V.

All’indomani Garibaldi parve riposato, ma cominciarono allora le sue

dodici fatiche. Come però non è questa una storia aneddotica e il

descriverle tutte, episodio per episodio, particolare per particolare,

richiederebbe, senza iperbole, un volume, così ne restringeremo il

racconto in rapidissimi tocchi.

Il 12 di buon mattino ascolta un indirizzo degli abitanti del quartiere

di San Pancrazio, santo a lui memorabile; visita più tardi a Chiswick

la Duchessa madre di Sutherland; dove incontra Lord Russell, Lord

Granville, il duca e la duchessa d’Argyll, il conte e la contessa di

Clarendon, il signore e la signora Gladstone e durante la colazione la

banda del secondo reggimento delle _Life Guards_ gli suona il suo inno.

Sul pomeriggio altra visita a Lord Palmerston, col quale si trattiene

in segreto oltre un’ora, e la sera banchetto, ricevimenti e discorsi

ancora.

Il 13 mattina rivista all’arsenale di Woolwich, dove impennatisi i

cavalli gli operai dello stabilimento trascinano la sua carrozza a

forza di braccia; nella sera banchetto di quaranta coperti dal duca

di Sutherland, e subito dopo solenne ricevimento, durante il quale

il Generale, seduto sopra una specie di trono nella gran sala degli

Staffords, vede sfilargli davanti la più antica e più pura nobiltà di

Brettagna e di Scozia.

Il 14 mattina udienza alle Deputazioni della città di Manchester;

poco dopo rivista della brigata dei pompieri, di cui è colonnello

il Duca di Sutherland, e la sera comparsa al Covent-Garden dove si

rappresenta la _Norma_ e in suo onore un atto della _Muta di Portici_;

ed egli è letteralmente coperto di fiori dalle più belle mani del Regno

Unito.[270]

Il 15 escursione agricola a Bedford e davanti a nuova moltitudine di

popolo, convenuto da tutte le parti del distretto, esperimenti delle

macchine Howard; alla sera desinare intimo da Antonio Panizzi, il

celebre restauratore del _British Museum_ e vecchio amico suo.

Nella mattina del 16 visita alla birreria Berkley e Perkins; verso

il tocco gran concerto al Palazzo di Cristallo, datogli dagli

Italiani; trentamila spettatori lo accolgono, una Deputazione di suoi

compatriotti gli presenta una bandiera col motto «Roma e Venezia;»

Arditi dirige l’orchestra, e un coro di mille voci gli canta:

O Garibaldi nostro salvator,

Te seguiremo al Campo dell’onor.

Dal _Crystal Palace_ passa a Piccadilly[271] dove Lord Palmerston lo

convita a solenne banchetto.

Il 17 è domenica, e come è noto il rigoroso rispetto che gl’Inglesi

professano od ostentano per il giorno festivo, così il russo Alessandro

Herzen riunisce in casa sua a fraterna mensa, fra una scelta d’amici,

Giuseppe Garibaldi e Giuseppe Mazzini.[272]

L’agape però nulla aveva di politico. Certo in quel cenacolo di

apostoli e di soldati di tutte le patrie e di tutte le libertà

un discorso doveva ricorrere e dominare su tutti gli altri; ma

nessuno prestabilito disegno di complotti rivoluzionari, nessun

occulto pensiero presiedeva il nobile simposio. Gli stessi brindisi,

commoventissimi per chi li profferiva come per chi li udiva, non furono

che reciproche testimonianze d’onore e d’affetto, scevri interamente

da ogni ascoso fine politico, se non forse l’altissimo di riaccostare

almeno un istante due grandi spiriti affratellati un giorno dalla

medesima idea, e che non avrebbero potuto passarsi vicini senza

seppellire in un amplesso ogni ricordo della passata discordia. Mazzini

con ispirate parole bevve alla «libertà de’ popoli, all’associazione

de’ popoli, a Garibaldi vivente incarnazione di questa idea, alla

povera, santa Polonia, alla giovine Russia.» Garibaldi con caldo

accento rispose: «Al mio amico e maestro Giuseppe Mazzini;[273] alla

Polonia, alla Russia, all’Inghilterra.» E al toccar de’ bicchieri

una lacrima brillava nell’occhio di tutti i commensali; ed Herzen,

strozzato dall’emozione, non potè pronunciare che poche e rotte parole.

Al lunedì vegnente ricevimento a Stafford-House di privati e di

Deputazioni;[274] visita a Ledru Rollin, e Louis Blanc; al tocco un

secondo concerto popolare al Palazzo di Cristallo, dove un popolo

misto di Corporazioni, di Rappresentanze, di Deputazioni, sfila

davanti al Trionfatore, che sa trovare per tutti il contegno e la

parola opportuna, notevole e notata da coloro che cominciavano ad

impensierirsi di quei trionfi, quella da lui gridata ad alta voce alla

Deputazione degli esuli polacchi: «Chiedo che la nobile nazione inglese

non voglia abbandonare la nazione polacca.»

Il martedì invece è giornata di riposo, se riposo può dirsi leggere o

firmare serque di lettere e di ritratti, discorrere con centinaia di

persone e posare ora per un busto, ora per una fotografia, risedersi

a tavola tre o quattro volte il giorno, per non far torto all’usanza

degli ospiti, meravigliati che un eroe mangiasse così poco e bevesse

anche meno, e finito il pasto, all’ora rituale in cui le signore

lasciano i lor cavalieri in intimi colloqui col _Sherry_ e col

_Brandy_, si ritirasse con loro.

Così però era arrivato il 20 aprile; il giorno solennissimo destinato

al conferimento della cittadinanza di Londra, che è, come ognuno sa,

il più grande onore che la vecchia _city_ possa dare, invidiato e

raramente ottenuto dagli stessi Sovrani; e che a Garibaldi era stato

decretato, senza contrasto, appena ebbe messo il piede sul suolo

britannico. E come la storica cerimonia fu anche il compendio simbolico

di tutte le onoranze tributate all’eroe italiano, così ne toccheremo

meno fugacemente.

Assistito ad un asciolvere dal duca d’Argyll, in un tiro a quattro

alla _Daumont_ da Prince’s Gate, dimora del signor Seely dove il

Generale era passato, s’avviò in sul mezzogiorno verso Guild-Hall.

Lo accompagnavano, giusta il rito, il signor Richardson e l’Alderman

Scott, ciambellano del Town-Hall, cui spettava quest’onore, il primo

per aver proposto, il secondo per aver secondato la mozione del

_Freedom_: lo seguivano in altra carrozza il signor Seely e i figli, e

in altre ancora un lungo corteo di membri del Parlamento e di nobili

invitati. Le botteghe erano chiuse, i lavori sospesi come nel giorno

dell’ingresso. Turbe di popolo assiepavano le strade per le quali

doveva passare il corteo; ma all’ingresso della _city_ e più ancora nei

pressi del Palazzo di città la calca è sì densa, la piena sì procellosa

da pareggiare quasi quella impareggiabile dell’11 aprile. Arduo perciò

come in quel giorno il transito; arduo ai _policemen_ contenere il

torrente; arduo e pericoloso insieme per il Generale lo scendere

di carrozza. Vi pervenne tuttavia, e allora, accolto nell’atrio di

Guild-Hall dalla deputazione del Comitato di ricevimento, passando fra

due ale di _gentlemen_ e di _ladies_ che lo salutano e s’inchinano come

ad un re, è condotto nel gran salone del Consiglio, in mezzo ad una

fiorita corona d’invitati, e quivi, sotto un ricco baldacchino, sopra

seggiolone dorato, fra il signor Seely e suo figlio Ricciotti,[275]

fatto sedere.

Entrarono allora gravi e solenni nel loro storico costume, roboni

di velluto nero, parrucche bianche a zazzera, grandi lattughe allo

sparato, il Lord Mayor, gli Aldermen, i Clerks, e fattosi un solenne

silenzio il Town’s Clerk venne innanzi e lesse il seguente decreto:

«Che l’onorevole titolo di cittadino sia conferito al generale

Garibaldi come segno di riverenza al più magnanimo e valoroso dei

patriotti e gli sia presentato in una scatola d’oro del valore di cento

ghinee.»

Una salva d’applausi era già scoppiata alle parole _most generous

and magnanimous man_, un’altra ancora più fragorosa seguì la chiusa

del decreto. Allora il Generale si alzò e il signor Scott gli lesse

un lungo indirizzo, nel quale, dopo avergli significato come Londra

andasse superba d’avere tra’ suoi cittadini un uomo che a nessun

altro poteva essere paragonato, «perchè in nessun uomo si trovarono

insieme accoppiate come in lui la semplicità d’un Cincinnato,

l’incorruttibilità d’un Dentato, il cuore di Leonida, la tenerezza

d’una donna, la confidenza d’un fanciullo;» conchiuse ringraziandolo

d’aver destata in Inghilterra la fiamma della libertà, ed augurando

all’Italia di compiere la sua unità ed indipendenza.

Il Generale, che aveva ascoltato con profondo e decoroso raccoglimento,

fece in inglese, con accento stentato e troppo apertamente meridionale,

ma con perfetta correzione di sintassi e di lingua, questa risposta:

«Non mi è possibile esprimere a voi, come rappresentanti di questa

gloriosa città, la gratitudine che io provo dell’onore che mi avete

oggi conferito. Ne inorgoglisco più che dell’avere il primo onore,

il primo grado in guerra, perchè non so qual cosa possa tenersi più

onorevole che l’esser libero cittadino di questa città. Nè io dico

questo per adularvi. Ho veduto che questo è il vero centro della

libertà del mondo, è il foco della civiltà di tutte le nazioni.

Qui niuno è straniero, perchè in Inghilterra ogni uomo è in casa

sua. Vi ripeto che non potrei esprimere la mia riconoscenza, ma

ve ne ringrazierò, non potendolo per me stesso, in nome della mia

patria, che aspetta dall’Inghilterra quell’aiuto ch’essa può dare

in guerra.

»Certo l’Italia non potrà mai dire abbastanza quanto è grata a

questo paese pel gran favore con cui ha accolto la sua causa, e per

gli aiuti che le ha dato in tempi di gran bisogno. Nè è questa la

sola volta che io sono stato beneficato dal popolo inglese. Lo fui

in America quando dovetti alla protezione inglese se fui salvo da

gran pericolo. — Ebbi anche aiuto da Inglesi in Cina. Tutto questo

non potrei mai dimenticare; ma dovunque sarò, il mio affetto, la

riconoscenza verso il popolo inglese sarà imperitura. — Ripeto che

sono gratissimo per me e per la mia patria al popolo inglese.»

Certo questo discorso non aveva nulla di peregrino, ma il Generale

che al toccar del suolo inglese pareva aver acquistato il senso, a

lui tanto innaturale, della convenienza e della misura, ed essersi

trasformato in un attore provetto, a cui nessuno dei lenocinj dell’arte

sia ignoto; il Generale, dico, seppe dare a quelle sue parole, studiate

più che non si pensi, tale un’impronta di verità e di naturalezza, e

trovare recitandole un atteggiamento così artisticamente equilibrato

tra la modestia e la dignità, un gesto così giustamente misurato tra

la vivacità italiana e la rigidezza anglo-sassone, un’intonazione così

abilmente indovinata tra la rozzezza eroica e la cortesia signorile,

e sopratutto tali modulazioni, tali blandimenti e incanti di voce da

suscitare in tutto l’uditorio un vero delirio. Una triplice tonante

salva d’applausi, quali forse quella sala non aveva mai uditi, accolse

la fine del discorso e soltanto la maestà del luogo e della cerimonia

parve trattenere da più clamorose manifestazioni. Quando però il

Generale, salutato il Mayor e la Mayoressa, si mosse per uscire, il

pubblico, rotta ormai quella diga di tradizionale rispetto che l’aveva

fino allora contenuto, dimenticò ogni gravità, e scavalcando sedie

e barriere si rovesciò letteralmente su di lui, per ottenere, con

mille voci, l’onore d’un suo _shake hands_. Nè forse l’eroe sarebbesi

rifiutato anche a quel capriccio se taluno de’ suoi amici non si fosse

opposto, dicendo che ciò avrebbe nociuto alla sua salute; il che bastò

perchè tutta quella folla tumultuante si ritraesse e diradasse in

silenzio.

Allora il Generale uscì da Guild Hall per passare a Mansion-House, dove

il Lord Mayor dava in suo onore lo storico banchetto della _Loving

Cup_, nel quale il Generale, ignaro del rito, bevve alla salute del

Popolo inglese fra le acclamazioni de’ convitati.

Non fu quella però l’ultima impresa di quella giornata campale. Alle

6 il Generale dovette intervenire ad un altro banchetto, il terzo in

un giorno, offertogli dal Cancelliere dello Scacchiere e trattenervisi

fino a tarda ora sempre sulla scena, sempre in sull’all’erta per

ascoltare e rispondere, sempre meraviglioso a tutti di semplicità, di

cortesia, di tatto e di pazienza.

Garibaldi, Vol. 2 (of 2) · 第 83 / 147 题