E tuttavia il genio di quella fantastica tregenda non aveva esaurite le
sue gherminelle. Nella sera stessa essendosi il Generale avanzato con
pochi seguaci verso Misterbianco, vede a un tratto illuminato il paese
da una gran luce e pochi istanti dopo una folla festante armata di
fiaccole uscirgli incontro, e annunziatagli Catania già libera di Regi,
sobbarcarsi alla sua carrozza, e per parecchie miglia portarlo, quasi
di peso, come in una sedia gestatoria, nella città.
Tralasciamo le accoglienze, non dissimili, più fervide forse, di quante
n’aveva ricevute fin allora. In Catania non c’è più ombra di governo
regio: governa Garibaldi. Una o due compagnie di linea sono chiuse in
castello quasi prigioniere, e quella volta è Garibaldi che concede la
libertà. Il prefetto Tholosano s’è ritirato a bordo della _Vittorio
Emanuele_, una delle fregate che ancoravano nel porto; e Giovanni
Nicotera, fatto Comandante civile e militare della città, tiene il
suo luogo. E il più notevole si è che non un partito solo coopera
a quella strana rivoluzione, ma la cittadinanza intera. Garibaldi è
ospitato nel _Casino della Società degli Operai_, di cui eran membri
cittadini d’ogni colore politico. Il marchese di Casalotto, deputato
di parte moderata, Comandante in capo della Guardia nazionale, gli
manda una compagnia d’onore; una legione cataniese si recluta fra
l’eletta della città: insomma l’inganno che Garibaldi, se pure discorde
col Governo, agisse in segreto accordo col Re, confermato in quegli
ultimi giorni dalla fiacchezza del generale Mella e dall’inazione
della squadra, continua il suo giuoco e travia tutte le menti. Ed a tal
segno le travia, che sparsasi, il 22 sera, la novella che il Mella ed
il Ricotti marciassero con forze unite e mosse combinate ad assalire
Garibaldi, la città si leva in tumulto; le vie e le porte si coprono di
barricate; gran parte della Guardia nazionale si mette in armi, pronta
a respingere l’assalto; sicchè può dirsi che chi lo teme di più sia lo
stesso Garibaldi.
Fortunatamente, a scongiurare il pauroso evento ed a levarlo
dall’atroce distretta, apparvero in vista del porto due piroscafi,
uno con bandiera francese, l’altro con italiana; laonde Garibaldi, che
dall’alto del Convento dei Benedettini era stato il primo a scoprirli,
«È un’occasione, sclamò, che non bisogna lasciarci sfuggire;» e in men
d’un’ora quelle due navi erano in suo potere.
Ma qui è il tempo di lasciar parlare egli stesso. Nei già noti
_Frammenti a matita_ troviamo di tutto suo pugno la narrazione
d’Aspromonte, e quantunque l’autobiografo sorvoli a non pochi
particolari, e lasci qua e là qualche lacuna;[222] siam certi che
il lettore preferirà sempre queste pagine autografe, scolpite dalla
interna stampa dell’eroe, a qualsiasi più veridico e diligente
racconto.