XIV.

Da quell’istante Garibaldi non s’arresta più. Appena reduce a Palermo

affretta colla nativa energia, incuriosa de’ particolari, sempre

diretta al fine, gli apparecchi della bandita impresa: manda i suoi

più fidati ufficiali a correre il continente, ad avvertirvi gli amici,

a fare incetta d’armi e di danaro: ad altri commette lo stesso ufficio

nella Capitale: spedisce nei comuni limitrofi il Corrao e il Bentivegna

(compagno il primo di Rosolino Pilo, fratello l’altro dell’infelice

Capo della insurrezione del 1856) a chiamare a raccolta i Picciotti;

e tutti lo ubbidiscono, tutti argomentando dalla palese acquiescenza

del prefetto Pallavicino che si fosse a una ripetizione del sessanta,

e che il Governo tacitamente assentisse, tutti lo secondano e gli

prestano aiuto. Soltanto tre de’ suoi più intimi, tra tanti che

lo circondavano,[216] raccolto tutto il loro coraggio, tentano di

far sentire al Generale consigli di prudenza, dimostrandogli la

impossibilità di transitare armata mano la Sicilia, senza incontrarvi

o prima o poi l’esercito regio, e soggiungendo, allo stremo d’ogni

altro argomento, che se la spedizione di Roma era invariabilmente

deliberata nell’animo suo, fosse il minor dei mali tentarla, come nel

sessanta, per l’ampia via del mare, dove il rischio di esser colati

a fondo sarebbe stato sempre minor danno d’una guerra civile, quasi

inevitabile per terra. E, fosse la bontà dei ragionamenti, fosse

un rimasuglio d’incertezza ancora tenzonante nella sua mente, il

Generale, cosa insolita, consentì ad ascoltare e discutere; cosa poi

veramente straordinaria e quasi unica, parve anche disposto a seguire

il consiglio. Infatti fu notato da chi gli era più vicino che il giorno

dopo egli diede ordine di raccogliere le armi e le munizioni in qualche

casa presso la costa; e spedì il suo segretario Basso a Messina in

cerca di vapori mercantili.

Se non che avendogli taluno de’ più esaltati Siciliani, specie il

Corrao ed il Bentivegna, dato l’annunzio che nel bosco della Ficuzza

erano già raccolte in armi alcune migliaia di Picciotti, e dipinta la

Sicilia tutta pronta a insorgere, il Generale si lasciò trasportare

da quelle novelle, e deliberando piede stante, secondo il suo costume,

all’insaputa della maggior parte de’ suoi amici, seguíto dai pochissimi

che in quel momento gli si trovavan d’attorno, parte per la Ficuzza,

dando la posta colà a quanti volessero raggiungerlo. Allora nuovo e

più strano spettacolo; Palermo brulica d’armi e d’armati, come alla

vigilia d’una campagna; squadre di giovani a piedi, in carrozza, a

cavallo, in completo arnese garibaldino traversano a tutte le ore la

città; un nerbo di loro, in una casetta a poche miglia dalle porte,

piglia le armi e le buffetterie, s’organizza in compagnie e in colonna

al suon delle trombe, sfilando a pochi passi da un battaglione di

truppe regie, mandate non si sapeva se per fiancheggiarli o sbarrar

loro il cammino, s’avvia sicuramente, allegramente al campo designato.

Ora dire o far credere al popolo testimonio di quelle scene che non

fosse negozio inteso; che quelle mostre di proteste e di proibizioni

del Governo fossero altro che commedia, era impossibile. E lo provò

subito il prefetto De Ferrari, mandato a surrogare il Pallavicino, dopo

che questi, più non potendo reggersi nell’equivoca posizione, aveva

rassegnato l’ufficio; lo provò, diciamo, quando essendosi stimato in

dovere di pubblicare un suo manifesto, che il Governo disapprovava

quella mossa ed era deliberato ad impedirla, si vide strappati, tra le

beffe e le minaccie, i suoi bandi e posti in mora tanto egli quanto

il generale Righini, Comandante militare della città, o di venire ad

aperta battaglia per le vie o di starsene inerti.

Garibaldi, Vol. 2 (of 2) · 第 71 / 147 题