XVII.

E tuttavia il genio di quella fantastica tregenda non aveva esaurite le

sue gherminelle. Nella sera stessa essendosi il Generale avanzato con

pochi seguaci verso Misterbianco, vede a un tratto illuminato il paese

da una gran luce e pochi istanti dopo una folla festante armata di

fiaccole uscirgli incontro, e annunziatagli Catania già libera di Regi,

sobbarcarsi alla sua carrozza, e per parecchie miglia portarlo, quasi

di peso, come in una sedia gestatoria, nella città.

Tralasciamo le accoglienze, non dissimili, più fervide forse, di quante

n’aveva ricevute fin allora. In Catania non c’è più ombra di governo

regio: governa Garibaldi. Una o due compagnie di linea sono chiuse in

castello quasi prigioniere, e quella volta è Garibaldi che concede la

libertà. Il prefetto Tholosano s’è ritirato a bordo della _Vittorio

Emanuele_, una delle fregate che ancoravano nel porto; e Giovanni

Nicotera, fatto Comandante civile e militare della città, tiene il

suo luogo. E il più notevole si è che non un partito solo coopera

a quella strana rivoluzione, ma la cittadinanza intera. Garibaldi è

ospitato nel _Casino della Società degli Operai_, di cui eran membri

cittadini d’ogni colore politico. Il marchese di Casalotto, deputato

di parte moderata, Comandante in capo della Guardia nazionale, gli

manda una compagnia d’onore; una legione cataniese si recluta fra

l’eletta della città: insomma l’inganno che Garibaldi, se pure discorde

col Governo, agisse in segreto accordo col Re, confermato in quegli

ultimi giorni dalla fiacchezza del generale Mella e dall’inazione

della squadra, continua il suo giuoco e travia tutte le menti. Ed a tal

segno le travia, che sparsasi, il 22 sera, la novella che il Mella ed

il Ricotti marciassero con forze unite e mosse combinate ad assalire

Garibaldi, la città si leva in tumulto; le vie e le porte si coprono di

barricate; gran parte della Guardia nazionale si mette in armi, pronta

a respingere l’assalto; sicchè può dirsi che chi lo teme di più sia lo

stesso Garibaldi.

Fortunatamente, a scongiurare il pauroso evento ed a levarlo

dall’atroce distretta, apparvero in vista del porto due piroscafi,

uno con bandiera francese, l’altro con italiana; laonde Garibaldi, che

dall’alto del Convento dei Benedettini era stato il primo a scoprirli,

«È un’occasione, sclamò, che non bisogna lasciarci sfuggire;» e in men

d’un’ora quelle due navi erano in suo potere.

Ma qui è il tempo di lasciar parlare egli stesso. Nei già noti

_Frammenti a matita_ troviamo di tutto suo pugno la narrazione

d’Aspromonte, e quantunque l’autobiografo sorvoli a non pochi

particolari, e lasci qua e là qualche lacuna;[222] siam certi che

il lettore preferirà sempre queste pagine autografe, scolpite dalla

interna stampa dell’eroe, a qualsiasi più veridico e diligente

racconto.

Garibaldi, Vol. 2 (of 2) · 第 74 / 147 题