XVI.

Udito il _Te Deum_ nella chiesa di Mezzojuso (a compiere quella

shakespeariana tragicommedia d’equivoci non mancava più che preti

cattolici in chiesa cattolica benedicessero a Dio per la caduta del

poter temporale), Garibaldi leva il campo il 6, mattina; la sera del

dì medesimo è ad Allia; il 7 a Valledolmo; l’8 a Villalba, dove gli

perviene la notizia che a Santo Stefano la colonna Bentivegna era

venuta alle mani a cagione di due disertori con un battaglione di

regolari che colà presiedeva; ma aveva evitato più sanguinoso conflitto

principalmente per l’ardito e pronto accorrere di Enrico Cairoli, il

quale, cacciatosi fra i combattenti, aveva ottenuto si cessasse dal

sangue fraterno a patto di lasciare i disertori e sgombrare al più

presto la terra.

Ripresa la marcia, traversa il 9 Santa Caterina; il 10, incontrato

dalle Guardie nazionali del paese, accampa a Marianopoli; l’11 entra

in Caltanisetta, d’onde la truppa regia, udito il suo avvicinarsi, si

ritira quasi fuggiasca, a Girgenti, la città gli dà un banchetto in cui

il Prefetto medesimo beve «alla fortuna della sua impresa;» ed egli

saluta Vittorio Emanuele in Campidoglio, e parte regalato d’armi, di

danari, di vesti. L’indomani a Villarosa lo raggiunge, con ottocento

uomini, il Bentivegna; il 14 a Castrogiovanni un barone varesano si

arruola sotto la sua bandiera con una grossa squadra soldata da lui,

talchè, ascesa la colonna a quattromila armati, viene divisa in due

_Legioni romane_, agli ordini, la prima del Menotti, la seconda del

Corrao. A Piazza, a Leonforte, a San Filippo le stesse accoglienze.

A Regalbuto sopraggiungono i deputati Mordini, Fabrizi, Calvino e

Cadolini, venuti di terra ferma per esplorare davvicino il vero stato

delle cose ed a seconda dei casi, o ripregare il Generale a desistere

dall’impresa, o associarvisi. E fu, se ci apponiamo, in que’ dintorni

(non sapremmo tuttavia precisarne il punto) che il Generale stesso

ricevette una lettera dell’ammiraglio Albini,[219] nella quale questi a

nome del Governo proponevagli di trasportarlo su una fregata regia in

quel qualsiasi porto del Regno che meglio gli fosse piaciuto; pronta

la fregata ad attendere i suoi ordini fra Acireale e Catania. Offerta

benigna, ma imprudente, come quella che dava al Generale un pretesto di

più per marciare su Catania, e ch’egli perciò s’affrettò ad accettare.

E così di tappa in tappa era giunto a Centorbi, presso alle rive del

Simeta, dove cominciò a riavere notizie dell’esercito regio, di cui da

ben otto giorni aveva perduto ogni sentore.

Infatti il generale Mella, comandante il presidio di Catania, era

venuto ad appostarsi coll’intera Brigata _Piemonte_ tra Adernò e

Paternò, a cavaliere delle due strade che menano a Catania ed a

Messina, risoluto, a quanto pareva, a sbarrargliene i passi; mentre

il generale Ricotti, spintosi da Girgenti alle spalle della colonna

ribelle, arrivava in que’ medesimi giorni a Castrogiovanni e serrava

sempre più dappresso il retroguardo garibaldino. Per Capitano deciso

a combattere, il cimento sarebbe stato poco temibile; per Capitano

deciso a sfuggire ogni battaglia, il frangente era minaccioso. Però

Garibaldi non pensò altro mezzo per uscirne che affrettare la marcia,

guadar notte tempo il Simeta, traversare a passi celeri e silenziosi

Paternò e deludere così la vigilanza de’ suoi custodi. Ma l’intento

gli fallì: l’avanguardia del Corrao fu indugiata per via; il Simeta

più grosso dell’usato rese difficile il guado; sicchè la colonna non

potè arrivare in faccia a Paternò che a giorno già alto. E siccome a

Paternò stava di guardia un battaglione regolare, il quale, al primo

apparire delle camicie rosse, corse subito a schierarsi in difesa,

così tutti pensarono, i più col cuore serrato, che uno scontro fosse

ormai inevitabile. Ma, il lettore l’ha già compreso, noi viaggiamo

da un pezzo nel mondo ariostesco dei sortilegi e degli incantesimi, e

conviene essere apparecchiati a tutte le sorprese. Garibaldi manda in

cerca del Maggiore Comandante di quel Battaglione, non si può dire se

amico o nemico, e il Maggiore s’affretta all’invito, stavamo per dire

all’ordine, del Generale avversario. Questi a sua volta esce dal suo

campo incontro al Maggiore e sotto gli occhi dei loro soldati, presti

a combattere, si salutano, si stringono la mano ed amichevolmente

conversano.

Quel che siansi detto non si seppe; taluno vide il Generale mostrare al

Maggiore una lettera con un gran suggello rosso;[220] letta la quale

l’ufficiale s’inchinò riverentemente e partì. E non è inverosimile;

probabilmente la lettera era quella medesima che l’ammiraglio Albini

aveva scritto pochi giorni innanzi al Generale, nella quale gli dava

convegno nel porto di Catania; d’onde il consenso del Maggiore regio

a concedere il passo. Certo è che, appena separatisi, i Volontari

poterono mandare i loro furieri a provvedersi di viveri in Paternò; che

il battaglione regio non fece un passo fuori della linea già occupata;

che infine, verso le quattro pomeridiane, dopo almeno sei ore di sosta,

Garibaldi potè levare tranquillamente il campo, e, preso prima per

viottole traverse, poi per vigneti e giardini, girare attorno Paternò

e riescire franco da ogni molestia sulla strada maestra di Catania,

dove, per giunta, un picchetto di Regi, di guardia alla porta, gli

presenta l’armi. E tutto gli sarebbe riuscito ancora più a seconda, se

una parte della legione Corrao, la meno disciplinata tra tutte, o per

capriccio o per errore, non avesse tentato traversare il paese; per il

che i Regi furono costretti a far fronte ed a vietare loro il cammino.

E certo un conflitto ne sarebbe scoppiato, se, altra e più grande

meraviglia di quella favolosa giornata, Garibaldi avvisato del pericolo

non fosse tornato sui suoi passi e non avesse ottenuto sempre da quel

Maggiore, mercè una sua dichiarazione scritta, il libero passo degli

arrestati.[221]

Strana guerra, invero, in cui il Comandante d’una parte stava ai cenni

del Comandante dell’altra: il nemico prestava i viveri al nemico; i

prigionieri erano liberati sulla parola del Capitano avversario; e

coloro che avrebbero dovuto, a rigor de’ termini, passarlo per l’armi,

gliele presentavano.

Garibaldi, Vol. 2 (of 2) · 第 73 / 147 题