Ma nel medesimo giorno che Londra scriveva nell’Albo de’ suoi cittadini
il nome di Giuseppe Garibaldi, una voce, susurrata pochi giorni
prima come una vaga ipotesi ed una remota eventualità, prendeva a
un tratto nei giornali la forma asseverante d’una positiva notizia:
«Garibaldi interrompeva il suo viaggio e si preparava a ripartire per
l’Italia.» Naturale pertanto che un simile annunzio destasse in tutte
le classi della vasta metropoli (eccettuati forse i pochi consiglieri
e preparatori di quella partenza) il più grande stupore ed il più
vivo malcontento. Indarno i diari amici del Ministero si studiavano
di onestare e spiegare quella repentina risoluzione con semplici e
naturali motivi; dicendola imposta da ragioni di salute, consigliata
dai medici, suggerita dalla pietosa sollecitudine di risparmiare al
Generale, già affranto dalle fatiche de’ suoi primi trionfi, nuovi
e più gravi travagli; la città, le classi popolari principalmente,
non sapevano appagarsi di queste ragioni; e messe già in sospetto da
tutta quella estemporaneità di passione amorosa onde l’aristocrazia
britannica era stata presa per il mozzo nizzardo, fiutavano sotto
quelle mostre di zelo per la salute d’un uomo, che stava forse
benissimo, le fila d’una trama aristocratica o politica, cominciando
già a dimostrare apertamente la loro incredulità e diffidenza,
agitandosi nei pubblici _meetings_, e forzando il governo stesso a
rispondere in Parlamento.
Per intendere frattanto fino a qual punto quei sospetti fossero
giustificati, e fra le tante e contradittorie ragioni di quella
partenza, sceverare, non diremo la vera, ma la più prossima al vero,
importa rimontare alcuni giorni addietro e penetrare un po’ più
addentro nel retro scena della storia.
Il lettore non ha dimenticato che il Governo inglese non aveva mai
veduto di buon occhio il viaggio di Garibaldi. Presago dei disturbi
che la inopportuna visita gli avrebbe, o prima o poi, arrecati, Lord
Palmerston s’era studiato fino alla fine di scongiurarla, e solo
quando la vide ormai inevitabile fece buon viso, come suol dirsi,
all’avversa sorte, e s’adoperò, nel modo che sappiamo, a menomarne
le conseguenze. In sulle prime però tutto parve andargli a seconda.
Garibaldi s’era abbandonato, senza resistenza alcuna, alle braccia
dei Geni tutelari che dovevano, durante il suo passaggio per Albione,
custodire la sua innocenza e preservarlo dai diabolici contatti
della rivoluzione; Garibaldi mansueto, quale mai non fu, passava
di banchetto in banchetto, di cerimonia in cerimonia, di teatro in
teatro, rappresentandovi, appuntino come una brava bestia feroce
bene ammaestrata, la parte che meglio gradiva a’ suoi custodi e al
suo pubblico, senza dare mai il più piccolo segno di ribellione, o
mandare il più lieve ruggito di collera. Non v’era dunque a pentirsi
troppo d’averlo lasciato venire. È ben vero che egli aveva messo
sottosopra mezza Inghilterra, e in combustione tutta Londra; ma infine
era sperabile, era presumibile che a poco a poco il fanatismo si
stancherebbe, l’entusiasmo svamperebbe, la vecchia freddezza inglese
riprenderebbe il sopravvento; lo stesso attore a forza di essere veduto
e sentito si logorerebbe, e tutto rientrerebbe in breve, con poco
fastidio, nella calma e nell’ordine di prima. Accadde invece tutto il
contrario. Passavano i giorni, le ovazioni succedevano alle ovazioni,
e gli spettacoli agli spettacoli, ma il saturnale garibaldino non dava
alcun segno di cessare. Garibaldi continuava da oltre una settimana
a mostrarsi, a concedersi, a distribuirsi a quanti volevano vederlo,
udirlo e toccarlo; ma il farnetico non accennava a calmarsi; Londra
tornava ogni mattina e ogni sera a mirare, a contemplare ad adorare il
suo nuovo idolo in tutte le pose e su tutti gli altari, ma non ne era
sazia ancora.
Eppure Londra non era che una stazione, ed il trionfatore non si
trovava ancora che alla prima pietra miliare della sua via trionfale.
Ma che sarebbe accaduto se egli avesse mantenuto la promessa di
visitare una ad una tutte le principali città d’Inghilterra e di
Scozia, Manchester, Birmingham, Bristol, Newcastle, Liverpool, Glascow,
Edimburgo, che l’attendevano impazienti di rinnovargli tra le loro mura
i trionfi della Capitale?
Questo era il pensiero che principalmente turbava gli uomini di Stato
inglesi, e in generale quanti pregiavano, sopra ogni cosa, l’ordine
e la quiete del loro paese. Perocchè se tanta, dicevano essi, era
l’agitazione che quel fatato Italiano era riuscito a suscitare in
Londra dove pure le masse popolari erano guidate e contenute dalla
presenza del governo e del Parlamento, dagl’influssi d’una stampa
autorevole e dall’azione moderatrice di numerose classi superiori
illuminate e potenti, quale non sarebbe stata in quelle grandi città
manifattrici, alveari giganteschi d’operai e d’industriali, focolari
naturali delle idee rivoluzionarie e socialiste, miniere profonde e
insidiose cariche insieme d’oro e di dinamite, d’onde l’Inghilterra
traeva da secoli la sua ricchezza, ma che troppo arditamente esposte al
contatto d’una scintilla fulminea, avrebbero anche potuto cagionarne la
rovina!
Certo non era a temersi che Garibaldi vi andasse a suscitare una
rivoluzione sociale; ma il solo dubbio ch’egli riuscisse a trascinare
quelle popolazioni in manifestazioni di politica internazionale ed
a renderle complici più o meno dirette de’ suoi appelli e de’ suoi
disegni patriottici, bastava ad obbligare un governo appena consapevole
della propria responsabilità alla più grande cautela e vigilanza. Nè
queste apprensioni eran del tutto infondate. Garibaldi era stato fino
allora, non all’occhio degli Inglesi soltanto, un miracolo di saggezza
e di temperanza; ma fino a quando il miracolo fosse per durare nessuno
poteva affermarlo. L’eroe non poteva rinnegare a lungo la propria
natura, e con lui era prudenza star pronti a tutte le sorprese. Anche
in que’ primi dieci giorni egli aveva fatto più d’una scappata fuori
del morbido serraglio in cui i suoi guardiani lo tenevano custodito;
e il brindisi a Mazzini, le visite a Ledru Rollin e Luigi Blanc, le
parole ai Polacchi, parevano segni abbastanza eloquenti che v’erano
idee, amicizie, relazioni, alle quali egli, sotto pena di snaturarsi,
non poteva rinunciare.
Oltre di che i Mentori blasonati, che s’erano tolto il carico della sua
tutela in Londra, non lo potevano accompagnare dappertutto, e il giorno
in cui egli fosse uscito dalle loro mani per cadere in quelle, a mo’ di
esempio, dei Taylor, degli Stuard, dei Cowen, conosciuti in Inghilterra
per le loro opinioni rivoluzionarie, la loro intimità con Mazzini, e
la loro influenza sulle popolazioni artigiane delle città industriali,
nessuno poteva prevedere fino a qual punto il mutato ambiente avrebbe
influito sul mobile spirito del Patriotta italiano, nè a qual eccesso,
una volta lasciato in balía di consiglieri o complici o compiacenti,
avrebbe potuto trascorrere.
E ciò tanto più che il vero ultimo scopo della sua visita in
Inghilterra non traspariva ancora. Egli andava bensì dicendo, e i suoi
seguaci ripetendo, che l’unico motivo di quella sua visita era stato
il ringraziare il popolo inglese di quanto aveva operato per l’Italia;
ma questa spiegazione, buona forse, non appagava abbastanza gli uomini
politici inglesi, avvezzi a non credere troppo alla gratitudine,
e a diffidare un tantino anche delle parole degli eroi. Infatti i
suoi incessanti rapporti col Mazzini, col Saffi, l’arrivo continuo
dall’Italia di ufficiali garibaldini, di deputati, di personaggi
politici che apparivano un istante, s’abboccavano col Generale e
sparivano,[276] se non costituivano ancora un indizio certo di congiure
latenti, erano però sintomi poco rassicuranti, i quali, sommati a tutti
gli altri segni, accrescevano naturalmente le inquietudini del Governo
inglese e ne acuivano i sospetti.
Nè qui finivano le inquietudini che quella visita troppo prolungata
cagionava ai Ministri di Sua Maestà Britannica. L’indomani della
entrata di Garibaldi in Londra era il giorno destinato alla
riunione della Conferenza diplomatica per l’accomodamento della
lite dano-germanica; e la coincidenza di questi due fatti poneva il
gabinetto di Lord Palmerston in una posizione singolarmente difficile
e delicata. Era infatti per lo meno strano che la Diplomazia europea
fosse convocata a negoziar della pace, in quella città che era in quel
momento la più agitata del vecchio mondo, e ripeteva da mane a sera
l’apoteosi di colui che passava per il campione giurato di tutte le
rivoluzioni e di tutte le guerre.
E più di tutti dovevano sentire il dispetto di quei trionfi l’Austria
e la Francia. Per Francesco Giuseppe, Garibaldi era sempre l’uomo
di Luino e di Sarnico; per Napoleone III, quello del Gianicolo e
d’Aspromonte; per entrambi l’Annibale implacato che quando non poteva
guerreggiarli coll’armi, li combatteva colle parole, colla penna e col
nome.
Ora come l’amicizia della Francia e dell’Austria era a quei giorni uno
dei perni della politica inglese, così veniva da sè che il governo
della Regina fosse il primo a riguardare con ansietà il perdurare
d’un fatto che era cagione di disgusto a’ suoi più utili amici e
poteva, lungamente protratto, fruttare alla stessa Inghilterra noie
e contrarietà imprevedibili. Nè, per far intendere il loro sentimento
circa la presenza di Garibaldi in Londra, era mestieri che i Gabinetti
europei ricorressero al mezzo estremo delle proteste. Quando Lord
Palmerston nella Camera dei Comuni,[277] diceva che «qualunque governo
forestiero si fosse fatto lecito di intromettersi nelle interne
faccende dell’Inghilterra avrebbe avuto da qualsiasi governante del suo
paese una urbana sì, ma franca e ferma risposta,» diceva cosa da tutti
saputa, sottintesa e creduta.
Ma ognuno sa che tra la diretta intromissione e l’indifferente
astensione ci corre tanto spazio che basta per contenere insieme la
indiretta disapprovazione e il tacito dissenso, la triste scontentezza
e il broncio amichevole, tutte le gradazioni del malcontento e
del malumore. È noto che la politica ha parecchi vocabolari: che
in diplomazia ciò che non si vuol dire ufficialmente si susurra
ufficiosamente; che il più delle volte basta un segno, un monosillabo,
un silenzio tempestivo ed un sussiego calcolato per dir più di tutti
i discorsi e di tutte le note. Ora tale era appunto il linguaggio
che conveniva a quel caso. Nessuno dei governi interessati avrebbe
osato esprimere al Gabinetto di Londra il proprio dispiacere per gli
onori straordinari che il popolo inglese aveva stimato di rendere a
quell’avventuriere fortunato; ma pochi di loro avevan saputo nascondere
il proprio scontento.
Era stato notato infatti che a nessuno dei grandi ricevimenti dati al
Patriota italiano, meno l’ambasciatore di Turchia e il Ministro degli
Stati Uniti, nessun altro diplomatico, nemmeno in forma privata, era
intervenuto; che il conte Appony, ambasciatore d’Austria, s’era chiuso
fin dall’arrivo in uno sdegnoso ritiro non comparendo più nemmeno al
Palazzo del governo; che l’Austria e la Prussia tardavano ad inviare i
loro rappresentanti al Congresso, senza dire apertamente che la cagione
ne fosse la sgradita vicinanza di quello spadroneggiante trionfatore,
ma facendolo con abbastanza chiarezza trapelare; che infine la stampa
governativa ed officiosa così di Francia come d’Austria e di Germania,
canzonando quella nuova frenesia garibaldina onde il serio popolo
britannico era stato colto, non perdevano mai il destro di tirare una
botta contro i ministri della Regina che si lasciavano pigliare dallo
stesso delirio e adoravano lo stesso feticcio.
Combinati questi fatti, sommate tutte queste cagioni;[278] considerato
da un canto la necessità di tagliar corto ad un’agitazione fino
allora soltanto inquietante che poteva tralignare in più pericolosi
disordini, e dall’altro la convenienza di evitare alle potenze amiche,
in un momento di negoziati diplomatici, una cagione di fastidio e
di disgusto, il Governo inglese deliberò di indurre Garibaldi ad
abbreviare il suo viaggio e ad affrettare il suo ritorno in Italia.