ormai logoro «della

salute» non aveva più alcuna presa sull’animo d’un uomo che credeva

e protestava di sentirsi benissimo, vi scivolò sopra lievemente e

volse tutta l’arte a toccare altri tasti più graditi o meno stridenti.

Dichiarò che parlava come amico, non come membro del governo; respinse,

sprezzandolo come indegno di confutazione, ogni sospetto di ingerenza

forestiera e di secondo fine politico: assicurò il Generale che

qualunque fosse la sua risoluzione nessun Inglese si sarebbe permesso

di mancare ai doveri dell’ospitalità; desiderava soltanto fargli

considerare come ormai, visitata Londra, lo scopo principale del

suo viaggio fosse raggiunto, e come quelle stesse splendide ovazioni

che erano uno dei più mirabili avvenimenti del nostro tempo, anzichè

crescere, potessero, colla continuata ripetizione, scemare della loro

dignità e bellezza: in ogni caso nessuno poter pretendere che gli

impegni da lui presi dovessero tenersi per incondizionati e assoluti;

sì che quando non credesse di sciogliersi da tutti restavagli sempre

l’espediente di limitare le sue visite ai luoghi più vicini e più

importanti, facendo valere verso gli altri la ragione indiscutibile

della salute e della necessità di riposo che avrebbe tagliato corto a

tutte le querele e a tutte le pretese. Ed altre cose disse e avrebbe

potuto soggiungere l’eloquente ministro, se il Generale n’avesse avuto

mestieri.

Ma egli, che fino allora non aveva voluto o saputo capire, vide come

in un lampo tutta la situazione. Più il signor Gladstone si studiava

a girar attorno alla ragione principale che l’aveva mosso a parlare,

e più questa ragione, come per effetto di chiaroscuro, risaltava; più

adoperava a tener lontano dal suo discorso l’ombra del governo e più

quell’ombra ricompariva e il suo pensiero erompeva. Il solo fatto del

suo intervento in quel negozio era un fatto politico; il solo trovarsi

a fianco agli uomini che da tre giorni peroravano per la causa della

partenza, parlava più eloquentemente d’ogni discorso. Il Generale

dunque capì, e alzandosi di scatto dalla sedia con quel suo fulmineo

risolvere che tante volte scompigliava i calcoli più studiati de’ suoi

avversari: «No! disse, con voce secca e imperiosa, credo impossibile

fare una scelta fra città e città, e dare la preferenza piuttosto

all’una che all’altra, sarebbe scortesia ch’io non commetterò mai.

Piuttosto, se credete che debba partire, partirò domani.[281]»

Alla sortita inattesa, così il signor Gladstone come i suoi colleghi

restarono alquanto sconcertati.

Non era infatti una partenza precipitata e quasi clandestina che essi

s’eran proposto di ottenere dal Generale: un siffatto modo avrebbe

avuto l’aspetto o d’una fuga o d’uno sfratto, e destate anche più

vive quelle agitazioni che essi miravano a spegnere. Essi chiedevano

soltanto un lento ritiro; un allontanamento a piccole giornate; un

dileguarsi insensibile che togliesse ogni sospetto di violenza e

vestisse tutte le sembianze d’un atto volontario e spontaneo del

Generale stesso. Però quando udirono quelle due parole: «partirò

domani,» misurarono tosto il pericolo e corsero tutti insieme al riparo

adoperandosi con ogni miglior argomento a smuovere il loro ospite da

una risoluzione che rischiava di guastare i loro disegni assai più

d’un reciso rifiuto. Ma il Generale fu in quella sera irremovibile; e

soltanto la mattina dopo (19), assalito nuovamente dalle insistenti

preghiere di quasi tutti i suoi consiglieri della vigilia,[282]

irretito, fors’anco sedotto, dalle provette blandizie della Duchessa

madre di Sutherland e dalle rosee grazie della giovane sua nuora, finì

col cedere e col dichiarare che sarebbe partito come e quando ai loro

amici fosse piaciuto. Era la vittoria desiderata, e non restava più

che bandirla nei giornali per rendere impossibile colla pubblicità

qualsiasi pentimento. Infatti nello stesso pomeriggio del 19, i signori

Duca di Sutherland e Seely inviavano al _Times_ le tre lettere del

dottor Fergusson, da noi già compendiate, facendole precedere da questa

loro dichiarazione che annunciava la prossima partenza dell’eroe,

precisandone persino il giorno ed il modo:

«All’Editore del _Times_.

»Il Duca di Sutherland ed il signor Seely presentano i loro omaggi

all’editore del _Times_ e gli trasmettono copia delle lettere

ricevute dall’illustre professore Fergusson sullo stato sanitario

del generale Garibaldi.

»In conseguenza di ciò, il Generale si trova costretto a rinunciare

al suo progetto di visitare le provincie, e partirà da Londra

venerdì mattina. S’imbarcherà sul _yacht_ del Duca di Sutherland,

il quale lo accompagnerà alla sua residenza dell’isola di Caprera.»

Garibaldi, Vol. 2 (of 2) · 第 85 / 147 题