La mattina del 1º agosto infatti erano assembrati nei boschi della
Ficuzza circa tremila Volontari; talchè il Generale tutto lieto
esclamò: «Non ne ebbi tanti nel sessanta.» Eppure la qualità n’era
tanto diversa! Quando se ne eccettui il battaglione de’ Palermitani,
eletta della cittadinanza, e con esso una piccola mano di continentali
e poche reliquie di veterani e di patriotti seminati per le file,
il grosso componevasi d’un’accozzaglia di vagabondi e di ragazzacci
razzolati a caso fra quel vario elemento che in Sicilia forma, a
seconda dei tempi, così il ripieno delle squadre patriottiche, come
il fondo delle bande brigantesche, e che diede subito saggio di sè
stessa gridando al Generale per primo saluto: «pane pane....» Pure il
Generale li accolse tripudiando, compiacendosi quasi di que’ cenci e di
quelle faccie con quel sentimento medesimo con cui un altro e ben più
grande entusiasta lungo le rive dei laghi galilei compiacevasi delle
lacere turbe che lo seguivano. Però dopo averli arringati in un suo
Ordine del giorno che cominciava[217] colla formola «Italia e Vittorio
Emanuele, Roma o morte» e finiva colla speranza «di dare, riuniti al
prode esercito, un ultimo saggio del valore italiano,» partisce la sua
gente in tre colonne: una, la più grossa, sotto il suo comando diretto;
l’altra sotto gli ordini del Bentivegna, destinata a percorrere, per
Girgenti, la costa meridionale della Sicilia; la terza guidata da un
Trasselli, diretta per Termini, su Messina; e ciò fatto la mattina
del 2 agosto per Corleone, dove un picchetto della truppa regolare gli
monta la guardia, s’avvia a Mezzojuso.
E colà soltanto gli giunge la nuova che era messo fuori della legge. Il
ministro Rattazzi, veduta l’ostinata impenitenza del Generale, e vani
ormai così i mezzi della persuasione, come quelli della repressione
ordinaria, si scuote alla fine; propone apertamente al Re di porre la
Sicilia in istato d’assedio; manda Commissario a Palermo, con pieni
poteri militari e civili, il generale Cugia, e il Re stesso, sancendo
la proposta de’ suoi Ministri, pubblica un proclama agli Italiani,
nel quale ammonitili «a guardarsi dalle colpevoli impazienze e dalle
improvvide agitazioni,» e assicuratili che «giunta l’ora della grande
opera la voce del loro Re si farà udire,» dichiara «ogni appello
che non sia il suo, appello alla ribellione ed alla guerra civile,»
minaccia del rigor della legge quanti non daranno ascolto alle sue
parole, e chiude solennemente: «Re acclamato dalla nazione, conosco
i miei doveri. Saprò conservare integra la dignità della Corona e del
Parlamento per avere il diritto di chiedere all’Europa intera giustizia
per l’Italia.[218]»
Primi portatori a Mezzojuso di queste novelle, come del bando regale,
furono il duca Della Verdura e il dottor Gaetano La Loggia, vecchi
e cari amici del Generale; ma nè i loro affettuosi consigli, nè la
voce augusta di Vittorio Emanuele, nè la minaccia della legge, nè i
pericoli della guerra civile valsero a smuovere il proposito, ormai
incrollabile, dell’indomito Capitano. E n’adduceva le ragioni, o
quelle almeno che a lui parevano tali: non credere il Ministero giusto
interprete della volontà nazionale; non sgomentarsi, memore d’avervi
felicemente disobbedito altra volta, del divieto regio, probabilmente
imposto da prepotenza straniera o da intrighi diplomatici: l’esercito
poi, lungi dal temerlo nemico, attenderlo aiutatore e alleato, e
in ogni evento lasciassero a lui la cura d’evitarlo; finalmente il
disputare era tardi; l’alea era tratta; egli aveva giurato a Roma
per la vita e per la morte; campione sacro a quella causa, non poteva
retrocedere più.
E non retrocesse; e per venticinque giorni precisi egli proseguì la sua
via con tanta sicurezza e tanta fortuna che gli Italiani non seppero
più se il Governo parlasse per celia o per davvero; se quell’esercito
che lo scontrava ad ogni passo e non l’arrestava mai fosse destinato
ad una indiretta complicità o ad una comparsa teatrale; se infine in
tutto quell’ingarbugliato dramma, che da mesi si svolgeva sotto i loro
occhi, essi fossero giuoco d’un occulto protagonista che dirigesse a
sua posta la macchina, e di cui Garibaldi non fosse, a dir così, che il
confidente e lo stromento.