Frattanto il giorno destinato al solenne ingresso in Londra era
giunto, e la mattina dell’11 aprile, giusta il convenuto, Garibaldi
s’imbarca col signor Seely, i signori Chambers, i figli e gli altri
suoi compagni di viaggio per Southampton, d’onde in sul mezzogiorno un
treno apposito, al tuonar del cannone, allo squillar delle campane, lo
trasportava con velocità inglese verso la grande metropoli.
Anche Londra però erasi degnamente preparata a riceverlo. Era stato
stabilito che il Generale smonterebbe alla stazione di _Nine Elms_,
ove sarebbe ricevuto dai membri del Comitato promotore, dai Delegati
degli operai e della Colonia italiana; che fuori della stazione lo
attenderebbero schierate per scortarlo, ciascuna colle sue musiche
e i suoi gonfaloni, le corporazioni principali della città, tra le
altre quelle della _Soutwark Temperance_, dei _Foresters_, degli
_Old Fellows_; dei _Temperance Sons of Phenix_, degli _Old Friends_,
e della _Legione inglese Garibaldi_ nel 1860; che di là monterebbe
nella carrozza a tiro a quattro del Duca di Sutherland e per
Wandsworth Road, Miles, Brough, New Bridge-Street, Upper-Kennington,
Lane, Kennington-Road, Westminster-Bridge-Road, Westminster-Bridge,
Parliament Street, Charing Cross e Pall-Mall, procederebbe,
processionalmente, fino a Stafford-House. Quantunque però fosse stato
annunziato che egli non arriverebbe a Nine Elms se non verso le due
del pomeriggio, tutte le strade d’onde doveva passare brulicavano, fin
dalle prime ore del mattino, d’una folla immensa, multiforme, rumorosa,
che veniva crescendo, ad ogni istante, incalzando, accavallandosi,
allagando le piazze e le vie, stipando i palchi eretti espressamente
lungo il passaggio, rigurgitando dalle finestre, spuntando dagli
abbaini, arrampicandosi sui tetti, penzolando dagli alberi, vivente
oceano di teste che faceva ondeggiare all’occhio, case, monumenti,
torri, ponti, giardini, e pareva quasi subissarli.
Finalmente, poco dopo le due, un lungo fischio e un subitaneo e più
violento mareggiare della folla annunziava che il treno tanto aspettato
entrava in stazione. Garibaldi ne scese tosto, e uditi gl’indirizzi
delle Deputazioni, ricevuti gli omaggi d’un’eletta di spettatori e
spettatrici, raccolta sotto un ricco padiglione, che l’apostrofava
co’ più teneri ed eroici nomi e «Dio vi benedica, benvenuto nel paese
della libertà» e «Benvenuto l’eroe italiano,» riuscì finalmente, non
senza stento per la fitta calca che ne assiepava le porte, a uscir
dalla stazione ed a montare nella carrozza designatagli. E qui accadde
un fatto straordinario, il più straordinario forse fra i mille di
quella giornata. Tutta quella moltitudine che dianzi fiotteggiava
e sordamente mugghiava come un mare gonfiato dai primi soffi della
bufera, all’apparire di Garibaldi sulla carrozza, fosse il pittoresco
ed insolito costume, fosse la nuova meraviglia di quella superba testa
leonina, nella quale la natura pareva essersi compiaciuta a fondere
insieme tutti i tratti della forza e della bellezza; tutta, dicevamo,
quella tempestosa e sterminata moltitudine, s’abbonacciò a un tratto
e per alcuni secondi restò davanti a quella inattesa apparizione,
estatica, muta, quasi pietrificata, come se avesse veduto balzar di
sotterra all’improvviso, il biondo e capelluto fantasma d’uno de’
leggendari eroi d’Engisto e d’Horsa, cari ad Odino ed a Thor. Ma fu,
come dicemmo, un attimo, chè subito dopo, scossa la istantanea malía,
quella stessa moltitudine esalò dall’immane petto tale un ruggito, tale
un iato, non sapremmo dire, se di tripudio, d’ammirazione o d’amore,
da far correre un brivido per le vene ai più, e lasciar a sua volta lo
stesso Garibaldi sbalordito per un istante ed esterrefatto.
Allora cominciò lo sfilare delle corporazioni e delle rappresentanze;
finita la sfilata, il corteo si mosse e si vide un nuovo
spettacolo.[269] Migliaia di braccia s’agitavano; migliaia di
fazzoletti sventolavano; migliaia di cappelli salutavano; migliaia
di mani applaudivano; migliaia e migliaia di bocche gridavano co’
più svariati accenti, co’ più fantastici attributi, un nome solo:
Garibaldi. La processione delle corporazioni che aprivano la marcia,
arrestata a ogni passo dalla piena, avanzava lentamente; ancora più
lentamente la carrozza del Generale. In taluni luoghi la stipa era
tale che la carozza, incastrata entro un serraglio di corpi umani,
non poteva nè avanzare nè retrocedere. E in mezzo a tutto ciò due
meraviglie, una per gl’Inglesi: la serenità olimpica di Garibaldi;
un’altra per il forestiere: l’ordine perfetto, nel disordine immane
di tutta quella folla babilonica, mantenuto da pochi _policemen_
senz’armi. Dire i saluti a cui ha risposto, i baci che ha restituito,
le strette di mano che ha barattate il Generale sarebbe impossibile:
basti che dopo poche ore le sue mani, il suo volto, il suo mantello
erano tutti tigrati di macchie nerastre come fosse uscito appena da
una fucina o da una miniera. A un certo punto, presso Westminster,
una subitanea rotta della fiumana popolare divide il Generale dalle
corporazioni, ond’eccolo tagliato fuori dal suo corteo e prigioniero
d’un popolo nuovo, ma non meno infanatichito, che a somiglianza del
primo lo assale, lo serra, lo pigia, vuol parlargli e farlo parlare; lo
assorda colle sue voci, lo soffoca ne’ suoi amplessi, lo ucciderebbe
fors’anco, se l’opportuno intervenire di due o tre _policemen_ non
lo liberasse a tempo da quelle strette d’amore delirante, e non
aprissero, in quel gigantesco ginepraio di mani e di braccia, un
breve spiraglio per cui potere proseguire. Quando a Dio piacque
infatti il convoglio potè ravviarsi: passò Westminster-Bridge, passò
Trafalgar-Square, dove la base della colonna di Nelson, fitta di
spettatori, sembrava un piedestallo di statue viventi, ed entrò in
Pall-Mall; ma in quel punto, circa le sette e mezzo, l’ultimo raggio
di sole si nascondeva nel lenzuolo di nebbia delle sere britanniche,
e pochi istanti dopo carrozze, bandiere, rappresentanze, spettatori e
Garibaldi non erano più che una torbida fantasmagoria d’ombre confuse
che s’agitavano nella caliginosa opacità della notte imminente. Ma
ciò non ostante il popolo continuava ancora a seguire, a gridare, a
segnare a dito Garibaldi, indovinandolo coll’istinto, salutando il suo
mantello grigio che solo spiccava ancora nelle tenebre. Finalmente
l’architettonica massa di Stafford-House spuntò: la folla raccolta
sullo _square_, tra preghiere, ammonimenti, spinte, fece quel tanto
di largo che permettesse alla carrozza d’entrare la grande cancellata
del palazzo e colà finalmente il Generale potè mettere piede a terra.
Un tappeto di porpora era steso dall’atrio allo scalone, a’ piedi del
quale attendeva con gran corteo di gentiluomini e di dame la bella
Duchessa di Sutherland; Garibaldi s’avanzò verso di lei con passo
lento ma fermo; ne ricevette il benvenuto, ne sfiorò colla sua destra,
affumicata dal contatto di tutto il catrame di Londra, la candida mano,
e lasciando delusa la moltitudine che ancora s’ostinava a volerlo
rivedere, sparì nei penetrali della principesca dimora. Sei ore da
Nine-Elms a Stafford-House; sei ore per cinque miglia: un mezzo milione
di spettatori accalcati sulla via del passaggio; una piena di popolo
quale non vide l’esercito inglese reduce da Crimea, erano le parole che
correvano su tutte le labbra alla fine di quella memorabile giornata e
ne riepilogavano la meraviglia.