VI.

Ma nel medesimo giorno che Londra scriveva nell’Albo de’ suoi cittadini

il nome di Giuseppe Garibaldi, una voce, susurrata pochi giorni

prima come una vaga ipotesi ed una remota eventualità, prendeva a

un tratto nei giornali la forma asseverante d’una positiva notizia:

«Garibaldi interrompeva il suo viaggio e si preparava a ripartire per

l’Italia.» Naturale pertanto che un simile annunzio destasse in tutte

le classi della vasta metropoli (eccettuati forse i pochi consiglieri

e preparatori di quella partenza) il più grande stupore ed il più

vivo malcontento. Indarno i diari amici del Ministero si studiavano

di onestare e spiegare quella repentina risoluzione con semplici e

naturali motivi; dicendola imposta da ragioni di salute, consigliata

dai medici, suggerita dalla pietosa sollecitudine di risparmiare al

Generale, già affranto dalle fatiche de’ suoi primi trionfi, nuovi

e più gravi travagli; la città, le classi popolari principalmente,

non sapevano appagarsi di queste ragioni; e messe già in sospetto da

tutta quella estemporaneità di passione amorosa onde l’aristocrazia

britannica era stata presa per il mozzo nizzardo, fiutavano sotto

quelle mostre di zelo per la salute d’un uomo, che stava forse

benissimo, le fila d’una trama aristocratica o politica, cominciando

già a dimostrare apertamente la loro incredulità e diffidenza,

agitandosi nei pubblici _meetings_, e forzando il governo stesso a

rispondere in Parlamento.

Per intendere frattanto fino a qual punto quei sospetti fossero

giustificati, e fra le tante e contradittorie ragioni di quella

partenza, sceverare, non diremo la vera, ma la più prossima al vero,

importa rimontare alcuni giorni addietro e penetrare un po’ più

addentro nel retro scena della storia.

Il lettore non ha dimenticato che il Governo inglese non aveva mai

veduto di buon occhio il viaggio di Garibaldi. Presago dei disturbi

che la inopportuna visita gli avrebbe, o prima o poi, arrecati, Lord

Palmerston s’era studiato fino alla fine di scongiurarla, e solo

quando la vide ormai inevitabile fece buon viso, come suol dirsi,

all’avversa sorte, e s’adoperò, nel modo che sappiamo, a menomarne

le conseguenze. In sulle prime però tutto parve andargli a seconda.

Garibaldi s’era abbandonato, senza resistenza alcuna, alle braccia

dei Geni tutelari che dovevano, durante il suo passaggio per Albione,

custodire la sua innocenza e preservarlo dai diabolici contatti

della rivoluzione; Garibaldi mansueto, quale mai non fu, passava

di banchetto in banchetto, di cerimonia in cerimonia, di teatro in

teatro, rappresentandovi, appuntino come una brava bestia feroce

bene ammaestrata, la parte che meglio gradiva a’ suoi custodi e al

suo pubblico, senza dare mai il più piccolo segno di ribellione, o

mandare il più lieve ruggito di collera. Non v’era dunque a pentirsi

troppo d’averlo lasciato venire. È ben vero che egli aveva messo

sottosopra mezza Inghilterra, e in combustione tutta Londra; ma infine

era sperabile, era presumibile che a poco a poco il fanatismo si

stancherebbe, l’entusiasmo svamperebbe, la vecchia freddezza inglese

riprenderebbe il sopravvento; lo stesso attore a forza di essere veduto

e sentito si logorerebbe, e tutto rientrerebbe in breve, con poco

fastidio, nella calma e nell’ordine di prima. Accadde invece tutto il

contrario. Passavano i giorni, le ovazioni succedevano alle ovazioni,

e gli spettacoli agli spettacoli, ma il saturnale garibaldino non dava

alcun segno di cessare. Garibaldi continuava da oltre una settimana

a mostrarsi, a concedersi, a distribuirsi a quanti volevano vederlo,

udirlo e toccarlo; ma il farnetico non accennava a calmarsi; Londra

tornava ogni mattina e ogni sera a mirare, a contemplare ad adorare il

suo nuovo idolo in tutte le pose e su tutti gli altari, ma non ne era

sazia ancora.

Eppure Londra non era che una stazione, ed il trionfatore non si

trovava ancora che alla prima pietra miliare della sua via trionfale.

Ma che sarebbe accaduto se egli avesse mantenuto la promessa di

visitare una ad una tutte le principali città d’Inghilterra e di

Scozia, Manchester, Birmingham, Bristol, Newcastle, Liverpool, Glascow,

Edimburgo, che l’attendevano impazienti di rinnovargli tra le loro mura

i trionfi della Capitale?

Questo era il pensiero che principalmente turbava gli uomini di Stato

inglesi, e in generale quanti pregiavano, sopra ogni cosa, l’ordine

e la quiete del loro paese. Perocchè se tanta, dicevano essi, era

l’agitazione che quel fatato Italiano era riuscito a suscitare in

Londra dove pure le masse popolari erano guidate e contenute dalla

presenza del governo e del Parlamento, dagl’influssi d’una stampa

autorevole e dall’azione moderatrice di numerose classi superiori

illuminate e potenti, quale non sarebbe stata in quelle grandi città

manifattrici, alveari giganteschi d’operai e d’industriali, focolari

naturali delle idee rivoluzionarie e socialiste, miniere profonde e

insidiose cariche insieme d’oro e di dinamite, d’onde l’Inghilterra

traeva da secoli la sua ricchezza, ma che troppo arditamente esposte al

contatto d’una scintilla fulminea, avrebbero anche potuto cagionarne la

rovina!

Certo non era a temersi che Garibaldi vi andasse a suscitare una

rivoluzione sociale; ma il solo dubbio ch’egli riuscisse a trascinare

quelle popolazioni in manifestazioni di politica internazionale ed

a renderle complici più o meno dirette de’ suoi appelli e de’ suoi

disegni patriottici, bastava ad obbligare un governo appena consapevole

della propria responsabilità alla più grande cautela e vigilanza. Nè

queste apprensioni eran del tutto infondate. Garibaldi era stato fino

allora, non all’occhio degli Inglesi soltanto, un miracolo di saggezza

e di temperanza; ma fino a quando il miracolo fosse per durare nessuno

poteva affermarlo. L’eroe non poteva rinnegare a lungo la propria

natura, e con lui era prudenza star pronti a tutte le sorprese. Anche

in que’ primi dieci giorni egli aveva fatto più d’una scappata fuori

del morbido serraglio in cui i suoi guardiani lo tenevano custodito;

e il brindisi a Mazzini, le visite a Ledru Rollin e Luigi Blanc, le

parole ai Polacchi, parevano segni abbastanza eloquenti che v’erano

idee, amicizie, relazioni, alle quali egli, sotto pena di snaturarsi,

non poteva rinunciare.

Oltre di che i Mentori blasonati, che s’erano tolto il carico della sua

tutela in Londra, non lo potevano accompagnare dappertutto, e il giorno

in cui egli fosse uscito dalle loro mani per cadere in quelle, a mo’ di

esempio, dei Taylor, degli Stuard, dei Cowen, conosciuti in Inghilterra

per le loro opinioni rivoluzionarie, la loro intimità con Mazzini, e

la loro influenza sulle popolazioni artigiane delle città industriali,

nessuno poteva prevedere fino a qual punto il mutato ambiente avrebbe

influito sul mobile spirito del Patriotta italiano, nè a qual eccesso,

una volta lasciato in balía di consiglieri o complici o compiacenti,

avrebbe potuto trascorrere.

E ciò tanto più che il vero ultimo scopo della sua visita in

Inghilterra non traspariva ancora. Egli andava bensì dicendo, e i suoi

seguaci ripetendo, che l’unico motivo di quella sua visita era stato

il ringraziare il popolo inglese di quanto aveva operato per l’Italia;

ma questa spiegazione, buona forse, non appagava abbastanza gli uomini

politici inglesi, avvezzi a non credere troppo alla gratitudine,

e a diffidare un tantino anche delle parole degli eroi. Infatti i

suoi incessanti rapporti col Mazzini, col Saffi, l’arrivo continuo

dall’Italia di ufficiali garibaldini, di deputati, di personaggi

politici che apparivano un istante, s’abboccavano col Generale e

sparivano,[276] se non costituivano ancora un indizio certo di congiure

latenti, erano però sintomi poco rassicuranti, i quali, sommati a tutti

gli altri segni, accrescevano naturalmente le inquietudini del Governo

inglese e ne acuivano i sospetti.

Nè qui finivano le inquietudini che quella visita troppo prolungata

cagionava ai Ministri di Sua Maestà Britannica. L’indomani della

entrata di Garibaldi in Londra era il giorno destinato alla

riunione della Conferenza diplomatica per l’accomodamento della

lite dano-germanica; e la coincidenza di questi due fatti poneva il

gabinetto di Lord Palmerston in una posizione singolarmente difficile

e delicata. Era infatti per lo meno strano che la Diplomazia europea

fosse convocata a negoziar della pace, in quella città che era in quel

momento la più agitata del vecchio mondo, e ripeteva da mane a sera

l’apoteosi di colui che passava per il campione giurato di tutte le

rivoluzioni e di tutte le guerre.

E più di tutti dovevano sentire il dispetto di quei trionfi l’Austria

e la Francia. Per Francesco Giuseppe, Garibaldi era sempre l’uomo

di Luino e di Sarnico; per Napoleone III, quello del Gianicolo e

d’Aspromonte; per entrambi l’Annibale implacato che quando non poteva

guerreggiarli coll’armi, li combatteva colle parole, colla penna e col

nome.

Ora come l’amicizia della Francia e dell’Austria era a quei giorni uno

dei perni della politica inglese, così veniva da sè che il governo

della Regina fosse il primo a riguardare con ansietà il perdurare

d’un fatto che era cagione di disgusto a’ suoi più utili amici e

poteva, lungamente protratto, fruttare alla stessa Inghilterra noie

e contrarietà imprevedibili. Nè, per far intendere il loro sentimento

circa la presenza di Garibaldi in Londra, era mestieri che i Gabinetti

europei ricorressero al mezzo estremo delle proteste. Quando Lord

Palmerston nella Camera dei Comuni,[277] diceva che «qualunque governo

forestiero si fosse fatto lecito di intromettersi nelle interne

faccende dell’Inghilterra avrebbe avuto da qualsiasi governante del suo

paese una urbana sì, ma franca e ferma risposta,» diceva cosa da tutti

saputa, sottintesa e creduta.

Ma ognuno sa che tra la diretta intromissione e l’indifferente

astensione ci corre tanto spazio che basta per contenere insieme la

indiretta disapprovazione e il tacito dissenso, la triste scontentezza

e il broncio amichevole, tutte le gradazioni del malcontento e

del malumore. È noto che la politica ha parecchi vocabolari: che

in diplomazia ciò che non si vuol dire ufficialmente si susurra

ufficiosamente; che il più delle volte basta un segno, un monosillabo,

un silenzio tempestivo ed un sussiego calcolato per dir più di tutti

i discorsi e di tutte le note. Ora tale era appunto il linguaggio

che conveniva a quel caso. Nessuno dei governi interessati avrebbe

osato esprimere al Gabinetto di Londra il proprio dispiacere per gli

onori straordinari che il popolo inglese aveva stimato di rendere a

quell’avventuriere fortunato; ma pochi di loro avevan saputo nascondere

il proprio scontento.

Era stato notato infatti che a nessuno dei grandi ricevimenti dati al

Patriota italiano, meno l’ambasciatore di Turchia e il Ministro degli

Stati Uniti, nessun altro diplomatico, nemmeno in forma privata, era

intervenuto; che il conte Appony, ambasciatore d’Austria, s’era chiuso

fin dall’arrivo in uno sdegnoso ritiro non comparendo più nemmeno al

Palazzo del governo; che l’Austria e la Prussia tardavano ad inviare i

loro rappresentanti al Congresso, senza dire apertamente che la cagione

ne fosse la sgradita vicinanza di quello spadroneggiante trionfatore,

ma facendolo con abbastanza chiarezza trapelare; che infine la stampa

governativa ed officiosa così di Francia come d’Austria e di Germania,

canzonando quella nuova frenesia garibaldina onde il serio popolo

britannico era stato colto, non perdevano mai il destro di tirare una

botta contro i ministri della Regina che si lasciavano pigliare dallo

stesso delirio e adoravano lo stesso feticcio.

Combinati questi fatti, sommate tutte queste cagioni;[278] considerato

da un canto la necessità di tagliar corto ad un’agitazione fino

allora soltanto inquietante che poteva tralignare in più pericolosi

disordini, e dall’altro la convenienza di evitare alle potenze amiche,

in un momento di negoziati diplomatici, una cagione di fastidio e

di disgusto, il Governo inglese deliberò di indurre Garibaldi ad

abbreviare il suo viaggio e ad affrettare il suo ritorno in Italia.

Garibaldi, Vol. 2 (of 2) · 第 84 / 147 题