Quale effetto producesse nel popolo inglese questo annuncio, già
accennammo: di amaro sospetto ne’ più; d’intera contentezza in pochi;
di sorpresa in quasi tutti. Però l’opinione pubblica si divise quasi
tosto in due campi. Gli amici del governo, gli uomini politici, le
classi superiori e in generale tutti coloro che, per un motivo o
per l’altro, erano inquieti o tediati di quella prolungata baraonda
garibaldina, lodavano il Generale d’esservisi arreso; gli avversi
al Ministero, gli idolatri dell’eroe, la gente più di sentimento che
di ragione, e tutti coloro in generale cui quella baraonda piaceva o
giovava, non sapevano persuadersi che la malattia fosse reale (tanto
più dopo una attestazione del dottor Basile che la smentiva[283]), nè
quella partenza spontanea e sospettandovi sotto un oscuro complotto
aristocratico e diplomatico, a cui non parevano estranei nè il Governo
inglese, nè Napoleone III, nè l’Austria, s’apparecchiavano con tutti i
mezzi che la legge loro concedeva a sventarla.
Già infatti tra il 20 e il 21 la più parte dei giornali liberali e
radicali[284] denunziava, esagerandolo, il misterioso complotto:
innumerevoli cartelli affissi per le vie avvertivano il popolo
che Garibaldi era forzato a partire: alla _Taverna di Londra_ per
iniziativa del Comitato di Ricevimento convocavasi un meeting nel
quale si deliberava «non essere desiderabile che il generale Garibaldi
venisse indotto ad abbandonare l’Inghilterra, tanto più che non erano
stati sufficientemente chiariti i motivi della sua partenza.» Un
altro _meeting_ pubblico e più numeroso preparavasi per istigazione di
Mazzini a Primrose, sotto la Presidenza del signor Beales; infine il
Ministro degli Esteri, il Presidente del Consiglio, e il Cancelliere
dello Scacchiere erano invitati a dar spiegazione nelle due Camere di
quell’inatteso rimpatrio, e sopratutto a dichiarare quanto vi fosse
di vero nella voce persistente che il governo della Regina, spinto da
suggestioni straniere, vi avesse partecipato.
Ma le risposte erano prevedibili. Lord Clarendon si dichiarò persino
inconsapevole della progettata partenza, e quanto a Napoleone III
non solo lo purgò da qualsiasi taccia d’avversione a Garibaldi, ma
assicurò che caduto il discorso su quel tema, l’Imperatore gli disse
di comprendere benissimo come un uomo sì straordinario, quale era
Garibaldi, dovesse toccare l’animo agli Inglesi e trasportarli fino
all’entusiasmo. Nè sostanzialmente diverse furono le parole di Lord
Palmerston e del signor Gladstone. Solo il primo soggiunse anche più
esplicitamente che qualunque governo forastiero facesse all’inglese,
sopra un consimile argomento, una rimostranza qualsiasi, «riceverebbe
una urbana sì, ma ferma ed aperta risposta;» mentre il secondo, senza
sconfessare la sua intromissione nell’affare e narrati press’a poco i
fatti come li narrammo noi stessi, si studiò soltanto a rimuovere da
sè e dal governo ogni sospetto di indebita ingerenza e d’inospitale
pressione, ed a gettare la colpa dell’avvenimento su quella disgraziata
salute del Generale, del cui stato sofferente, dopo le attestazioni
d’un medico come il signor Fergusson e d’amici così affezionati e
devoti, come il signor Seely e il Duca di Sutherland, non era più
possibile dubitare.[285]
Contemporaneamente le Deputazioni dei _meetings_ si presentavano a
Garibaldi, il quale, fluttuante ancora tra le promesse fatte agli uni
di visitarli ed agli altri di partire, si tirava alla meglio d’impaccio
dicendo agli inviati del _London Tavern_, che desiderava ardentemente
di visitare i suoi vecchi amici di Newcastle e del Nord, ma che
avrebbe meglio considerato se dopo la promessa data poteva cambiare di
determinazione;[286] e scrivendo anche più esplicitamente al signor
Beales, presidente del _meeting_ che si stava preparando a Primrose,
ed a tutti i suoi amici «che accettassero i suoi ringraziamenti per
l’affetto dimostratogli: che sarebbe felice di rivederli in circostanze
migliori e quando potesse a tutto agio godere del loro nobile paese;
ma pel momento essere obbligato a lasciare l’Inghilterra.[287]» E
queste ultime parole valgono un documento. Garibaldi poteva essere
o più generoso o più coerente tralasciandole; ma infine se la verità
suo malgrado gli scappò dalla penna, raccogliamola e scriviamola come
l’unica conclusione chiara di tutto questo torbido negozio: Garibaldi
fu obbligato a partire d’Inghilterra; graziosamente, soavemente
obbligato; ma «obbligato.»